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sabato 13 settembre 2008

La pseudoscienza delle fasce orizzontali dimagranti!

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Mi diverte punzecchiare la pseudoscienza da rotocalco estivo, ovvero quelle ricerche idiote (non si sa finanziate da chi e perché) che sembrano sortire l'unico risultato di mettere (brevemente) i loro autori sotto i riflettori. Leggete questo piccolo articolo tratto da www.corriere.it.
NUOVO STUDIO DI PSICOLOGI DELL'UNIVERSITÁ DI NEW YORK SU UNO DEI CAPISALDI DELLA MODA Le strisce orizzontali ingrassano? È falso, fanno sembrare più magre È il risultato dell'esame di 200 coppie di immagini di donne con abiti a righe verticali e orizzontali LONDRA — Qualcuno l’ha definita la prima regola della moda: le strisce orizzontali ingrassano, creano l’«effetto meringa». Quindi, vestirsi sempre con righe verticali, «che sfinano». Tutto sbagliato, tutto il contrario. I ricercatori della facoltà di psicologia dell’università di York hanno preparato duecento coppie di immagini di donna con abiti a strisce verticali e orizzontali e le hanno mostrate a un campione di osservatori chiedendo quali sembrassero più magre e slanciate. Il risultato è che le fasce danno un’immagine dimagrante più delle righe: la differenza di apprezzamento è del 6 per cento, un margine significativo, secondo il dottor Peter Thompson. In realtà la teoria non è nuova: era stata elaborate già nel 1867 dal tedesco Hermann von Helmholtz che aveva lavorato sull’illusione ottica in psicologia. OCCHIO E CERVELLO — L’occhio e il cervello agiscono insieme per interpretare e valutare l’ambiente che ci circonda. Il professor von Helmoltz aveva tracciato dei quadrati uguali per dimensioni, uno a barre orizzontali e uno a barre verticali e si era reso conto che la percezione umana creava l’illusione che quello in orizzontale fosse più alto. In natura il fenomeno fa parte della teoria dell’evoluzione delle specie: per esempio la zebra ha strisce orizzontali sulle zampe e il posteriore; così quando un leone la scorge da dietro è portato a valutare che abbia zampe lunghe che le permetteranno di correre veloce e lombi magri che non daranno abbastanza carne per sfamare il predatore. Inutile perdere tempo con la zebra. Tutto chiaro? Sì, anche se la storia della zebra a ben vedere non conforta tanto: perché una donna dovrebbe vestirsi in orizzontale se poi al «leone» non piace?
Guido Santevecchi 12 settembre 2008
Perfetta la conclusione in barzelletta del giornalista... i motivi per cui un leone sceglie la sua preda lasciamoli al leone! Ricapitoliamo. Sarti, stilisti, esperti di moda e noi tutti crediamo che le fasce orizzontali facciano apparire più robusti e le righe verticali più snelli (Dio, quanto è brutto il verbo "sfinare"... esiste davvero?). Che illusi! Per fortuna corre in nostro aiuto la "scienza" a redimerci da tale abominevole errore. Ma dico, siamo fuori di testa? Dubbio terribile (si fa per dire): i ricercatori hanno utilizzato foto ritoccate al computer con pattern a righe orizzontali o verticali, piuttosto che foto di individui che indossano indumenti reali a strisce o fasce. A giudicare dalla foto che accompagna l'articolo del Corriere parrebbe proprio così. In realtà, poiché non siamo le piatte creature bidimensionali immaginate da Edwin A. Abbot in Flatlandia, l'effetto di aggraziare (o appesantire) la silhouette dipende da molte altre variabili dell'interazione di una superficie rigata a due dimensioni con un corpo tridimensionale. Dipende in parole povere dal banale effetto prospettico delle righe sul nostro corpo (se ne indossiamo di verticali, ad esempio, un osservatore le vede infittirsi e restringersi ai nostri lati). Dipende dal loro spessore (un conto è indossare una camicia a righe/fasce sottili, un conto una stile "tenda da sole"). Dipende dal loro spessore reale (su un vestito aderente o su uno comodo, di tessuto di tela abbastanza rigida o di maglia cedevole). Dipende insomma se vestono bene o male. E anche mettendo da parte il buon senso e senza pretendere chiarimenti sull'estensione del campione, un margine del 6% - quello ahimè ritenuto significativo dall'autore della ricerca - significa che ogni 100 persone 53 avvalorano la sua ipotesi e 47 la contraddicono. Mi pare un po' pochino. Insomma datemi retta. Non correte a rifarvi il guardaroba: osservate in camerino come vi sta addosso un determinato abito e scegliete caso per caso. P.S. Mi sono già occupato di analoghe ricerche "d'alto livello": ad esempio a proposito di fiocchi rosa e azzurri e di ricerca del partner (qui e qui). Un buon giorno leggero e sorridente a tutti!

La biografia di Goliarda Sapienza, di G. Providenti (II)

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CAPITOLO PRIMO
- seconda parte -

(continua dalla prima parte)

Nei giorni successivi, a Gaeta, si sparge la voce che un’artista di Roma, molto importante e illustre, è venuta a morire proprio qui, in questa amena cittadina sul mare, intrappolata dal suo carcere. Un soffio di voce gaetana, sinceramente onorata, che avrebbe determinato la sorte travagliata dell’ultima dimora di Goliarda[ii]. Ma ormai lei è già morta: sola e senza onori, lasciando il meglio di sé, per chi l’avesse saputa leggere:
Morendo, una persona dà la sua vita per un’altra. Parti di te che si amputano per rinascere nuove, innestate nel meglio che quell’amore ti aveva dato. Si muore così per lasciare il meglio di sé a quelli che ti hanno saputo leggere. E so che quando sarà per me, sarà giusto e utile, per me e per le persone che, amando, ho anche necessariamente oppresso. Non temo la morte. Temo il delitto che c’è in natura e che uccide a tradimento, prematuramente. Questo temo: la natura criminale.
Che tipo di crimini ha in mente, quando, negli anni Sessanta, Goliarda Sapienza scrive queste parole? Modesta, la protagonista del romanzo L’arte della gioia, supera molti ostacoli facendo uso della morte e del delitto in una visione esistenziale e simbolica di continuo rinnovamento. Simbolico difficile da comprendere in pieni anni di piombo quando i molti editori e intellettuali italiani a cui il romanzo era stato dato da leggere lo avevano rispedito al mittente, ricacciato dentro la cassapanca, dove Goliarda se lo cullava con gli occhi di madre pieni d’aspettativa. Ma non troppo: non era una donna a tal punto sicura di sé, a tal punto ambiziosa.
“Come tutti gli individui sani sono molto ambiziosa”, fa dire a Modesta mentre inizia a raccontarla. Ma poi cancella questo incipit originario di L’arte della gioia.
Nel film di Citto Maselli, “Lettera aperta a un giornale della sera”, del 1969, Goliarda recita se stessa in questo momento della sua vita: un’intellettuale indaffarata e fuori dal coro che va ogni giorno in biblioteca per fare ricerche con l’intento di scrivere un romanzo storico coraggioso.
Le cineprese di Citto la riprendono nella sua casa di via Denza a Roma. Eccola: come ogni mattina fatica ad alzarsi dal letto, anche se è già sveglia. Nel buio tasta la presenza rassicurante delle sigarette sul comodino e prima dei cerini trova l’orologio.
“Oh dio è tardissimo”, dice recitando, ma dentro di sé sa benissimo che oggi lei è un’altra donna rispetto a quella che era stata per molti anni, piena di doveri e di scadenze. Oggi è una scrittrice, una donna libera, anche a costo di patire la fame!
Ha intanto trovato i cerini e ne sfrega uno sul lato ruvido della scatola. La fiamma le illumina il viso: le occhiaie molto visibili circondano il suo sguardo traboccante vitalità. Si alza, finalmente, e apre la persiana per fermarsi lì, a guardare oltre il vetro accendendosi un’altra sigaretta. Il gesto lento di portare alla bocca il piccolo involucro bianco la calma e l’aiuta a pensare. A trasformare il suo senso di isolamento dagli altri in una solitudine costruttiva.
Nello stesso momento in cui lei sta componendo l’inizio del romanzo di Modesta, non lontano da lei, alcune donne urlano in piazza la propria liberazione e fanno il femminismo. Altre girano le manovelle del ciclostile a ritmi produttivi sempre più crescenti, come il proliferare di collettivi, movimenti, partiti, comunità e ideali famiglie elettive dentro cui vivere beati...
Lei sta alla finestra e, mentre guarda passare il treno dell’attuale rivoluzione, scandaglia il territorio variegato della propria coscienza: è possibile vivere una esistenza intensa e libera senza bisogno di passare da una all’altra chiesa?
Ha intanto spento una sigaretta e ne ha in mano un’altra, che ancora non accende, la rigira tra le mani, mentre ripassa in mente la propria presenza su questo pianeta e quella di Maria Giudice, sua madre. La rivede, delirante di verità, non sopravvivere alla tanto desiderata fine della dittatura, non sopravvivere alla falsa libertà del “fascismo bianco”, che aveva previsto. Rivede il confine di sua madre - e di se stessa - affacciata dal pozzo, aggrappata alla morte. O alla vita.
La protagonista del suo romanzo, Modesta, avrebbe detto di no a tutte le chiese, comprese quelle che proclamano la rivoluzione o la giustizia in terra. Sarebbe stata brava, più brava di lei e di sua madre: una donna capace di sfidare, centimetro per centimetro, cicatrice su cicatrice, il pozzo della malinconia.
Se è vero che Citto Maselli, suo compagno di vita per diciotto anni, l’aveva salvata due volte dal tentato suicidio è anche vero che è stata Goliarda, da sola, ad imparare a guardare dentro le profondità del pozzo, cadendo, sì, ma anche risalendo più ricca di prima.
Prova una forte emozione, mentre ci pensa. E l’ambizione di trasporre in poesia ciò che prova.
Avrebbe fatto fare e dire al personaggio di Modesta quello che lei sta imparando a sapere. Anche se non sa se osare, non sa se sia poi del tutto così!
La vita vera è tanto più complicata...
Finalmente si siede al suo tavolo di scrittura. Abbandonata quasi intera l’ennesima sigaretta nell’unico angolo del piccolo scrittoio che non sia pieno di fogli, incurante della cenere che sporca il pavimento, inizia a scrivere: le mani le tremano, gli occhi sono spugne inzuppate e si sente un fiume in piena.
È dall’1.1.1900 che sono sulla terra. È poiché, come tutti gli individui sani, sono molto ambiziosa, mi decido a raccontarvi le mie avventure. E se poi avrò la fortuna che qualche ragazzo o ragazzina leggendomi si innamori di me, allungherò (nell’invidia o nell’amore) ancora di qualche attimo la mia presenza su questo pianeta.
Solo più di trenta anni dopo la sua nascita, la sana ambizione del personaggio di Modesta, che pronuncia queste parole, ha trovato consensi ed editori in tutta Europa, facendo diventare Goliarda Sapienza, post mortem, la scrittrice affermata che non è mai stata in vita. La difficoltà ad emergere della sua opera letteraria ha come una sorta di coerenza esistenziale: non sarebbe possibile raccontarla senza il suo ricadere ogni tanto nel pozzo, senza i suoi molti crucci, tra cui, negli ultimi venti anni, quello di non vedere pubblicato la sua Modesta tanto amata.
Negli anni Ottanta, nonostante lo sfratto per morosità, i mobili pignorati, il conto del droghiere e del tabaccaio; nonostante, dopo la storia del furto, del processo e della colletta, quasi nessuno dei suoi vecchi amici la inviti più, Goliarda continua ostinata a fare letteratura: una delle cose meno redditizie al mondo e l’unica che le procuri vera gioia.
Sa di avere scritto qualcosa che le sopravvivrà. Ma teme moltissimo che questo non sia vero, come teme la propria fragilità. Forse teme che la pubblicazione del romanzo di Modesta, ed una eventuale imprevista notorietà, possa trasformarla in una persona irriconoscibile a se stessa. Anche per questo preferirebbe morire prima di diventare famosa.
Da morta è possibile allungare ancora di qualche attimo la propria presenza su questo pianeta: purché di lei si dica che è voluta diventare una scrittrice non per trovare qualcosa di desiderabile per se stessa, ma per cercare una strada diversa dalla semplificazione che separa il dolore dalla gioia come fossero due acerrimi nemici e non l’uno il risvolto dell’altra.

Giovanna Providenti

[ii]Grazie all’amministrazione comunale di Gaeta, e in particolare all’interessamento dell’ Associazione culturale “Novecento”, diretta da di Antonio Lieto, le ossa di Goliarda Sapienza riposano ora al cimitero comunale di Gaeta, in cui è anche stata apposta una stele: “in questa cappella riposa Goliarda Sapienza scrittrice e attrice voce libera innamorata di Gaeta”.

NEW! Dicembre 2010: La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza, romanzo biografico di Giovanna Providenti è stato finalmente pubblicato.

venerdì 12 settembre 2008

Ancora qualche foto de Il Cairo

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Dopo quelle inserite qui e qui, ancora qualche foto de Il Cairo. Due particolari dell'interno della Moschea di Mohamed Alì, nella Cittadella. Il gioco delle luci sospese era veramente suggestivo. Questo luogo di culto mi offre l'occasione per ricordare che l'Egitto si distingue per una lunga tradizione di convivenza interreligiosa tra mussulmani (90%) e cristiani copti (10%). È infatti un paese arabo moderato, epigono del grande Islam che coesisteva in pace, vuoi con la cristianità nel Mediterraneo, fino alla cacciata dei Moriscos dalla Spagna nel corso del XV secolo, vuoi con la società induista in India, fino alla caduta della dinastia Moghul all'inizio del XVIII secolo.
E ora due foto urbane. La prima è una zoomata su una delle tante e simili facciate piene zeppe di condizionatori, praticamente uno per ogni stanza... anche se in quel caso l'ispirazione era più l'oriente che il medio-oriente (e decisamente pioggia a parte), non vi ricorda un po' le atmosfere plumbee di Blade Runner? L'ultima scatto non è un granché, anche per via dei riflessi sul vetro del pullman (certo che un filtro polarizzato per queste situazioni potrei anche comprarmelo), però mi serve per dare un'idea dell'impressionante urbanizzazione abusiva che circonda la capitale egiziana. I contadini che si trasferiscono dalle rive del Nilo alla grande metropoli non possono permettersi di acquistare casa, ma sono in grado di costruirla da sé, riunendo le braccia valide di tutto il clan familiare. Il modello è standard, ripetuto ossessivamente come un cubo di rubik infinito: una struttura portante di colonne e travi di cemento armato forma l'ossatura di tante unità-quadrato, una sopra l'altra e una accanto all'altra; basta aggiungere solai, muri in mattoni, un minimo di impianti e il gioco e fatto. Gli intonaci sono un lusso a cui si può rinunciare. Non piovendo praticamente mai i tetti sono superflui, e ciò semplifica ulteriormente la tecnica costruttiva. L'ultimo piano generalmente termina con i tondini di ferro che sporgono dalla cima delle colonne: se la famiglia si allargherà è tutto pronto per tirar su un nuovo piano! Nel frattempo è il luogo ideale per allevare galline e agnelli.

L'incendio di domani

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Eri fuoco, ora sei candela Ero fuoco, e ora sono aria. Fummo fuoco, ora resta fumo Il vento soffia in mezzo alla distanza Portando via la brace dalle mani. Cova nei palmi vuoti silenzioso l'incendio di domani.

La biografia di Goliarda Sapienza, di G. Providenti (I)

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Ventidue passi d'amore e dintorni ospita con orgoglio - credo in anteprima assoluta su internet - il primo capitolo della biografia di Goliarda Sapienza a cura di Giovanna Providenti. Autrice di un libro interessante quale La nonviolenza delle donne, Giovanna mi ha contattato questa estate, con un commento in calce al post che scrissi un anno fa sull'Arte della gioia, il capolavoro di Goliarda Sapienza. Abbiamo così scoperto di avere molte passioni ed esperienze in comune, e sono felice che abbia accolto la mia proposta di pubblicare su questo blog un brano tratto dalla sua biografia su Goliarda, ancora inedita e spero non per molto: questo lavoro di Giovanna merita un buon editore, e lo meriterebbe soprattutto Goliarda Sapienza la più grande e misconosciuta autrice italiana del '900. La biografia s'apre con la sua fine prematura e silenziosa, il 30 agosto 1996 a Gaeta.


CAPITOLO PRIMO
(prima parte)

La porta è aperta (1996 e 1969)

Quando hai chiuso la porta un’altra s’apre
Non esistono chiavi o serrature
Né sbarre, catenacci. Basta voltare
Lo sguardo e spingere
Piano con le mani

Nessun rumore. La luce, ancora accesa, non è stata spenta neanche di notte. E da alcune mattine nessuno ha più visto, al bar La Triestina, la solita signora che, dopo aver scambiato qualche parola con la regale ex contadina sorridente dietro il bancone, si siede a un tavolino a scrivere fitto fitto sui suoi taccuini. Oppure legge, o si mette a chiacchierare con la signora Rosa e altri avventori.
Probabilmente è sola in casa a rincorrere l’ispirazione di un nuovo romanzo.
Come mai però neanche risponde? La dirimpettaia ha provato a chiamarla dall’uscio spalancato della porta, ma non osa introdursi in casa senza invito. Per un senso antico di rispetto, forse.
O è già paura, presentimento?
Chissà se si è accorta che la porta è aperta. Se sa che Goliarda non ha l’abitudine di chiudere la porta, nemmeno quando esce. Se sa che, dopo i furti subiti negli anni Ottanta, aveva appeso all’ingresso dell’attico di Roma un avviso per i ladri:
“La porta è aperta: dentro non c’è nulla di valore. Soltanto cose vecchie (per me preziose). Entrate pure. Ma non rovinate nulla. Per favore…”.
Una cosa del genere sarebbe inconcepibile a Gaeta, dove Goliarda abita più tempo possibile negli ultimi anni della sua vita. La sua piccola abitazione, sessanta metri quadri su tre piani, si trova in un vicolo stretto, ogni portone un’abitazione, dove tutti si conoscono e un ladro sarebbe subito identificato[i].
Vicinissima, la via Indipendenza brulica di venditori di roba fresca e se serve qualcosa per cucinare si fa prima ad andare a comprarla anziché cercare nel frigorifero. In questo quartiere, crinale tra dentro e fuori, tra libertà e promiscuità, Goliarda, in tarda età, ha ritrovato se stessa e la sensazione dolciastra tinta di malinconia di quando era bambina.
La dirimpettaia non sa che, da piccola, Goliarda aveva vissuto in un quartiere molto simile a questo, la Civita a Catania.
Nel romanzo autobiografico inedito, che si intitola Io Jean Gabin, ne parla come “la casbah dove tutto si sapeva in un battibaleno, sempre con cento occhi addosso che ti spogliavano di ogni privacy e possibilità di avere dei segreti”. La casbah in cui era vissuta fino a diciassette anni doveva essere ancora più promiscua e caotica di questa di Gaeta, se fianco a fianco potevano vivere la numerosa famiglia dell’avvocato Giuseppe Sapienza “amato dai poveri e odiato dai fascisti, mio padre, ma da tutti rispettato e temuto”, e il resto del multiforme popolo del quartiere San Berillo: le molte donne derelitte “vittime della società che io fui costretta ad amare”, i vecchi e molti bambini e bambine dai nomi comuni, che a volte persino si ripetevano, ma nessuna che si chiamasse con “questo nome che tutti, in cortile, al mare, notavano con meraviglia… non c’era nessuna Goliarda o Goliardo in tutta Catania e per me in tutto il mondo. Ero sola”.
Nella palazzina di fronte, nello stretto vicolo, la luce non è stata ancora spenta. Strano, si sarà continuata a dire la dirimpettaia. Ma non si sente abbastanza intima per potersene preoccupare. E neanche abbastanza sicura della differenza tra questo silenzio, inconsueto e inquietante, e quello solito che fa una donna sola.
Non sa che Goliarda proprio in questo vicolo ha terminato di scrivere un romanzo molto lungo dal titolo che finisce con il nome di una bambina: Gioia, la figlia più amata, la più cullata, che ogni tanto, per salvarla dalla polvere e dalle tarme, sollevava dal disordine della cassapanca e se la portava a passeggio, procedendo contro o accanto al vento, lungo il litorale di Gaeta. Mentre la sua larga gonna svolazzava liberamente nell’aria odorosa di mare, con una mano tratteneva il cappello, insistentemente minacciato dal vento, e con l’altra aggrappava il grosso dattiloscritto, sulla cui prima pagina stava scritto grande a penna: L’arte della gioia.
Forse proprio perché un poco conosce questa donna un po’ stramba, che camminava spesso da sola in riva al mare, nemmeno al terzo giorno di luce accesa senza sosta la dirimpettaia prova ad entrare in casa della signora Goliarda. E solo quando il presentimento si è del tutto impossessato di lei, anche per via di un intenso e strano odore, dopo averla chiamata invano attraverso la porta spalancata, rientra in casa per chiamare il 112.
Il corpo senza più vita di Goliarda Sapienza è stato ritrovato dai carabinieri il 30 agosto del 1996: nella sua abitazione di Gaeta, riverso sulle scale tra un pianerottolo e l’altro. Il suo cuore aveva cessato di battere tre giorni prima del ritrovamento, trascorsi senza che il telefono avesse mai squillato e nessuno avesse provato ad entrare, nonostante l’esistenza di Goliarda sia stata ricca di amori e amicizie e le porte di ognuna delle case da lei abitate siano state sempre aperte.
Dentro la borsa i soliti notes che portava sempre con sé per scrivere ovunque andasse. Su un tavolo in disuso, poggiata in mezzo ad altre cose, un’agenda a fiori dove negli ultimi anni segnava ogni giorno il proprio peso e, se non aveva altra carta, scriveva emozioni dettate dal momento. L’ultima è la seguente: “la vita mi costringe a viverla … ho paura”.


[i] Nel diari dell’ultimo decennio di vita, G.S. spesso riferisce di essere seduta al bar “La Triestina” di Gaeta a scrivere. L’abitudine di G.S. a tenere la porta aperta sia a Roma che a Gaeta è documentata da testimonianze e scrittura privata. Nel diari si legge: “tengo sempre il portoncino socchiuso, tanto i ladri entrano anche se attrezzi cancelli, porte blindate eccetera! e per me usare la chiave è un supplizio, chissà perché?”, diari 3/1/1990 in AGS. Grazie al fatto che la porta era aperta gli amici potevano entrare e lasciarle doni, ad esempio Isa Bartalini le lascia un cuscino appena “smacchinato” e stirato. La frase apposta sulla porta della casa di Roma è nella testimonianza di Saro Fronte nel blog www.spaccaforno.it. Nel film di Paolo Franchi del 1996 compare un altro cartello rivolto ai ladri simile a questo.

Cartoline dalla piana di Giza

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Ed ecco qualche immancabile scatto fatto nella piana di Giza. Il crop della Sfinge con dromedario e "beduino" sullo sfondo non è un fotomontaggio ma proprio la foto originale. A proposito, vedo che molte persone confondono spesso tra loro i due quadrupedi con la gobba. Il trucco per distinguerli è facile: il dromedario non ha lettere doppie, dunque ha una sola gobba; il caMMello ha una doppia "m", dunque due gobbe!
Sapevo che piramidi e sfinge erano a pochi passi dalla città, ma vederlo coi propri occhi è quasi avvilente, talmente siamo abituati a vederle inquadrate - volutamente - col deserto alle spalle. In effetti dagli alberghi limitrofi, tipo Le Meridian Pyramids dove abbiamo dormito tre notti, si potrebbe tranquillamente andare a visitarle a piedi in pochi minuti. Per andare a osservare la Sfinge si sale sulla piattaforma dei resti di un tempio lì accanto. In corrispondenza dell'ingresso si staglia la sagoma della piramide di Chefren, l'unica che conserva in cima un po' dell'originario rivestimento di calcare bianco. Gli incastri tra i blocchi di pietra sono quelli del tempio in questione. Incastri simili si trovano nelle costruzioni più antiche di tutto il mondo (due, tre millenni prima di Cristo). Da qui mille ipotesi per spiegare come culture pretecnologiche riuscissero a sagomare e collocare con incredibile precisione blocchi pesanti decine di tonnellate. Personalmente propendo per le teorie di Joseph Davidovits, Gilles Hug (Agenzia di Ricerca Aerospaziale Francese) Michel Barsoum (Università di Philadelphia): quelli che oggi sembrano blocchi di pietra calcarea potrebbero essere gettate di una sorta di calcestruzzo ante-litteram. A dimostrazione di ciò, sin dagli anni '70, il ritrovamento di capelli umani nelle sezioni di blocchi di piramide. E infine le immancabili foto con mia figlia, con me e - nell'ordine - le tre piramidi di Cheope, Chefren, Micerino sullo sfondo. E pure un primo piano del lato ovest della grande piramide di Cheope (la persona alla base è mia madre). Non si può sempre essere originali! Tra un po' comincerò a buttar giù qualche riflessione più personale e meno da turista, ovvero a parlare del viaggio interiore che è avvenuto durante i sette giorni in Egitto con mia figlia e con mia madre, parallelo a quello esteriore.
P.S. Sconsiglio a tutti di andare a vedere lo spettacolo notturno di suoni e luci sotto le piramidi, sospettavo che me ne sarei pentito e infatti sono stati soldi buttati. Nulla di artistico. Uno pseudo-documentario ridicolo. Immagino che lo stesso discorso valga per gli analoghi spettacoli che si tengono nell'Alto Egitto al tempio di Luxor e a quello di Philae.

giovedì 11 settembre 2008

Sussurri, versi di uccelli, miagolii e schiocchi di lingua

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"Brevi racconti. Quasi minimal non per questo di minor rilievo. Storie raccontate dal punto di vista femminile, mai noiose, alcune volte quasi paradossali che esprimono comunque un punto di vista diverso e anche inaspettato. Si leggono tutti d'un fiato perché incuriosiscono e fanno anche sorridere. Uno sguardo al mondo femminile soffice ma contemporaneamente disincantato."
Paolo Villaggio
Alla Libreria Oberdan, via Oberdan 52, di Perugia, sabato 20 settembre alle ore 18 presentazione di Al Cambio di luna di Paola Merolli, Grimaldi Editore (2007).
"L’autrice sarà introdotta dalla responsabile editoriale Biancamaria Casale, e l’attore di teatro Raffaello Benedetti leggerà ed interpreterà alcuni passi del libro. Interverrà inoltre lo scrittore perugino Daniele Passerini. Come di consueto, al termine della presentazione, seguirà un rinfresco." (dal sito della libreria)
Il 1° settembre, mentre raggiungevo l'aeroporto di Bologna per imbarcarmi alla volta del Cairo, mi ha telefonato Bianca Maria Casale - ex editrice editoriale della Bonanno (con cui ho pubblicato) e ora collaboratrice di altri editori - per invitarmi a intervenire come correlatore alla presentazione dell'ultimo libro di Paola Merolli. M'è parso un ottimo auspicio per il mio viaggio in Egitto con madre e figlia. Martedì scorso, tornato a casa, ho trovato puntuale nella cassetta delle lettere il libro... e tutto il tempo di gustarmelo, visto i 4 giorni di riposo prescritti dal medico per risolvere la lombalgia che mi ha colpito rientrando in Italia. L'ho letto e riletto, merita davvero: Al Cambio di luna è un caleidoscopio rimescolato dodici volte per dare vita ad altrettante storie, diverse nella trama ma simili quanto lo sono tra loro le discendenti di Eva, figlie della luna e dei suoi ritmi, accomunate dai pezzetti di vetro colorato del linguaggio segreto delle fate. Un filo di scelte stilistiche e contenutistiche lega insieme i dodici racconti come capitoli di un'unica raffigurazione del femminile. L'azione è sempre in prima persona, simile a un copione teatrale. La protagonista è sempre una donna. Attraverso i suoi occhi vediamo la scena, attraverso il flusso dei suoi pensieri e delle sue emozioni - intervallato dai dialoghi con gli altri personaggi - ne ricostruiamo la storia, comprendiamo cosa sia successo nel passato, cosa avvenga nel presente e cosa probabilmente succederà. Commuovono, sorprendono, divertono, volano piuttosto che cadere le nostre dodici eroine: bibliotecarie, biologhe, commesse, casalinghe, promesse spose, galleriste, funzionarie di banca, mogli e madri, tutte inquadrate in qualche convenzione, finché nel flusso monotono dei giorni lampeggia inaspettato un appuntamento col destino, un segno che riconoscono e seguono. Il deus ex machina che cambia le loro vite è quasi sempre un incontro con un uomo, spesso annuncio di un colpo di fulmine o persino foriero di una vendetta; talvolta a far capolino sono gli animali, antichi messaggeri totemici del nostro inconscio; oppure un'anziana che parla o si comporta come una sciamana. Ciascuna di queste dodici donne all'improvviso riconosce e accoglie il proprio lato lunare, segreto e selvaggio, non lo nega più, cessa di averne paura, pure in barba alle buone creanze e alle regole con cui è stata cresciuta. Che sia giovane, di mezza età, anziana, affascinante, brutta, magra, obesa, affronta un momento decisivo della vita: vince il complesso di non essere bella o all'opposto si concede di usare la sua bellezza senza più sensi di colpa; supera il trauma di una violenza o affronta un male incurabile; incontra l'amore, segue il proprio cuore, torna a sentirsi attraente e vogliosa anche se sposata, anche se vecchia; ha il coraggio di lasciare chi non la merita e correre verso chi sa comprenderne e cullarne l'anima. Prende in mano il proprio destino. Paola Merolli non svela mai il nome della protagonista, come volesse suggerire ad ogni lettrice di potersi rispecchiare nei dodici volti di luna che intitolano i racconti: Luna nuova dei Fiori, del Lupo, delle Fate; Luna crescente della Lepre, delle Erbe, della Vendemmia; Luna piena della Fragola, della Tempesta, della Quercia; Luna calante dell'Anima, della Nebbia e Blu. Volutamente non ho accennato ad alcuna delle dodici trame: è troppo bello svelarle per conto proprio, pagina dopo pagina. Aggiungo anche che il sottotitolo del libro potrebbe tranquillamente essere Sussurri, versi di uccelli, miagolii e schiocchi di lingua, senza togliere al lettore la sorpresa di scoprire perché! Una lettura da consigliare solo a un pubblico femminile? Assolutamente no, anzi. Le trame di Paola Merolli sottolineano quanto Sole e Luna siano molto meno antagonisti che complementari. I racconti di Al Cambio di luna sono percorsi da frusci di gonna, concavità e convessità di conchiglie e chiocciole, acqua che piove dal cielo o ondeggia nel mare, così come da passi, abbracci, sguardi e parole d'uomo, più spesso raffigurato positivamente che negativamente; raccontano una ricerca di senso e felicità che non ha divisioni di genere. Pertanto incantano il lettore di sesso maschile che coltiva in sé il "mago", riconosce e rispetta il potere della donna e cerca la donna che non teme quello del suo bastone. P.S. A farmi amare ancor di più questo libro è la sua suddivisione in quattro parti legate alle quattro fasi lunari, esattamente come il mio Sospensioni di gravità e Plenilunio d'Autunno di Chicca Morone. Ma questo è un vezzo mio.

mercoledì 10 settembre 2008

In bilico

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C'è stata una sola donna da cui mi sono sentito totalmente capito, apprezzato, desiderato, amato. Non è stata la madre di mia figlia, né la donna che ha ispirato il mio primo libro, né le altre a cui ho dato il mio amore come a lei...

In bilico

Sarò stato il vino.
La lontananza atipica
estinta troppo in fretta.
Non è più ora di commiati
è l'ora di somme imperfette
e delle tenere prigioni di baci.
Scivoliamo sopra le nostre parole
mentre l'oste ci versa vinello allegro;
fremono i tavoli e gli avventori escono
invisibili, come tutte le scelte già prese.
Legati all'etilico gioco dell'essere umani,
accomunati, non dall'uva non dal vivere,
nell'usarci e controfirmare facili bisogni,
ci escludiamo a vicenda appartenendoci.
Vinciamo e perdiamo, contro la gravità,
nel sottile soppesare d'orbite e corpi
che si attraggono e poi respingono
sempre in implacabile equilibrio.
E ci ritroviamo ancora in bilico
ai bordi d'una pagina bianca
che non trova mai la fine.
E ci cerchiamo sorpresi
delle lacrime eterne.
Che sanno di noi.


P.S. In bilico è la quinta poesia (associata al pianeta Marte) del Novilunio, il quarto settenario (dell'Inverno) di Sospensioni di gravità (2006): 28 poesie e parti in prosa suddivise secondo le quattro fasi lunari e le energie dei 7 pianeti dell'astrologia antica.

Crepuscolo

2 : commenti
Quante volte ti ho guardato arrivare e partire; dietro le persiane. Quante volte sul mio letto, nei nostri cuori. Senza coraggio, dietro queste vite. Ora si spegne quel sole.
P.S. La foto l'ho scattata in crociera sul Nilo la settimana scorsa.I versi esprimono emozioni ricordate e ancora proiettate nel futuro durante quella navigazione. Qualche lacrima, accaduta oggi. Un cerchio che si chiude.

Villaggio nubiano

2 : commenti
L'isola Elefantina è una delle tante isole e isolette di fronte alla città di Assuan, subito a Nord delle due dighe sul Nilo: quella "piccola" costruita tra il 1899 e 1902 dagli Inglesi e la grande diga costruita tra il 1960 e il 1970 per volere del presidente egiziano Nasser, da cui ha preso il nome il bacino artificiale di 6000 kmq creato a monte dello sbarramento del fiume.
Piuttosto che le foto, viste e riviste, della grande diga, inserisco qualche scatto del villaggio nubiano visitato sull'isola Elefantina: tra i suoi vicoletti sterrati la scorsa settimana abbiamo sperimentato 51° C di temperatura!
Ricordo che per ingrandire le fotografie dei post basta cliccarci sopra.

martedì 9 settembre 2008

Prime impressioni dell'Egitto

1 : commenti
Siamo arrivati al Cairo il 1° settembre, che quest'anno coincideva con l'inizio del mese di Ramadan. Così la città di notte era piena di lucine colorate come durante le nostre festività natalizie: sfortunatamente non ho scattato foto al riguardo. Le inquadrature più belle come al solito sono quelle rimaste soltanto dentro gli occhi. Ecco comunque qualche immagine della città e dei suoi abitanti, fatta dal pullman, un po' all'alba e un po' durante il giorno. Attenzione: non costituiscono la didascalia di quanto sto scrivendo. Intruppato com'ero nei ritmi e negli itinerari di un viaggio organizzato molte cose posso raccontarle ma non documentarle. In Egitto circolano autovetture di tutti i tipi, ultimi modelli nuovi fiammanti (soprattutto giapponesi) e vecchie Fiat (la 124 taxi della foto accanto ad esempio), Lada, Peugeot ecc. Con carrozzerie spesso riparate alla meno peggio o perfino reinventate di sana pianta. Ma non mancano moto, biciclette, camion, trattori, carri a cavallo o asino. C'è davvero di tutto sulle strade. Il traffico cairota è sempre caotico e nelle ore di punta congestionato. Le luci dei semafori vengono completamente ignorate dai conducenti: ciononostante non mi è capitato di assistere ad alcun incidente! Le persone sembrano riuscire ad accordarsi sulle precedenze senza problemi. Libere di seguire il proprio intuito. Come se l'alternarsi di rosso e verde e giallo dei semafori avesse la mera funzione placebo di rassicurare e benedire lo scorrere del traffico, ma non di regolarlo. Tali e quali ai metal-detector posti all'ingresso di qualsiasi albergo, museo, sito archeologico: emettono i loro allarmi al passaggio dei turisti senza che alcuna guardia si curi di controllare. All'aeroporto di Luxor, visto l'andazzo, alla fine del soggiorno mi sono imbarcato con liquidi e pomate nel bagaglio a mano: il monitor ha rilevato gli oggetti intrusi ma nessuno mi ha detto nulla. All'opposto di tale rilassatezza, al ritorno un compagno di viaggio s'è visto fare una ramanzina chilometrica da un poliziotto alla dogana dell'aeroporto di Bologna perché sul suo documento di viaggio mancava un timbro della questura (cosa di cui nessun collega però s'era accorto in uscita dall'Italia). Insomma, viva il Sud del mondo, con la sua rilassatezza, meno regole e meno burocrazia. Comunque l'Egitto appare per i nostri metri una nazione militarizzata. Soldati o poliziotti armati sono all'ingresso di ogni attrazione turistica, lungo le strade di maggiore afflusso. Durante il trasferimento in pullman da Abu Simbel ad Assuan, ad esempio, il convoglio di pullman è stato scortato. Colpisce anche la presenza di foto di Mubarak da tutte le parti. Mi chiedo se tra qualche anno pure l'Italia sarà così: esercito e foto di Berlusconi ovunque... brrr! Altre foto del Cairo: qui e qui.

Tornato in Italia

0 : commenti
Rieccomi a casa da ieri notte, con un po' di impressioni da raccontare del viaggio in Egitto, troppe foto (più di 800) da selezionare e un imprevisto ieri mattina, proprio al momento di lasciare l'albergo per andare a imbarcarmi sul volo Luxor-Bologna: una valigia sollevata male mi ha regalato un "colpo della strega" di cui potevo benissimo fare a meno! Dopo avere macinato un tempio dopo l'altro per una settimana ora son bloccato a casa finché non mi si risolve questa dolorosa lombalgia acuta che ancora non risponde alla terapia antinfiammatoria. Ne approfitto per sistemare le fotografie, fare qualche lavatrice e preparare nuovi post per il blog. Intanto lascio uno scatto della periferia de Il Cairo: mia figlia è rimasta affascinata dal suo funzionante caos e pure io ho riprovato quella non spiacevole sensazione di vertigine urbana e disorientamento culturale vissuta 14 anni fa in Cina (a Shangai e Pechino in particolare) e 5 anni fa a Città del Mexico. Non a caso le quattro metropoli che ho nominato contano rispettivamente 18.250.000, 18.450.000, 7.500.000, 8.720.916 residenti (fonte Wikipedia), senza considerare le aree abitate satelliti. A presto. Altre foto del Cairo: qui e qui.

lunedì 1 settembre 2008

A presto

0 : commenti
Agli amici, frequentatori e turisti per caso di questo blog: trattatemelo bene in attesa del mio ritorno, tra una settimana! Un abbraccio e a presto.

sabato 30 agosto 2008

Cui prodest?

4 : commenti
Ultimamente pensando a questo blog mi dico: cui prodest?

venerdì 29 agosto 2008

Bagdad Café (1987)

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LA FANTASIA NEGLI ANNI '80 - Avevo 22 anni quando nel 1987 uscì un film che - come tanti - amai dalle prime inquadrature. Una fiaba moderna ambientata al Bagdad Café, sperduto motel per camionisti nel deserto dell'Arizona, USA. Pro: trama poetica, eleganza delle riprese, colori fotografia, attori in palla, la canzone "Calling You"... indimenticabile quanto l'intera pellicola. Contro: sconsigliato se non vi piacciono trionfi di buoni sentimenti e happy end. LA REALTÁ CAPOVOLTA NEL XXI SECOLO - I tank americani occupano i deserti dell'Iraq e la città di Bagdad. Dal 2003 e sine die. Non per prendersi un caffè, ma ben altro oro nero: l'espresso in tazzina più lo mandi giù e più ti tira su, al contrario il petrolio - coi prezzi del barile a tre cifre - più lo tiri su e più ti manda giù (su lui dai giacimenti e giù i nostri conti). Vent'anni fa Bagdad Café era una produzione europea (tedesca per la precisione) girata negli USA; nel nuovo secolo gli USA hanno coinvolto pure l'Europa nell'occupazione militare dell'Iraq. Baratterei volentieri la realtà d'oggi con quella fantasia di ieri!

giovedì 28 agosto 2008

Ricordi di Trento

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Finalmente, dopo tre mesi, riesco a scrivere della mia trasferta a Trento a cavallo tra maggio e giugno. L'occasione era data dall'esposizione alla Sala Wolkenstein della mostra Donne di Vrindavan, con le belle foto di Tamara Farnetani accompagnate dalle mie poesie. Non è un caso che dopo due brevi post scritti in quei giorni (qui e qui), da allora non abbia più parlato di Donne di Vrindavan salvo a proposito della beneficenza fatta all'associazione umanitaria indiana Guild of Service col ricavato della vendita del catalogo della mostra... a proposito, può sempre essere richiesto al Comitato Internazionale 8 Marzo seguendo le istruzioni riportate in questa pagina del loro sito (scorrendo un po' verso il basso). Ho molti cari ricordi di quei giorni a Trento. I paesaggi dolci di vigne attorno alla città. L'ospitalità squisita dei tanti parenti di Tamara: Lucio, Stephen, zii e zie. La gentilezza e il sorriso della maschera che lavorava al Teatro, mi pare si chiamasse Sara. Le parole scambiate al volo col giornalista Federico Rampini. La fantastica serata a casa di Michele, il saggio della tavola da surf, in compagna dei suoi allegri amici... abbiamo mangiato e bevuto da Dio! L'incontro "casuale" con Vittorio. La passeggiata nel bosco e l'incontro con uno scoiattolo vero al posto di quello del logo del Festival dell'Economia. Le passeggiate nelle vie del centro... C'è stata anche una nota meno lieta - di cui non voglio parlare - che mi ha comunque portato a maturare la consapevolezza di avere già fatto tutto il possibile per il successo della mostra. Finché la settimana scorsa mi sono accordato con Tamara: continuerà lei a portare questo allestimento della mostra in giro per l'Italia. C'è già un data fissata in Toscana, a Vaiano (PR) dal 27 settembre al 12 ottobre. C'è l'interesse manifestato da parte dell'Amministrazione Comunale di Venezia. Quello manifestato dai Presidi del libro Laterza della Puglia. E molte altre ipotesi che Tamara, se vorrà, potrà concretizzare. Le auguro inoltre di riuscire a portare all'estero un nuovo allestimento della mostra, con approfondimenti antropologici in lingua inglese: so che ci sono già in ballo Monaco di Baviera, New Dehli e la East Cost degli USA. Per quel che mi riguarda cerco un nuovo progetto a cui prestare la mia penna.

mercoledì 27 agosto 2008

"Un posto vi attende in prima classe"

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Ringrazio l'amica Angela per avermi inoltrato il file PowerPoint da cui ho copiato il testo che segue; probabilmente circola in internet da molto tempo.
***
Questa scena è realmente accaduta su un volo della compagnia British Airways tra Johannesburg e Londra. Una donna bianca, di circa cinquanta anni, si siede accanto ad un nero. Visibilmente turbata chiama la hostess. Hostess: Qual’è il suo problema, Signora? Donna bianca: Ma dunque non vedete? Mi avete messo accanto a un negro. Non sopporto di stare accanto a uno di questi esseri disgustosi. Datemi un altro posto, per favore!! Hostess: Calmatevi quasi tutti i posti di questo volo sono occupati. Vado a vedere se c’è un posto disponibile. L‘hostess si allontana e ritorna dopo qualche minuto... Signora, come pensavo non ci sono più posti liberi in classe economica. Ho parlato al comandante che mi ha confermato che non ci sono più posti nella classe exécutive. Tuttavia abbiamo ancora un posto in prima classe. Prima che la Signora possa fare il minimo commento, l'hostess continua: È del tutto inusuale nella nostra compagnia permettere a un passeggero di classe economica di sedersi in prima classe. Ma, viste le circostanze, il comandante pensa che sarebbe scandaloso obbligare qualcuno a sedersi accanto a una persona così ripugnante. L'hostess si gira verso il nero e gli dice: Dunque, Signore se lo desiderate, prendete il vostro bagaglio a mano poiché un posto vi attende in prima classe. Tutti gli altri passeggeri, che, scioccati, assistevano alla scena, si alzarono e applaudirono...
Cari fratelli bianchi, quando sono nato ero nero quando sono cresciuto ero nero quando vado al sole sono nero quando ho paura sono nero quando sono ammalato sono nero quando morirò sarò nero... Mentre tu, uomo bianco, quando sei nato eri rosa quando sei cresciuto eri bianco quando vai al sole sei rosso quando hai freddo sei blu quando hai paura sei verde quando sei ammalato sei giallo quando morirai sarai grigio... e dopo tutto ciò hai la faccia tosta di chiamarmi uomo di colore.
Se ti batti contro il razzismo diffondi questo testo.
***

martedì 26 agosto 2008

Bartender, please fill my glass for me

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Oggi. Tornato dal lavoro mi sono cambiato al volo, ho inforcato la bici e sono partito per un giro d'una decina di chilometri, da completare prima che tramontasse il sole. A metà esatta del percorso, i segni di un incidente appena avvenuto... una ragazza posava a terra un triangolo di segnalazione... un'auto ferma in mezzo alla strada... una moto a terra... persone che si prendevano cura di un motociclista supino sul bordo della carreggiata in attesa dell'ambulanza... Spero tanto sia tutto finito bene. Un nuovo giro di pensieri ha accompagnato quello delle ruote fino a casa... questo ne è il condensato. L'essere umano a volte è davvero sciocco. Invidia le gioie altrui senza avvedersi che per lo più sono apparenti. Si lamenta per un nonnulla dimenticando le sofferenze attorno a lui. Ricorda fin troppo bene i torti che ha subìto. Ma scorda facilmente ciò che gli è stato donato, a partire dalla vita. L'essere umano a volte dà il meglio di sé. Gli basta dedicarsi alle cose che lo appassionano per sentirsi vivo e felice. E una telefonata di una persona amica per tornare a ridere. Sopporta le traversie quotidiane, perché s'accorge che c'è sempre qualcuno che sta peggio da aiutare. Sa ricompensare chi lo ama con lo stesso zucchero. L'essere umano è fantastico. Guardate ad esempio che sonorità ti tirano fuori Dave Mathews e Tim Reynolds con due chitarre (e la voce di Dave)!
Lascio anche il testo e la traduzione dall'inglese, fatta ora al volo... Quando ascolto una canzone in lingua straniera non bado alle parole, è la musica a colpirmi. Una volta visto il testo, mi sono reso conto che era più consona al mio stato d'animo malinconico di ieri che a quello sorridente di stasera, pazienza... la canzone è bella lo stesso!
BARTENDER If I go Before I'm old Oh, brother of mine Please don't forget me if I go Bartender, please Fill my glass for me With the wine you gave Jesus that set him free After three days in the ground Oh, and if I die Before my time Oh, sweet sister of mine Please don't regret me if I die Bartender, please Fill my glass for me With the wine you gave Jesus that set him free After three days in the ground Bartender, please Fill my glass for me With the wine you gave Jesus that set him free After three days in the ground I'm on bended knees, I pray Bartender, please When I was young, I never think about it Now I can't get it out of my mind I'm on bended knees Father, please Oh, and if all this gold Should steal my soul away Oh, sweet mother of mine Please redirect me in this gold... Bartender, you see The wine that's drinking me Came from the vine that strung Judas from the Devil's tree His roots deep, deep in the ground Bartender, you see The wine that's drinking me Came from the vine that strung Judas from the Devil's tree His roots deep, deep in the ground In the Ground... I'm on bended knees Oh, Bartender, please I'm on bended knees Father, please When I was young, I never think about it Now I just wanna run and die I'm on bended knees Oh, Bartender, please Bartender, please...
BARISTA
Se me ne andassi prima di diventare vecchio oh fratello mio, per favore, non dimenticarmi se me ne vado. Barista, per favore, riempi il mio bicchiere per me con il vino che desti a Gesù, quello che lo rese libero tre giorni dopo la sepoltura. Oh, e se morissi prima del mio tempo oh mia cara sorella, per favore, non rimpiangermi se muoio. Barista, per favore, riempi il mio bicchiere per me con il vino che desti a Gesù, quello che lo rese libero tre giorni dopo la sepoltura. (2 V.) Sono in ginocchio e prego: barista, per favore... Quando ero giovane non ci avrei mai pensato adesso non riesco a levarmelo dalla mente. Sono in ginocchio: Padre, per favore... Oh, e se tutta questa ricchezza dovesse sedurre la mia anima oh mia cara madre, per favore indicami di nuovo la via in mezzo a questa ricchezza. Barista, tu capisci che il vino "che mi sta bevendo" viene dal tralcio di vite che appese Giuda all'albero del Diavolo... profonde le sue radici... profonde sottoterra. Sottoterra... Sono in ginocchio: barista, per favore... Sono in ginocchio: Padre, per favore... Quando ero giovane non ci avrei mai pensato adesso voglio solo correre e morire. Sono in ginocchio: oh barista, per favore... barista, per favore...
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