Siamo appassionati d’Amore, onestà, spiritualità, arte, poesia, politica, democrazia, sostenibilità, tecnologia, green-energy, medicina naturale, cambi di paradigma, rivoluzioni scientifiche e “tante cose infinite, ancor non nominate”. Siamo uno specchio capovolto della realtà: fuori c’è il patriarcato e guerre, prevaricazioni e disuguaglianza sociale; qui c’è una "società gilanica". Fuori c’è l’economia del petrolio, qui siamo pro mobilità elettrica, fotovoltaico, sistemi d'accumulo ecc.

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sabato 27 gennaio 2018

Quello che non ti hanno mai detto sull'auto elettrica

84 : commenti
Consiglio la visione di un video superlativo, tratto dal TEDxReggioEmilia di 8 mesi fa, che illustra la differenza tra economia lineare ed economia circolare e vi metterà voglia di rottamare la vostra auto a combustione e diventare protagonisti, il prima possibile, della mobilità elettrica e sostenibile. 

L'autore è Valerio Rossi Albertini laureato con lode in Fisica atomica e molecolare, nonché primo dottore di ricerca in Italia in Scienza dei Materiali. All’insegnamento di Chimica-Fisica, ha recentemente affiancato quello di Divulgazione della Scienza, presso l’università di Roma 2. È stato responsabile della divisione “Fotonica di raggi X” del CNR e delle attività applicative del Super-laser “Sparx”. Svolge attività di comunicazione scientifica per le maggiori reti televisive nazionali (oltre 700 presenze negli ultimi 5 anni).


Se fate parte e leggete i post del mio gruppo Facebook Hyundai Kona Electric FAN GROUP ITALIA - che si occupa di mobilità elettrica a trecentosessanta gradi, con un occhio di riguardo a quella che spero sarà la mia prossima automobile - avrete già visto questo video. Se non fate parte di quel gruppo allora è il momento di iscrivervi:

lunedì 25 dicembre 2017

L'errore di Linux

11 : commenti
Post di Daniele Passerini

Come regalo di Natale, 22 passi vi regala una piccola recensione de L'Errore di Linux, ebook di Angelo Maci che, come si può intuire dall'immagine di copertina, trascende lo stretto ambito informatico che il lettore potrebbe dedurre dal titolo.

Esattamente nove mesi fa, l'autore mi segnalò la sua opera con questa breve sintesi: 
"L'errore di Linux" parla di gentrification, eco-sostenibilità, open-source, tecnologia, mobilità, sharing-economy, e tanto altro, visto dal punto di vista di Linux (c'è persino un breve accenno alle L.E.N.R.). Partendo da tematiche concernenti Linux (il sistema operativo open-source gratuito e libero) e la relativa esperienza utente, vengono messi in luce alcuni importanti aspetti psicologici e viene mostrato come sia possibile assecondare le legittime esigenze di soddisfazione delle persone mediante modalità alternative a quelle consumistiche, anche attraverso la consapevolezza circa i valori e le sensazioni che l'uso di Linux può trasmettere, a patto però di non negare o trascurare quegli elementi che in Linux non si trovano ma che sono altrettanto importanti e di cui si esamina l'origine e il rapporto con dispositivi tecnologici, media e opere dell'ingegno. Quanto emerge nel libro alla fine si rivela utile anche più in generale per quel che riguarda le sfide che l'umanità si troverà ad affrontare quando le modalità odierne di produzione e consumo non saranno più sostenute dall'ecosistema e dalle risorse del pianeta.
Poi, per impedimenti personali del tutto casuali, L’errore di Linux è rimasto parcheggiato nel mio smartphone 8 lunghissimi mesi. E l'ironia della sorte me lo ha fatto iniziare proprio quando l’unico tempo che potevo dedicare a letture extra-lavoro o extra-studio - la notte, prima di addormentarmi - era particolarmente limitato. Solo per questo ho impiegato un intero mese, un paio di capitoli per volta, a concluderlo, ma già ora, per tutti gli stimoli e le suggestioni che mi ha lasciato, ho voglia di rileggerlo da capo tutto d’un fiato in un paio di giorni. 



Il libro è costruito sulla chiave (apparentemente semplice e “innocua”) della dualità “feriale/festivo”, che l‘autore - lungi dal farne una dicotomia riduttiva della complessità del reale - riesce ad elevare a vera e propria "euristica" con cui traguardare e passare al setaccio il modello di sviluppo e consumo della nostra società, catturandone contraddizioni, parossismi, insostenibilità. Il continuo ribaltamento di prospettiva tra feriale e festivo (e vi invito a leggere il libro per verificare voi stessi quanto quest’ottica sia potente e acuta) parte dall’antitesi tra software open e software proprietari, a cominciare dai sistemi operativi e dunque dalla storia di Linux, parallela a quella dei sistemi Microsoft ed Apple. Dalla informatica il discorso si allarga all’ambito giuridico del diritto d’autore, ai mass media in generale, all’economia, agli stili di vita e alla psicologia dei consumatori, allo sviluppo urbanistico, alla gentrificazione, alla trasformazione del mercato del lavoro e del lavoro stesso, alla produzione dell’energia, alla mobilità sostenibile ecc.

Non vi “spoilero” il motivo del titolo: scopritelo! Ribadisco solo che i temi affrontati vanno ben oltre le considerazioni su un sistema operativo: L’errore di Linux è nel complesso un testo di sociologia, un'analisi dei vicoli ciechi in cui l’umanità si dibatte, ahimè, spesso con ben poca consapevolezza.

L'ebook è scaricabile sia da Amazon in formato Kindle sia da Kobo in formato omonimo al costo di 8,90€. Qualunque sito tra i due scegliate, una volta aperto il link cliccate sull'immagine della copertina: nella finestra che si aprirà potrete leggere la parte introduttiva e decidere se vi interessa acquistare il testo completo. Sono pronto a scommettere che vi interesserà!

P.S. Su Kobo ho attribuito al libro 4 stelle su 5 anche se, in verità, sarebbe stato onesto dargli il voto massimo. Ho trattenuto una stella solo per stimolare l’autore a non fermarsi qui: L’errore di Linux è un saggio talmente geniale, che sarebbe davvero un peccato se tra qualche anno Angelo Maci non regalasse ai suoi lettori una nuova edizione, riveduta e ampliata.

sabato 3 ottobre 2015

Cercansi in Umbria 20 giovani diplomati da formare come tecnici superiori per la ricerca e lo sviluppo di prodotti e processi a base biotecnologica

6 : commenti
Approfitto di questo weekend per aprire nel blog un piccolo spazio rivolto ai giovani umbri con diploma di maturità che stanno cercando idee per il proprio futuro.
Innanzi tutto un mea culpa del sottoscritto! ;-)

Negli ultimi anni il mondo della scuola ha vissute molte trasformazioni, tra cui la quella dei cicli di istruzione della scuola superiore che rilasciano i diplomi. È scomparsa per esempio la sigla ITIS (Istituto Tecnico Industriale Statale), sostituita dalla sigla IIS (Istituto di Istruzione Superiore) che comprende sia i precedenti istituti tecnici, sia i precedenti istituti professionali.
Ruolo dell'ITS all'interno del sistema di istruzione italiano.
E confesso che fino a pochi giorni fa - ammetto l'ignoranza - confondevo ITIS e ITS! Invece gli attuali ITS, a dispetto dell'assonanza, non hanno proprio nulla a che vedere con i vecchi ITIS.
Gli ITS (Istituto Tecnico Superiore) sono scuole di specializzazione post diploma finanziate da MIUR, Regioni e imprese private, al fine di formare giovani “super tecnici” con profili realmente spendibili nel mondo del lavoro. 
I giovani che escono dalla scuola secondaria di secondo grado possono dunque iscriversi, in alternativa all'Università, a un ITS, dove trovano un po' meno didattica teorica e un po' più didattica pratica e applicativa, con stage presso imprese e professionisti (coinvolti anche nella definizione dell'offerta formativa e nello svolgimento delle docenze).
Gli ITS rilasciano il “Diploma Ministeriale di Tecnico Superiore” – certificazione delle competenze corrispondenti al V livello del Quadro europeo delle qualifiche – EQF  riconosciuto in tutta l’Unione Europea.
  1. Automazione e Sistemi Meccatronici
  2. Innovazione e Qualità delle Abitazioni
  3. Responsabile delle produzioni e delle trasformazioni agrarie, agroalimentari e agro-industriali
  4. Ricerca e sviluppo di prodotti e processi a base biotecnologica
  5. Marketing e Internazionalizzazione delle Imprese
Un corso che mi sembra particolarmente interessante è il n. 4, quello a indirizzo biotecnologico. 
La figura professionale che ne viene formata (Tecnico superiore per la ricerca e lo sviluppo di prodotti e processi a base biotecnologica) è in grado di:
  • operare nei comparti chimico, chimico-farmaceutico, ambientale e dei biomateriali sia in attività di ricerca e sviluppo sia in attività di pianificazione, realizzazione, gestione e controllo di progetti, processi, attività e impianti;
  • contribuire alla corretta applicazione delle procedure di produzione, nel rispetto di standard-qualità, normative internazionali, comunitarie e nazionali che disciplinano i comparti;
  • interviene nella valutazione dell'impatto ambientale degli impianti e delle emissioni per garantire l'eco-sostenibilità dei processi e dei prodotti.
Per finire qualche numero: i posti disponibili sono 20, le ore formative sono 1800 (distribuite in 4 semestri) di cui 1000 in aula/laboratorio e 800 in azienda. Il costo è zero: la partecipazione ai corsi è gratuita.

Nella scheda informativa trovate ulteriori spiegazioni, aree didattiche e unità formative, recapiti per contattare l'ITS Umbria.

mercoledì 4 febbraio 2015

Forse un giorno grazie alla tecnologia
potremo lavorare per essere felici
piuttosto che per sopravviere

46 : commenti
(post di Salvatore Boi e Daniele Passerini)

Amelia, la nuova incredibile intelligenza artificiale, è pronta e sta per essere lanciata sul mercato: quali implicazioni sociali sono dietro l'angolo?

La filmografia fantascientifica ci propone, ormai da diversi anni, futuristici sistemi evoluti di intelligenza artificiale come l'indimenticabile HAL9000 di 2001 Odissea nello Spazio (1968) o, recentemente, l'OS sensuale di Her (2013) e il robot assistente militare di Interstellar (2014). Ma davvero si tratta ancora soltanto di fantascienza?
Chetan Dube

Correva l'anno 1998 e a New York nasceva una nuova società di produzione software, la IPsoft. Il CEO della IPsoft era ed è Chetan Dube, un appassionato di matematica che pensa che Dio abbia usato la matematica per creare questo universo. La IPsoft oggi è una multinazionale diffusa in 10 nazioni e finanziata dalla stessa famiglia Dube.

Una delle idee di Chetan era quella di creare un'innovativa intelligenza artificiale e per farlo ha seguito l'esempio dei fratelli Wright, che per riuscire a costruire il loro aeroplano iniziarono con l'osservare e studiare il volo degli uccelli. In modo simile Chetan e i suoi super esperti (matematici, psicologi, informatici...) in 15 anni hanno ottenuto il successo da loro sperato. Nei primi 10 anni (1998-2008) non hanno compilato una sola riga di codice, hanno invece studiato approfonditamente il comportamento del cervello umano. Poi nei 5 anni seguenti (2008-2013) hanno iniziato a scrivere il software, suddividendolo in otto blocchi, o moduli, interoperanti e cooperanti, fino ad ottenere un programma di intelligenza artificiale (una versione moderna ed estremamente più potenta di Eliza) inizialmente strutturato per essere un ingegnere virtuale, in grado cioè di simulare il comportamento di un ingegnere umano che lavora e aiuta attraverso consulenze telefoniche, il tutto molto più velocemente di un ingegnere umano. 

Amelia
In breve tempo questo software viene battezzato Amelia, in onore della pioniera dell'aviazione USA Amelia Earhart, e parla 10 lingue. Oggi Amelia parla già 21 lingue e continua ad impararne sempre di nuove. Puoi rivolgerti a lei come faresti con un umano ed ottenere risposte che ti aspetteresti solo da un umano. Amelia capisce perfettamente il parlato delle persone, se ti rivolgi a lei usando un linguaggio ambiguo, ti pone alcune domande mirate ad eliminare l'ambiguità stessa: non analizza le singole parole, mira a comprendere il giusto significato dell'intera frase o domanda, il suo contesto.

Amelia... perplessa!
Uno degli aspetti dirompenti di Amelia, nel panorama delle intelligenze artificiali, è che oltre ad avere un buon quoziente intellettivo, ha pure un buon quoziente di intelligenza emotiva: non solo percepisce lo stato emotivo dell'interlocutore (se è arrabbiato, eccitato, triste, allegro ecc.), ma essa stessa sa manifestare emozioni attraverso espressioni facciali (del suo avatar virtuale), intonazione e contenuti verbali (del suo sintetizzatore vocale) coerenti con gli stati emotivi che vuole trasmettere.

Una locandina del film "Her" (2013)
Se "ospitata" da un buon hardware, è in grado di reggere anche 26800 conversazioni contemporanee. In caso di picchi di traffico a suo carico, Amelia si autoreplica, si duplica più volte per "parallelizzare" i processi. Recentemente ha letto oltre 4000 copioni di film (scritti in differenti linguaggi) in una notte. Come nel film citato all'inizio, “Her” di Spike Jonze, Amelia impara molto velocemente dalle conversazioni umane e la sua conoscenza cresce ad ogni conversazione che intrattiene. 

Amelia è già in campo in via semisperimentale (prevendita) e ha già risposto ad oltre 3 milioni di chiamate di consulenza help desk. La usa anche la Shell per dare assistenza tecnica agli ingegneri che riparano i guasti degli oleodotti. Invia mail, è collegata ad internet.

In "Her" era fantascienza, con Amelia è quasi realtà.
Per farle imparare un mestiere, ad esempio quello di operatore di call center, le si fanno ascoltare le conversazioni tra clienti e operatore per uno o due mesi, dopodiché ha imparato praticamente tutto. Messa all'opera, se si trova ad affrontare un quesito al quale non sa rispondere (perché magari non trova nemmeno in Internet la risposta), chiama un operatore esperto, chiede la risposta, impara, e per lo stesso tipo di problema non avrà più bisogno di suggerimenti. 

Ovviamente Amelia non dorme mai, è sempre attiva, non si ammala, non sciopera, non si lamenta, non si stanca mai dei compiti noiosi e ripetitivi. Forse siamo di fronte ad un mutamento epocale al cui confronto la diffusione delle prime macchine agricole è stato quasi un nulla. 

A questo punto la domanda che viene da porsi è questa: se prima o poi (forse prima di quanto immaginiamo!) le macchine provvederanno al 90-100% della produzione alimentare, tessile, meccanica, servizi... l'uomo cosa sarà chiamato a fare? Si potrebbe pensare ad un reddito garantito slegato dall'attività lavorativa (produttiva)?

Federico Pistono
Logo del Movimento Zeitgeist
Un talentuoso ragazzo, Federico Pistono, coordinatore nazionale italiano del Movimento Zeitgeist fino al 4 ottobre 2011, in una relazione presentata al "Future of Work Summit" tenutosi il 30/06/2014 in California presso l'Ames Research Park della NASA (che chi ha voglia può seguire cliccando qui) parla di un esperimento socio-economico posto in essere dal governo indiano. Dopo decenni di fallimentari e dispendiosi programmi di inclusione sociale e crescita economica posti in essere per i villaggi rurali più disagiati, il governo indiano ha cambiato radicalmente strategia, andando perfino a risparmiare sui costi; ha preso in via sperimentale 12 villaggi rurali disagiati, popolati da 60-90 abitanti; ha dato ad ogni abitante (ricco o povero, uomo o donna, giovane o anziano, a chiunque) 300 rupie (settimanali o mensili, ora non ricordo esattamente) e 150 rupie ai bambini. Gli unici vincoli erano che 1) tutti i movimenti in denaro dovevano avvenire in forma elettronica (azzeramento della corruzione) e 2) i soldi dei bambini fino a 7 anni di età dovevano essere gestiti dai genitori.

Il governo indiano prima di far partire la sperimentazione ha consultato i maggiori esperti sociologi, psicologi ed economisti: molti hanno contrastato e biasimato l'idea, motivando la contrarietà con catastrofiche previsioni di forte incremento di abuso di droghe, alcool, prostituzione, mancanza di volontà lavorativa. Il governo indiano ha comunque attuato il programma e i fatti gli stanno dando ragione. Non si è verificata nessuna delle tragedie sociali paventate dagli esperti.

Le persone invece, serene e contente del piccolo reddito costante e sicuro, hanno iniziato in stragrande maggioranza a intraprendere lavori, spesso di effettiva utilità sociale. Ora il governo indiano estenderà questo tipo di progetto ad altri 1000 villaggi rurali disagiati. Tutto ciò in realtà non significa che si possa estendere questo modello a tutte le realtà geografiche e socioeconomiche, significa solo che è una modalità rivelatasi straordinariamente vincente in quello specifico contesto.


E a voi, se riceveste un reddito (settimanale o mensile) slegato dalla vostra attuale attività lavorativa, non verrebbe il desiderio di trasformare in business il vostro amato talento o qualsivoglia hobby?

venerdì 23 gennaio 2015

Chenāqchī-ye ‘Olyā: Codice organico immutato da diecimila anni

174 : commenti
(Post di Franco Sarbia)

Si trova in Anatolia il sito archeologico di uno dei più antichi centri protourbani al mondo: Çatalhöyük, edificato agli albori del neolitico, fu abitato tra il 9400 e il 7800 BP (Before Present: Prima del Presente). Le sue case dai tetti piani sono addossate le une alla altre e in tutta la sua estensione non ci sono strade che lo attraversino. Fin dall'apertura degli scavi, da oltre mezzo secolo, i suoi particolarissimi caratteri sono stati ritenuti esclusivi e le loro ragioni sono rimaste largamente inesplicate. Mai mi sarei aspettato di veder emergere una risposta proveniente dall’abisso del tempo in Chenāqchī-ye ‘Olyā, un villaggio tuttora abitato del quale nessuno finora aveva svelato la straordinaria similitudine con le caratteristiche di Çatalhöyük: rese oggi perfettamente leggibili dall'accoppiamento strutturale di questo organismo vivente con il suo ecosistema. L'ho scoperto la scorsa estate durante il mio viaggio in Persia: sperduto ai confini del cielo.
Chenaqchi-ye Olya è un villaggio Armeno situato in Iran su un altipiano tra le montagne del Markazi alla quota di 2389 m slm, nei pressi di una sorgente, ai piedi del monte Kūh-e Chenāqchī di 2883 m. È interamente edificato in mattoni crudi, e muri esterni intonacati d'argilla impastata con paglia di cereali e sterco di mucca. Il nucleo più antico non ha strade, attraverso le rampe d'accesso ai tetti piani ricoperti d'argilla gli animali sono ricoverati nei cortili e nelle stalle, le persone scendono alle case con piccole scale di legno.
Il villaggio  condivide queste qualità costruttive, e molte altre, con l'antichissimo Çatalhöyük: situato a 1533 chilometri di distanza a Ovest, nelle vicinanze del fiume Carsamba sul fertile altipiano di Konia antistante il Tauro a 1008 m slm. Non risulta che qualcuno, finora, abbia rilevato la speciale natura di Chenaqchi-ye Olya: un organismo il cui codice generatore è giunto fino a noi immutato da 10.000 anni come un fossile vivente.
A differenza di Çatalhöyük, incendiato e abbandonato attorno al 7830 BP, eventuali tracce del nucleo originario di questo borgo potrebbero essere state assimilate dal processo ininterrotto di edificazione, manutenzione, restauro e ristrutturazione nel corso dei secoli. E tuttavia le peculiarità strutturali dell’ambiente naturale accoppiato al villaggio ne lasciano supporre una ragguardevole antichità. Il poggio sul quale si trova è confinato da uno strapiombo di roccia ed è difendibile su un solo fronte. Poiché sufficientemente lontano dalla parete della montagna, e per la sua posizione sopraelevata, è al riparo sia da frane e valanghe, sia da esondazioni. Dalla sorgente il rivo scorre alla base del poggio, prima di precipitare, con la cascata Charagan, in un laghetto ai piedi del dirupo. La neve copiosa d’inverno, in primavera lascia il posto ad abbondante foraggio, poi permane a chiazze fino a giugno e alimenta le sorgenti per tutto l’anno. A dispetto dell’altitudine, sull'altipiano sovrastante il villaggio, i cereali giungono a maturazione, mentre a ridosso del paese, nel bacino di afflusso alla cascata, verdeggiano latifoglie e varietà di alberi da frutta, e specialmente di noci: importante riserva energetica invernale. A valle i canali derivati dalla pozza sottostante irrigano gli orti del pendio che da questo si apre in lieve declivio.
La presenza di bovini oggi prevale in Chenāqchī-ye ‘Olyā come fu in Çatalhöyük, precocemente, alcuni millenni prima che si diffondesse a oriente e lungo la valle dell’Eufrate al termine del processo di domesticazione. Sebbene le capre s’adattino perfettamente al clima montano, l’abbondanza di prateria erbosa degli alti pascoli e la scarsità di piante arbustive favorisce assai più il pascolo dei bovini. L’allevamento delle mucche si integra particolarmente con l’agricoltura di montagna: non reca danni agli alberi da frutta e produce ottimo concime composto da sterco, foglie e paglia del letto. I buoi sono insostituibili per l’aratura del duro suolo d’alta quota e per il tiro di slitte o carri su strade scoscese.
Quando la neve alta impedisce il pascolo, i bovini richiedono un ricovero caldo e asciutto. E i coloni li accompagnano dalle rampe sui tetti piani del villaggio fino ai cortili d’accesso alle stalle. Le coperture ne reggono perfettamente il peso perché sostenute da una potente travatura, talmente fitta di tronchi ravvicinati da apparire sovradimensionata, vista dall'interno delle case. I solai sono concepiti in modo da sostenere oltre al passaggio degli animali anche il massimo gravame raggiungibile dalla neve. La copertura d’argilla fine e compressa, incrostata dal sole, ha una forte capacità impermeabilizzante. Anche quando la manutenzione scarseggia non vi crescono erbacce neppure in primavera, tanto è compatta. I tetti sono piani: in modo che il manto nevoso sciogliendosi non crei rigagnoli e il lastrone di ghiaccio che si forma durante la notte alla sua base non scorra verso i bordi erodendo la superficie.
Se prima dell'avvento degli spazzaneve a motore, d’inverno a quella altitudine, su montagne dove abbondano le precipitazioni nevose più che la pioggia, su quel poggio esposto al vento, vi fossero state state strade sarebbero state immediatamente rese impraticabili dalla neve ventata. E sarebbe stata fatica improba mantenerle sgombre. Così invece l’abbondante manto nevoso permane a lungo alto sui tetti piatti, protraendo la sua azione termoisolante per tutta la stagione fredda. Né la bufera può arrecar danni alle case così protette sotto la spessa coltre.
La struttura del villaggio, dimensionata per trarre vantaggio dalle rigide condizioni climatiche, è altrettanto appropriata per contenere i danni dei movimenti sismici, grazie all'altezza limitata delle case, alla fitta griglia di pareti di mattoni crudi, dal lato esterno ispessito e impermeabilizzato con intonaco multicomponente, alle robuste travature estese senza soluzione di continuità per l’intera area coperta.
D’estate la configurazione piana delle coperture e gli usci a scendere permettono di utilizzare il regime di brezza per la regolazione della temperatura e dell'umidità. Al tramonto la fresca corrente di montagna scende nelle case attraverso le aperture, mentre il sole più caldo del mezzogiorno incidente sui tetti pompa aria calda verso l’alto e aspira aria fresca e umida in discesa verso il fondovalle attraverso le camere interrate. La compattezza dell’insediamento e la quasi totale assenza di aperture lungo il perimetro esterno lo rendono anche relativamente protetto dai razziatori e dai lupi, ma le ragioni della configurazione compatta del villaggio, come s’è visto, non sembrano principalmente difensive, al contrario di quanto s’era finora immaginato per Çatalhöyük. La quota  di quest’ultimo è inferiore a quella di Chenāqchī-ye ‘Olyā, e tuttavia durante il suo lungo ciclo di vita tra il X e l'VIII millennio BP, la mezzaluna fertile era caratterizzata da condizioni climatiche diverse dalle attuali, con abbondanti precipitazioni che tra la Cappadocia e il Tauro oltre i mille metri erano principalmente nevose. Successivamente, fino al VI millennio BP si sono andate progressivamente riducendo, compromettendo la produttività dell’agricoltura di montagna.
Le caratteristiche strutturali ed urbanistiche giunte fino a noi dalla notte dei tempi attraverso Chenāqchī-ye ‘Olyā sono certamente il prodotto evolutivo dei primi insediamenti umani al termine della glaciazione di Wurm: quando in aree montane caratterizzate dal ritiro stagionale dei ghiacciai, alle latitudini nord fra i 35° e i 38° dei due paesi a confronto, l’abbondante foraggio alimentava una sovrappopolazione di grandi erbivori. Le civiltà millenarie che si sono incontrate e avvicendate sullo stesso allineamento, sono testimoniate fin dal XII millennio BP dal tempio megalitico di Göbekli Tepe, a circa 1000 km da Chenāqchī-ye ‘Olyā, dai siti abitati da piccole comunità della “produzione incipiente”, all’origine delle prime pratiche agricole e di allevamento, quali Shanidar e Zawi Chemi, poi sempre più a levante Tell Shemshara e Kamir Shahir, rispettivamente a 400 km a 200 km dal nostro villaggio. Da qui dopo un’incubazione di alcuni millenni prese avvio la rivoluzione agricola all’origine della nostra era. Possiamo quindi immaginare che le tecniche d'interazione virtuosa con gli elementi naturali, di protezione dalle calamità e dalle depredazioni, e di minimizzazione dei consumi energetici grazie alla capacità di autoregolazione termoigrometrica di Çatalhöyük, dimostrate dalla sua millenaria sostenibilità, si siano evolute proprio a partire dalla risposta alle condizioni estreme del precedente lungo periodo glaciale, e si siano infine conservate in Chenāqchī-ye ‘Olyā perché specialmente appropriate ai rigori dell'alta montagna. 
La supposta remota genesi di Chenāqchī-ye ‘Olyā (چناقچي عليا) sembra trovare conferma nelle basi Assiro-Accadiche dell’etimologia del nome. Diverse parole assonanti possono aver contribuito a definire l’attuale denominazione. Per Chenāqchī si può fare riferimento a: Qanājû, Qanû, appezzamento di terreno; Qanānu: fare un nido, annidare, insediare una fattoria con terreni agricoli, una casa colonica, appezzamento di terreno con casa affidato ai coloni; Kanāku, sigillo sigillare, chiudere una casa, una porta; Ganānu, confinare una persona; Qannu, confine, intorno, esterno di una regione, periferia. Mentre per Olyā è indiscutibile le derivazione dall’accadico elīu: superiore, parte superiore, pinnacolo, cima, più alto. L'ipotesi trova conferma nell'attributo dell'omonimo sottostante villaggio di Chenaqchi-ye Sofla, da accadico šapliš: a valle, inferiore.  Immaginando i possibili incroci tra le basi di senso complementare, il significato sintetico originario di Chenāqchī-ye ‘Olyā risulta essere semplicemente “Borgo protetto di montagna” superiore, di confine.

Franco Sarbia
Valdengo, 22 Gennaio 2015

Per la datazione ho scelto la modalità BP, Before Present, perché rispettosa dei diversi calendari adottati dalle culture presenti nell'area;
Le coordinate geografiche di Chenaqchi-ye Olya sono: 35°22'40.00"N; 49°39'39.00"E
Le immagini dall’alto in basso sono: 1) Nucleo storico di Chenaqchi-ye Olya dall’alto; 2) Çatalhöyük: ricostruzione virtuale; 3) Çatalhöyük: sculture taurine; 4) Skyline del villaggio dalla cascata Charagam; 5) Çatalhöyük: Struttura di un interno; 6) Chenāqchī-ye ‘Olyā: rampe d’accesso e coperture; 7) Laghetto alla base della cascata. La documentazione fotografica su Çatalhöyük è stata raccolta in rete.

mercoledì 3 dicembre 2014

Nora: una donna pastore affronta il Lupo.

24 : commenti
(Post di Franco Sarbia)

Da sola ha affrontato i lupi, in otto anni le hanno sbranato trenta capre. Non ha mai ottenuto un euro né di risarcimento né di finanziamento. Eppure s'è organizzata con recinzioni e dissuasori, ha allevato una muta di una dozzina di cani Abruzzesi selezionati per la difesa da lupi e orsi, e ora fa parte del gruppo Canislupus che alleva cani adatti alle diverse condizioni del pascolo. Da due anni non ha più subito attacchi. Con l'adozione di tecniche preventive e non letali per i predatori ha ottenuto, prima in Europa, la Certificazione di Azienda "Amica della Vita Selvatica" (Certified Wildlife Friendly® Enterprise).
Si chiama Nora Kravis, proviene da New York dove da ragazzina domava cavalli nella fattoria del padre. Giunta a Roma studiò design alla Tyler School of Art, e negli anni settanta si stabilì a Radda in Chianti: accompagnava i turisti di lingua inglese nelle passeggiate a cavallo. Nei successivi cinque anni si laureò in veterinaria all’Università di Pisa, acquistò un antico casale e lo restaurò con le sue mani. Nel 1995 adottò le prime capre Cashmere e ne divenne la più importante allevatrice in Europa con la sua fattoria “Chianti Cashmere Goat Farm”. Commercializza e lavora in proprio la preziosa fibra, che ricava “pettinando” le capre, e la trasforma in tessuti. Li definisce di “lusso sostenibile” perché prodotti con tecniche organiche. Collabora con alcune Università interessate alla selezione genetica delle sue capre. Molti degli esemplari che oggi vivono in Trentino e in Valle d’Aosta provengono dal suo allevamento.
La sua missione è da sempre orientata alla valorizzazione sostenibile delle risorse naturali. E i suoi animali, ordinariamente ritenuti nocivi per l’agricoltura, sono la vera “forza della natura” del suo programma di riqualificazione ecologica de territorio. Si definisce pascolo mirato e consiste nell'uso della capra cashmere come decespugliatore naturale, che non fa rumore, non inquina, si nutre del degrado e concima i terreni che rigenera. Queste capre non sono da macello, e nella loro lunga vita riproduttiva si organizzano stabilendo proprie gerarchie nel gregge, possono così vivere allo stato semibrado. Si adattano perfettamente anche ai climi più rigidi. Il loro mantello è tanto caldo che una volta d’inverno, in un rifugio alpino oltre 2000 i metri, uscirono spontaneamente dal loro ricovero e preferirono passare felicemente la notte all'aperto, sotto la neve.
Se ben governate riescono a: sgomberare i greti dei torrenti dagli arbusti che favoriscono l'esondazione; bonificare terreni agricoli invasi da infestanti; pulire sentieri, piste da sci, fasce di rispetto di impianti di risalita e reti elettriche; creare corridoi tagliafuoco per prevenire gli incendi. Discutemmo con Nora di questa sua idea sette anni fa e chiamammo il progetto "Brucare e non Bruciare" perché, mentre la pratica del debbio, ovvero l'incendio delle male piante, rafforza le loro radici e uccide la microfauna che dà vita alla campagna, le capre divorano avidamente anche la parte legnosa del rovo e in due stagioni, estirpando i germogli, riescono ad impedirgli di vegetare e lo uccidono. In tutti questi anni lei si è battuta contro l'ottusità degli amministratori e il mondo kafkiano delle norme che impediscono il pascolo anche nei boschi incolti, ormai impenetrabili.
Prima o poi la sua ostinazione riuscirà a prevalere. Già da qualche anno noleggia a privati i suoi animali che producono reddito dal degrado. Ma intanto la creatività di Nora è sempre più sorprendente. Con il nuovo sindaco di Radda sta concordando un piano di pascolo mirato per condurre “squadre” di capre accompagnate dai loro speciali angeli custodi, i pastori abruzzesi, non solo lungo i sentieri a ripristinare l’accesso ai boschi infestati, ma anche intorno alle vigne del Chianti a pulire i margini e a tenere lontani dalle colture cinghiali e cervi. Questa è la via ecologica scelta da Nora per rendere compatibile la biodiversità con agricoltura e allevamento: la più difficile.
Da oltre un anno Nora è impegnata in un programma di riqualificazione dell’agricoltura Afghana, che ha ancora come principale produzione quella dell’oppio. Là le capre sono da cashmere per il novantacinque per cento ma il loro sottovello è scuro e di scarso valore commerciale. Sicché nove delle capre di Nora di colore chiaro sono state selezionate per avviare un programma riproduttivo di miglioramento della qualità della fibra. Lei le ha accompagnate in aereo in una fattoria Afghana e vi ha trasferito tutte le conoscenze utili alla loro cura. Una esperienza analoga la tentammo assieme in Bosnia ma non andò a buon fine. Lei è stata tenace e la sua passione ha vinto. Grande Nora! Sono orgoglioso di averla conosciuta, di esserle amico e di aver creduto in lei.



Valdengo, 3 dicembre 2014
Franco Sarbia

Le immagini sono tratte dagli album di Nora Kravis. La foto del Canis Lupus Italicus è del dott. Duccio Berzi dell'Associazione Canislupus.


martedì 14 ottobre 2014

Strategic Impacts of Breakthrough Energy Technologies

307 : commenti
Segnalo con grande piacere Strategic Impacts of Breakthrough Energy Technologies, un articolo di Daniele Poponi - messo in rete dal Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica - sull'impatto delle nuove tecnologie energetiche sugli equilibri geopolitici internazionali.
Abstract
La storia delle tecnologie energetiche diffusesi dagli inizi della rivoluzione industriale a oggi è stata caratterizzata da forti momenti di discontinuità, in cui sistemi socio-economici basati sull’utilizzo predominante di una fonte energetica e delle relative tecnologie di conversione hanno attraversato periodi di rapida trasformazione sotto la spinta della diffusione di nuove tecnologie energetiche. Tali precedenti storici e recenti sviluppi tecnologici suggeriscono che la sviluppo e la diffusione di tecnologie energetiche radicalmente innovative (trasformazionali) possa essere considerato come uno scenario a media-alta probabilità in questo secolo.
Il presente articolo analizza i possibili impatti economici e le implicazioni strategiche della diffusione di tecnologie energetiche trasformazionali nei prossimi decenni. Gli impatti più probabili sull’industria energetica consisterebbero in una alterazione della struttura industriale attualmente predominante basata su industrie estrattive e di trasformazione dei combustibili fossili. In uno scenario di lungo periodo, la diffusione di una tecnologia energetica trasformazionale nel settore elettrico potrebbe determinare nell’abbandono del nucleare convenzionale e del carbone come opzioni per la generazione di elettricità. La crescente disponibilità di una fonte energetica non fossile su scala distribuita renderebbe meno prioritaria l’estensione, il mantenimento, e la protezione di infrastrutture energetiche per il trasporto transfrontaliero degli idrocarburi. Le implicazioni per la sicurezza ambientale sarebbero altrettanto significative. Tale rivoluzione tecnologica potrà potenzialmente dare luogo a una trasformazione negli assetti geopolitici esistenti, influenzando in profondità la capacità di molti stati sovrani di perseguire i propri obiettivi strategici.

L’autore
Daniele Poponi è analista e consulente indipendente negli ambiti delle analisi di impatto economico delle politiche energetico-ambientali, della diffusione tecnologica, e degli aspetti tecnologici della sicurezza energetica. Già ricercatore junior presso il Centro Militare di Studi Strategici, ha coordinato il progetto di ricerca “Energia e Ambiente come Fonti non Convenzionali di Minaccia alla Sicurezza Nazionale Italiana”. Ha ricoperto incarici di consulenza per organismi pubblici e privati nei settori dell’energia e dei cambiamenti climatici, prestando anche servizio nella Forza di Completamento dell’Aeronautica Militare. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Bari e il Master in Energy and Environmental Policy presso la University of Delaware (in qualità di Fulbright Fellow), dove è attualmente PhD candidate.
L'articolo in questione (11 pp.) è scritto in inglese ed è scaricabile in pdf. Nel brano che vi riporto, come esempio di tecnologie energetiche potenzialmente rivoluzionarie si citano (oltre al nuovo fotovoltaico basato su nanotubi di Carbonio, al "Rubbiatron", alla fusione catalizzata da muoni) anche una classe di fenomeni tanto misconosciuti dalla scienza accademica quanto ben noti ai ricercatori di frontiera, agli analisti militari/di intelligence e naturalmente agli affezionati visitatori del blog 22 passi: le LENR.
Exemple of potential candidate technologies are advanced forms of renewable energy technologies already in use (e.g., photovoltaics with carbon nanotubes), completely new technologies based on low-energy nuclear reactions (LENR), or nuclear technologies that have already been subject to some research (thorium-based fission or muon-catalized fusion).
As far as LENR are concerned, such processes and related technologies have already been under the scrutiny of intelligence organizations. An unclassified report prepared for the US Defense Intelligence Agency (DIA) “assesses with great confidence that if LENR can produce nuclear origin energy at room temperatures, this disruptive technology could revolutionize energy production and storage, since nuclear reactions release millions of times more energy per unit mass than do any known chemical fuel”(4). The DIA analysts further highlight that “the potential applications of this phenomenon, if commercialized, are unlimited. LENR could serve as a power source for batteries that could last for decades, providing power for electricity, sensors, military operations and other applications in remote areas, including space”(5). [Daniele Poponi, Strategic Impacts of Breakthrough Energy Technologies, pag. 3-4]
(4) Defense Intelligence Agency (DIA). 2009. Technology Forecast: Worldwide Research on Low-Energy Nuclear Reactions Increasing and Gaining Acceptance. DIA-08-0911-003 [Unclassified]: p. 1.
(5) DIA, 2009: p. 6.
Detto in parole mie, la partita resta aperta non - come vorrebbero fare credere i patoscettici - sull'opzione che le LENR esistano o meno, ma solo su questa domanda: è giunta l'ora del possibile utilizzo delle LENR (dagli usi militari fino alla commercializzazione diffusa) per ottenere energia a bassissimo costo? 
È da gennaio 2011 che bramiamo una risposta. Tanti altri se lo chiedono sin dal 1989!
Rossi, Celani, Piantelli, Mills, Hagelstein, McKubre, Ahern ecc. (e aggiungo pure Darden e Olofsson): accelerate il passo per favore, l'umanità aspetta! :-)

domenica 10 novembre 2013

Introduzione all'agricoltura sinergica

285 : commenti
di Leano Ruscetta
(premessa di Silvio Caggia)

Negli ultimi due anni, nella stagione estiva, mi sono trasferito in montagna, dove ho collaborato con una amica e suo padre a coltivare un piccolo orto tradizionale. Non avevo una cultura contadina, e da buon rompiscatole ho passato il tempo a chiedere perché si fa una cosa o perché se ne fa un'altra... rimanendo molto insoddisfatto delle risposte, spesso in contrasto con le mie intuizioni basate sulle poche cognizioni di biologia che avevo.

Per fortuna un paio di mesi fa mi sono trovato, quasi per caso, a partecipare ad un corso di agricoltura sinergica tenuto da Sandro Giuliani e Leano Ruscetta ed ho finalmente trovato le risposte che cercavo, e con mia somma gioia ho scoperto che non solo molte delle mie intuizioni agricole avevano una base scientifica, ma che qualcuno le aveva già sviluppate e praticate! :-)


Visto l'interesse mostrato nei commenti dei post precedenti ho chiesto a Leano se poteva scrivere un post per 22 passi e lui si è subito prodigato a farlo.


Silvio Caggia

AGRICOLTURA SINERGICA

L'agricoltura sinergica è un metodo di coltivazione che nasce dagli studi di Emilia Hazelip (Barcellona, 1938 - 1 febbraio 2003), agronoma e naturalista spagnola trasferitasi in Provenza nei primi anni '60 (in una località arroccata sulle Alpi Marittime che sovrastano Cagnes-sur-Mer). Traendo ispirazione dal lavoro del microbiologo giapponese Masanobu Fukuoka (1913-2008) ed in particolare dopo aver letto il suo libro, La rivoluzione del filo di paglia, nel 1977,  riuscì a trasformare gli insegnamenti di Fukuoka, adattandoli alla cultura ed alle condizioni climatiche occidentali.

Emilia concentrò la sua attenzione sull'ecosistema orto, mondo ricco di biodiversità in cui convivono in equilibrio, ortaggi, verdure erbe aromatiche, piante da siepe ed ornamentali, fiori, microorganismi del suolo, funghi micorrizici, insetti in tutti i loro stadi di sviluppo, avifauna e fauna locale. Per questo motivo si suole parlare di giardino sinergico.

Dove per sinergia si intende l'azione simultanea di elementi combinati, in cui le diverse componenti interagiscono per realizzare una funzione comune, il cui effetto finale risulta essere superiore alla somma di tutti i singoli elementi compresi.

Questo metodo di agricoltura viene anche definito olistico poiché considera e valorizza interazioni complesse che connettono tutti gli organismi presenti nell'Ecosistema.

E questo legame di reciproca interdipendenza avviene su tutto l'arco della piramide alimentare che collega il macrocosmo degli organismi superiori (tra cui anche l'uomo) con il microcosmo dei microrganismi unicellulari che popolano il suolo e proliferano vicino alle radici delle piante che li nutrono attraverso la produzione di specifici essudati radicali.

È quindi un approccio sinergico ed olistico multidimensionale e multifunzionale complesso che si presenta invece nella pratica in maniera semplice così come il pianeta disvela con semplicità l'autofertilità del suo suolo agli occhi del contadino attento e sensibile.

Ed alla base della piramide Alimentare c'è la Pianta, il piccolo Alchimistail Trasformatore attraverso cui l'emanazione di Dio trasmuta in Vita sulla Terra. Una Pianta è composta, infatti per il 75% di acqua: del 25% di materia secca che rimane, il 20% è costituito di composti del carbonio (sintetizzati con l'aiuto della luce del Sole) e gas, solo il 5% della massa totale della composizione viene dal suolo,  e di questo 5% il 2,5% è azoto. Questo elemento può essere liberamente ottenuto dall'atmosfera in un modo continuo e simbiotico, associando la coltura desiderata con piante che fissano l'azoto atmosferico; il 2,5% che rimane è composto di minerali (provenienti dal substrato di roccia e presenti in forma solubile) che le piante prendono dal suolo. Il nostro Pianeta è una massa di minerali coperto da uno strato finissimo di suolo, costituito dai residui vivi e morti di piante, animali (microscopici e macroscopici) e funghi. Prima che avremo usato tutti i minerali a nostra disposizione, si sarà esaurito il processo di combustione del Sole.

Inoltre le piante sia sulla Terra che nell'acqua, essendo alla base della piramide energetica  e sostenendo quasi tutte le altre forme di vita, sono perfettamente in grado di mantenere e sostenere la materia organica e le comunità di vita del suolo e quindi il suolo stesso.

Negli ultimi cinquant'anni, diversi ricercatori si sono imbattuti per caso o per scelta nello studio della complessità delle interazioni che intercorrono tra gli esseri viventi che popolano il suolo e più in generale il Pianeta.

Si pensi che in un singolo cucchiaino di buona terra possono abitare fino a 600 milioni di microorganismi appartenenti ad un milione di specie differenti. In una manciata di buona terra ci sono più forme di vita di quante persone esistano sulla faccia del pianeta.

La mole di tale complessità induce oltre che ad un reverenziale rispetto anche ad una certa cautela, consapevoli di essere pionieri nella comprensione profonda dei reali meccanismi su cui l'equilibrio della vita presente sul Pianeta si basa.

Tuttavia gli studi trentennali ed i modelli di funzionamento del suolo elaborati da alcuni ricercatori, come il microbiologo australiano Alan M. Smith (ciclo dell'etilene e dell'ossigeno) o dalla dottoressa Elaine Ingham professore associato dell'Oregon State University (studio sulla biomassa e l'attività correlata dei microorganismi del suolo) ci informano già di quanto piante, suolo e microorganismi siano parte di un insieme unico, indivisibile, come un grande organismo che sostiene la vita sul Pianeta. E come in questo unico organismo giochi un ruolo importantissimo la Biodiversità: le piante con i loro essudati radicali nutrono proprio quei microorganismi propizi alla loro stessa salute, e bisogna avere un sacco di "piatti differenti, per differenti tipi di batteri e funghi. Qualcuno sarà sempre attivo, qualcuno sarà sempre pronto ad arraffare questi nutrimenti quando gli passano vicino. Si creerà quindi una rete nel terreno che aspetterà il passaggio dei nutrienti attraverso il suolo". (E. Ingham).

È grazie al generoso lavoro di questi studiosi, che nei corsi di agricoltura sinergica sono illustrati in modo dettagliato, che oggi si può affermare con certezza che le interazioni microbiche nel suolo giocano un ruolo chiave nel controllo biologico delle patologie delle piante, nel turn over della materia organica, nella mobilitazione dell'ossigeno e nel riciclo delle sostanze nutritive essenziali alle piante in forma solubile.

In natura i suoli incolti lasciati a se stessi tendono ad aumentare in modo prodigioso la loro fertilità volgendo ad un equilibrio via via sempre più complesso e ricco di vita. In natura quindi il bilancio energetico è positivo ed il pianeta si è evoluto per sostenere la vita. In natura il terreno non viene mai rivoltato (arato) e rimane sempre coperto di pacciamatura verde o di fogliame secco in decomposizione.

Il contadino osservatore ed in sintonia con il pianeta emula le strategie che sostengono il bilancio energetico positivo proprio dei suoli incolti, imparando dal pianeta stesso ed in questo modo ottiene degli splendidi ortaggi, un meraviglioso giardino che migliora di anno in anno senza bisogno di apporti di nessun fertilizzante o diserbante o pesticida: in quanto l'equilibrio dell'ecosistema orto rispettato manterrà in salute ed arricchirà sia le piante che il terreno e più in generale il pianeta stesso.

Questo contadino oltre a poter contare su succulenti e gustosissimi ortaggi, si troverà a lavorare in uno splendido giardino in sintonia con le leggi che governano il pianeta e quindi in sintonia con se stesso, traendo un elevato nutrimento esserico.

Emilia Hazelip sulla base di tutte queste considerazioni ha elaborato un metodo pratico di coltivazione rispettoso della natura ed alternativo ai metodi tradizionali che invece hanno un impatto devastante sul suolo e non tengono conto in alcun modo delle ricerche eco-ambientali e podologiche del secolo scorso...

Nel suo metodo:
  • il terreno non viene concimato né arato (tranne che all'impianto dell'orto);
  • all'impianto dell'orto vengono previste delle aiuole coltivabili perenni (detti bancali) e non calpestabili e delle zone di camminamento calpestabili;
  • su queste aiuole viene effettuata una pacciamatura con paglia e residui vegetali ottenuti dalla triturazione di tutto ciò che non si usa del raccolto (la pianta produce molta più materia organica di quanta noi ne adoperiamo);
  • gli apparati radicali non vanno mai estirpati (a parte le cipolle ed altri tuberi commestibili) in quanto apportano materia organica, attirano organismi viventi microscopici e macroscopici, scavano il terreno e lo lavorano mantenendolo soffice;
  • sul bancale si consociano famiglie e specie vegetali differenti in rapporto alle relazioni benefiche tra esse (esistono molti studi in proposito);
  • su ogni aiuola devono essere presenti piante della famiglia delle leguminose, che sono azotofissatrici (dell'azoto atmosferico), piante della famiglia delle liliaceae e piante aromatiche e fiori che emettono sostanze repellenti nei confronti di alcuni insetti dannosi;
  • le piante si consociano anche in funzione di un'ottimizzazione della copertura aerea e radicale fitta e costante, quindi piante a sviluppo aere alto con piante a sviluppo aereo basso, piante con radici che vanno in profondità ed altre con radici meno profonde, piante a ciclo breve, con piante a ciclo lungo, con piante perenni ecc.;
  • i bancali saranno forniti alla messa in opera dell'orto di un impianto di irrigazione goccia a goccia e di un sistema di tutori per le piante rampicanti o bisognose di sostegno (fagioli, cetrioli, pomodori ecc.), i tutori meglio se permanenti, per non smuovere più il terreno, con tondini di ferro ricurvi (altrimenti cannicciato e bambù).
Speranzoso di avervi anche solo incuriosito ad un diverso approcio con l'agricoltura, con l'Orto e soprattutto verso IL NOSTRO MERAVIGLIOSO PIANETA, CHE CI OSPITA E CI NUTRE vi saluto ringraziandovi per l'attenzione dedicata....                      

Leano Ruscetta



22passi.blogspot.com: post n. 2210 (-12) 
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