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domenica 3 luglio 2011

L'intuizione usa i versi...

8 : commenti
Perché amo la poesia. 

Per la sua sintesi. Perché come la logica usa le operazioni matematiche per quantificare ciò che è quantificabile, così l'intuizione usa i versi per distillare significato da ciò che è percepito come sensazione ed emozione.

Per la sua capacità di condensare opposti e fotografare vissuti, momenti, ricordi. 

Ho sfogliato a caso Sospensioni di gravità e mi si è aperta la pagina con questa poesia... sì mi sembra un esempio adeguato a quello che stavo dicendo.


Alterno fare

Ad un tratto ti eclissi
dissimulato il volto

.
Poi candida ritorni

Luce di bianco acciaio
mi cadi sopra il petto


All'ombra dei tuoi dubbi
arrugginisci e vieni


Così ti tengo stretta
rido e gioco:
...............il bimbo
salta a colpir la luna.


Scusate la parentesi, nella vita non si sono solo gatti (tanto più che le gatte da pelare non mancano mai!) e a furia di dedicarmi all'E-Cat sto trascurando troppo la poesia. 

Buona domenica e a domani

P.S. Avevo già portato Alterno fare nel blog in occasione dell'eclissi parziale di Luna del 21/02/08. La stessa donna descritta nei suoi versi mi ispirò anche un'altra composizione, di ben diverso genere: Se dubito non amo.

martedì 15 febbraio 2011

18. la ricetta

0 : commenti









 
Per aprire un cuore non basta
un amore sconfinato
la forza del guerriero
la pazienza delle stelle
i colori d'iride del cielo
le poesie della terra umida
l'oro perduto dei Maya
la mano di San Francesco
ventidue milioni di passi.
Per aprire un cuore serve
un po' di zucchero d'arcangelo.


Da Ventidue passi d'amore


P.S. questa poesia è d'appendice al post di ieri.

martedì 1 febbraio 2011

Sospensioni di gravità

5 : commenti
Dopo la recensione a Ventidue passi d'amore (qui) ecco sempre da Moloch981 quella al mio secondo libro...

***

Anche questo secondo libro di Daniele Passerini presenta una cornice sapientemente costruita: come Ventidue passi d'amore era incentrato sulla numerologia e sulla Cabala, così qui le poesie si dispongono secondo i cicli lunari e lo scorrere delle stagioni. E in più, ciascuna poesia riceve l'"influsso" di un particolare pianeta, come è indicato dal simbolo che la precede, il cui significato viene spiegato nella sezione "7 orbite di lettura" all'inizio del libro. Mi piace questa ricerca di corrispondenze "sotterranee" che regala ulteriori messaggi ai versi. L'autore stavolta rimane maggiormente sullo sfondo, o meglio, l'ispirazione è sempre tratta dalle proprie vicende personali, ma queste vengono narrate con minori particolari, così che l'opera ne guadagna quanto a dimensione "universale". È una poesia, quindi, che si sforza assai per fornire al lettore tutte le chiavi di interpretazione di cui ha bisogno: sembra quasi che Daniele cerchi di farci seguire passo passo tutte le sue riflessioni... Alla stringatezza delle poesie si contrappongono gli estesi passi in prosa ad apertura e chiusura del libro: è bene anzi che sia così visto che qui, a differenza che in Ventidue passi d'amore, il racconto autobiografico, come detto, è solo accennato, meno evidente, e allora il gioco dei rimandi rischiava di risultare eccessivamente intellettuale e cervellotico.

Si nota una maggiore disinvoltura di Daniele nel padroneggiare la tecnica: molto più che nell'opera precedente, l'autore "gioca" con le parole ("2/3. Giochi di regina", "2/4. Anagramàta", "7/4. Adpunto esoterico") o con la stessa struttura dei versi ("5/4. In bilico"), dando luogo a risultati divertenti e divertiti.

Uno dei temi centrali del libro è l'incontro con l'altro, da affrontare senza paura ma anzi con la consapevolezza che saprà insegnarci molto su noi stessi: in questo senso una delle mie poesie preferite è "5.1. Il coraggio della vela", che secondo me è abbastanza paradigmatica del messaggio che vuol dare l'autore:
Stella che dai la rotta, ingannami,
ch'io possa ritrovar la vera casa.
Vento che mi riempi, portami,
ovunque sia, purché con te.
Io la interpreto così: intanto, è necessario avere "coraggio" nella navigazione; "ingannami", cioè fammi seguire una rotta diversa dalla solita, da quella che mi aspetto, inesplorata, che però, alla fine, è proprio quella che mi porta alla "vera" casa, che è "con te". Analogamente, su questo tema dell'andare oltre le proprie certezze, dell'apertura improvvisa di un mondo ignoto e ricco che è tipica dell'esperienza amorosa, anche "1/1. La falena" e "7/1. Mi ami", altre due mie preferite.
In conclusione, e per giustificare il "voto" più basso rispetto all'opera precedente, una lettura che mi ha meno "toccato" personalmente ed emotivamente rispetto a Ventidue passi d'amore, ma più raffinata ed elaborata.

Daniele Passerini, Sospensioni di gravità, A&B Editrice, Roma-Acireale (2005) | voto = 3/5

Ventidue passi d'amore

0 : commenti
Moloch981 è un'amica blogger, squisita bibliofila e accanita lettrice. Tra le tante recensioni che pubblica sul suo blog, un anno fa cedette alla mia richiesta di inserire anche i miei libricini. A essere sincero mi aspettavo di essere stroncato e invece...

***

Ho riletto il libro di Daniele Passerini dopo qualche tempo e devo dire che è stata un'esperienza strana. Difatti, mi spiace ma in parecchi punti la recensione si scosterà dall'autentica critica per toccare temi un po' personali.
Intanto, la stessa opera è, per così dire, "multiforme": nella mia mente le poesie sono ormai fuse con le fotografie di Marianna Prevoli, così come le presentarono i due artisti nella mostra congiunta datata dicembre 2006, tanto che alcuni abbinamenti poesia/immagine (penso in particolare a "18. La ricetta", una delle mie preferite, e le foto delle serrature) sono ormai inscindibili. Inoltre, è lo stesso autore che suggerisce e indica il filo conduttore che lega tutte le poesie (anche se in realtà Ventidue passi d'amore contiene anche brani in prosa: una specie di Vita nuova dantesca del XXI secolo? Senti che paragoni illustri, Daniele!), e a me è sempre piaciuto molto questo schiudere la porta sull'"officina" creativa del poeta, anche se il rischio è quello di prevalicare sulla ricerca autonoma di senso del lettore: ed ecco quindi il tentativo di inserire il ciclo di componimenti in una struttura di corrispondenze e rimandi che si fonda sulle teorie numerologiche e sul calendario Maya, e che si esprime anche graficamente (azzeccata l'idea di affiancare a quella araba la numerazione Maya). Quindi, quando parlo di opera multiforme, intendo dire che l'ambizione è quella di creare un microcosmo in cui tutto, parole, immagini, struttura, è strettamente collegato al resto.

Dicevo della mia "doppia lettura", 4-5 anni fa e oggi. Nel 2005-2006 ero nel pieno, anzi, agli inizi, di un periodo di sconvolgimento emotivo senza eguali nella mia vita "precedente": una situazione caratterizzata da desiderio fortissimo, continuamente frustrato e cocciutamente inseguito. Delle poesie di Daniele mi colpivano quindi soprattutto quelle sull'innamoramento (inteso quasi come una forza ineluttabile, vedi "6. La tentazione") e sulla crisi, sul non-incontro, sul rifiuto ("15. Il pentimento", "17. I doni", "18. La ricetta"). Se Daniele ha ancora con sé il registro dei commenti dei visitatori della mostra, vedrà che, se non ricordo male, avevo cercato di esprimere come queste riflettessero il mio stato d'animo. Una lettura, quindi, personale ma, se vogliamo, "parziale", che non era pronta a farli tutti, quei 22 passi.
Quando l'ho riletta oggi, ho scoperto che dell'opera apprezzavo ancora di più le riflessioni in prosa, contenute in Introduzione, Prologo ed Epilogo, su cui forse in passato mi ero soffermata di meno. Gran parte di ciò sarà dovuto al fatto che mi sto accorgendo ultimamente che questi ultimi passi non sono poi impossibili da fare e che anzi forse permettono di arrivare in nuovi, interessanti territori. Che anche se ti sembra, ripensando a un amore finito, di non essere riuscita a comunicare nulla, o che nulla ti sia rimasto, in realtà hai dato e ricevuto qualcosa. E che soprattutto sono infinite le possibilità di ricominciare. Curioso che lo stesso libro sappia trasmettere impressioni tanto diverse se letto in momenti diversi della vita, curioso e affascinante.

Torniamo a noi. Stilisticamente, tutte le poesie sono brevissime: immagino, però, che per arrivare a quei 4, 5, 6 versi "definitivi" ci sia stato un faticosissimo lavoro di forbici. Il dono della sintesi si è accompagnato comunque alla scelta di un ritmo capace di dare respiro alla lettura, così che, anche se pochissimi, i versi sembrano "risuonare" con un'eco più vasta, si prendono il loro spazio, insomma, non so come dire, ma scorrono con la giusta lentezza e senza affastellarsi. Aiuta anche la grafica: l'immagine, il titolo sulla pagina di sinistra, isolato, la poesia a destra, suggeriscono un'immagine di ordine e stabilità.
Più "prosaicamente", poi, interessante l'appendice con le spiegazioni di teoria numerologica e gli approfondimenti (necessariamente stringati) sul sito archeologico di Palenque (Messico), luogo-simbolo di grande importanza nell'economia dell'opera.

Daniele Passerini, Ventidue passi d'amore, A&B Editrice, Roma-Acireale (2005) | voto = 4/5
Puoi acquistarlo su ilgiardinodeilibri.it o lafeltrinelli.it

mercoledì 4 agosto 2010

Scritto per te

3 : commenti
Qualche compleanno fa un caro amico mi regalò un suo racconto breve, ispirato alla mia prima raccolta sui generis di poesie. Apprezzai il pensiero e il risultato, e lo ringraziai molto, ma fui anche imbarazzato di questo dono perché mi sembrava esagerato dare tutto questo rilievo al mio libro.

Così quel file è rimasto per qualche anno sul desktop del mio iMac (ho un desktop zeppo di file e molto molto disordinato!)... stamattina mi ci è caduto sopra l'occhio, l'ho riletto... e mi è sembrato sciocco tenermelo per me.


Scritto per te

Questo incontro,
che la mia anima incanta,
apre ricordi di notti antiche
intona un canto dimenticato...


Renata stava leggendo. Renata era arrabbiata. A dire il vero non era mai stata così arrabbiata in vita sua, aveva fatto tutto quel viaggio per fare una sorpresa a Carlo, il suo ragazzo, il suo ex-ragazzo, e ora sta tornando indietro in treno. Non avrebbe dovuto trovarsi lì quel giorno, avrebbe dovuto avere i primi esami dell’università. Poi il Prof., uno che era quello che era perché vent’anni prima aveva scritto qualcosa di cui nessuno si ricordava più ma tutti dicevano fosse importantissima, si era beccato gli orecchioni, a sessant’anni suonati, da un nipotino. Molti studenti avevano sogghignato, pensando che gli orecchioni fossero la malattia ideale per un pallone gonfiato, e ringraziato il cielo che le loro gentili preghiere fossero state accolte. Gli esami erano stati rinviati. Così aveva deciso di fargli una sorpresa e di venire a trovare lui che era il più bel ragazzo sulla terra, senza dirgli nulla prima, il giorno del suo compleanno. Lo aveva trovato che stava festeggiando con la sua ex migliore amica. E pensare che si erano conosciuti grazie a lei! Spumante di rabbia e dolore era tornata in stazione e si era ficcata nel primo treno che la riportasse indietro. Per puro caso aveva trovato un posto a sedere nella prima carrozza e quando il tizio che le stava di fronte si era svegliato di soprassalto ed aveva afferrato in tutta fretta la sua roba dal portapacchi per scendere, quel libretto, per fortuna leggero, le era piovuto sulla testa. Non aveva avuto il tempo di ridarlo al suo padrone e le era rimasto fra le mani. Renata amava i libri, li aveva sempre amati e non aveva potuto far a meno di aprire quel piccolo opuscolo. Una frase l’aveva colpita subito, facendole venire il dubbio che forse proprio il destino, aveva fatto arrivare quello scritto fino a lei.

C’è sempre la possibilità di vedere un ‘mondo nuovo’ anche dopo un dolore...

nessuno ha il potere di renderci felici o infelici:siamo noi stessi responsabili della nostra felicità.

Renata era incredula. Non riusciva a pensare altro che alla sua rabbia e al suo dolore. Non riusciva a vedere altro che il volto di lui, un moro dagli occhi azzurri, baciato da quella... quella... QUELLA! Ecco! Come poteva, come osava, l'autore di quei versi dire che la felicità, la sua felicità, o meglio la sua infelicità dipendesse da lei stessa. Che sfacciato! Eppure sembrava che il libro l'avesse scritto dopo un brutto momento. Già. Ma in fondo, anche lui è un uomo e gli uomini sono tutti uguali. O no? Beh, Carlo le era sembrato diverso dagli altri all'inizio... ma non scriveva mica poesie. Anzi, a dire il vero, sul piano romantico era piuttosto scarso. Questo qui invece per un'amore perduto s'era messo a scrivere versi. E anche belli, di quelli che vanno letti pian piano, una parola per volta perché ti fanno venir fuori pensieri che senza loro non avresti mai pensato. E se, dopo tutto, avesse ragione il poeta? Dopo tutto, in fondo in fondo, lo aveva sempre saputo bene com'era il Carlo. Gli aveva fatto la corte perché era un bel pezzo di ragazzo e non era imbranato come tutti gli altri, e poi così aveva avuto la soddisfazione di toglierlo a quella smorfiosa della Clarissa, che si credeva le più bella del reame...
Ma lo aveva amato veramente il Carlo? O ci si era messa insieme per gioco e per sfida? Che illusione l'idea di poter esser quella che se lo tiene sempre per se ! Sfida, Illusione, e adesso?
Mamma mia che male di stomaco e senso di vuoto!

...il vero viaggio
accadde dentro,
a riabbracciar noi stessi.


Ma che dice questo qui? E chi l'avrebbe mai riabbracciata? Il viaggio se lo stava facendo su un treno affollato e puzzolente ecco dove lo stava facendo!
La rabbia di Renata stava lentamente trasformandosi in sconforto, tristezza e confusione. Si trovava ad essere in uno stato d'animo assurdo come quello di una bimba che, rimproverata dai genitori non volesse dar loro ragione a nessun costo. Anche di fronte all'evidenza, anche se capiva di essere dalla parte del torto, non voleva cedere. Era come se il libro, le parole, i versi ed anche gli spazi bianchi tra le righe la stessero amorevolmente rimproverando, mostrandole una verità che non voleva vedere ma che era di fronte a lei. Eppure, forse proprio per questo, sentiva che non poteva smettere di leggere come se il libro avesse preso il controllo di lei e la spingesse ad arrivare in fondo.

Così siamo partiti:
sprovveduti come fanciulli

tanto incoscienti
da esser quasi saggi.


Renata aveva la sensazione di essere in movimento e non erano gli scossoni del treno.
Che confusione nella testa ! Rivedeva se stessa mentre per inseguire il Carlo, rifiutava la corte di tutti gli altri "imbranati".
Ma che aveva inseguito? Che aveva voluto? Che aveva visto?... Ah... il fascino del "Bel Tenebroso!". Nel libro ora Renata vedeva se stessa, sciocca ragazzina che insegue il lupo mannaro e capiva che tutto quello che aveva pensato di Carlo, tutto quello che aveva visto in lui non erano altro che fantasie, sogli, illusioni, allucinazioni. Ora lo vedeva meglio il Carlo, bel ragazzotto viziato vestito bene con soldi non suoi. E ora vedeva meglio anche se stessa e la sua ingenuità.

Nei tuoi occhi trovo dipinte vive
le stagioni dell’anima mia...


Quanto avrebbe voluto che il Carlo le avesse detto una frase così!
Ma quello manco sapeva dove stava di casa l’anima. Era troppo occupato dai suoi vestiti, dalla sua moto, dall’apparire un vincitore di fronte agli amici, tutti come lui, per occuparsi di qualcosa di futile e invisibile come l’anima e la poesia. E chi non conosce né anima né poesia, non può essere capace di amare.

Tra desiderio e aspettativa
il rischio è sottile.

Tra il cuore e la ragione
la vittoria è sempre inutile.

Tra un’amore e l’altro
fingiamo che la felicità
dipenda da chi amiamo.


Inutile! Certo che era inutile e se è inutile la vittoria è inutile anche la battaglia. “Inutile cercarsi un uomo tanto sono tutti così! Sarò felice lo stesso da sola! Meglio Sole che Male Accompagnate! Ecco!” pensò. Ma non ebbe il tempo di crogiolarsi con quel pensiero.
“Bau!” L’abbaiare di un cane la fece trasalire. ”Il posto è mio non vede che è prenotato.“. Di fronte a lei stava una vecchia cicciona occhialuta, con un trucco così pesante che avrebbero potuto intonacarci un muro cadente, una infinità di anelli sulle dita grassoccie, un taillor fuori moda evidentemente allargato, ed assurdi collant rossi, che l’avrebbero resa visibile anche in caso di nebbia, infilati su di un paio di scarpe lise e stanche di dover sopportare tanto peso. Sotto braccio aveva un cagnolino dalla faccia odiosa che sottolineava abbaiando le frasi della padrona. ”Ma certo che non l’ha visto. (bau) Voi ragazze moderne non fate mai attenzione, avete la testa fra le nuvole (bau). La vostra unica aspirazione è diventare veline senza cervello. Scatolette vuote. (bau) Mica volete studiare. Tuttalpiù vi mettete a leggere qualche poesia d’amore per riempirvi la testa. (bau)”
Renata si alzò senza parlare. Inutile mettersi a discutere. Teneva il libro ben stretto fra le mani per essere sicura di non perderlo. Era il suo unico compagno di viaggio e cominciava a volergli bene. “Mi scusi signora.” disse allontanandosi. “Signorina! Prego (bau)!” risposero i due con tono piccato.
La tristezza di Renata si fece ancor più cupa. Così sarebbe diventata! Senza un compagno! Così, una vecchia zitella pazza e inacidita. Così, una persona arida e arrabbiata col mondo. La cosa più triste per Renata era che era sicura che al fondo di tanta rabbia e acidità vi era un antico dolore, una ferita aperta e sanguinate che col passare degli anni s’era incancrenita. Magari in un giorno lontano quella donna era stata come lei.
Con questi pensieri nella testa, Renata stava camminando risalendo il lungo il treno affollato. Avrebbe voluto sedersi ma il treno sembrava stracolmo di gente. Nessuno sembrava badare a lei e al suo dolore. Si sentiva sola anche se era in mezzo ad una folla ed anzi, la folla sottolineava ancor più la sua solitudine.
Entrando nell’ultimo vagone Renata vide se stessa riflessa nello specchio accanto alla cartina con la rete ferroviaria italiana. Che disastro! Tutta sudata, coi capelli mosci e ora che ci guardava era anche ingrassata! Dentro quel vestito aderente le sembrava di essere una salsiccia. E chi avrebbe mai guardato una ragazza simile! In piedi, sballottata dal treno, tornò a guardare il libro:

Ti ho portata con me a vedere l’alba,
gnomi e fate mi chiedono dove sei,

gli rispondo, sei qui nel mio cuore.

Hanno capito, si sono fatti attenti.

La poesia! La poesia le dava conforto! La poesia stava portando Renata indietro nel tempo. Si sentiva come una bambina. Le venivano in mente le fiabe che le raccontava sua madre. Quanto avrebbe voluto tornare piccola! E rifugiarsi nel cuore di sua madre! Sentire quel calore, e quelle carezze! Ora invece cercava di rifugiarsi in quel piccolo libro, come se le pagine e i segni danzanti le avessero costruito un nido.
Era ormai arrivata agli ultimi versi. Si ricordò improvvisamente che il maestro delle elementari, a cui aveva voluto un gran bene, diceva sempre che per apprezzarle le poesie vanno lette a voce alta. "Una poesia è come una musica, ragazzi. È meglio sentire una musica che vedere uno spartito ed è meglio declamare, recitare leggere ad alta voce e far vivere una poesia piuttosto che farla dormire nel silenzio." E così, sicura di non essere ascoltata da nessuno in mezzo alla confusione assordante del treno, tenendo il libro con una mano, Renata lesse:

"A furia d’abbracciarti in sogno / consumerò il firmamento."

“Allora non farmi spegnere la notte: / cadi qui vicino a me, stellina cara.”

Le rispose una voce.

Renata ebbe un sussulto e, anche se non lo ammise mai, divenne rossa in viso. Alzò gli occhi. Di fronte a lei c’era un ragazzo. Le mani, che stringevano lo stesso libro di Renata, non sembravano male. Ma la barbetta, i capelli castani, e il vestito erano una pena ed era pure diventato rosso, lui. Magari però rimettendolo a posto e rivestendolo, forse poteva essere anche passabile.
Anche lui aveva sobbalzato sulla sedia e aveva alzato gli occhi dal libro. La barba incolta, con cui
cercava di darsi un contegno da Uomo, non poteva nascondere il suo rossore. Di fronte a lui, in piedi, vide una ragazza niente male. Di quelle che di solito sono degli altri. La fronte sudata e i capelli grondanti di caldo la facevano apparire come una sirena appena uscita dall’acqua. E le curve, che l’abito aderente sottolineava, lo affascinavano. Con una ragazza così non aveva sicuramente niente da perdere. Tanto, lo sapeva benissimo di non essere bello, quindi trovò il coraggio di parlare per primo:

"Ciao, anche tu appassionata di poesia ?" "Mi piacciono i libri..."
"Scusa, non volevo ma sai stavo proprio leggendo... ma guarda che caso... e mi è venuto spontaneo proseguire."
"Non hai niente da scusarti, hai ragione è proprio un caso...."
"Ma sei in piedi ! Se vuoi tolgo la mia roba, un sacco di altri libri e così ti puoi sedere... Cioè, non so... sempre che non ti disturbi."

Renata pensò che ridotta com’era nessun ragazzo ci avrebbe mai provato. E così accettò.

"Grazie, che libri hai? Studi anche tu?"
"Mi piacerebbe studiare ufficialmente, ma sai, beh, non ce la passiamo benissimo, neanche male se è per questo ma non voglio pesare sui miei e così li aiuto. Abbiamo una piccola casa editrice in perdita e una libreria antiquaria. Praticamente vivo immerso nei libri e allora studio in modo non ufficiale, ma si impara un sacco di roba lo stesso e..."

"Bellissimo!”

“Eh?”

“Quello che fai ! È bellissimo!”

“Ah.”

“Ma scusa non ci siamo presentati. Io mi chiamo Renata e tu ?"

"Se mi prometti che non ti metti a ridere te lo dico..."

"Promesso... ma perché dovrei ridere ?"

"Perché la famiglia di mio nonno era comunista convinta e non sopportava i nomi dei santi, la sorella di mio nonno l'avevano chiamata Dinamite, ma si faceva chiamare Dina. Io mi chiamo come mio nonno, Antares."

Renata sorrise, per la prima volta in tutto quel viaggio,
"Uh... eh. No, non sto ridendo... eh... ma non è anche il nome di una stella?"

"Sì, sei una delle poco che lo sanno, una gigante rossa per la precisione."

"Beh, a dire il vero sei tutto rosso anche tu!"

Antares rise - "Non riesco proprio a darmi un contegno eh? Ho la sensazione che in questo mondo meccanizzati ci vergognamo un po' di leggere poesie. Ma in fondo", proseguì ammiccando e abbassando la voce, "siamo i migliori ! Magari dovremmo organizzarci in una associazione segreta come in Fahrenheit 451 di Bradbury, l'hai letto?"

"Sì ! E uno dei pochi romanzi di fantascienza che sopporto!"
E così continuarono a parlare. Lui era spontaneo perché "Figurati se una ragazza così bella mi guarda!
Ma almeno mi parla, è una delle poche a cui interessano i libri.", lei perché "Sono un totale disastro, figurati se ci prova... (in fondo non è male e non sembra nemmeno stupido.)"
E, a forza di parlare, il treno stava lentamente terminando il suo viaggio, mentre Renata e Antares, anche se ancora non lo sapevano, avevano appena iniziato il loro. Anni dopo ripensandoci dissero che quel libro era stato proprio un puntuale aiuto dal Cielo.

racconto di Giuseppe Levi

Basato sull’opera poetica Ventidue passi d’amore
di Daniele Passerini (2005, A&B Editrice / Bonanno Editore)

giovedì 1 luglio 2010

Donne di Vrindavan ad Arezzo dal 6 al 26 luglio

0 : commenti
Ho saputo pochi giorni fa da Tamara Farnetani, la brava fotografa della mostra Donne di Vrindavan, che tra pochi giorni quest'ultima verrà nuovamente allestita nel centro di Arezzo.
Si tratta dell'allestimento già utilizzato nel 2008, in occasione delle prime esposizioni fatte a Perugia, Assisi, Spoleto, Trento, Vaiano (PR), arricchito da nuovi approfondimenti di Angela Rossi e Angelo Fanelli, sempre con le liriche che scrissi allora ad accompagnare le intense e suggestive foto di Tamara. Non annoierò i frequentatori più assidui di questo blog raccontando per l'ennesima volta la storia che Donne di Vrindavan racconta e contribuisce a diffondere - quella delle vedove indiane - né la storia della mostra medesima, dalla prima idea di Tamara alla realizzazione cui partecipai. Chi vuole saperne di più può consultare il blog della mostra (donnedivrindavan.blogspot.com), per un resoconto più giornalistico, e i post a essa dedicati in Ventidue passi d'amore e dintorni (con etichetta argomento: "Donne di Vrindavan" 2008) per un resoconto meno formale. In conclusione, chi è curioso di immergersi per la prima volta in Donne di Vrindavan, o desidera rivederla, potrà visitarla ad Arezzo dal 6 al 26 luglio 2010, in orario 21.30-24.00, presso il Circolo Aurora (ARCI) in Piazza S. Agostino. Se non volete perdervi il vernissage, appuntamento a martedì 6 luglio, ore 22.

lunedì 5 aprile 2010

Goliarda l'è lieta

8 : commenti
Poco fa, un po' immalinconito per aver dovuto lasciare mia figlia, volevo pensare ad altro. Così mi sono messo a giocare con le lettere dei titoli dei miei libri (e non solo di quelli), per anagrammarne fuori altre frasi e portare alla luce significati sommersi nell'inconscio. Non volevo perderci più di una mezz'oretta, così mi sono fermato ai primi anagrammi venuti in mente, o meglio, saltati all'occhio, visto che amo utilizzare le tessere dello Scarabeo, apparecchiate a letto o sul tappeto (il tavolo invece m'ispira poco).

Sospensioni di gravità [Giri di vita non sospesa.] [Noi, spesso, grani di vita.] [S'ingrassò pieno di vita.] [Sognò neri passi di vita.] 


Ventidue passi d'amore [Spersi due vite amando.] [Tu sedevi amando serpi.] E d'un tratto mi accorgo per la prima volta (!) che in entrambi i titoli sono presenti le lettere del mio cognome... diavolo di un inconscio, quanto la sa lunga! Dunque quando scelsi quei titoli, mi "suonarono bene" anche per questo.


Ecco così che da Sospensioni di gravità vengono fuori (per esempio) [Passerini: sogno di vita.] (quello sempre!) [Passerini: so d'ogni vita.] (è vero, credo che le anime si reincarnino di vita in vita) e da Ventidue passi d'amore [Passerini: me, dote d'uva.] (considerato che abito in Via dell'Uva non è tanto balzano) [Passerini: tu dove da me?] (suona come un'invocazione... alla mia anima gemella!) 


 A questo punto l'occhio mi cade su una mensola di fronte a me, alla copertina di un libro che ho messo in bella vista, L'arte della gioia di Goliarda Sapienza... ma vuoi vedere che... eh sì: [Goliarda l'è lieta] [Goliarda, tal è lei] E chi ha letto questo libro e sa qualcosa di cosa abbia rappresentato per la autrice, può ben comprendere quanto questi due anagrammi siano pertinenti. Mi piace questo nuovo gioco!

lunedì 8 marzo 2010

Buon 8 marzo

7 : commenti
 

Le loro piante incedono
sulle grige vie del mondo
incorrotte le radici  
consumata la corteccia;  
intingono i rami al cielo  
a recarci giù l'aurora
e donano vita all'uomo  
quanto le foglie all'albero.  

Daniele Passerini, dal catalogo della mostra fotografica Donne di Vrindavan (2008)

martedì 4 agosto 2009

Acqua e Terra

0 : commenti
L'onda bacia la sua sponda e la sabbia gode il mare, così si ama per vivere si vive per amare. Siamo giunte come valve, anime, in acqua e terra. Gemelle dall'origine a ritornare perla.
Daniele Passerini
A&B Editrice (2006)

venerdì 31 luglio 2009

A volte ritornano...

1 : commenti
Una piccola sorpresa! COMUNICATO STAMPA Torna in Umbria dopo il successo ottenuto nel 2008 a Perugia, Assisi e Spoleto, la mostra fotografica itinerante "Donne di Vrindavan", con foto di Tamara Fametani e poesie di Daniele Passerini. In India Vrindavan è meta di pellegrinaggio dei devoti a Krishna ed è nota come la "città delle vedove". L'esposizione racconta la difficile condizione delle vedove indiane attraverso una quarantina di straordinarie fotografie accompagnate da altrettante liriche. "Le donne che ho ritratto - spiega la Farnetani - sono nella maggior parte dei casi vedove che, dopo la morte del loro sposo, dedicano la loro vita a Krishna. Si ritirano dalla vita mondana spogliandosi da ogni forma di materialismo per pregare e raggiungere la Moksh (la liberazione dalla ruota continua delle rinascite). Lo fanno a volte volontariamente ma più spesso costrette, infatti nella società indù tradizionale una donna rimasta senza marito non ha più nessun ruolo sociale". La mostra è visitabile a Corciano (PG), in occasione del Corciano Festival, dal 2 al 9 agosto presso lo spazio Agosto Cinema di Gabriele Anastasio. Per informazioni: 393 8130260.

sabato 4 aprile 2009

Febbre di ricordi

5 : commenti
Arianna ha la febbre, poche lineette, quanto basta a stenderla. Stamattina poco prima delle 10 mi ha telefonato da scuola per dirmi che non si sentiva bene, così ho abbandonato in fretta e furia la riunione di lavoro a cui partecipavo ad Assisi e sono tornato di corsa a Perugia. Niente gara di atletica oggi pomeriggio a Spoleto, in forse l'invito a pranzo da amici per domani, si prospetta un weekend a casa. Abbiamo visto Wall-E e abbiamo pianto un po' (non prendetemi in giro, le storie d'amore mi commuovono sempre). Arianna, incassata una bella dose di coccole, ora sonnecchia. Io ho bisogno di mettere per iscritto pensieri ed emozioni... Questi giorni - ed è insolito per me - sono invaso dai ricordi. Penso sia la conseguenza d'un bel guaio d'un tormento che mi vivo 'sto periodo.
Agosto 2003, sono in vacanza in Sardegna con mia figlia. Sto guidando da Cagliari a Siniscola, lei dorme sul sedile reclinato. È passato un anno da quando mia moglie mi ha lasciato. Sostituito in quattro e quattr'otto dopo 11 anni di convivenza (4) e matrimonio (7) dal suo nuovo "fidanzato", così Daniela aveva presentato a nostra figlia l'uomo di cui, ricambiata, s'era follemente innamorata. Pochi giorni dopo la presentazione della domanda di separazione in tribunale, avevo incontrato Lory, ci eravamo piaciuti e messi insieme dopo essere usciti insieme un paio di volte. Più giovane e più bella di Daniela, più simile a me di carattere: mi era sembrato un miracolo, quasi troppo bello per essere vero. Ne era nato un rapporto intenso e tormentato, c'eravamo innamorati, eravamo molto presi l'uno dall'altro, c'era passione, un bel sesso, moltissimi interessi comuni. Ma lei era molto gelosa della mia ex moglie, questo stava all'origine della maggior parte delle nostre discussioni e seminava un filo di veleno nel nostro rapporto. Sì è vero, all'inizio non era stato facile per lei: mi ero separato ancora innamorato, ma proprio Daniela, col suo comportamento, in maniera molto dolorosa ma efficace, era riuscita a farmi disinnamorare rapidamente: non era passata nemmeno una settimana da quando avevo lasciato la casa che Ari mi aveva detto che il nuovo fidanzato della mamma dormiva al posto mio nel letto con la mamma! Lory a volte sembrava sentirsi come in trappola, succube dell'incubo ricorrente d'essere abbandonata da chi amava, più preoccupata che felice di essere innamorata di me: "Ti amo anche se sei separato e hai una figlia," mi diceva spesso, in perfetta buona fede, per dimostrarmi quanto mi amasse. Una frase che a me invece faceva male, e le spiegavo perché. Comunque il nostro rapporto, tra alti e bassi, era cresciuto, aveva superato le inevitabili difficoltà (e i pregiudizi dei suoi genitori), era andato consolidandosi; lei finalmente s'era decisa a trasferirsi da me a settembre. La convivenza era un passo verso scelte ancora più importanti a cui, io 38, lei 35 anni, pensavamo insieme. Quel giorno in auto ripercorrevo tra me e me le tappe della storia con Lory, ormai non avevo dubbi di amarla in modo pieno e senza remore. Era la donna con cui adesso sentivo forte il desiderio di costruire una nuova famiglia: io, lei, Arianna e sicuramente un nuovo figlio. Cose che ci eravamo detti, che ero pronto a realizzare, che mi riempivano il cuore di gioia mentre la strada correva sotto le ruote. Ero rimasto un po' male che non fosse voluta venire in vacanza con noi due, ma non se l'era sentita: l'idea di incontrare i miei parenti le era parsa prematura e aveva preferito farsi l'ultima vacanza con le amiche. Ci sentivamo spesso al telefono e ci scambiavamo tantissimi sms. Con una mano guidavo, con l'altra le scrissi questo (più o meno, come lo ricordo): "Ciao amore, siamo partiti, saremo da mio zio tra un paio d'ore, Arianna è qui accanto ke dorme. Volevo solo dirti ke stavo pensando a quanto t amo e ke è solo cn te ke vorrei passare il resto della mia vita. T amo." Pochi minuti dopo in risposta mi arrivò il seguente sms (anche questo, come lo ricordo): "..t 6 sbagliato..quel messaggio era certamente per la mamma di Arianna nn certo x me..io così nn ce la faccio a reggere..tu continui a pensare + alla tua ex ke a me..6 sempre il solito..". Provai a chiamarla, il telefono squillava sempre a vuoto, poi lo staccò del tutto. Le mandai sms spiegandole che s'era sbagliata, e di brutto. In tarda serata mi scrisse che era arrabbiatissima, che doveva farsela passare e che per un po' non voleva parlarmi. Si negò al telefono per un paio di giorni se ricordo bene. Ero a metà delle vacanze, ma per me finirono lì, mi sforzavo di non piangere in presenza di Arianna... nel modo più brutale possibile, avevo compreso che la donna che amavo non si fidava di me dopo un anno di vita da coppia regolare. Fu un brutto colpo. Cercai di essere oggettivo, di enfatizzare, come avevo spesso fatto le sue ragioni e sminuire le mie, ma di fatto quella sua reazione spropositata aveva aperto dentro di me una crepa destinata ad allargarsi... Tre mesi dopo incontrai per caso Anna: mi colpì, evitai di chiamarla per un mese, ma alla fine, considerato che la convivenza con Lory si stava dimostrando un disastro (mi ritrovavo un'ospite in casa, non una compagna!) volli rivederla. Quando Anna mi chiese - e mi sembrò di vivere dentro un film - se volevo andare con lei in Messico a Palenque, cinque giorni dopo scelsi di buttare Lory fuori di casa e fare la "pazzia" di quel viaggio. Anche se Anna si rivelò presto una donna totalmente inaffidabile, non mi sono mai pentito di quella decisione: un paio d'anni più tardi ne nacque Ventidue passi d'amore, un libro per il quale, pure se personalmente lo considero inferiore a Sospensioni di gravità, continuo a ricevere bellissimi feedback da molti dei suoi lettori. Lory non mi ha voluto più parlare, non la biasimo.

martedì 24 marzo 2009

Io ci provo...

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Gentile EdiCart, mi chiamo Daniele Passerini, sono un funzionario del Comune di Assisi assegnato all'Ufficio Piano di Zona Sociale dell'Ambito Territoriale 3 dell'Umbria (Assisi, Bastia, Umbra, Bettona, Cannara, Valfabbrica); lavoro nel campo dei Servizi e delle Politiche Sociali da quasi vent'anni. Dal 2005 ho cominciato a dedicarmi nel tempo libero ad alcune iniziative artistiche. Ho pubblicato due libri di poesia e prosa: http://www.ilgiardinodeilibri.it/autori/_daniele_passerini.php Ho organizzato una mostra fotografica itinerante: http://donnedivrindavan.blogspot.com/ All'inizio del 2009 ho invece registrato il marchio ionoi-iovoi con l'intento di renderlo utilizzabile in campagne di pubblicità sociale e promuovere iniziative di sviluppo sostenibile impedendone al contempo un impiego meramente commerciale, come meglio spiegato nella bozza di brochure allegata alla presente Un paio di settimane fa, una persona venuta a conoscenza del mio progetto mi ha mostrato il Vostro bellissimo libro IONOI - VOCI DI AMORE E UMANITA' e ho scoperto in esso i medesimi principi di base che mi hanno spinto a registrare il marchio ionoi-iovoi, collegati alla filosofia "Ubuntu" che non conoscevo. Ho pubblicato una piccola recensione del Vostro libro sul mio blog (ben posizionato su Google) invitando i visitatori ad acquistarlo: http://22passi.blogspot.com/2009/03/ubuntu-ionoi.html Considerato che il progetto ionoi-iovoi di cui alla brochure non ha fini di lucro, ma anzi si pone nello stessa "visione" promossa dal Vostro libro, Vi chiedo l'autorizzazione a potere utilizzare gratuitamente un'immagine tratta da quest'ultimo. 

 Mi sono già permesso di pubblicare a titolo di prova la foto in questione sul sito di ionoi-iovoi (ho allegato il "banner") con il seguente testo:  

LA FOTO ACCOSTATA AL MARCHIO - La fotografia di Joe Raddle/Getty Images accostata a ionoi-iovoi ® - utilizzata soltanto per esemplificare la mission etica del marchio e senza alcun fine commerciale - è tratta da "ioNoi, voci di amore e umanità, Introduzione di Desmond Tutu, a cura di Geoff Blackwell. "Un grande progetto fotografico (...): immagini d'amore, bontà, tolleranza, speranza e compassione, catturate dai migliori fotografi del pianeta" (EdiCart, Legnano (MI), 2007, libro fotografico - 200 pp. - 25x29x2,5cm - 39,00€) che s'invita ad acquistare, non solo perché si tratta di un'opera eccezionale, ma anche perché i diritti d'autore derivanti dalla vendita, sono devoluti alle istituzioni caritatevoli indicate dall'Arcivescovo Desmond Tutu. 

Al momento la menzione si conclude con: La foto sarà immediatamente rimossa qualora richiesto da chi ne detiene lo sfruttamento. Naturalmente questo testo è solo una mia proposta: potete modificarlo come ritenete più opportuno. Il link di ionoi-iovoi è: http://ionoi-iovoi.blogspot.com/ A titolo di ringraziamento per la concessione dell'autorizzazione richiesta, inserirei molto volentieri, non solo su questo ma su tutti i siti su cui pubblico, menzione alla Vostra disponibilità, banner pubblicitari, link, testi e quant'altro mi indichiate. Confidando nella Vostra sensibilità, resto in attesa di una cortese risposta. 

Cordiali saluti 
Daniele Passerini
(E-mail spedita a info@edicart.it il 24 marzo 2009 alle 21:23:32)

lunedì 23 marzo 2009

La brutta bestia dell'integralismo

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Poco fa ho ascoltato per caso un'intervista (credo al TG1) in cui Gianfranco Fini stigmatizzava gli scontri di civiltà che nascono quando un popolo o un credo religioso si ritengono superiori a quelli confinanti. Fini ha correttamente definito integralista chiunque ritenga la propria civiltà/cultura/religione superiore a quelle altrui, e proprio tale integralismo semina odio e violenza nel mondo.
Bravo Fini, pur non avendo mai votato a destra in vita mia, apprezzo il buon senso qualsiasi vento lo porti. Tutto ciò è molto ubuntu e ionoi. A questo punto non mi sento più estremista a pensare che i catechisti che insegnano a mia figlia che la religione cattolica (il cristianesimo vero è ben altra cosa!) è superiore alle altre siano integralisti con la A maiuscola. Del resto lo spettacolo offerto da quei cattolici scesi in piazza in occasione del martirio mediatico di Eluana e della sua famiglia è stato più talebano che italiano.

Per leggere meglio la striscia dei Peanuts ingranditela cliccandoci sopra

sabato 14 marzo 2009

Omaggio a una persona speciale

13 : commenti
Ieri pomeriggio, a un tavolino di uno dei pochi bar "storici" rimasti a Perugia, ho avuto occasione di parlare vis a vis per una trentina di minuti con una persona speciale (nella foto insieme a mia figlia). Speciale perché i commenti che firma sono sempre pieni di intelligenza, umanità e buon senso; perché è molto "ubuntu"; perché posso testimoniare che è uno di quei personaggi che resta accessibile e disponibile anche dopo la notorietà; altri, molto meno famosi, si sono comportati diversamente con me, e non vado oltre l'eufemismo! Ho già avuto modo di ringraziarlo su questo blog per la promozione fatta nel 2008 alla mostra Donne di Vrindavan quando fu esposta a Spoleto, nonché per gli apprezzamenti tributatomi per gli scritti che gli ho dato da leggere. Ne ometto volutamente il nome per evitare che google indirizzi su questa pagina chi cerca notizie su di lui (Ventidue passi d'amore e dintorni sì è ormai guadagnato un ottimo livello di indicizzazione): ho scritto questo post solo per sottolineare che anche di persona è la bella anima che appare in televisione.

ionoi = ubuntu !

6 : commenti
Quando ieri sera la mia nuova amica Elisa mi ha mostrato questo libro e il suo titolo così familiare, beh è stato un bel colpo! Ne ignoravo l'esistenza, tanto più ignoravo l'esistenza del termine ubuntu che distingue la collana in cui è stato pubblicato: un fantastico concetto di origine africana che pure io avevo riassunto in ionoi, ma come frutto di una riflessione del tutto personale. Una piccola ferita narcisistica, superata subito dall'orgoglio e dalla consapevolezza di avere attinto, inconsciamente, a una immensa antica sorgente.
ionoi
Voci di amore e umanità
Introduzione di Desmond Tutu  
A cura di Geoff Blackwell
EdiCart, Legnano (MI), 2007 libro fotografico - 200 pp. - 25x29x2,5cm - 39,00€  

"Un grande progetto fotografico che fornisce un contributo eccezionale alla collana Ubuntu, mostrando immagini d'amore, bontà, tolleranza, speranza e compassione, catturate dai migliori fotografi del pianeta."

N.B. I diritti d'autore derivanti dalla vendita di questo straordinario libro fotografico, sono devoluti alle istituzioni caritatevoli indicate dall'Arcivescovo Desmond Tutu, che è autore della seguente introduzione all'opera:
Secondo la cultura e le tradizioni della mia terra, la lode più grande che si possa fare a qualcuno è "Yu, u nobuntu", che significa riconoscere che quella persona possiede davvero questa meravigliosa qualità: ubuntu. Essa fa riferimento alle sue azioni nei confronti degli altri esseri umani, ha a che fare con il modo in cui quella persona considera gli altri e come vede se stessa all'interno delle sue relazioni più intime, le relazioni familiari, e all'interno della comunità nel senso più allargato. Ubuntu rimanda a un principio fondamentale della filosofia africana: l'essenza di cosa significhi essere "umani". La definizione di questo concetto consta di due parti. La prima significa che la persona è gentile, ospitale, generosa, affettuosa, premurosa e compassionevole. In altri termini, qualcuno che userà le proprie energie in favore degli altri - i deboli, i poveri e gli infermi - e che non s'approfitterà di nessuno. Questa persona tratta gli altri così come vorrebbe essere trattata e, proprio per questo, esprime anche la seconda parte del concetto, che riguarda la sua apertura, la sua magnanimità. Condivide il suo valore e, comportandosi in questo modo, riconosce la mia umanità, che diventa indissolubilmente legata alla sua. Le persone con ubuntu sono affabili e disponibili, il loro atteggiamento è amichevole e bendisposto, non si sentono minacciate dalla bontà degli altri, perché la loro autostima e il loro valore derivano dalla consapevolezza di appartenere a un insieme più grande di loro. Riformulando l'espressione cartesiana "Penso dunque sono", ubuntu direbbe: "Sono umano perché ne faccio parte". In altre parole: "Una persona è una persona grazie ad altre persone". Nessuno viene al mondo già completamente formato. Non sapremmo come fare a pensare o a camminare, a parlare o a comportarci, se non lo imparassimo da altri esseri umani. Abbiamo bisogno di altri esseri umani per essere umani. Un essere umano solitario e isolato è una contraddizione in termini . Poiché abbiamo bisogno l'uno dell'altro, è nostra inclinazione naturale essere collaborativi e aiutarci. Se non fosse cosi, la nostra specie si sarebbe estinta già da molto tempo, divorata dalla nostra stessa violenza e ostilità. Ma non è successo. Siamo andati avanti, nonostante il male e le guerre, che hanno seminato così tanta sofferenza e miseria nel corso dei secoli. Siamo andati avanti, perché ci sforziamo di raggiungere l'armonia e la comunione, e una comunione non solo tra i vivi, ma che onori anche i nostri antenati. Questo legame con il passato ci dà una sensazione di continuità: la sensazione d'aver creato, e di continuare a creare, società destinate al bene più grande, e di cercare sempre di superare qualsiasi cosa sovverta i nostri propositi. Le nostre guerre finiscono, e noi cerchiamo sempre di guarire. E, tuttavia, rabbia, risentimento, desiderio di vendetta, avidità e persino l'aggressiva competitività che governa così tanta del nostro mondo contemporaneo, intaccano e mettono a repentaglio la nostra armonia. Ubuntu fa capire che coloro che cercano di distruggere e disumanizzare, sono loro stessi delle vittime. Vittime, di solito, di un costume dilagante, che si tratti di un'ideologia politica, di un sistema economico, o di una convinzione religiosa distorta. E, di conseguenza, sono disumanizzati esattamente quanto coloro che essi stessi calpestano. Mai questo fu più evidente che durante gli anni dell'apartheid in Sudafrica. Tutta l'umanità è interconnessa. Dunque, l'umanità di coloro che hanno perpetrato i crimini dell'apartheid era inesorabilmente legata a quella delle loro vittime. Ogni qualvolta hanno disumanizzato un altro, infliggendogli dolore e sofferenza, essi hanno disumanizzato se stessi. E, in effetti, all'epoca dissi che gli oppressori erano disumanizzati tanto quanto, se non ancor di più, gli oppressi. In che altro modo potreste interpretare le parole del Ministro della Pubblica Sicurezza, Jimmy Kruger, quando venne a sapere della morte del leader di Coscienza nera, Steve Biko, in prigione. Di quell'assassinio, esito delle torture inflitte al prigioniero, Kruger disse: "Mi lascia del tutto indifferente". Non potrete non chiedervi che cosa sia successo all'umanità - l'ubuntu - di qualcuno che abbia potuto esprimersi in modo tanto insensibile sulla sofferenza e la morte di un altro essere umano. E fu altrettanto chiaro che guarire da questa situazione avrebbe richiesto magnanimità da parte delle vittime, se doveva esserci un futuro. Sapevo che la fine dell'apartheid avrebbe messo ubuntu alla prova. E, tuttavia, non ho mai dubitato del suo potere riconciliatorio. In effetti, ho spesso richiamato le parole di un uomo di nome Malusi Mpumlwana, uno dei compagni di Biko, che, persino mentre la polizia lo stava torturando, guardò i suoi aguzzini e comprese che anche loro erano degli esseri umani, e che avevano bisogno di lui "per aiutarli a recuperare l'umanità che [stavano] perdendo". È questa l'essenza di ubuntu, ed è apparsa chiaramente durante le audizioni della Commissione per la Verità e la Riconciliazione in Sudafrica, a metà degli anni '90 del secolo scorso. Le vittime hanno perdonato i loro aguzzini e hanno perdonato anche tutti coloro che, non facendo nulla, hanno sostenuto l'apartheid. Alcuni di coloro che avevano perpetrato quei crimini hanno confessato e chiesto perdono, e sono stati amnistiati. Questo perdono non è stato dettato dall'altruismo. È stato necessario per riguadagnare la propria dignità ed umanità, e concedere entrambe anche a coloro che avevano agito da oppressori. Ouest'espressione di ubuntu ha dimostrato che l'unico modo in cui possiamo essere umani è assieme: l'unico modo in cui possiamo essere liberi è assieme.
Emerito Arcivescovo Anglicano di Città del Capo

Vi invito infine a rileggere l'articolo di Jacopo Fo sui tribunali del perdono sudafricani che due anni fai ospitai su queste pagine web: alla luce delle parole di Tutu acquista ulteriore profondità.

lunedì 9 marzo 2009

Waiting for Eternity di Tamara Farnetani

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Quanto prima - è una promessa - voglio dedicare un post ad Alejandro Jodorowsky, che ho avuto la fortuna di ascoltare lo scorso weekend a Firenze. Ma prima devo chiudere un capitolo lasciato in sospeso da troppo tempo.
L'8 marzo di un anno fa veniva inaugurata a Perugia la mostra Donne di Vrindavan, connubio tra le bellissime foto scattate dalla fotografa italo-tedesca Tamara Farnetani e le liriche che avevo composto per l'occasione a partire da metà 2007. Da settembre 2007 praticamente tutto il mio tempo libero era stato assorbito per organizzare il ciclo di esposizioni in Umbria - dal 8 al 16 marzo a Perugia alla Chiesa S. Maria della Misericordia, dal 5 al 13 aprile ad Assisi alla Sala Pinacoteca, a Spoleto dal 19 al 27 aprile al Chiostro di S. Nicolò - nonché a curare la redazione del catalogo fotografico di 48 pagine. Last but non least avevo contribuito a mettere una pezza dove non erano arrivati gli sponsor. Conclusa anche l'esposizione a Trento al Festival dell'Economia dal 27 al 31 maggio, ho maturato la decisione, sofferta ma necessaria, di abbandonare quest'avventura; i motivi sono ben noti ai miei amici più vicini e questo basti. Dopo la tappa a Vaiano dal 27 settembre al 9 ottobre, la mostra nella sua veste italiana si è dunque conclusa. Continua, tradotta in inglese e tedesco, in una nuova veste internazionale, Waiting for Eternity, in cui le immagini sono accompagnate da approfondimenti antropologici invece che da liriche: è esposta adesso, dal 6 al 29 marzo, all'aeroporto di Monaco di Baviera, Terminal 2, Livello 4. In bocca al lupo a Tamara Farnetani per il proseguimento della sua avventura.  

Memoria della mostra portata in giro per l'Italia, commenti dei visitatori, foto ecc. restano nel presente blog (basta cliccare sul sottostante argomento per accedere a tutti i post relativi) e sul blog specifico di Donne di Vrindavan.
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