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mercoledì 4 febbraio 2015

Forse un giorno grazie alla tecnologia
potremo lavorare per essere felici
piuttosto che per sopravviere

46 : commenti
(post di Salvatore Boi e Daniele Passerini)

Amelia, la nuova incredibile intelligenza artificiale, è pronta e sta per essere lanciata sul mercato: quali implicazioni sociali sono dietro l'angolo?

La filmografia fantascientifica ci propone, ormai da diversi anni, futuristici sistemi evoluti di intelligenza artificiale come l'indimenticabile HAL9000 di 2001 Odissea nello Spazio (1968) o, recentemente, l'OS sensuale di Her (2013) e il robot assistente militare di Interstellar (2014). Ma davvero si tratta ancora soltanto di fantascienza?
Chetan Dube

Correva l'anno 1998 e a New York nasceva una nuova società di produzione software, la IPsoft. Il CEO della IPsoft era ed è Chetan Dube, un appassionato di matematica che pensa che Dio abbia usato la matematica per creare questo universo. La IPsoft oggi è una multinazionale diffusa in 10 nazioni e finanziata dalla stessa famiglia Dube.

Una delle idee di Chetan era quella di creare un'innovativa intelligenza artificiale e per farlo ha seguito l'esempio dei fratelli Wright, che per riuscire a costruire il loro aeroplano iniziarono con l'osservare e studiare il volo degli uccelli. In modo simile Chetan e i suoi super esperti (matematici, psicologi, informatici...) in 15 anni hanno ottenuto il successo da loro sperato. Nei primi 10 anni (1998-2008) non hanno compilato una sola riga di codice, hanno invece studiato approfonditamente il comportamento del cervello umano. Poi nei 5 anni seguenti (2008-2013) hanno iniziato a scrivere il software, suddividendolo in otto blocchi, o moduli, interoperanti e cooperanti, fino ad ottenere un programma di intelligenza artificiale (una versione moderna ed estremamente più potenta di Eliza) inizialmente strutturato per essere un ingegnere virtuale, in grado cioè di simulare il comportamento di un ingegnere umano che lavora e aiuta attraverso consulenze telefoniche, il tutto molto più velocemente di un ingegnere umano. 

Amelia
In breve tempo questo software viene battezzato Amelia, in onore della pioniera dell'aviazione USA Amelia Earhart, e parla 10 lingue. Oggi Amelia parla già 21 lingue e continua ad impararne sempre di nuove. Puoi rivolgerti a lei come faresti con un umano ed ottenere risposte che ti aspetteresti solo da un umano. Amelia capisce perfettamente il parlato delle persone, se ti rivolgi a lei usando un linguaggio ambiguo, ti pone alcune domande mirate ad eliminare l'ambiguità stessa: non analizza le singole parole, mira a comprendere il giusto significato dell'intera frase o domanda, il suo contesto.

Amelia... perplessa!
Uno degli aspetti dirompenti di Amelia, nel panorama delle intelligenze artificiali, è che oltre ad avere un buon quoziente intellettivo, ha pure un buon quoziente di intelligenza emotiva: non solo percepisce lo stato emotivo dell'interlocutore (se è arrabbiato, eccitato, triste, allegro ecc.), ma essa stessa sa manifestare emozioni attraverso espressioni facciali (del suo avatar virtuale), intonazione e contenuti verbali (del suo sintetizzatore vocale) coerenti con gli stati emotivi che vuole trasmettere.

Una locandina del film "Her" (2013)
Se "ospitata" da un buon hardware, è in grado di reggere anche 26800 conversazioni contemporanee. In caso di picchi di traffico a suo carico, Amelia si autoreplica, si duplica più volte per "parallelizzare" i processi. Recentemente ha letto oltre 4000 copioni di film (scritti in differenti linguaggi) in una notte. Come nel film citato all'inizio, “Her” di Spike Jonze, Amelia impara molto velocemente dalle conversazioni umane e la sua conoscenza cresce ad ogni conversazione che intrattiene. 

Amelia è già in campo in via semisperimentale (prevendita) e ha già risposto ad oltre 3 milioni di chiamate di consulenza help desk. La usa anche la Shell per dare assistenza tecnica agli ingegneri che riparano i guasti degli oleodotti. Invia mail, è collegata ad internet.

In "Her" era fantascienza, con Amelia è quasi realtà.
Per farle imparare un mestiere, ad esempio quello di operatore di call center, le si fanno ascoltare le conversazioni tra clienti e operatore per uno o due mesi, dopodiché ha imparato praticamente tutto. Messa all'opera, se si trova ad affrontare un quesito al quale non sa rispondere (perché magari non trova nemmeno in Internet la risposta), chiama un operatore esperto, chiede la risposta, impara, e per lo stesso tipo di problema non avrà più bisogno di suggerimenti. 

Ovviamente Amelia non dorme mai, è sempre attiva, non si ammala, non sciopera, non si lamenta, non si stanca mai dei compiti noiosi e ripetitivi. Forse siamo di fronte ad un mutamento epocale al cui confronto la diffusione delle prime macchine agricole è stato quasi un nulla. 

A questo punto la domanda che viene da porsi è questa: se prima o poi (forse prima di quanto immaginiamo!) le macchine provvederanno al 90-100% della produzione alimentare, tessile, meccanica, servizi... l'uomo cosa sarà chiamato a fare? Si potrebbe pensare ad un reddito garantito slegato dall'attività lavorativa (produttiva)?

Federico Pistono
Logo del Movimento Zeitgeist
Un talentuoso ragazzo, Federico Pistono, coordinatore nazionale italiano del Movimento Zeitgeist fino al 4 ottobre 2011, in una relazione presentata al "Future of Work Summit" tenutosi il 30/06/2014 in California presso l'Ames Research Park della NASA (che chi ha voglia può seguire cliccando qui) parla di un esperimento socio-economico posto in essere dal governo indiano. Dopo decenni di fallimentari e dispendiosi programmi di inclusione sociale e crescita economica posti in essere per i villaggi rurali più disagiati, il governo indiano ha cambiato radicalmente strategia, andando perfino a risparmiare sui costi; ha preso in via sperimentale 12 villaggi rurali disagiati, popolati da 60-90 abitanti; ha dato ad ogni abitante (ricco o povero, uomo o donna, giovane o anziano, a chiunque) 300 rupie (settimanali o mensili, ora non ricordo esattamente) e 150 rupie ai bambini. Gli unici vincoli erano che 1) tutti i movimenti in denaro dovevano avvenire in forma elettronica (azzeramento della corruzione) e 2) i soldi dei bambini fino a 7 anni di età dovevano essere gestiti dai genitori.

Il governo indiano prima di far partire la sperimentazione ha consultato i maggiori esperti sociologi, psicologi ed economisti: molti hanno contrastato e biasimato l'idea, motivando la contrarietà con catastrofiche previsioni di forte incremento di abuso di droghe, alcool, prostituzione, mancanza di volontà lavorativa. Il governo indiano ha comunque attuato il programma e i fatti gli stanno dando ragione. Non si è verificata nessuna delle tragedie sociali paventate dagli esperti.

Le persone invece, serene e contente del piccolo reddito costante e sicuro, hanno iniziato in stragrande maggioranza a intraprendere lavori, spesso di effettiva utilità sociale. Ora il governo indiano estenderà questo tipo di progetto ad altri 1000 villaggi rurali disagiati. Tutto ciò in realtà non significa che si possa estendere questo modello a tutte le realtà geografiche e socioeconomiche, significa solo che è una modalità rivelatasi straordinariamente vincente in quello specifico contesto.


E a voi, se riceveste un reddito (settimanale o mensile) slegato dalla vostra attuale attività lavorativa, non verrebbe il desiderio di trasformare in business il vostro amato talento o qualsivoglia hobby?

domenica 17 febbraio 2013

Il Caos è il momento che precede la Creazione

6 : commenti
 ...cosa succederà negli anni futuri?
Dopo l'era industriale da noi ci sono stati i grandi processi.
Quali processi?
Chi fabbricava prodotti nocivi per la salute degli umani, degli animali e delle piante, è stato accusato di genocidio e crimini contro il pianeta.
Ah sì? E chi?
Le industrie agroalimentari e chimiche, i fabbricanti di armi, tabacco e alcool, le industrie farmaceutiche e nucleari, i costruttori di automobili, gli architetti, medici, e politici che si erano arricchiti lasciando fare. 
Migliaia eh!?
È stata la guerra civile e poi il boicottaggio...
Boicottaggio?
Tutto quello che era stato nocivo per la salute non si comprava più o si buttava. Fu l’arma vincente: senza vendite niente potere, l’esercito e la polizia erano impotenti… quell’epoca fu chiamata il “caos pre-Rinascimento”.
Da "Il Pianeta verde" (1996) di Coline Serreau

A chi non sapesse di cosa sto parlando, consiglio naturalmente di dedicare un'ora e mezza della propria vita a questo ispirato quanto divertente film di 17 anni fa, probabilmente ancora più attuale oggi di quando fu girato.

Un film saggio? Molti diranno di sì. Un film ingenuo? Molti diranno di sì. Un film senz'altro adatto a riflettere sulla follia quotidiana che ci circonda e di cui facciamo parte, quella follia che per educazione, socializzazione e assuefazione non percepiamo quasi più.


22passi.blogspot.com: post n. 2037 (-185)

mercoledì 3 ottobre 2012

Un passo indietro per andare avanti

7 : commenti
Ieri sera sono stato con la mia compagna a vedere L'economia della felicità, il film-documentario di Helena Norberg-Hodge che ruota in questi giorni nelle sale cinematografiche italiane 


Facile trovarsi d'accordo coi concetti chiave espressi dalla Norberg-Hodge. È sotto gli occhi di tutti che la globalizzazione economica abbia portato molti più danni che benefici: una crisi ambientale senza precedenti, una crisi economica epocale, una drammatica crisi dei valori umani su cui si basavano felicità, solidarietà e società.
La globalizzazione in fondo è iniziata 500 anni fa, con la diffusione della navigazione intercontinentale ad opera di alcune nazioni europee (Spagna, Portogallo, Inghilterra, Francia, Olanda ecc...) e il conseguente avvento del Colonialismo. Qualche secolo dopo la Rivoluzione Industriale ha esasperato la divisione euro-centrica tra un mondo dominatore e ricco, produttore di beni finiti, e un mondo assoggettato e povero, fonte delle materie prime. La fine del'epoca coloniale nel XX secolo è stata solo apparente, perché le nazioni diventate autonome sono saltate dalla padella del controllo militare e politico a quella del debito e sono sprofondate nel "terzo mondo".
Se oggi Stati come Cina (1.350.000.000 abitanti) e India (1.210.000.000 abitanti) si sviluppassero tout court secondo la via già seguita dai paesi occidentali, adottandone diffusamente stili di vita e di consumo, il mondo collasserebbe definitivamente nelle sue tre sfere chiave di ambiente, economia e società. Perché già ora sta esaurendo risorse strategiche come gli idrocarburi e sta consumando molte risorse ambientali rinnovabili a un ritmo maggiore del loro tasso di ricrescita (si pensi alle risorse ittiche, all'inquinamento delle falde acquifere, ai prodotti agricoli in generale ecc.).
È ridicolo parlare ancora di crescita del PIL come unica soluzione ai mali che affliggono il pianeta, perché proprio la fede cieca nella crescita infinita lo ha portato sull'orlo del baratro, se non ancora un passo oltre. 

La ricetta della Norberg-Hodge è chiara e semplice: localizzazione globale. Abbandonare un'economia schizofrenica in cui, a seguito di trattati commerciali, è conveniente far fare persino a mele e patate avanti e indietro da una parte all'altra del mondo per poi venderle sul mercato finale a prezzi minori dei prodotti locali. Questo sì che abbatterebbe drasticamente le emissioni di anidride carbonica!
Avendo portato nel blog sin da "tempi non sospetti" le transition towns e i mercati contadini e gruppi d'acquisto locale a filiera corta, mi sento perfettamente a casa con l'idea localizzazione globale, che non significa chiudere le frontiere e tornare al medioevo, ma dare il giusto rilievo al benessere della società locale come chiave di svolta per un mondo globalmente migliore.

La  critica della Norberg-Hodge a ciò che siamo abituati a considerare inevitabile solo peché ci siamo nati, cresciuti e ne siamo quotidianamente influenzati, nasce alla fine degli anni '70, quando si trovava in Tibet, a studiare come sociologa-antropologa la cultura e la rete dei rapporti sociali della popolazione Ladakh, ancora non toccata dal consumismo. Nel giro di pochissimo tempo questa società divenne un campo d'osservazione privilegiato in cui la Norberg-Hodge poté focalizzare punto per punto come e perché l'arrivo dei modelli di vita occidentali abbiano peggiorato le condizioni esistenziali e spirituale dei LadaKhi. Questa analisi calza perfettamente a tutto il terzo mondo, ma costringe anche noi occidentali a riflettere su quanto abbiamo perso in cambio di una finta ricchezza che non rende felici (i disturbi depressivi stanno diventando una vera e propria malattia epidemica mondiale). 

Vi consiglio infine di leggere la presentazione de L'economia della felicità scritta dalla stessa autrice e tradotta in italiano da Elisa Nichelli per Come Don Chisciotte:

Stasera L'Economia della felicità è ancora in programmazione nelle sale del circuito The Space, se non l'avete ancora visto cogliete al volo l'occasione. L'economia della felicità è disponibile anche in DVD.

P.S. Per me la risorsa più preziosa che esista è il tempo: visto che tendenzialmente sono un perfezionista, mi piacerebbe averne di più, per scrivere  lentamente e soppesare con calma le parole, ma - di necessità virtù - sto imparando a scrivere nel minor tempo possibile: per questo post  sono bastati 40 minuti.

sabato 1 settembre 2012

La prospettiva centrale e il destino in Kubrick

3 : commenti
L'uso della prospettiva centrale e del topos del corridoio nel cinema di Kubrick apre un discorso vastissimo. Prendo in prestito alcuni spunti dall'introduzione alla tesi di laurea di Leonardo D'Itri:
"Con questo lavoro di ricerca ci si propone di mostrare come nella filmografia del regista americano Stanley Kubrick sia presente uno stretto rapporto tra l’ambito narrativo e quello visivo. In particolare si tenterà di evidenziare come la struttura spaziale del corridoio abbia una valenza determinante nel sottolineare la costrizione e l’impossibilità di scelta in cui vengono a trovarsi i personaggi kubrickiani."
"Si ha quindi intenzione di analizzare l’impianto narrativo della sua filmografia tentando di porre in evidenza come siano costantemente presenti due temi fondamentali: da un lato l’illusione da parte dei personaggi di poter guidare il proprio destino e dall’altro l’assoluta impossibilità, dovuta al caso e a forze superiori, di attuare tale controllo. A questo punto si tenterà di mostrare come tale dualità tematica [...] sembri trovare un parallelo a livello visivo. In particolare si cercherà di mettere in risalto il fatto che due costanti visive del cinema di Stanley Kubrick, ossia la prospettiva centrale ed il corridoio, potrebbero costituire la metafora visiva, rispettivamente, dell’illusione da parte del personaggio di poter controllare il proprio destino (la prospettiva), e della reale condizione in cui lo stesso personaggio si trova, cioè impotente a decidere della propria vita ed immesso su un tragitto obbligato (il corridoio)."
"In particolare [...] , generalmente, nel momento in cui un personaggio si illude di guidare il proprio destino, visivamente si riscontra la prospettiva centrale, mentre quando si trova in una condizione impostagli, nei confronti della quale non ha possibilità di controllo, è rilevabile la struttura del corridoio."
E ora constatate coi vostri occhi tutto ciò, incantandovi con un video diffuso in questi giorni viralmente dai media di tutto il mondo. Guardatevelo a tutto schermo, vale davvero!

giovedì 5 maggio 2011

The Knights Who Say Ni!

11 : commenti
Monty Python e il Sacro Graal (1975)
Anche oggi devo stare un po' lontano dal blog; cerco di rispondere almeno ai commenti "urgenti".

Se in mattinata siete in grado come ieri (Mimmo e Tizzie in primis o se non possono loro qualcun altro) di farmi avere le "anteprime" della seconda parte dell'ultima intervista di Mr Kilowatt all'ingegner Rossi, più tardi cerco di farne un post disponibile per tutti, come ieri.

lunedì 13 dicembre 2010

Cinema, amore e insalata

4 : commenti
Il caso ha voluto che gli ultimi film che ho visto al cinema siano stati nell'ordine: Maschi contro femmine una settimana fa, La donna della mia vita mercoledì scorso, Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni stasera. Tre commedie leggere, gradevoli e molto divertenti, accomunate dall'essere incentrate sull'amore e sui suoi immancabili guai, equivoci, crisi, ecc. e dall'avere trame che sviluppano storie di diverse coppie, intrecciate o in parallelo. Esattamente quel tipo di film che dovrei evitare di vedere di questi tempi... perché anche se rido, non mi passa proprio!

Chiaramente su tutti svetta Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni (voto 8 e mezzo), un Woody Allen che sembra quasi ispirarsi alle commedie di Almodovar e con un bel cast, cito tra tutti Anthony Hopkins. Ma devo dire che non sfigura per niente La donna della mia vita (voto 8) di Luca Lucini, con Alessandro Gassman e Stefania Sandrelli: è delizioso. Maschi contro femmine (voto 7+) di Fausto Brizzi,  ha il limite di sembrare un po' troppo un film per la Tv, vuoi per le riprese vuoi per gli attori che siamo abituati a vedere più spesso sul piccolo schermo che al cinema (come Fabio de Luigi, Claudio Bisio, Luciana Litizzetto, Paola Cortellesi). 

Contro il mal d'amore non esistono medicine. Per guarire prima da influenze e raffreddori  invernali possiamo prepararci invece una squisita insalata vitaminica come quella da me gustata giusto ieri sera in casa di Nevio e Antonella, che ringrazio per la ricetta.  

Ingredienti: un arancio e un pompelmo rosa (oppure gli agrumi che abbiamo a disposizione, per esempio andrebbero bene anche un mandarancio e un limone); radicchio rosso; un'altra qualità d'insalata "neutra" come lattuga o canasta o lollo bianco o iceberg (meglio se un po' "croccante"); filetto di tonno di buona qualità; olio d'oliva; sale; pepe; miele.

Preparazione. Tagliare praticamente à la julienne le insalate e metterle a montagnetta nell'insalatiera lasciando spazio per i successivi ingredienti; guarnire con gli agrumi a pezzetti (pelati al vivo) e aggiungere al centro il tonno (la presentazione va fatta un po' coreografica); condire solo con l'olio e senza mescolare. Ognuno aggiungerà a piacere, sulla porzione servita  nel suo piatto, il sale, il pepe e un po' di condimento ottenuto sciogliendo in una tazzina di succo d'agrumi un paio di cucchiaini di miele. Mescolare e mangiare (voto 10 e lode!).

Suggerimento. Chi non sa "pelare al vivo" gli agrumi può imparare guardando questo video. Grazie Fay! ;)

mercoledì 3 novembre 2010

Mai dire mai, anima mia, ché se Ami... so' cazzi!

6 : commenti
Quando uscì Nuovo Cinema Paradiso (1988) andai a vederlo col mio gruppo di amici. Il film di Tornatore mi piacque molto, a parte l'episodio in cui il protagonista passa sei mesi sotto le finestre di colei che ama, notti in bianco e giornate interminabili, incurante delle intemperie, aggrappato alla speranza che anch'ella si innamori di lui: lieto fine che si materializza proprio quando nessuno se lo aspetta più, innamorato compreso. Trovai queste scene addirittura irritanti e totalmente inverosimili, come se nella realtà nessun uomo sano di mente potesse e dovesse comportarsi così. Pensavo impossibile una cosa del genere, era solo un'eccessiva iperbole romantica.

 

Ogni volta che mi sono imbattuto nuovamente in quella pellicola ho sempre rivissuto il giudizio netto formulato allora: bellissimo film, se non fosse per quella storiella assurda dell'innamorato sotto la pioggia. Ed è pure particolare come la memoria ne avesse "girato" un remake del ricordo, ché custodivo in me una rivisitazione molto più drammatica, cruenta e fosca, in cui l'uomo, con la barba incolta e decisamente provato, trascorreva sotto la pioggia e intirizzito quasi tutto il tempo passato  per strada a chiedere contraccambio al suo grande amore.

Comunque se sto parlando di tutto ciò è perché da un po' di settimane, di colpo non trovo più inverosimile e caricaturale questo episodio. Anzi, mi è tornato alla mente proprio perchè mi ci sono totalmente identificato giacché, mutatis mutandis è lo specchio fedele di come mi sento in cuore. 

La vita non è un film. Però i film raccontano la vita, e tutto ciò che può essere immaginato, fino a prova contraria, può diventare vero.

Appello per rintracciare un film visto anni fa

0 : commenti
Un paese della Sicilia (credo), prima metà del secolo XX (credo). Un uomo s'innamora di una donna che può vedere solo da lontano. Lei se ne accorge ma altezzosamente lo disdegna. Allora lui per mesi e mesi - se non anni - ogni giorno sosta sotto la finestra di lei, sole o pioggia, estate o inverno che sia, finché di fronte a tanta prova d'amore lei cede. Non mi pare ci siano dialoghi, assistiamo semplicemente a quello che accade.

Non riesco a ricordare in quale pellicola (all'incirca dei primi anni '90, credo) ho visto rappresentata questa storia, solo una tra tante all'interno della trama... qualcuna o qualcuno sa dire quale film è per favore?

Ero convinto fosse Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, ma a rileggere la trama, e a riguardare i trailer su YouTube, direi che ho proprio preso un abbaglio.

P.S. E invece non mi sbagliavo: il film in questione allora era proprio Nuovo Cinema Paradiso. E su quel passo e su quello che rappresenta per me scriverò un post a parte.

giovedì 14 ottobre 2010

La solitudine dei numeri primi

11 : commenti
I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell'infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo più in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Altre volte, invece, sospettava che a anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci. Il secondo pensiero lo sfiorava soprattutto di sera, nell'intrecciarsi caotico di immagini che precede il sonno, quando la mente è troppo debole per raccontarsi delle bugie. 
Paolo Giordano
La solitudine dei numeri primi
(incipit del capitolo 21)
Premessa (non brevissima e totalmente fuori tema)

Mi trovo in riserva di energie, perciò mi sono dato la regola di non rubare più ore al sonno per scrivere sulle sue pagine del blog. Torno a casa dal lavoro, spremuto a mo' di limone, con in testa fondi per la non autosufficienza, gruppi di lavoro integrati con la ASL, gestione associata dei servizi sociali comunali da mandare a regime, indagini ISTAT sulla spesa sociale in scadenza, servizi di mediazione familiare da attivare, bandi anti-crisi in corso, nuove competenze come pioggia, richieste dati da Prefettura e Regione, monitoraggi, rendicontazioni, adempimenti vari e chi più ne ha ne metta. Il coordinatore della Zona Sociale ieri ha riconosciuto che le mansioni che svolgo andrebbero distribuite su almeno 3, 4 persone... se la mia situazione è rappresentativa di gran parte della pubblica amministrazione - pare di sì - è inevitabile che la qualità dei servizi possa solo peggiorare, per quanto un bravo one-man-band possa suscitare simpatia e ammirazione è ovvio che un'orchestra di onesti musicisti suona molto meglio! 
Ricordo una tale overdose di lavoro solo nella gestione del dopo-terremoto del '97 ad Assisi (ricordo mesi in cui effettuavo tante ore di straordinario quante di ordinario): dopo un anno di carretta tirata a quei ritmi ne ricavai una crisi di ipertiroidismo da stress e un incidente stradale (auto completamente distrutta, salvato da cintura e airbag). Quell'esperienza mi ha insegnato molto e non ho alcune intenzione di ripeterla!
Se adesso sto rifacendo capolino qui è perché oggi ho preso un giorno di ferie per accompagnare mia figlia a fare il richiamo di una vaccinazione.

Vengo al tema: il best seller rivelazione di Paolo Giordano. 

Da un po' ho una strana abitudine: tanto più un libro e sulla bocca di tutti tanto più lascio trascorrere qualche anno prima di leggerlo. Così ho fatto anche con La solitudine dei numeri primi, un'opera prima che nel 2008 ha fatto strage di premi letterari - uno per tutti il primo posto al premio Strega - e record di copie vendute in Italia (una milionata!), trasformando uno sconosciuto esordiente ventiseienne in un autore affermato. E ho pure fatto l'esatto contrario di ciò che sarebbe saggio: ho letto il romanzo dopo aver visto il film che ne è stato tratto, con regia di Saverio Costanzo.

La trasposizione cinematografica del 2010 è un ritaglio intelligente del soggetto originale di Giordano (al copione ha collaborato l'autore stesso), pressoché circoscritto ai due protagonisti, Alice e Mattia,  a scapito dei personaggi minori, trasformato in un puzzle di flashback che, mano a mano che l'azione avanza, si compone a svelarci la vicenda e l'interiorità dei personaggi. Davvero encomiabile l'interpretazione di Alba Rohrwacher e di Luca Marinelli (nella foto), che hanno dato credibilità - e non era facile - alla complessa psicologia di Alice e Mattia, al loro mal d'anima. Film assolutamente da vedere.

Al contrario di quella del film, la struttura del romanzo è rigorosamente cronologica e fotografa i due protagonisti nei momenti topici delle loro vite. Il trauma che Alice subisce da bambina (1983). Il trauma che Mattia subisce da bambino (1984). L'incontro tra Alice e Mattia da adolescenti (1991) e lo strano incastro che viene a crearsi tra le rispettive solitudini. C'è una geometrica corrispondenza tra i traumi infantili di Alice e Mattia: quello di lei - un incidente di sci - inciderà sul fisico quanto sulla psiche (e su ambo i piani con l'anoressia), quello di lui - la sua responsabilità nella scomparsa della sorella gemella - inciderà sulla psiche (un senso di colpa insuperabile) e di lì sul fisico, con un cronicizzarsi di atti autolesionistici. La narrazione prosegue, quasi come un teorema matematico, sviluppando le conseguenza di queste premesse, si focalizza su determinati "capitoli" delle vite di Alice e Mattia (dal 1995 al 2007), durante i quali i due si avvicinano, innamorano e allontano senza riuscire mai a dare corpo e senso alla loro relazione, eternamente in nuce.

Ho letto le prime 150 pagine nell'arco di una decina di giorni, la sera prima di addormentarmi, e ho divorato le ultime 150 in tre ore dalle 5 alle 8 di mattina di domenica scorsa. Ciò a testimonianza di quanto la seconda parte mi abbia avvinto nonostante conoscessi intrecci e conclusione della storia. Ho sentito taluni parlare di questo libro come di un capolavoro, altri definirlo un banale romanzetto il cui successo resta un mistero. La mia opinione? Per me le opere che provocano reazioni contrastanti hanno sempre un quid, una marcia in più. Non so se è un romanzo che i posteri ricorderanno, forse la forza di Giordano non sta nel suo stile letterario, discontinuo o magari solo ancora acerbo, però per la mia sensibilità la storia regge molto bene. Mi sono sorpreso ad appassionarmi a scrutare nella vita di due personaggi che, per quella che è la trama in sé, sarebbe forse stato più logico che suscitassero fastidio o repulsione.

Si percepisce in tutto il libro la "doppia anima" di questo giovane autore, scientifica (è un fisico particellare con un curriculum esemplare) e umanistica (mostra il daimon di chi sa e deve raccontare storie), indubbiamente una persona fuori dal comune. Immagino che La solitudine dei numeri primi lasci perplessi soprattutto due tipologie di persone:  da una parte quelle che alla vita chiedono ordine e coerenza, che il bianco sia bianco e il nero sia nero, che non ci sia mai confusione tra buoni e cattivi; dall'altra i romantici a tutti i costi, che dal caos e disordine traggono linfa, che sperano inguaribilmente nel deus ex machina dell'amore e della passione. A mio parere quanto più si riesce a vivere tra queste due visioni, prendendone il meglio e emancipandosi dal peggio, tanto più si può apprezzare questo libro e innamorarsi di Alice e Mattia, due personalità decisamente borderline, che lottano comunque con forza per restare a galla e non sprofondare nelle loro nevrosi. In fondo sono normali persone "anormali", eroi urbani del nostro tempo, una donna e un uomo non omologati, né carne né pesce, figli delle confuse famiglie d'oggi. Chi si sente normale e migliore di loro, scagli la prima pietra. Mi sento numero primo come loro.

 
Un'ultima curiosità: il titolo del libro è stato imposto all'autore dall'editore al posto di Dentro e fuori dall'acqua... personalmente dubito che in questo caso avrebbe avrebbe avuto lo stesso successo!

LINK:
P.S. del 18/10/10. Nuovo post: Donald Duck e i numeri primi gemelli.

venerdì 10 settembre 2010

La Luce e il corretto rapporto col denaro

4 : commenti
Per caso settembre è il mese in cui si risvegliano le "catene"? Perché in questi giorni ne sto ricevendo parecchie, poco fa mi è perfino arrivato, per l'ennesima volta, un notissimo precetto cinese sul denaro che circola nel web da anni e anni: Il denaro può comprare una casa, però non una famiglia. Può comprare un orologio, però non il tempo. Può comprare un letto, però non il sonno. Può comprare un libro, però non la conoscenza. Può pagare un medico, però non la salute. Può comprare una posizione, però non il rispetto. Può comprare il sangue, però non la vita. Può comprare il sesso, però non l’amore. La cosa buffa è che me lo ha inviato una persona che, tra chi la conosce bene, brilla per taccagneria, che ha un rapporto col denaro talmente problematico da rifiutarsi di sapere quanto guadagna e allo stesso tempo lamentarsi con tutti di non guadagnare abbastanza... ricevere proprio da lei queste sacrosante pillole di saggezza sul rapporto corretto da tenere col denaro mi è suonato come ascoltare un ubriaco spiegare quanto l'alcol faccia male!!! Ma voglio confidare in bene: fusse che fusse 'a vorta bbona che ha visto la Luce tipo John Belushi nei Blues Brothers! ;-)

sabato 14 agosto 2010

Hai un amico in me

0 : commenti
Delizioso come da copione l'ultimo cartoon digitale prodotto da Disney-Pixar, Toy Story 3, che mia figlia e io ci siamo goduti ieri al cinema. È il primo film in 3D che non ci ha fatto venire mal di testa, credo merito degli occhialini monouso sigillati e dunque con lenti immacolate nonché della proiezione perfetta che non tutte le sale in verità garantiscono. Per correttezza non faccio nomi, però tra Perugia e Corciano ci sono due multisale che offrono il cinema 3D e solo una di queste vale il prezzo del biglietto. Perciò Perugini, occhio! In realtà ho iniziato questo post con l'idea di condividere il cortometraggio che per consuetudine precede i film della Disney, Quando il giorno incontra la notte, che ieri sera avevo ritrovato e visto su YouTube, davvero imperdibile. Ahimé, già stamattina il link era stato oscurato con tale avviso Questo video non è più disponibile a causa di un reclamo di violazione del copyright da parte di Disney. Mah, queste cose le capisco solo fino a un certo punto, penso che i diritti degli autori siano più che ripagati da proiezioni cinematografiche, DVD, merchandising ecc. e che la vera democrazia debba sapere contemplare e incorporare in sé un po' di pacifica anarchia, in caso contrario tende a trasformarsi in sistema totalitario. Allora per non lasciarvi a bocca asciutta, vi ripropongo la sempre piacevolissima canzone portante della saga di Toy Story, cantata in Italia da Riccardo Cocciante... di quelle da cantare all'infinito sotto la doccia e oltre! ;-)
Hai un amico in me un grande amico in me se la strada non è dritta e ci sono duemila pericoli ti basti solo ricordare che che c'è un grande amico in me di più di un amico in me. Hai un amico in me più di un amico in me i tuoi problemi sono anche i miei e non c'è nulla che io non farei per te se siamo uniti scoprirai che c'è un vero amico in me più di un amico in me. E anche se in giro c'è qualcun altro che vale più di me certo sicuro mai nessuno ti vorrà mai bene quanto me sai con gli anni capirai che siamo fratelli ormai perché il destino ha deciso che c'è un vero amico in me più di un amico in me un vero amico in me.

giovedì 15 aprile 2010

Ozpetekianamente

3 : commenti

Gli amori impossibili non finiscono mai: sono quelli che durano per sempre.
(Da Mine Vaganti, di F. Ozpetek)


Mine vaganti è un film divertente e godibile, ma non molto di più: forse un giorno me lo ricorderò soprattutto per questa frase, detta dalla nonna a Tommaso. Non ho resistito ad appuntarmela mentre la pellicola scorreva, oggi pomeriggio al cinema. È degno contraltare alla citazione di Erri De Luca inserita proprio ieri nel blog. Bella coincidenza!

lunedì 4 maggio 2009

Da Allegro non troppo
al "c'è poco di cui essere allegri"

6 : commenti
Ringrazio Danda di avermi ricordato, in un commento lasciato sul post de La Maison en petits cubes, l'esistenza di Allegro non troppo, un bel film del 1977 (un po' a cartoni e un po' a recitazione), in cui il nostro grande Bruno Bozzetto, nel fare "il verso" ai classici di Walt Disney, è riuscito persino a superarli. Danda mi ha citato in particolare l'episodio del gatto nella casa in rovina, dove la nostalgia è dipinta in perfetta simbiosi con le note del Valse Triste di Jean Sibelius:



Questa sequenza mi ha evocato - ahimè - anche immagini e sentimenti legati ai crolli e ai lutti dell'Aquila e dei paesi vicini, visti e rivisti in foto e video, che continuo ad avere negli occhi da un mese a questa parte. E questo mi ricorda che sabato sera ho avuto una discussione abbastanza accesa con Eva (e non me lo sarei mai aspettato perché di solito ci troviamo d'accordo su tutto), una mia cara amica aquilana, che vive a Perugia da molti anni e ha la sua famiglia e tanti amici terremotati, in tendopoli o arrangiata in altre situazioni provvisorie. Premetto che sin dall'inizio ho preso cum grano salis le testimonianze che provengono da blog come Miss Kappa, ByoBlu, Terremoto: dove gli altri non arrivano, ben consapevole che spesso il confine tra denunciare e polemizzare può essere sottile: ho letto e leggo queste fonti con molta attenzione, trovando informazioni importanti, pur non condividendo - a volte - certi toni e affermazioni. Ritengo doveroso tentare di costruirmi un'idea dei fatti a 360° e soprattutto difendo il diritto alla libertà di opinione e informazione (nei limiti di un corretto dialogo democratico ovviamente). Dunque è proprio il confronto tra le fonti di informazioni ufficiali e quelle "indipendenti" a farmi ritenere che esagerano le prime a dipingere il dopo-sisma in Abruzzo come il meglio gestito della storia d'Italia ed esagerano le seconde a dipingerlo come il peggio gestito. Ma chi è causa del suo mal pianga se stesso: è inevitabile che un'informazione ufficiale troppo di parte (che rasenta la "propaganda") generi per reazione uguale e contraria una controinformazione potenzialmente altrettanto di (contro)parte. Insomma, non condivido né l'atteggiamento di chi a mo' d'avvoltoio strumentalizza il terremoto per fare bella figura (tanto più a campagna elettorale aperta), né quello di chi lo strumentalizza per cogliere in fallo il governo a ogni piè sospinto. Per quel che mi riguarda, spero che questo governo possa fare "bella figura" (di sostanza non di facciata) nell'Aquilano, e non certo per il bel visino scuro di Silvio Berlusconi (trovo molto significativo l'anagramma che ho evidenziato), ma per il popolo abruzzese, diamine! Mi sono trovato a discutere - dicevo - con la mia amica, come me "di sinistra" e non estremista, perché a suo parere le "cronache" fornite dai siti/blog "indipendenti" sono soltanto opera di quattro gatti faziosi e assetati di polemica, mentre gli abruzzesi, e gli sfollati in particolare, nella maggioranza apprezzano quanto è stato fatto per affrontare l'emergenza e sono grati all'impegno dei volontari. Per quanto mi sia sforzato, non sono proprio riuscito a farle capire che non metto assolutamente in discussione l'impegno e la dedizione dei volontari ma solo certe direttive date loro dai vertici della protezione civile né che volevo sottintendere che solo gli autori di quei blog "capiscono tutto", figuriamoci: do sempre per scontato che nessuno possiede la verità! Confrontando il mio ricordo diretto della gestione del terremoto in Umbria nel 1997 con l'idea che mi sono fatto di come si muove ora la macchina della protezione civile - in base a tutto quello che ho letto e visto su internet (valutando di volta in volta la credibilità delle fonti) - noto una maggiore "militarizzazione"... cosa che in sé può essere certamente necessaria in situazioni di "crisi" (però c'è sempre modo e modo), ma che mi appare coerente con un quadro generale di limitazione delle libertà. In una semplice immagine: confrontando la società di 10 anni fa a quella di oggi, non mi stupirei se tra un decennio la maggioranza della gente giudicasse normale avere carri armati appostati accanto a stazioni, monumenti, centri commerciali ecc., per la nostra "sicurezza" naturalmente. Anzi, pare che molti lo pensino già ora. Se il trend è questo, c'è poco di cui essere allegri!

sabato 25 aprile 2009

La Maison en Petits Cubes

8 : commenti
Per ricambiare il dono all'amica che mi ha fatto conoscere Father and Daugter, Oscar 2001 per il miglior cortometraggio d'animazione, vi presento La Maison en Petits Cubes, del giapponese Kunio Kato, Oscar 2009 nella stessa categoria.

Cartoni animati come questi sono autentica poesia per immagini... vedere per credere!

giovedì 23 aprile 2009

Padre e figlia

4 : commenti
Ritagliatevi 8 minuti e guardatevelo senza interruzione: vale, vale, vale.



Father and Daughter ha vinto nel 2001 l'Oscar per il miglior cortometraggio d'animazione. Sarà che sono un papà e ho giusto una figlia... mi ha fatto da piangere. Un grande grazie a Surrealina perché è tramite il suo blog che l'ho scoperto qualche settimana fa.

P.S. L'autore di questo poetico e commovente cartone è l'olandese Michaël Dudok de Wit.

giovedì 22 gennaio 2009

Sette anime:
finalmente un Muccino che apprezzo

5 : commenti
Continuo a scegliere di andare al cinema senza leggere recensioni (che quasi sempre anticipano la trama!) o chiedere pareri su quel mi attende, senza idee preconcette salvo quelle che posso essermi già fatto di registi e interpreti dalle loro opere precedenti.


Sette anime (meglio il titolo originale Seven Pounds, sette pesi) è il quarto film di Gabriele Muccino che vedo e il primo che mi piace. L'ultimo bacio (2001)... beh, non riesco proprio a ricordarmelo, quindi indubbiamente non mi colpì molto. Ricordati di me (2003) ahimè lo ricordo: se non mi piace l'Italia degli adoranti d'Arcore, veline e SUV, perché mai dovrebbe piacermi una fedele fotografia senza didascalie di siffatta Italia? Non parliamo poi de La ricerca della felicità (2006): se non mi piace la brutta fine che ha fatto il sogno americano, l'edonismo reaganiano, l'etica (protestante) del capitalismo, perché mai dovrebbe piacermi la storia di un povero cristo che sogna di farsi da sé per avere tanti soldi, una bella casa e una Ferrari rossa fiammante? Sarebbe questa la ricetta per ogni famiglia che vuol essere felice??


Concedevo a Muccino solo di distinguersi per buon uso del mezzo cinematografico, gusto nel ritmo del montaggio, nelle inquadrature e nell'infiocchettamento di un bel prodotto. Ma quanto a contenuti e messaggi dati allo spettatore, questi primi tre film per me valgono zero. Dati tali precedenti, non mi aspettavo nulla da Sette anime, proprio "nulla"! E invece stavolta Muccino mi ha convinto, anche se scopro ora che la critica ha stroncato quest'ultimo lavoro (del resto aveva apprezzato quelli che io ritengo insignificanti!).


L'idea su cui si basa il copione di Sette anime non era facile da rendere, si rischiava di scivolare o nell'inverosimile o nel "drammone". Invece tanto di cappello a un film che cammina sul filo senza cadere: la trama si svela un pezzetto alla volta - ci pare quasi di mettere insieme un puzzle - e non ve la svelerò di certo qui. Un perfetto meccanismo che somma indizi, particolari, frasi, scena dopo scena, fino a costruire un finale che porta a capire la storia giusto quando incombono i titoli di coda. La sceneggiatura è priva di un livello di analisi psicologica dei personaggi (un limite di tutte le opere di Muccino?), però un limite che in questo caso mi sembra strategicamente giustificato, onde evitare di rendere il soggetto eccessivamente pesante; è lo stesso spettatore chiamato a sopperire con le sue riflessioni e il suo transfert e il trucco funziona. Un film che contiene tanta tristezza, ma anche l'esempio luminoso di quanto sia possibile fare del bene al nostro prossimo, con un the end decisamente karmico, che nonostante tutto non riesco a non considerare lieto.


ASSOLUTAMENTE DA VEDERE, e - mi raccomando - salvo siate disincantati, cinici e vaccinati alle lacrime, portatevi un pacchetto di clinex: vi serviranno da metà film in poi e soprattutto per il finale! N.B. Penso che pochi film possono essere danneggiati come questo dal conoscerne la trama in anticipo; è un punto fondamentale.





Di Will Smith aggiungo solo che è un grande, capace di destreggiarsi stupendamente in ogni genere: commedia, fantascienza, drammatico ecc.


P.S. Un dubbio: non sarà che questo film mi è piaciuto perché sotto sotto lo interpreto da un punto di vista spirituale che Muccino, in realtà, non ha per niente approfondito?

venerdì 16 gennaio 2009

Da Via col vento ad Australia, senza timor sacro!

5 : commenti
Che bello andare al cinema senza sapere niente del film che vedrai. E scoprire che è un film che tutto sommato non ti scorderai. Be', volevano portarmi a vedere l'ultimo di Muccino, regista che mi ha sempre deluso(*), per cui ho insistito: ma non c'è nient'altro? Muccino un'altra sera dai!


Alla fine quasi per caso alle 21 del 15 gennaio ci siamo trovati al Cinema-Teatro Pavone di Perugia per una Serata di beneficenza organizzata dalla AULCI - Associazione Umbra per la Lotta alle Cardiopatie Infantili - a vedere in anteprima nazionale Australia, il nuovo colossal con Nicole Kidman (nelle sale di tutta Italia da oggi 16 gennaio). Era tutto prenotato, platea e palchi traboccanti della Perugia bene, perciò siamo finiti su in loggione e per la prima volta ho visto un film dal proscenio come se fosse una rappresentazione teatrale... e nonostante questo me lo sono goduto, rapito dalla prima all'ultima scena. 


Il caso ha voluto che non avessi letto recensioni e che nessuno degli amici con me mi avesse accennato la trama o giudizi. Le uniche notizie che avevo di Australia erano che c'era la Kidman e che era una pellicola di megalomani pretese... insomma, mi aspettavo un polpettone! Ora non dubito che questo film radunerà tantissimi detrattori attorno: perché Baz Luhrmann (il regista di Mouline Rouge) forse si compiace un po' troppo della sua bravura, forse in qualche inquadratura vuole strafare, forse rende qualche scenario fin troppo "finto" pur di volerne fare una citazione; e la Kidman forse fa un po' troppo il verso a Rossella O'Hara, come il co-protagonista Hugh Jackman prova a misurarsi col mitico ruolo di Rhett Butler... però sarebbe troppo semplice cadere nella trappola dei "grandi modelli inimitabili del passato" e stroncare. 


Di certo non mi viene in mente nessun altro film che possa essere dignitosamente accostato a Via col vento come Australia. Il paragone è inevitabile, il debito della sceneggiatura è evidente: scene epocali di guerra, l'amore predestinato tra un uomo e una donna affascinanti che all'inizio mal si sopportano, il razzismo di una società al tramonto e la lotta per l'uguaglianza nel segno dei nuovi tempi. Ci sono poi tantissimi altri ingredienti in Australia, come la storia dell'allontanamento forzato dei bambini meticci dalle loro madri e dalle loro tradizioni (pare che in Australia sia accaduto per legge fino agli anni '70), lo sciamano aborigeno, il suo nipotino mezzo-sangue che impara dal nonno ad usare il "potere", tanti personaggi di contorno, antagonisti o alleati dei "buoni e belli", i paesaggi mozzafiato, perfino i cacciabombardieri del sol levante che fanno della cittadina di Darwin una Pearl Harbour australe, e molto molto di più. 


Tutto ciò penso provocherà indigestione o persino ulcera agli stomaci più raffinati; a me ha avvinto, divertito, appassionato, commosso per quasi tre ore: un film che ho già voglia di rivedere. Sarò di bocca buona? Diciamo che mi piace andare al cinema con l'animo del bambino che vuole stupirsi... ecco, adesso ho capito! Australia è un fumetto interpretato da attori in carne e ossa, con tutta l'ingenuità e la forza tipica del fumetto, a partire dalle iperboli narrative e dal prendere ispirazione dai grandi film (ho citato Via col Vento ma ci starebbe bene anche La mia Africa). Ma per me questo è un pregio non un difetto. :-)





P.S. Eravamo in cinque a vedere il film e tutti abbiamo condiviso lo stesso giudizio positivo. Dulcis in fundo, da tanto tempo non sentivo una platea applaudire un film alla sua conclusione. 


(*) P.S. del 22/01/09. Mi correggo, Muccino mi aveva sempre deluso fino a oggi: Sette anime mi è veramente piaciuto! Come Australia è una sorta di musical senza musica e canzoni, pure Sette anime è un film "difficile" da digerire, ma mi ha fatto piangere tutte le lacrime che avevo, fino all'anima: ecco il post che gli ho appena dedicato.

giovedì 8 gennaio 2009

Ma quale Lissy, riscopriamo Terkel!

9 : commenti
Prendete la saga di Shrek della DreamWorks: sostituite all'orco verde uno yety grigio e alla principessa Fiona una principessa Lissy, improbabile morfing tra Paris Hilton e Dita Von Tease, doppiata in falsetto da Lorella Cuccarini. Prendete la saga dell'Era glaciale della 20th Century Fox: sostituite a Syd il bradipo e Manfred il mammuth una coppia di strambi cacciatori, e al mitico scoiattolo Scrat un nevrotico passerotto. Glassate la pellicola con infiniti riferimenti ai classici film della principessa Sissi e del suo amato principe Franz. Aggiungete una overdose di citazioni da cineteca, tratte da Titanic, King Kong, Il mostro della laguna nera e tantissime altre opere. Shakerate il tutto et voila: otterrete Lissy - principessa alla riscossa, a detta degli autori un cartoon "europeo" al 100%! Di certo il film è stato prodotto in Germania e diretto dal regista e comico tedesco Michael Herbig, ma sono soprattutto le battute dei personaggi ad allontanare Lissy dalle tante simili produzioni di animazione 3D di fonte USA: apparentemente rivolto a un pubblico di bambini, il film è in realtà tarato sui genitori che li accompagnano, ché tutta la trama si puntella di ininterrotti doppisensi a sfondo sessuale (talvolta divertenti, più spesso di una gratuità sconsolante) volutamente incomprensibili alla maggior parte dei piccoli spettatori. Un cartone di cui - a parer mio - non si sentiva la mancanza, manco un po': sono andato a vederlo con mia figlia il giorno della Befana e mi sono divertiticchiato più io che lei... questo è tutto.  

Per restare in tema di cartoni sui generis, preferisco di gran lunga il film di animazione danese Terkel (2004) doppiato in modo fantastico da Elio e le storie tese, Lella Costa e Claudio Bisio. Meglio però non farlo vedere ai bambini: Terkel ha testi privi di doppisensi e mediazioni, è decisamente e scurrilmente esplicito!!

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