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domenica 17 maggio 2009

Il metodo canguro

12 : commenti
La scheda che segue è stata redatta da Maria Teresa Lanza, conduttrice dei gruppi d'incontro MATRES MATUTAE "Madri della Luce del primo mattino". Ringrazio l'autrice per avermi permesso di inserirla su questo blog.

Riscoprire il modo naturale di accudire il proprio bambino

Il metodo canguro è stato definito in differenti modi, ma i due principali elementi sono il contatto pelle a pelle e l’allattamento: è stato raccomandato come un possibile mezzo per curare i prematuri. Il metodo canguro descrive il modo corretto di occuparsi di tutti i neonati: se un bambino è al suo posto, cioè sul petto della sua mamma, si comporterà nel modo giusto e saprà esattamente che cosa fare. Le moderne tecniche di assistenza neonatale, sia dei bambini prematuri che dei nati a termine, sono molto lontane da tutto questo. Molti ospedali separano la mamma dal bambino: non c’è nulla di peggio. Quando mamma e bambino sono sempre insieme stabiliscono anche un adeguato schema di sonno. Se dormono contemporaneamente la mamma e il bambino saranno meno stanchi e stressati. La marsupioterapia (o canguroterapia) è un metodo assistenziale, sviluppato inizialmente e in modo quasi casuale da un gruppo di pediatri di Bogotà, in Colombia, nel 1978, per far fronte sovraffollamento dei reparti neonatali, “sfruttando” in maniera efficace i genitori, 24 ore su 24, al posto delle incubatrici. Il paradigma del metodo canguro è fondato sul fatto che l’essere prematuri non è una malattia ma che la separazione dall’habitat naturale (la madre) rende l’essere prematuri una malattia. Nel metodo canguro, il rispetto dell’habitat originale (cioè il contatto pelle a pelle fra mamma e bambino) e del comportamento pre-programmato per questo habitat (l’allattamento al seno) costituiscono i punti di partenza, la base delle cure, a cui saranno aggiunti il sostegno e la tecnologia disponibili.

L'importanza del contatto corporeo madre-figlio

10 : commenti
Il testo che segue è stato redatto da Maria Teresa Lanza, conduttrice dei gruppi d'incontro MATRES MATUTAE "Madri della Luce del primo mattino". Ringrazio l'autrice per avermi permesso di inserirlo su questo blog.

L’esogestazione e l’importanza del contatto corporeo nella relazione madre-figlio Ashley Montagu (1905-1999), noto antropologo, scienziato e umanista inglese, trasferitosi negli Stati Uniti nel 1927, divulgò all’inizio degli anni settanta, attraverso il suo libro “Touching: the Human Significance of the Skin” (pubblicato in Italia col titolo “Il linguaggio della pelle”), il risultato di approfonditi studi e ricerche circa alcuni importanti aspetti che caratterizzano la nascita degli esseri umani. La nascita del piccolo dell’uomo è determinata dalle dimensioni che il suo corpo e soprattutto la sua testa hanno raggiunto. Per la sopravvivenza del feto e della madre è perciò necessario che l’endogestazione (gestazione dentro l’utero) termini non appena raggiunto il limite delle dimensioni del capo compatibili con quelle del canale di parto, cioè molto prima della completa maturazione del feto stesso: quando viene alla luce, il bambino non è effettivamente pronto ad affrontare la vita. Di conseguenza, una parte significativa di ciò che poteva considerarsi lo sviluppo endouterino si trova invece ad avvenire nei mesi seguenti la nascita (da cui il termine “esogestazione”, cioè gestazione fuori dall’utero). Nelle prime settimane il neonato è sostanzialmente disadattato alla sopravvivenza sia sotto il profilo motorio che cognitivo e sociale. Il suo prolungato periodo di immaturità comportamentale rivela non soltanto quanto sia sottosviluppato e dipendente al momento della nascita ma anche come il suo organismo sia profondamente immaturo dal punto di vista biochimico e fisiologico. Nel bambino, per esempio, a differenza delle altre specie mammifere, alcuni enzimi epatici e duodenali (amilasi) non compaiono prima che siano trascorsi settimane o mesi e per questo motivo l’Organizzazione Mondiale della Sanità stessa raccomanda l’introduzione di alimenti diversi dal latte materno non prima dell’effettivo compimento del 6° mese di vita. Il Prof. Bostock ritiene che il termine dell’esogestazione venga a coincidere con lo stadio in cui il bambino comincia ad andare a carponi speditamente. Il feto sembra, infatti, completare la sua crescita ed il suo sviluppo in tale periodo. È interessante notare che l’esogestazione, se si considera terminata quando il bambino comincia a gattonare, dura, approssimativamente, quanto l’endogestazione. Il bambino resta immaturo molto più a lungo del cucciolo del canguro e dell’opossum e tuttavia, mentre il piccolo marsupiale gode della protezione della borsa materna, al piccolo d’uomo non è dato questo vantaggio. Egli fa parte, però, di un’unità simbiotica: durante la gravidanza la madre, che gli ha dato rifugio e sostentamento nel grembo, si è accuratamente preparata a continuare la sua opera dopo la nascita. Il piccolo, a causa della forzata e prematura interruzione della vita fetale vive, inoltre, un’esperienza di abbandono e di lacerazione, che può lasciare in lui segni profondi: non la si deve sottovalutare solo perché egli non si sa esprimere in modi da noi riconoscibili. Il dolore del bambino, non potendo essere da lui raccontato, cioè comunicato attraverso le parole, viene spesso dall’adulto semplicisticamente negato. Tuttavia la madre è in grado di sintonizzarsi con questa sofferenza, di riscoprirla nel proprio intimo, costruendo su di essa un rapporto empatico ed affettivo assai intenso con il proprio piccolo e può, quindi, esercitare nei suoi confronti un’azione di riparazione affettiva, ripristinando e restaurando con altri mezzi il legame che la nascita ha così traumaticamente turbato. Ciò di cui ha innanzitutto bisogno il neonato è il contatto corporeo con la mamma: l’essere tenuto in braccio, l’essere portato addosso (ad es. con una fascia porta-bebè o con un marsupio), la condivisione del sonno (specie notturno) nel lettone, l’essere allattato al seno, l’essere abbracciato e coccolato. Nel caso di allattamento artificiale, si ricordi che l’uso del biberon non deve necessariamente precludere al lattante il piacere cinestetico di sentire la pelle della madre contro la sua. Ella, infatti, una volta scopertosi il seno, può portare il bambino a stretto contatto col suo corpo e lì mantenervelo mentre lo allatta col biberon. Il desiderio del piccolo di rannicchiarsi contro il corpo della madre corrisponde al bisogno di un involucro, di una protezione, atti a riprodurre le condizioni dell’ambiente intrauterino. Inoltre, dato che il neonato in certi casi vive con turbamento il mancato controllo dei suoi movimenti involontari, egli necessita all’inizio di essere fisicamente “contenuto”. Il tatto, inteso come “il senso del corpo intero” e non solo come la facoltà localizzata nei polpastrelli delle dita, è il primo sistema sensorio attraverso cui il feto e il neonato iniziano a “conoscere il mondo”, prima ancora che con la vista e con l’udito. La pelle è ricca di terminazioni nervose e per il bimbo l’esser toccato, l’entrare in contatto con il corpo della madre (sentirne il calore, l’odore, il battito del cuore, il respiro) influisce sullo sviluppo cardiorespiratorio, sull’ossigenazione del sangue, sulla regolazione termica e sulla conseguente intensificazione dello sviluppo generale. Queste sono le fondamentali rassicuranti esperienze che il bambino deve provare anche per rafforzare in sé il sentimento di autostima: la percezione dell'identità da parte del piccolo nasce proprio dall'esperienza di contatto corporeo, che gli fa percepire meglio se stesso e l’altro. Anche la neomamma trarrà notevoli benefìci dalla comunicazione “pelle a pelle” con il bambino. Il recupero di questo linguaggio, precedente le parole e le immagini, offre immediati effetti positivi, emozionali e viscerali, che le permetteranno subito di intraprendere col figlio uno scambio bidirezionale, autentico, coinvolgente, e quindi arricchente e maturante. Questa relazione profonda con il bambino, inoltre, attiverà automaticamente in lei tutte quelle competenze materne che, seppur insite in ogni donna, potrebbero rimanere inespresse a causa di inveterate abitudini socio-culturali e/o personali (che, spesso, si mettono in atto in modo inconsapevole e, quindi, senza mai metterle in dubbio). È d’obbligo, a questo punto, senza voler giudicare o colpevolizzare alcuno, sottolineare che, purtroppo, la paura della madre (o di chi le vive vicino, sia esso compagno o parente stretto) di viziare il bambino porta spesso a deprivare il piccolo proprio dell’essenziale, primario e prezioso “nutrimento” di cui egli così tanto abbisogna. Perché si dovrebbe interferire nella soddisfazione di questa necessità, indispensabile allo sviluppo del bambino, nonché all’instaurarsi di una ”viva” e “umanizzante” relazione madre-figlio? Non c’è davvero alcun motivo perché la mamma, nel rapportarsi al proprio piccolo, debba precludere o “dosare” il contatto corporeo: in una relazione umana, esso è un atto di comunicazione pieno di significato, che crea i presupposti per un adeguato sviluppo psico-affettivo e cognitivo del bambino, determinante per la sua evoluzione nell’intero corso della vita.

sabato 16 maggio 2009

Gestazione, parto e nascita senza violenza (II)

5 : commenti
Al mio precedente intervento Maria Teresa ha apposto un commento talmente denso e pieno di spunti importanti che non ho potuto fare a meno di dargli lo spazio che merita! Eccolo qui:

Carissimo Daniele, non ho parole per esprimerti la mia profonda gratitudine per il tempo e lo spazio (psico-fisico-emotivo e quant'altro) che hai riservato a una tematica che mi sta profondamente a cuore da quasi ventun anni (cioè da quando nacque mio figlio). Ho sofferto nel leggere la tua esperienza, vissuta attraverso Daniela e Arianna. Mi complimento con te poiché… non tutti i maschi hanno la capacità di stare di fronte al dolore e alla verità: tanti, anzi, quasi tutti, scappano da sé e dalla vita. Il dramma è che oggi stanno tentando la fuga anche le donne, giovani e meno giovani, a causa dell’atrofizzazione delle primigenie energie femminili, dovuta all’esiguo numero di esseri umani che oggi accettano di farsi Canale, su questo agonizzante Pianeta. Passo a raccontare la mia esperienza. Michele ebbe la sfortuna di nascere il giorno di ferragosto: sacra ricorrenza per il calendario ecclesiastico ma giorno di vacanza per tutti i medici del reparto ostetrico dove venne alla luce. Successe di tutto e di più a causa di una "vecchia" e "arcigna" ostetrica, della cui esistenza, io e le donne partecipanti al corso pre-parto, non eravamo state messe al corrente, proprio perché non ci avvedessimo del grosso rischio a cui saremmo andate incontro qualora ci fosse toccata in sorte proprio nell'assistenza al nostro parto. Durante il corso veniva decantato “il metodo Leboyer” (di cui mai io avevo sentito parlare prima): era il fiore all'occhiello di questo piccolo ospedale di provincia. Allora non potevo immaginare che quanto veniva esplicitato a parole (ero troppo ingenua allora per sapere che la “carinerìa” spesso è sinonimo di “subdolo abuso”) sarebbe poi stato brutalmente disatteso nella pratica. Non sapevo infatti che tale “sbandieramento” serviva loro per incrementare il numero di parti onde evitare di essere costretti a chiudere definitivamente il reparto (problema annoso, in quanto erano sempre ben lungi dal raggiungere il numero minimo previsto dalla legge regionale), con la perdita del posto di lavoro da parte di 3 ginecologi, 5 ostetriche, 3 pediatri ecc… Ecco, in termini reali, cos'è costato a mio figlio il DISUMANO OPPORTUNISMO che distingue gli umani, con la loro crudeltà e malvagità, dagli altri mammiferi: Michele è stato immediatamente ETICHETTATO come bambino prematuro sofferente (quando invece il suo indice Apgar era 7/8, nonostante fossimo stati costretti durante l’intero travaglio al monitoraggio fisso, in posizione supina e senza possibilità di movimento alcuno). Fu immediatamente "spedito" ad un reparto di Patologia-Neonatale di un ospedale che distava 50 km: venne intubato per 11 gg. e trattenuto per altri 10 gg. Durante la degenza Michele ebbe una seria infezione ad un tallone, a causa dei prelievi quotidiani di sangue, estremamente dolorosi per i piccoli e spesso inutili. Non vi dico le cose, a dir poco indecenti, che ho visto - una volta dimessa dal primo ospedale, quando, dietro esplicita richiesta, venni ospitata nelle stanze attigue al reparto di neonatologia, per poter allattare direttamente almeno una settimana prima delle previste dimissioni. Il dolore che provo è ancora molto pregno di rabbia, di rancore, per l’impotenza a cui sono stata esposta, a seguito dell’ESPROPRIAZIONE TOTALE DEL DIRITTO DI INTENDERE E DI VOLERE, tacitamente previsto e legittimato (ancor oggi - che vergogna – alla faccia del diritto del “Consenso Informato”) dalle pratiche routinarie ospedaliere. Anche qui, risultò essere vera un’altra cosa che spesso ancor oggi viene taciuta: ingenti sono le spese per tenere attivo un reparto di Patologia-Neonatale e spesso è inevitabile si inneschi la crudele “caccia al piccolo” (anche non bisognoso) a cui far occupare un posto di terapia intensiva (anche in quest’altro reparto mio figlio visse il risvolto disumano dell'occupazione di posti di lavoro da parte di 3 medici specializzati e di altre figure sanitarie che, con evidenza schiacciante, risultavano essere in esubero – ciò in base al numero di culle vuote; la drastica riduzione del personale suddetto, avvenuta pochissimo tempo dopo… sta a testimoniare che non racconto frottole… magari! Tutto quanto affermo mi è stato confidato da varie figure professionali che a distanza di tempo hanno potuto permettersi di raccontare la verità senza scrupoli, anche se però non si sono ancora rese conto della gravità del loro comportamento (lo stesso medico che intubò Michele mi disse - logicamente dopo un bel po' di tempo - che in effetti non era un vero prematuro e che lui fu costretto a intubarlo poiché, come da protocollo, non poteva fare altrimenti in quanto "proveniente" da un altro ospedale; il protocollo non prevedeva eccezioni anche quando la condizioni fisiche del bambino erano ottime e la diagnosi redatta dall’altro ospedale risultava essere totalmente infondata). Le altre mamme di prematuri chiamavano mio figlio “l’alpino” poiché anche l’occhio più cieco o ignorante si domandava cosa ci facesse Michele in un reparto di terapia intensiva. Un bambino sano e a termine sottoposto a cure intensive con intubazione è qualcosa che rasenta LA TORTURA solo a vederlo, è qualcosa che può essere paragonata agli ORRORI DELL’OLOCAUSTO, ve lo assicuro. Il “Metodo Canguro” conosciuto come l’unica risposta umana ai bisogni dei neonati prematuri non sembra aver mai sfiorato i cuori dei medici dei reparti di ostetricia sul territorio italiano. Dopo 8 mesi dalla nascita, grazie all'incontro - presso la sua abitazione a Fiorenzuola d'Arda - dell'umile e coraggioso dottor Lorenzo Braibanti (che morì, purtroppo, dopo soli 4 mesi, il 31 agosto 1989, a seguito, pare, delle infinite umiliazioni - politiche e non – in quanto subite anche per mano di strette collaboratrici) iniziai a intraprendere in modo più consapevole la difficile e impervia strada della Conoscenza. Cioè non riuscii più a chiudere minimamente gli occhi sulla realtà riguardo alla Nascita e ai bisogni del Bambino, soprattutto durante l’esogestazione: accettai quindi di guardarla, di osservarla e di vedere anche come il meccanismo socio-culturale da me ereditato per abbellire e alleggerire certe “MISERIE UMANE” tentava malignamente di farmi desistere e di reinnescarsi nel mio intimo come commensura, come una vera e propria forza avversa. La sofferenza subita da Michele per mano di persone ottuse e meschine (con le quali, inconsapevolmente, ho collaborato, a causa della mia ignoranza di allora e la mia “riverenza” nei confronti dell’autorità, anche quando ingiusta e crudele, ereditata dalle umili origini dei miei genitori) mi ha insegnato tantissime cose che non potrò mai e poi mai dimenticare o liquidare con nessuna giustificazione! Cerco di ricordare tutti i giorni il dolore immenso di questi Innocenti, che nessuno ha il tempo e la voglia di prendere in seria e quotidiana considerazione; utilizzo anche i video che ho inserito su YouTube, cercando di far emergere il contenuto vero, reale, anche se schiacciante e devastante per chi non ha mai pensato che chi assiste al parto e alla nascita spesso è UN TORTURATORE, SPESSO INCONSAPEVOLE E, PER QUESTO, ANCOR PIÚ PERICOLOSO. Io non sono cattolica ma ricordo come monito a tutti noi che SI PUÓ PECCARE IN PENSIERI, OPERE E “OMISSIONI”. La nostra attenzione deve appunto essere indirizzata sulle OMISSIONI, sul nostro istinto a chiudere gli occhi sulla realtà - quando questa non corrisponde ai nostri schemi mentali, alla nostra cecità emotiva, alle nostre illusioni, sul come non desideriamo PRENDERE IN CONSIDERAZIONE LE ATROCITÁ PERPETRATE NELLE SALE PARTO E NELLE NURSERY D’ITALIA A DANNO DELLA SALUTE PSICO-FISICA DEI NUOVI NATI, nonché delle donne. Perché non tenere in considerazione la sofferenza ATROCE inflitta a piccole vittime che fossero appartenuti ad altre specie mammifere sarebbero state difese e rispettate dagli stessi esseri umani/operatori che invece li torturano, in nome della prevenzione? Il parto e la nascita, sono eventi straordinari da onorare e da rispettare in quanto apportatori di Sacralità, di Luce, di Svelamento. Frédérick Leboyer ha osato già all’inizio degli anni ’70 parlare dell’INIZIAZIONE CHE VIVE ATTRAVERSO IL CORPO LA DONNA, per LEGGE DI NATURA, DURANTE QUESTO ESTATICO E SACRO AVVENIMENTO. Dovremmo iniziare seriamente a INTERROGARCI, A SOFFERMARCI, ANCHE SE NON SIAMO PIÚ IN ETÁ FECONDA. Vedere come piccoli gesti quotidiani, apparentemente insignificanti, possano trasmutare la nostra codardìa e riescano ad allontanarci dal retaggio dei disumanizzanti paradigmi socio-economico-culturali che hanno segnato quest’ultimo ventennio. “CAMMINARE LE PROPRIE PAROLE”, come dicevano i Nativi Americani, penso significhi oggi, per l’uomo occidentale, iniziare a convivere con le proprie paure, con il proprio dolore PER ACQUISIRE L’UMILTÁ NECESSARIA PER PERMETTERE (nei tempi e nei modi che saranno unici e irripetibili per ognuno) CHE IL SAPERE (frutto delle tante informazioni che ci arrivano soprattutto oggi anche grazie alla rete, cioè grazie alle tante persone che come Daniele dedicano la loro Vita alla Propria Evoluzione Personale e, di riflesso, al Bene Comune) arrivi al nostro Cuore: solo così la REALTÁ verrà accolta senza omissione o manipolazione alcuna e si trasformerà in CONOSCENZA e, QUESTA, in AZIONE. Avremo così ancora occhi e orecchie per vedere e sentire, per un sacro-umano discernimento: cosa che prima non ci era più possibile immaginare né intuire. È facilissimo, per tutti noi, tradire il “sapere”… ma è confortante sapere che sarà impossibile, per tutti noi, tradire la “conoscenza”, che troverà ESPRESSIONE nel NOSTRO LIBERO PENSIERO E NELLA NOSTRA LIBERA AZIONE QUOTIDIANA su questa MERAVIGLIOSA TERRA. A questo punto lo sforzo da parte nostra sarà minimo, poiché sarà LA NOSTRA ESSENZA a fare tutto, senza vergogna, senza pudore, senza sensi di colpa, senza ostentazioni, senza paura, senza vanagloria, senza vittimismo! Solo da QUESTO TIPO DI AZIONE PUÓ NASCERE L’ATTENZIONE ALL’ALTRO, LA COMPASSIONE, LA CONDIVISIONE ATTIVA. Una raccomandazione: leggete il libro di Frédérick LeboyerPer una nascita senza violenza” e, se qualcosa risponde in voi, fate circolare il contenuto o consigliatene l’acquisto. Sapete perché vi invito a questo? Poiché ho scoperto che ci sono tantissime ostetriche giovani a cui è stato precluso di conoscere Leboyer e il suo messaggio. Vi informo pure di una cosa: hanno censurato da diversi anni nelle note biografiche che accompagnano la presentazione dei suoi libri (in IV di copertina) delle suoi libri il fatto che Leboyer verso la fine degli anni ’60 si dimise dalla Clinica Ostetrica Universitaria, di Parigi, dove lavorava da tantissimi anni come Primario, poiché non riusciva più a “collaborare con una medicina che non poteva permettersi l’umiltà di ascoltare i bisogni del bambino.” Scusate se sono stata sconclusionata nella forma e nella sintassi ma la mia emotività non potevo zittirla e censurarla come invece a tranquillamente e oculatamente fatto l’Editore Bompiani. Un abbraccio a tutti e, in particolar modo, a Daniele e ad Arianna, nonché a Daniela.


Maria Teresa Lanza

P.S. L’episiotomìa vent’anni fa venne adottata su vasta scala in quanto considerata alla stregua di un’operazione chirurgica permetteva di travasare cospicue somme dalle casse regionali a quelle dei reparti di ostetricia; tutto questo senza porre minimamente attenzione alle malattie iatrogene che spesso ne derivano alla mamma (e, di riflesso, al bambino e al padre).

Cara Maria Teresa, la tua testimonianza ha dipinto un quadro prezioso dell'argomento in questione, tutt'altro che sconclusionato anzi decisamente lucido e preciso... pertanto mi sento quasi irriverente a soffermarmi su quello che mi hanno evocato pochi particolari, davvero minimi, della cornice. Pensiamo a una "coppia canonica" (non nel senso del matrimonio!) che decide di mettere al mondo un figlio: intendo una madre che vuole dare un padre al nascituro e un padre che non fugge da tale ruolo. Nel loro caso, un parto "naturale" non è solo quello non medicalizzato ma pure quello compreso, scelto e sostenuto da entrambi. La gravidanza non riguarda solo colei che cresce il figlio nel proprio ventre, è un'esperienza e una condizione fisica e/o mentale che interessa ambo i genitori. Perciò, anche se certamente spetta alla gestante la scelta ultima di come partorire (ad esempio se ricorrere alla "famigerata" epidurale per non sentire dolori), se è una scelta di coppia è meglio! Dici che "non tutti i maschi hanno la capacità di stare di fronte al dolore e alla verità: tanti, anzi, quasi tutti, scappano da sé e dalla vita", e dici bene, eppure la maggior parte delle donne si bea di perpetuare proprio tale stirpe di uomini scissi dalla loro anima... e bastona gli altri! Dopo 9 mesi di gravidanza condivisa con gioia insieme a Daniela, essere stato vicino a lei durante 18 ore di travaglio, e infine in sala parto - una mano sulla nuca, l'altra mano a stringere la sua - aiutandola a spingere, l'emozione più intensa della mia vita fu vedere Arianna uscire fuori da lei, carne della nostra carne. Quando a poche ore dal parto Daniela perse i sensi a causa dell'emorragia interna e fu operata d'urgenza e salvata per un pelo, passai di colpo dalla felicità più grande alla paura più grande. È stata l'unica occasione della mia vita in cui mi sono trovato a pregare, scientemente, di morire al posto di qualcun altro. Poi per fortuna Dio non chiamo a Sé né lei né me. Puoi immaginare perciò che contrappasso feroce provai quando Daniela nel 2002, quattro anni dopo, mi chiese la separazione consensuale, spiegandomi di avere capito, ormai innamorata di un altro, che da molti anni non amava più il sottoscritto... è stata la lezione più utile quanto dolorosa della mia vita. Perdona se stavolta sono andato un po' fuori tema, ma si tratta di un punto nodale della mia vita, su cui sto lavorando molto in analisi proprio queste settimane (vedi anche il post dove parto dai terremoti reali per arrivare a quelli psicologici).

mercoledì 13 maggio 2009

Gestazione, parto e nascita senza violenza (I)

14 : commenti
Mia figlia sarebbe dovuta nascere col parto acquatico all'Ospedale di Poggibonsi (SI). Questo fino a poche settimane prima del parto, quando la gravidanza, fino a quel momento del tutto nella norma e "fisiologica", fu valutata "a rischio" dal ginecologo: all'ultima ecografia il feto risultava inaspettatamente sottopeso. Ragion per cui mia moglie Daniela e io fummo costretti a cambiare programmi e fare nascere Arianna all'Ospedale di Monteluce a Perugia. Quando venne alla luce fu chiaro che il ginecologo aveva clamorosamente sbagliato a interpretare l'ecografia: pesava quasi 4 chili! Dopo il parto avvenuto nel cuore della notte Daniela cominciò ad avvertire delle lancinanti fitte inguinali. Sapendo quanto lei avesse solitamente una grande sopportazione del dolore, cominciai a preoccuparmi e a richiamare l'attenzione degli infermieri e dei medici. La cosa fu liquidata con un "È normale, molte donne fanno così dopo avere partorito...". Ma il tempo passava e i dolori invece di placarsi s'intensificavano. Dopo essermi incazzato con la dottoressa di turno, qualcuno si decise a fare un'iniezione di Voltaren (praticamente una dose da cavalli!) a Daniela, ciononostante lei per il dolore perse conoscenza. A questo punto la dottoressa finalmente capì che qualcosa non andava. Una telefonata concitata e via di corsa. Nemmeno due ore dopo il parto intubata in sala operatoria: intervento d'urgenza per complicazione post-partum. Cos'era successo? La ginecologa nel praticare l'episiotomia (il cosiddetto "taglietto precauzionale") aveva tagliato una vena senza accorgersene. Quando tutto s'era concluso aveva suturato il taglio, ma lasciato la vena aperta... risultato: emorragia interna! Invece di "andarsene" di lì a quattro anni chiedendomi la separazione, quella sera mia moglie rischiò seriamente di andarsene al Creatore per le conseguenze della medicalizzazione a tutti i costi della nascita. Per la cronaca l'episiotomia è fondamentalmente una pratica superflua: infatti la piaga puzzolente la fanno non solo i medici pietosi ma pure quelli che prima fanno meglio è! Tutto questo mi è tornato in mente, perché su questo blog è approdata da qualche settimana Maria Teresa Lanza dell'Associazione MATRES MATUTAE (Madri della Luce del Primo Mattino) di Albino (BG). Riporto in calce i link ai suoi due ricchissimi canali su YouTube dove si parla di parto naturale, allattamento al seno e molte altri interessanti approfondimenti. Come assaggio inserisco qui il video sulla Mozione per la nascita senza violenza del Movimento NonViolento:



Questo è il testo che accompagna il video:


Ho trovato casualmente su Internet la mozione (di seguito riportata approvata all'unanimità in occasione del XXII Congresso del Movimento NonViolento svoltosi a Verona dal 1 al 4 novembre 2007. Ritengo estremamente importante e significativo il fatto che una delle principali associazioni italiane che promuove la non violenza abbia avuto il coraggio di denunciare una VERITÁ anche se scomoda a troppi: quella della "CECITÁ EMOTIVA" della cultura odierna che SACRIFICA SULL'ALTARE DELL'IGNORANZA IL PARTO E LA NASCITA NATURALI. Ogni singolo punto della mozione ci esorta a interrogarci con serietà sulle pratiche ospedaliere applicate di routine al parto e alla nascita e che noi diamo per scontate, per "normali", ma che, purtroppo, NATURALI E INNOCUE NON SONO AFFATTO, come risulta da numerosi studi e dalle raccomandazioni prodotte già nel lontano 9 maggio 1985 dal Congresso sulla Tecnologia Appropriata per la nascita dell'Organizzazione Mondiale per la Sanità a dal libro "La Macchina del Parto" del coraggioso Marsden Wagner (neonatologo, epidemiologo, ex direttore e commissario straordinario dell'O.M.S.). Viene la tentazione di chiudere gli occhi, di allontanare lo sguardo, lo riconosco: è doloroso accettare di aprire la mente e il cuore sulle inutili crudeli sofferenze psico-fisiche imposte alle donne e ai loro piccoli durante il parto e la nascita. Ecco il prezioso testo della mozione approvata dal Movimento NonViolento: MOZIONE PER LA NASCITA SENZA VIOLENZA "Ogni donna è perfettamente preparata a partorire come ogni neonato è perfettamente preparato a nascere". A partire da questa frase di Lorenzo Braibanti, grande amico della nonviolenza, il Movimento NonViolento si impegna:
  • a diffondere un pensiero e una pratica di attenzione al momento della nascita nel qual le pratiche dannose comunemente accettate espropriano donne e nuovi nati di ogni soggettività e li sottopongono a violenze di ogni genere: fisiche, psicologiche, relazionali, sociali;
  • a diffondere informazioni e conoscenze e pratiche sulla nascita senza violenza;
  • a riconoscere le violenze (posizioni, solitudine, taglio cesareo, ecc.) e le espropriazioni cui sono sottoposte le donne durante il parto in ospedale, come violenze sessuali e di genere;
  • a lottare contro una medicina che si è sostituita al sapere delle donne e dei nuovi nati;
  • a riconoscere la nascita come bene comune.
LINK:
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