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mercoledì 9 giugno 2010

L'Angelo e il tulipano

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Nonostante Dante e tutte le liriche dei vati della letteratura studiate a memoria sui libri di scuola, ormai sento la rima più adatta alle filastrocche per bambini che ad altro. Così mi capita molto raramente di usare questo registro quando scrivo. Preferisco ispirarmi alla Poesia dove assonanza, metrica, oppure l'anarchia del verso libero, vincono sul geometrico rigore della rima. Per questo non ho mai pubblicato nessun verso in rima baciata e neppure accarezzata.

Però mi è venuto naturale sceglierla adesso, per scrivere di getto una piccola fiaba in bottiglia che s'intitola "L'Angelo e il tulipano" ed è naturalmente a lieto fine. Ed è una storia vera.

A un Angelo distratto cadde un seme 
lontano dalle zolle, sull'asfalto, 
e dopo, non passò nemmeno un mese, 
ne nacque un tulipano bello ed alto. 

Un uomo giunto lì giusto per caso 
vedendo quel miracolo in fermento 
pensò di trapiantarlo dentro un vaso 
per ospitarlo in un appartamento. 

Il fiore nato all'aria e con la pioggia 
adesso in una stanza si appassisce 
ché nonostante i petali che sfoggia 
è trascurato da chi lo accudisce. 

Ascolta, caro Angelo di Dio, 
quel bulbo che smarristi fra la gente 
fa' come fosse un pezzo di cuor mio: 
annaffialo d'amore dolcemente. 

Se il suo destino è stare in una serra 
non soffra mai più sete né tormento, 
ma portalo a colui che, sulla Terra, 
ne corrisponda uguale il sentimento.

sabato 25 luglio 2009

Canta cavallo che l'erba crepa

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Ieri con mia figlia al telefono...
«Papà papà, ascoltami: il proverbio dice "sopra la panca la capra canta, sotto la panca la capra crepa" oppure "sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa"?» «Ma che dubbio è? Lo abbiamo ripetuto 1000 volte questo sciogli-lingua: dice campa, non canta!» «Lo so, lo so, ma è mezz'ora che [...] insiste che invece si dice canta. Io glielo dicevo che la capra vive o muore e non canta o muore... ma lei giù a insistere, voleva avere a tutti i costi ragione.» «Non ti preoccupare, stavolta hai ragione tu o per lo meno anche io ho sempre sentito dire campa e non canta!» (*) «Grazie papà.» «"Sopra la panca la capra canta...", ma ti pare possibile? Sarebbe come dire "canta cavallo che l'erba cresce!"» «Eh eh!» «Giusto ci sono anche i proverbi che usano campa: "campa cavallo che l'erba cresce!" e c'è pure "chi beve vino campa cent'anni", anzi no "chi beve birra campa cent'anni"... aspetta, aspetta, questa era una pubblicità (con Renzo Arbore) non un proverbio, e poi non è mica vero: dipende quanto uno beve! Sarebbe molto meglio dire "chi beve poco vino campa cent'anni" o ancora meglio "chi beve acqua (di sorgente) campa cent'anni!"» (*) P.S. A onor del vero oggi ho scoperto, curiosando con google, che sono tante le persone a dire lo sciogli-lingua della capra e della panca con canta invece che campa. Qualche ora dopo a cena... «Allora com'è finita con la capra?» «Oh ma voleva avere proprio ragione, fortuna che c'eri tu.» «Ascolta, se capita che ti deve fare qualcosa e invece rimanda rimanda e prende tempo, tu dille "canta cavallo che l'erba cresce", no anzi dille "canta cavallo che l'erba crepa" e vediamo se si mette a ridere o se si arrabbia!» «Eh eh, sì ci sto.» «Comunque si potrebbe fare una variante dello sciogli-lingua mica male, senti un po': "sopra la carta la capra canta, sotto la carta la capra crepa" oppure "sopra la vasca la vacca caca, sotto la vasca la vacca casca", a voglia le varianti che si possono fare!» «Sei sempre il solito con questi giochi...» «Be', allora ci sarebbe anche quella della vacca e del mulo, non è tanto fine però tocca saperla: "Disse la vacca al mulo: oggi ti puzza il culo. Rispose il mulo alla vacca, ho appena fatto la cacca."« «Ma dai, che schifo!» P.S. E ho appena trovato su internet questa... notevole! Sopra la Panda la capra campa sotto la Panda la capra crepa! ALTRI LINK:

mercoledì 31 dicembre 2008

Buon 2009 da Rodari, Sant'Eligio, Vonnegut... e da me!

7 : commenti
Per augurare Buon Anno a tutti, ho scelto una semplice filastrocca che molti genitori che hanno avuto figli alle scuole elementari ricorderanno di sicuro.
Filastrocca di Capodanno di Gianni Rodari
Indovinami, indovino, tu che leggi nel destino: l’anno nuovo come sarà? Bello, brutto o metà e metà? Trovo stampato nei miei libroni che avrà di certo quattro stagioni, dodici mesi, ciascuno al suo posto, un carnevale e un ferragosto, e il giorno dopo il lunedì sarà sempre un martedì. Di più per ora scritto non trovo nel destino dell’anno nuovo: per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.
A questo punto sono andato a cercare su internet qualche breve aforisma sul Capodanno, da aggiungere al post. Ahimè, non ho trovato quasi nulla. Questo è talmente "da predicozzo" che mi ha fatto sorridere:
"A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l'andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l'usanza di doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno i sortilegi con il fuoco, né sieda in un canto, perché è opera diabolica." (Sant'Eligio)
Beh, non c'è dubbio, se Sant'Eligio (588-660) fosse qui, direbbe che ci sono più pagani in giro oggi che ai tempi suoi, giovenche e cervi a parte! :-)
Un'altra citazione adatta alla notte del 31 dicembre, mi sembra infine quella che segue: in contraltare alle parole di Sant'Eligio; in contrappunto al mezzo tramite cui sto raggiungendo chi legge; in riferimento al suo stesso autore, di cui ho recentemente parlato.
"Le comunità virtuali non costruiscono nulla. Non ti resta niente in mano. Gli uomini sono animali fatti per danzare. Quant'è bello alzarsi, uscire di casa e fare qualcosa. Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti". (Kurt Vonnegut)
Tirando le fila, concordo con Rodari: "anche quest'anno sarà come gli uomini lo faranno". Ciascuno di noi ha il potere di crearsi un 2009 fortunato, perciò il mio augurio è che ognuno possa trovare il proprio! Riguardo il "cazzeggio" di cui parla Vonnegut, se con esso s'intendesse perdersi nella superficialità finirei per dar ragione a Sant'Eligio, ma se invece significa godersi tutto ciò che di bello Dio ha creato e donato all'uomo, buon cazzeggio e un abbraccio lungo 365 nuovi giorni a tutti! :-)

domenica 21 dicembre 2008

La filastrocca del mille

6 : commenti
mille bimbi, mille istinti, mille corse, mille spinte mille baci, mille mani mille gatti e mille cani un passato ed un domani, mille amici, mille uscite un compagno e un aquilone mille scarpe ed un pallone mille sogni, mille istanti mille foto, mille sguardi mille giochi, mille frasi mille campi e mille strade mille sciarpe e mille gole mille pelli, mille odori una vita, mille vite mille case e mille cuori
P.S. L'ho scritta una decina d'anni fa, era il ritornello di una canzone che è rimasta incompiuta...

giovedì 2 ottobre 2008

Lo gnomo e lo struzzo

2 : commenti
Non prendo parte alla "guerra" tra fautori di Stefano Bollani e Giovanni Allevi: quanto sono personaggi diversi per carattere e per musicalità, tanto mi piacciono entrambi. Diciamo che parteggio per tutti e due.

Di Allevi ho già ampiamente parlato (vedansi la manciata di post su di lui). Stefano Bollani, oltre ad essere un grande e talentoso pianista jazz, possiede vis comica e verve cabarettistica di primissimo livello. Famose sono le sue parodie di cantanti famosi, di cui crea improbabili probabili canzoni: ne imita voce, tic e atteggiamenti, replica parole chiave e testi, fotocopia in modo irresistibilmente grottesco lo stile e l'essenza. Si vede ad esempio questa canzone-filastrocca di Angelo Bra... pardon, alla Angelo Branduardi!



Lo gnomo e lo struzzo

Alla fonte della giovinezza
gnomi, elfi e folletti
si danno l 'appuntamento
grande felicità.
Danza la primavera
danzano gli anni verdi
danza la primavera
danzerà.

Lo gnomo della montagna
vide in fondo a un fosso
lo struzzo dal collo grosso
e gli si avvicinò.
Danza la primavera
danza la salamandra
danza la primavera
danzerà.

Lo struzzo prese parola
hai mica visto un uovo
si tratta del mio figliolo
voglio scoprir dov'è.
Danza la primavera
danza lo spiritello
danza la primavera
danzerà.

Non so di cosa parli
il vento si sta alzando
orbene ormai è tardi
nel bosco tornerò.
Danza la primavera
danzano i tuoi capelli
danza la primavera
danzerà.

Lo struzzo sventurato
ancor non ha capito
che quel suo caro amico
il figlio si mangiò.
Danza la primavera
danza e non ti fidar
quando viene la sera
mal te ne coglierà.
Danza la primavera
danzano gli anni verdi
lo spiritello, la salamandra
gli anni verdi e la vanità.

Assolutamente da ridere anche Hai mai letto Kundera (pensata per Franco Battiato) e Non siamo affatto male (pensata per Jovanotti) e Copacabana (pensata per Paolo Conte).

P.S. Vi direte. Cosa c'entra tutto ciò con l'etichetta musica che tocca il cuore qui sotto? A parte che Bollani suona principalmente musica "seria" capace di emozionare, queste parodie a me fanno sganasciare da piegarmi in due: divertirsi così di gusto fa proprio bene al cuore! :-)

lunedì 21 luglio 2008

La leggenda del lago di Varese

0 : commenti
IL LAGO DELLA LEGGENDA
Ogni lago ha la sua leggenda: una leggenda che ricorda le sue origini con precisione fantastica, e si tramanda di padre in figlio finché vien fissata sulla carta e stampata, nera sul bianco, da qualche raccoglitore. Quanto al nostro lago, questo nostro magnifico lago di Varese, bianco sul nero se lo vedete nelle notti di luna, che si lascia comprendere d'un sol colpo d'occhio, non ha, ch'io mi sappia, una leggenda che ne racconti la nascita: nessuno dei buoni antichi ha trovato nipotini tanto poco amanti del sonno da dover inventare, per addormentarli, che gli Angeli riempirono con secchi d'oro tutta una valle, gli Angeli fecero spuntare l'isolotto, buon cane da guardia, e gli Angeli fecero questo, fecero quello. Che lago prosastico, direte voi. Adagio: c'è un compenso. Non avete mai visto, scendendo o salendo la strada così detta del Sasso, tra Comerio e Gavirate, a mano destra, una Chiesuola con un piccolo portico ed un campaniletto muto? No: voi non vi siete mai fermati. Se avete la macchina rombante, non vi siete accorti di nulla: se eravate pellegrini francescani, non vi siete fermati a guardare, attraverso una finestrella, nella penombra di questa chiesa dedicata alla Santissima Trinità. E nemmeno vi siete seduti sul muricciolo del portico a guardare quel po' di lago che trema lontanamente. Questa chiesa ha una leggenda. A me l'ha raccontata una vecchina di quelle che si incontrano nelle favole o negli angoli ignoti dei paesi. Dunque ai tempi dei tempi (quando, e chi lo sa!) avvenne ad un cavaliere che si trovasse a percorrere in pieno inverno questi paesi. La neve era tanta che pareva che tutti i mulini del cielo avessero rovesciato la loro farina, su questa piana terra di Lombardia. Si trova dunque d'un tratto il cavaliere davanti ad una distesa di neve dove non un arbusto, uno stecco ed un albero ischeletrito, drizzava le braccia al cielo. Una prateria che si allargava improvvisamente, come un miracolo. In fondo, lontano, poche casupole indicavano l'esistenza d'un villaggio. Il cavaliere affronta decisamente la pianura: sprona il cavallo, e sollevando turbini di neve vola a galoppo sfrenato. Gli sferza in volto un'aria più fredda: quasi direbbe gelida. In poco più di mezz'ora ha percorso tutto il prato di così insolite dimensioni. Eccolo ora davanti alle casupole in rovina del villaggio. Chiama, passando, perché qualcuno gli risponda. Chiama, chiama e nessuno risponde. Scalpita il cavallo ed egli batte ad una porta. "Buona gente!". S'apre finalmente la porticina cigolando sui cardini, ed emerge dall'ombra nera una vecchina piccina piccina (forse una delle nonne più lontane di quella che mi raccontò la storia). "Buon dì, cavaliere di Dio!". Egli l'interpella in modo deciso: "Dite: chi è il padrone di quel prato senz'alberi né stecchi che vedete laggiù? L'ho attraversato or ora e mi punge voglia di comprarmelo!". "Signore Iddio!" esclama la vecchia crocesegnandosi: "Passaste là sopra?". "Diamine, sì. Ma che avete che vi segnate su tutte le parti del corpo? Ho forse l'aria di un pagano?". La vecchina, commossa, accenna a rispondere: "Signor mio, no. Voi non siete un pagano: ché altrimenti il Signore non vi avrebbe fatto sì leggero da passare sul lago senza che il ghiaccio si rompesse sotto gli zoccoli del cavallo!". Ora è la volta del cavaliere ad essere stupito: ché molte avventure gli son capitate, ma giammai passò sui ghiacci di un lago scambiandoli per prati distesi sotto il cielo. Si fa gente e tutti lo guardano con meraviglia: il Cavaliere del miracolo egli è ormai per essi. Da le casupole le donne lo mostrano ai fantolini: il Cavaliere che passò sul lago. Quando infine egli si riebbe dalla sorpresa, trasse una borsa d'oro e parlò ai contadini: "Buoni terrieri, uditemi. Io voglio che in ringraziamento al Signore Nostro Uno e Trino, voi costruiate una Chiesa e vi facciate orazione". E come quelli annuirono, egli li ringraziò, diede loro il denaro e se ne partì, né fu più visto. Cominciarono essi a costruire la Chiesa della Santissima Trinità, secondo che dicono le storie. Poi cambiarono i tempi, Gavirate divenne un borgo popoloso ed industre, la Chiesa ebbe bisogno di essere rimessa a punto, forse non è più come a quei tempi. Ma il lago è sempre quello: a volte gela, a volte ride. È sempre il lago che noi amiamo, quello che alcuni vecchi dicono sia un avanzo delle acque del diluvio, che lasciarono sepolto un paese per volontà del Signore Uno e Trino. In verità un paese ci fu, dove ora le acque ondeggiano contro le molli rive. Come rimase sepolto e quando? Sedete sul muricciolo della Chiesa di cui vi ho raccontato la storia: guardate quel tratto di lago che trema al vostro sguardo e forse vi parrà di vedere tra le onde le risate dei ragazzi che furono sepolti un giorno, ma molto lontano, con le loro vecchie case di legno.
Ringrazio Giovanni, amico varesotto, per avermi segnalato questa storia, ospitata (oltre che sulle sue pagine web) naturalmente su www.giannirodari.it: il sito dedicato al famoso autore di narrativa per ragazzi, di cui tra due anni si celebreranno 90 anni dalla nascita e 30 dalla scomparsa.

domenica 6 gennaio 2008

Diavolozoppo e le donne

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Grazie Sara, per avermi inoltrato questo estratto da Fiabe italiane di Italo Calvino (1923-1985) che ci osserva dall'eternità attraverso la foto accanto.
Di solito si dice che le donne ne sappiano una più del diavolo, ma in questa storia è il diavolo stesso a non volerne più sapere delle donne.
Di certo al mondo ci sono altrettante povere diavole quanto poveri diavoli a dovere inghiottire tanti bocconi amari da parte della persona che amano. Non è impossibile, ma quant'è difficile, un'unione duratura che arricchisca entrambi. Ci sono "coppie-fiammifero" che durano il tempo di una rapida combustione, "coppie-brace" che si accontentano di vivere sotto le loro ceneri, "coppie-fiamma" che bruciano finché hanno legna... e qualche "coppia-stella" che brilla, brilla e brilla.
Ora, semplicemente,
gustiamoci questa fiaba - suppongo di matrice popolare - nella rielaborazione del grande Calvino.



DIAVOLOZOPPO

Diavolozoppo stava a Casacalda. Gli uomini morivano, arrivavano a Casacalda dritti dritti e trovavano Diavolozoppo che chiedeva: – Hei, amici, qual buon vento? Perché tutti quaggiù? E i morti: – Per causa delle donne.
Diavolozoppo, a furia di sentir questa risposta, si mise una gran curiosità in corpo, e poi una gran voglia di levarsela: la curiosità di sapere come andava questa faccenda delle donne.
Si vestì da Cavaliere e se ne andò Palermo. C’era una ragazza a un balcone, gli piacque; e si mise lì sotto a passeggiare. Passeggia passeggia, più passeggiava più gli piaceva; e la mandò a chiedere in sposa. Non voleva dote, la pigliava con camicia indosso e basta, ma con questo patto: che tutto quel che voleva glielo doveva domandare finché era fidanzata, perché dopo maritata, stesse attenta, che lui non intendeva sentirsi domandare più nient’altro. La ragazza accettò il patto, e il Cavaliere le fece la roba, tanta che ne aveva da vestirsi per tutta la vita. Si sposarono, e una sera di teatro andarono fuori insieme per la prima volta. A teatro, si sa le donne come fanno: cominciò a guardare l’abito della Marchesa, i gioielli della Contessa, vide la Baronessa con un cappello diverso dai trecento cappelli che lei aveva, e cominciò a ballarle la gola dalla voglia d’averne uno uguale. Ma c’era il patto di non domandare più niente al marito; e la sposa cominciò a fare il muso. Il marito se ne accorse: – Rosina, che c’ è? Qualcosa che va male? – No, no, niente...
– Ma non ti vedo giusta.
– Davvero, non ho niente.
– È meglio che se hai qualcosa me lo dici.
– Allora, se lo vuoi sapere, è un’ingiustizia che la Baronessa abbia un cappello come io non l’ho e che non te lo possa chiedere, ecco cos’ho!
Diavolozoppo saltò su come un mortaretto: – Aaah! Allora è vero che gli uomini vanno tutti all’Inferno per colpa di voialtre donne! Ora ho capito.
La piantò in asso in pieno teatro e se ne andò.
Andò a Casacalda e lì se ne stava con un suo compare, raccontando tutto quel che gli era capitato a prender moglie. E il compare disse che si sarebbe piaciuto di provare a prender moglie anche lui, ma lui voleva la figlia d’un Re, per vedere se anche per i Re era la stessa cosa.
– E provate, compare mio! – disse Diavolozoppo. – Sapete cosa possiamo fare? Io m’incorporo nel corpo della figlia del Re di Spagna. La figlia del Re di Spagna con un diavolo incorporato in corpo cade malata, il Re getta un bando: “Chi fa tornare sana la mia reale figlia avrà in premio la sua reale mano”. Voi venite vestito da medico, io appena sento la vostra voce mi scorporo dal corpo di lei, lei guarisce e voi la sposate e siete Re. Vi va l’idea, compare?
Così fecero, e tutto così avvenne, affinché il diavolo compare fu introdotto presso la Reginetta malata. Rimasto solo, cominciò a dire a bassa voce: – Compare Diavolozoppo! Ehi, compare! Son qui: potete uscire e lasciar libera la Reginetta! Ehi, Diavolozoppo, mi sentite? Ma delle promesse dei diavoli è sempre meglio non fidarsi. Infatti si sentì la voce di Diavolozoppo: – Che? Che c’è? Ah, sì, sì, stavo tanto bene... ma perché, poi, andarmene? Chi sta bene non si muova...
– Compare, cosa m’avevate detto, allora? Volete scherzare? Il Re a chi fallisce la prova fa tagliar la testa! Compare! Ehi, compare!
– Sì, io ci sto bene! E voi credete che io me ne vada!
– Ma come? E io ci lascio le cuoia!
– Ma non mi dite! Ma lasciate andare! Tanto, di qua non me ne vado neanche a schioppettate!
Il povero compare a pregarlo, a scongiurarlo: ma non c’ era verso. Ormai il tempo prescritto stava per scadere; il finto medico andò dal Re e gli disse: – Maestà, per guarire vostra figlia mi manca solo una cosa; che voi facciate sparare i cannoni delle vostre fregate.
Il Re andò alla finestra. – Fregate, fuoco!
E i cannoni delle fregate: – Bum! Bum! Bum!
Diavolozoppo che da dentro il corpo della Reginetta non vedeva niente domandò: – Compare, cosa sono tutte queste cannonate?
– Entra una nave in porto, e spara a salve.
– E chi arriva?
Il compare andò alla finestra. – Oh! Arriva vostra moglie!
– Mia moglie! – fece Diavolozoppo. – Mia moglie! Ma io scappo! Io scappo subito! Io non ne voglio sentire neanche l’odore!
Dalla bocca della Reginetta uscì una saetta di fuoco e su quella saetta Diavolozoppo scappò via, e la Reginetta all’istante si sentì guarita.
– Maestà! È guarita, Maestà! – chiamò il compare.
Bravo! – fece il re, – la mano e la corona sono vostre.
E così cominciarono i guai per il diavolo compare.

E chi l’ha detta e chi l’ha fatta dire di mala morte mai debba morire.

martedì 18 dicembre 2007

BUON NATALE !

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Auguri di Buon Natale!
Manca una settimana esatta, e scrivo ora questo post perché tra qualche giorno non ne avrei più il tempo. Lasciamo perdere stavolta i significati profondi, simbolici e misterici del passaggio solstiziale del 24 dicembre prossimo venturo, vuoi dalla prospettiva cristiana, vuoi da quella esoterica, pagana, solare o quant'altre si vogliano, secondo la scelta e l'assonanza di ciascuno di noi. Quest'anno mi piace di più immergermi in quel senso di magia e stupore del Natale che nemmeno il consumismo riesce ad annegare del tutto e che i bambini sentono tanto bene riuscendo a farlo riaffiorare anche in noi adulti, se riapriamo il cuore. E lo dico potendo vantare una "certa frequentazione" con Babbo Natale in persona... mia figlia può confermarlo!!! E allora lascio in questa pagina una filastrocca di Natale, alla fin fine anche troppo "impegnata", però ho davvero troppe cose da fare questi giorni e mi perdonerete se ne ho ripreso una, appena appena modificata in un paio di versi, che scrissi un anno fa. In realtà questa filastrocca è nata come testo a forma di alberello di Natale per un file PowerPoint; dunque molte concessioni che mi sono permesso in queste rime alterne non sono di forma ma proprio alla forma! Vedere per credere: lascio in calce il link per scaricare l'animazione in PowerPoint del mio alberello augurale.
I DÌ DEL NATALE SON GIUNTI. RIVEDO QUEST’ANNO TRASCORSO: GLI AMICI, PARENTI, CONGIUNTI... CHI HO FERITO E CHI HO SOCCORSO... E VIENE UN PENSIERO DAL CUORE: «AIUTA IL BAMBINO CH’È SANTO A NASCERE ANCORA, SE MUORE NEL PETTO DI CHI MOLTO HA PIANTO; C’È UN ALTRO PRESEPE VIVENTE DI CUI POSSIAM FARE I PASTORI CHE VANNO ANNUNCIANDO ALLA GENTE LA STELLA CHE SANA I DOLORI. BRUCIAMO ALLA LUCE CELESTE IL VELO CHE L'ANIME ANNEBBIA, NON SOLO DURANTE LE FESTE MA FIN CHE NOI VITA SI ABBIA.» A QUELLI CHE HO AMATO ED A QUELLI CHE HO URTATO, A CHI MI HA VOLUTO, A CHI MI HA LASCIATO: FRATELLI, SORELLE, A TUTTI UN SALUTO E UN ABBRACCIO PORGO SINCERI E SCUSE A CHI, CASO SPECIALE, NON HO PIÙ CERCATO FIN IERI MA IL GIORNO CHE VIENE NATALE.
Clicca qui per scaricare la relativa animazione a forma di abete.

giovedì 1 novembre 2007

Dalla leggenda di Jack O'Lantern al neopaganesimo

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Passata la notte di Halloween, un tuffo nel folklore irlandese per parlare della storia di Stingy Jack detto anche “Ne'er-do-well” (“non ne combino una giusta”), giocatore d'azzardo, burlone e ubriacone dalla cui leggenda nasce il simbolo di Halloween: la zucca intagliata con un volto grottesco illuminato dalla luce di una candela posta al suo interno.
Una sera di Halloween, dopo l'ennesima sbronza, a Jack apparve il Demonio intenzionato ad impossessarsi della sua anima da peccatore. Jack chiese al Diavolo che gli venisse concesso di bere un ultimo bicchierino. Ottenuto il permesso, si lamentò del fatto che non aveva nemmeno un soldo per pagare la consumazione, così pregò il Demonio di trasformarsi in una moneta da 6 pence. Avvenuta la mutazione, Jack afferrò la moneta e la mise nel suo portafoglio, avente la caratteristica di una croce ricamata sopra. Imprigionato irrimediabilmente, per riottenere la libertà, il Diavolo accettò il patto proposto da Jack, che consisteva nel posticipare di un anno la sua morte. La vigilia di Ognissanti seguente, il Diavolo si ripresentò per ottenere l'anima dell'uomo. Questa volta Jack gli propose una scommessa: non sarebbe più riuscito a scendere da un albero. Il Diavolo sorrise ed accettò, salendo su un albero lì vicino. Fu allora che Jack incise sulla corteccia una croce, che impediva al Diavolo di saltare giù. Con la vittoria in pugno, Jack propose al Diavolo un patto: egli avrebbe cancellato la croce, se lui si fosse impegnato a non tentarlo più. Dopo circa un anno, Jack morì. Al suo bussare alle porte del Paradiso venne risposto che non sarebbe potuto entrare perché aveva condotto una vita dissoluta piena di peccati. Giunto all'Inferno, anche il Diavolo gli negò il permesso di entrare, perché ancora offeso per come era stato raggirato dall'uomo. Tuttavia, il Diavolo donò a Jack un tizzone che gli illuminasse la strada nel limbo oscuro. Jack si ingegnò per far durare più a lungo quella luce e la ripose in una rapa svuotata, ricavandone così una lanterna. Da allora, nelle notti della vigilia di Ognissanti è possibile scorgere la fiammella di Jack, che vaga alla ricerca della sua strada. Da allora Jack fu soprannominato Jack O'Lantern (ma anche Hob O'Lantern, Fox Fire, Corpse Candle, Will O' The Wisp). In questa storia (che, attenzione, ha tante varianti) si parla di una rapa e non di una zucca, perché? Circa 700.000 Irlandesi migrarono negli USA a causa della Grande carestia di patate che colpì l'isola a metà del XIX secolo: nel nuovo continente non ebbero più a disposizione le rape e ricorsero alle grosse zucche gialle, facilmente reperibili nella nuova terra e ben più grandi. Nella rievocazione di Halloween re-importata in Europa dall'America l'aspetto horror prevale su quello spirituale. In realtà le radici di questa festività sono profonde e affondano nella tradizione rituale e nel calendario celtico: la notte di Samhain a cavallo tra il 31 ottobre e 1 novembre e quella di Beltaine a cavallo tra il 30 aprile e il 1 maggio, astronomicamente corrispondenti (all'incirca) ai punti intermedi tra gli equinozi e i solstizi, sono momenti in cui si aprono le porte tra il nostro mondo e quello degli spiriti. Si tratta di celebrazioni assai importanti per neo-pagani. Apro una parentesi sul mondo neo-pagano che per certi versi mi affascina e apprezzo, per altri trovo, nelle persone in cui ho avuto sorte d'imbattermi, francamente troppo apodittico, estremista e persino conservatore... ma preciso che si tratta di una presa di posizione che ha a che fare più con la mia sensibilità "a pelle" che con una conoscenza puntuale dell'argomento. Semplificando assai, i Neo-pagani si contrappongono con orgoglio da una parte al Cattolicesimo (e generalizzando al Cristianesimo in toto) reo di avere spezzato il legame antico dell'umanità con Dei, Spiriti e Forze della Terra e di avere radicato nelle coscienze il senso del peccato e della colpa. Allo stesso tempo si contrappongono alla New Age con la forza di chi difende e conserva una tradizione plurimillenaria rispetto a chi costruisce una sintesi a volte un po' semplicistica di tutte le Fedi e di tutte le visioni spirituali del pianeta. In realtà - per quel che ho osservato - lo stesso movimento neo-pagano mette insieme cosmogonie provenienti da epoche e culture diverse (pantheon greco e dività celtiche ad esempio) e contempla derive quali la moderna stregoneria della Wicca (che specialmente per un adolescente in formazione trovo pericolosa) su cui reindirizzerei le stessi critiche rivolte alla New Age. Questo per quel che riguarda le "ombre", per chi comunque volesse approfondire le "luci" del Neo-paganesimo lascio questi link: - http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Ruo_Samhain03.htm (da cui si può accedere anche alla home) - http://it.wikipedia.org/wiki/Portale:Neopaganesimo - http://www.neopaganesimo.it/

lunedì 28 maggio 2007

LA QUERCIA DEL TASSO

3 : commenti
Qualche notte fa, rientravo a casa, un grosso tasso ha attraversato la carreggiata davanti ai fari dell'auto: l'animale ha indugiato un istante per gettarmi un'occhiata, poi si è eclissato nella vegetazione... non penso di averne mai visti così a ridosso della città. Questo incontro fortunoso ha disseppellito dai miei ricordi un "affabuloso" brano di Achille Campanile (1899-1977) che lessi almeno 25 anni fa! L'ho cercato in internet ed eccolo inserito nel blog - con un po' di libertà - a metà tra le categorie fiabe e off topic. Trovo che sia delizioso (Campanile è considerato uno dei maggiori umoristi italiani del '900).
Buona lettura e attenti a non annodarvi qualche meninge!


***

LA QUERCIA DEL TASSO
di Achille Campanile
Quell'antico tronco d'albero che si vede ancor oggi sul Gianicolo a Roma, secco, morto, corroso e ormai quasi informe, tenuto su da un muricciolo dentro il quale è stato murato acciocché non cada o non possa farsene legna da ardere, si chiama la quercia del Tasso perché, avverte una lapide, Torquato Tasso andava a sedervisi sotto, quand'essa era frondosa.

Anche a quei tempi la chiamavano così.


Fin qui niente di nuovo. Lo sanno tutti e lo dicono le guide.


Meno noto è che, poco lungi da essa, c'era, ai tempi del grande e infelice
poeta, un'altra quercia fra le cui radici abitava uno di quegli animaletti del genere dei plantigradi, detti tassi.

Un caso.


Ma a cagione di esso si parlava della quercia del Tasso con la "t"
maiuscola e della quercia del tasso con la "t" minuscola. In verità c'era anche un tasso nella quercia del Tasso e questo animaletto, per distinguerlo dall'altro, lo chiamavano il tasso della quercia del Tasso.

Alcuni credevano che appartenesse al poeta, perciò lo chiamavano "il tasso
del Tasso"; e l'albero era detto "la quercia del tasso del Tasso" da alcuni, e "la quercia del Tasso del tasso" da altri.

Siccome c'era un altro Tasso (Bernardo, padre di Torquato, poeta
anch'egli), il quale andava a mettersi sotto un olmo, il popolino diceva: "E' il Tasso dell'olmo o il Tasso della quercia?".

Così poi, quando si sentiva dire "il Tasso della quercia" qualcuno
domandava: "Di quale quercia?".

"Della quercia del Tasso."


E dell'animaletto di cui sopra, ch'era stato donato al poeta in omaggio al
suo nome, si disse: "il tasso del Tasso della quercia del Tasso".

Poi c'era la guercia del Tasso: una poverina con un occhio storto, che
s'era dedicata al poeta e perciò era detta "la guercia del Tasso della quercia", per distinguerla da un'altra guercia che s'era dedicata al Tasso dell'olmo (perché c'era un grande antagonismo fra i due).
Ella andava a sedersi sotto una quercia poco distante da quella del suo
principale e perciò detta: "la quercia della guercia del Tasso"; mentre quella del Tasso era detta: "la quercia del Tasso della guercia": qualche volta si vide anche la guercia del Tasso sotto la quercia del Tasso.
Qualcuno più brevemente diceva: "la quercia della guercia" o "la guercia
della quercia". Poi, sapete com'è la gente, si parlò anche del Tasso della guercia della quercia; e, quando lui si metteva sotto l'albero di lei, si alluse al Tasso della quercia della guercia.

Ora voi vorrete sapere se anche nella quercia della guercia vivesse uno di
quegli animaletti detti tassi.

Viveva.


E lo chiamarono: "il tasso della quercia della guercia del Tasso", mentre
l'albero era detto: "la quercia del tasso della guercia del Tasso" e lei: "la guercia del Tasso della quercia del tasso".

Successivamente Torquato cambiò albero: si trasferì (capriccio di poeta)
sotto un tasso (albero delle Alpi), che per un certo tempo fu detto: "il tasso del Tasso".

Anche il piccolo quadrupede del genere degli orsi lo seguì fedelmente, e
durante il tempo in cui essi stettero sotto il nuovo albero, l'animaletto venne indicato come: "il tasso del tasso del Tasso".

Quanto a Bernardo, non potendo trasferirsi all'ombra d'un tasso perché non
ce n'erano a portata di mano, si spostò accanto a un tasso barbasso (nota pianta, detta pure verbasco), che fu chiamato da allora: "il tasso barbasso del Tasso"; e Bernardo fu chiamato: "il Tasso del tasso barbasso", per distinguerlo dal Tasso del tasso.
Quanto al piccolo tasso di Bernardo, questi lo volle con sé, quindi da
allora quell'animaletto fu indicato da alcuni come: il tasso del Tasso del tasso barbasso, per distinguerlo dal tasso del Tasso del tasso; da altri come il tasso del tasso barbasso del Tasso, per distinguerlo dal tasso del tasso del Tasso.

Il comune di Roma voleva che i due poeti pagassero qualcosa per la sosta
delle bestiole sotto gli alberi, ma fu difficile stabilire il tasso da pagare; cioè il tasso del tasso del tasso del Tasso e il tasso del tasso del tasso barbasso del Tasso.
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sabato 21 aprile 2007

I colori della foresta

1 : commenti
Trascrivo questa fiaba da Amazzonia - la foresta delle meraviglie , un bel volume - prodotto dalla organizzazione non governativa Alisei nell'ambito del progetto di educazione allo sviluppo "Senza Confini" - avuto tramite l'Associazione CIDIS di Perugia.
Un tempo la foresta non era proprio così come si presenta ai giorni nostri. In verde degli alberi e delle piante non c'era, così come non c'erano i colori degli uccelli, il marrone dei tronche degli alberi, e così via. Insomma, il paesaggio era tutto senza colori, molto monotono e noioso. Fu per questo motivo che un giorno, tutti gli animali della foresta si riunirono e decisero che qualcosa doveva cambiare. La foresta doveva essere dipinta. Tutti erano d'accordo, la questione era dove trovare tutti i colori necessari. "Nessun problema...", disse il falco, "so io dove trovarli. Volerò verso il cielo più alto, busserò alla dimora del dio delle foreste e dei boschi e gli chiederò in prestito tavolozze di mille e mille colori." Volò il falco e volò, giorno e notte, senza tregua e alla fine tutti i colori dell'arcobaleno, dei cieli e delle profondità delle acque erano a disposizione degli animali della foresta. Ma, come in tutte le storie, qualcosa doveva per forza andare storto. Infatti il pappagallo, l'uccello più vanitoso tra gli altri uccelli, impiccione e curioso, si offrì per custodire, fintanto che non venissero usate, le tavolozze regalate dal dio delle foreste e dei boschi. E fu proprio per la sua natura non tanto affidabile, che il pappagallo ne combinò una delle sue. prese ognuno dei tanti colori disponibili e si dipinse tutto il corpo. Si guardò in uno specchio d'acqua e si ritenne molto soddisfatto: in effetti il suo aspetto era di molto migliorato, si poteva dire che era diventato un gran bell'animale. Voleva pitturarsi anche il becco e le zampe, ma non fece in tempo perché gli altri animali si accorsero di quello che aveva fatto e si arrabbiarono molto con lui. Erano talmente furenti perché aveva sciupato in quel modo i colori, che lo volevano picchiare selvaggiamente. Peccato, pensò il pappagallo, non aveva terminato l'opera ma era lo stesso, il becco poteva tranquillamente restare del colore che era, tanto era bello anche così. Solo che adesso molti colori erano andati perduti, soltanto per colpa della sua vanità. Intervenne allora il formichiere, un animale, al contrario del pappagallo, coscienzioso e responsabile, che placò gli animi di tutti e riportò la calma nella foresta. Prese tutti i colori rimasti, che erano ancora abbastanza, e decise di custodirli nella sua casa, così che nessuno potesse usarli a sproposito. Da quel giorno tutti gli animali, ad eccezione del pappagallo, che preferì rimanere nascosto per paura di essere malmenato, anche perché si sentiva profondamente ferito nell'orgoglio, lavorarono in armonia a colorare la foresta e i risultato fu magnifico, tanto che lo stesso dio delle foreste e dei boschi si complimentò con loro, principalmente col formichiere che aveva coordinato tutta l'impresa e diretto i lavori. Non vi dico l'invidia del pappagallo per gli elogi ricevuti dal formichiere dal dio delle foreste e la rabbia per essere stato escluso dalla festa organizzata per celebrare lo sfavillio dei nuovi colori. Non pensava ad altro che a vendicarsi. Devo premettere a questo punto che a quel tempo il pappagallo aveva un becco dritto e giallo bellissimo, ed il formichiere non aveva l'aspetto che ha adesso, il suo naso non aveva le dimensioni di un grosso bastone, insomma, anche il formichiere era proprio bellino. Comunque il pappagallo non medito molto a lungo sulla vendetta da perpetrare ai danni del malcapitato formichiere, perché l'idea di come fare gli venne subito in testa, fulminante. Un giorno nel quale la calma era tornata nella foresta - perché ognuno degli animali - terminati i lavori di pittura, era tornato alle sue normali occupazioni - il pappagallo si recò nella casa del formichiere recandogli in dono una bottiglia dal collo stretto stretto, sul fondo della quale era depositato un liquido strano, dal colore verde intenso. A dire del pappagallo il liquido aveva un gusto meraviglioso e dei poteri magici inauditi. Se bevuto in un solo sorso, il portentoso liquido avrebbe dotato il fortunato bevitore di straordinari e benevoli poteri, prima di tutto quello di diventare un provetto suonatore. E il fatto che il formichiere era un vero appassionato di musica, ma assolutamente negato nel distinguere una nota dall'altra, il suono di un flauto da quello di un tamburo, fu decisivo per convincerlo a bere la strana bevanda. L'unica indicazione indispensabile da seguire però, suggerì il pappagallo, era quella di bere aspirando il liquido, inserendo la bocca direttamente all'interno della bottiglia. Dall'avere sentito il suggerimento del pappagallo, all'avere inserito tutta la faccia all'interno della bottiglia non passò neppure un secondo: il formichiere si trovò incastrato, nel fine collo della bottiglia. La vendetta del pappagallo era compiuta. Prese a correre e a volare per tutta la foresta chiacchierando come era suo costume usuale ai quattro venti della malasorte del formichiere, costretto a vivere da ora in poi con il naso dentro al lungo collo di una bottiglia. Parlava e raccontava e descriveva l'ultimo episodio di colui che era ormai destinato a diventare lo zimbello della foresta, l'unico animale a cui piace bere in maniera del tutto originale e, soprattutto, pericolosa per la sua salute. L'unico che non rideva affatto era il falco, amico carissimo del formichiere, che prese e se ne partì ancora una volta alla volta del cielo, alla corte del dio delle foreste e dei boschi. Il dio non si fece pregare neanche questa volta ed accorse in aiuto del povero animale. Tutti gli animali più forti furono impiegati per aiutare il dio, intento con grandi sforzi a togliere dall'impiccio il formichiere. Tirarono e spinsero, spinsero e tirarono, finalmente la bottiglia fu strappata dal naso del formichiere e volò dritta dritta in faccia o, meglio, in becco al pappagallo che con una piroetta cadde svenuto. Fu proprio da quel giorno che il formichiere acquistò l'aspetto con il quale lo conosciamo oggi, cioè col suo caratteristico lungo nasone, mentre il pappagallo dovette tenersi il becco ricurvo, piegato dalla gran botta ricevuta. Non solo. Infatti, per punizione del dio delle foreste, non fu più capace di trasformare il pensiero in parola, come era solito fare. Gli fu permesso soltanto di ripetere le parole che sentiva pronunciare.

domenica 11 marzo 2007

Ritmi e gesti

3 : commenti
Continua la serie delle filastrocche (in rima sbaciucchiata!) che creo insieme a mia figlia soprattutto durante gli spostamenti in automobile. Questa è di ieri mattina dunque fresca fresca, quasi come il pane a cui accenna...
 
Ritmi e gesti

Sale nel cielo il Sole
a maturare il grano
scende dal palmo il sale
a dar sapore al pane.
I gesti della gente
i ritmi del pianeta
all'anima che sente
ricordano la meta.

domenica 4 marzo 2007

Una pasticca d'amore

0 : commenti
Accanto alle poesie "serie" mi diverte comporre al volo filastrocche per e con mia figlia, che per lo più regolarmente ci scordiamo. Questa è nata qualche mattina fa durante il tragitto casa-scuola... stavolta avevo una penna e un pezzetto di carta a portata di mano e ho fatto in tempo a scriverla prima di dimenticarla. Non amo particolarmente la rima baciata, ma se si scrive per i bambini non se ne può proprio fare a meno!

UNA PASTICCA D'AMORE

Quando la pancia fa male  
mettici sopra del sale 
ed un pezzetto di pera 
fino a che scende la sera. 
Se invece hai mal di testa 
e sei invitato a una festa 
ahi ahi ahi ahi che dolore 
qui ti ci vuole un dottore. 
Era soltanto una rima! 
Per alleviare un dolore 
meglio che la medicina 
è una pasticca d'amore.

sabato 3 marzo 2007

C'era una mucca pazza

2 : commenti
Quando mia figlia Arianna aveva circa 4 anni - se non erro - inventai per lei questa piccola filastrocca, o meglio scioglilingua, un po' sul modello di "Apelle figlio di Apollo...".
Ho evidenziato in rosso le sillabe accentate. Metricamente "torna", anche se a prima vista può sembrare il contrario. Vanno solo afferrati i punti in cui raddoppiare il tempo, come fanno i rappers: occhio alla parola "mucchio" e anche a tutto il terz'ultimo verso, in levare invece che in battere e da far precedere da una breve pausa (utile anche a riprendere fiato!). Una volta trovato il ritmo giusto (proprio come con "Apelle...") ci si prende gusto, soprattutto a dirlo velocemente. Provare per credere!

C'ERA UNA MUCCA PAZZA  
C'era una mucca pazza 
che veniva dalla mecca 
le piaceva un mucchio la pizza 
ne mangiàva un mucchio di pezzi. 
Ma alla fine sai che puzza... 
con tutti quei mucchi di pezzi di pizza 
che mangiò la mucca pazza 
che veniva dalla mecca.
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