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venerdì 1 ottobre 2010

Si sbagliò la colomba

4 : commenti
Ho idee in cuore e cose da fare che mi tengono lontano dal blog, ma ogni tanto mi affaccio.

La poesia citata da Erri De Luca nel racconto breve La camicia a cui ho dedicato l'ultimo post una descrizione magistrale dell'amore, è del poeta spagnolo Rafael Alberti (1902-1999). L'ho cercata, l'ho trovata, la condivido con piacere.


Si sbagliò la colomba,
si sbagliava
per andare al Nord andò al Sud

pensò che il grano era acqua
pensò che il mare era il cielo

che la notte il mattino
che le stelle rugiada
che il caldo la neve
che la tua gonna era la sua blusa;
che il tuo cuore la sua casa...
lei si addormentò sulla riva
tu, sulla cima di un ramo.



LINK:

lunedì 27 settembre 2010

Una descrizione magistrale dell'amore

9 : commenti
Erri de Luca è un interprete unico della lingua italiana, capace di reinventarla rispettandola, un po' come quel  pittore d'accademia talmente bravo da permettersi d'inventare il cubismo (Picasso). Quando scrive narrativa, è in primis un poeta: ci descrive vicende sentimenti ed emozioni come se ci mettesse in bocca pezzi di cibo, da sentirne consistenza e sapore. Credo rientri a pieno titolo tra gli autori che soddisfano il "manifesto" narrativo di Bukowskyi. Siccome starò via dal blog per un po' o forse per tanto, ho deciso di lasciarvi una scia importante, una breve quanto immensa storia d'amore come solo Erri De Luca poteva raccontare (le evidenziature sono mie). Buon Autunno.


La camicia al muro 

Amore e Roma, in enigmistica si chiamano palindrome le parole e le frasi leggibili anche al contrario. Mi accaddero entrambe con forza di primizia lontano dal mio luogo. Diciotto anni, dal primo all'ultimo ho vissuto nella città di nascita, Napoli, da sterile, senza amare nessuna ragazza nei quartieri dell'adolescenza. Solo nell'isola di fronte, un'estate, mi spuntò amore per una ragazza di Roma. E quando a diciotto anni evasi dal mio luogo di fondamento e sud, andai in quella città, perché mi era restato amore, poco, però buono a far girare da quella parte uno che si scioglieva dal suo centro ed era equidistante da ogni stazione di arrivo.
Lei era già grande, studiava architettura, fumava. lo mai capace di tabacco, derivati e affini, mi ero scrollato di dosso studi, case, famiglia, città. Ero spaesato e spiritato. Ci sono decisioni prese in età aspra che non cedono più, conficcate in chissà quale osso.
Come molti arrivati senza invito, Roma fu all'inizio ferrovia. Nei suoi paraggi trovai brande in camere mobiliate, insieme a sconosciuti. Non sono mai stato così solo, una buona condizione per innamorarsi o perdersi. Non fui disperso perché intorno c'era una strana collera di gioventù, politica, ma niente da mischiare con partiti. Spartita, irregolare, senza congressi, affiliazioni, tessere, aveva per campo la strada e per parlamento le assemblee. Sbatteva contro polizie, tribunali, prigioni. Fui dei loro perciò non mi sono disperso. Mi sono innamorato, non della prima, dell'isola, ma della sorella, sedici anni, spaventosa di volontà e bellezza. Aveva mani spellate da un malanno, il solo che ho amato. Veneravo quelle dita screpolate, rosse, indolenzite, non l'ha creduto mai. Fosse stata lebbra gliel'avrei leccata per appiccicarmela alla lingua, fosse stata morte l'avrei voluta io. Meno di questo, l'amore non è niente.

Succedeva l'anno millenovecentosessantanove, più duro e lungo dell'annata di assaggio sessantotto. Dei giovani cominciavano a pensare a se stessi secondo biografie di rivoluzionari del primo Novecento. In molti imparavamo il pianto artificiale dei lacrimogeni, le zuffe delle cariche, i colpi e il buffo trasporto in gabbie da polli, i cellulari. Chi ero, cosa potevo dire di me: niente. Non ero di niente e di nessun luogo. Ero uno dei molti, che a volte erano pochi a contarli in un cortile di questura, in mezzo a un'indurita rappresaglia di uomini in divisa. Ero uno, anche meno di uno. Però amavo. Amavo la ragazza dai capelli lisci, messa di profilo in una fotografia di primavera ai fori romani, una nostra passeggiata. Amavo la ragazza che mi aveva accolto nelle spalle larghe, come fa, con una barca, una tempesta.
Mi contavo i muscoli, le ossa, com'ero poco, mi contavo gli anni, le monete: come potevo tenerla? Lei cresceva, era un'estate di fichi d'India e una catena di baci esauditi. Non avevo altro da desiderare oltre l'uscio dei baci. Più della libertà ho aspettato il minuto bollente in cui quattro labbra sospendono il respiro e si mischiano per gustare se stesse attraverso altre due e si confondono per appartenersi.
Lei stava in casa, io in stanze, ci s'incontrava raramente soli. I baci non sono anticipo d'altre tenerezze, sono il punto più alto. Dalla loro sommità si può scendere nelle braccia, nelle spinte dei fianchi, ma è trascinamento. Solo i baci sono buoni come le guance del pesce. Noi due avevamo l'esca sulle labbra, abboccavamo insieme.

Era inverno e stavo in una stanzetta, la prima in affitto, vicino a Villa Ada. Avevo inchiodato al muro una camicia. Si aprivano i bottoni e dentro c'erano due fotografie, sue. Mi venne a trovare di nascosto, ero ammalato. Sbolliva addosso a me una qualche febbre spessa, prepotente. Aprendo la porta mi sono tenuto forte alla maniglia. Mi ha preso stretto, come abbracciare inverno, brividi battenti, marmo dentro i piedi. Non c'era riscaldamento, ma me ne sono accorto in quel momento. Il corpo era duro di freddo, mentre avrei voluto nelle vene più cioccolata che sangue. Mi tenne nel suo cappotto di pelle di montone foderato a lana. Chiuse la porta col tacco e mi spinse all'indietro verso il letto senza allentare l'abbraccio.
Mi stese, poi si tolse i panni lasciandosi una veste bianca, lieve. Entrò nel buio delle coperte e mi coprì tutto il corpo col suo. Stavo sotto di lei a tremare di felicità e di freddo. Le nostre parti combinavano una coincidenza, mano su mano, piede su piede, capelli su capelli, ombelico su ombelico, naso a fianco di naso a respirare solo con quello a bocche unite. Non erano baci, ma combaciamento di due pezzi. Se esiste una tecnica di resurrezione lei la stava applicando. Assorbiva il mio freddo e la mia febbre, materie grezze che impastate nel suo corpo tornavano a me sotto peso di amore. Il suo teneva sotto il mio e il mio reggeva il suo, come fa una terra con la neve. Se esiste un' alleanza tra femmina e maschio, io l'ho provata allora.

Durò un'ora, di più di ogni per sempre. Prima di andare rise della camicia al muro. È la mia crocifissione abbottonata. Non glielo dissi che dentro c'era lei. Non venne più. L'inverno ci staccava. Era venuta per lasciarmi e invece s'era stesa a guarirmi. Le cose migliori dell'amore accadono per caso, si capiscono dopo. Credevo che quella visita era inizio per noi di più vasta vita insieme, era termine invece. Credevo al dopo ed era il prima. Mi sbattevano in testa a colpi di campana le sillabe del poeta spagnolo:
"Per andare al nord, andò al sud. / Pensò che il grano era acqua / si sbagliava. / Pensò che il mare era cielo / e la notte la mattina. / Si sbagliava. / Che le stelle erano rugiada / e il caldo una nevicata / si sbagliava". Un cantante da noi aveva messo sotto musica questi versi. La musica, come il sale, conserva meglio. Mi sbagliavo e intanto guarivo dall'amore, dai suoi attacchi di felicità. Mi abituavo alla città, una conduttura che perdeva amore da tutte le fontane. La attraversavo con gli occhi che avrò di nuovo da vecchio: Villa Ada era piena di bambini e di madri che non mi riguardavano.

A quel tempo gli operai della mensa universitaria e gli studenti avevano deciso che chiunque poteva andare e mangiare, anche senza tesserino. Con trecento lire ero al riparo. La febbre e il digiuno erano finiti, mi nutrivo a via De Lollis insieme ai molti che inventavano diritti nuovi, togliendoli ai poteri. La città era messa in discesa per noi che scendevamo in piazze di centro e di periferie, circondati da truppe che non temevamo più.
A qualche manifestazione, dentro mucchi di noi, l'ho rivista qualche volta. Si era sposata presto. Diventava una donna, una, e ne aveva contenute molte e io le avevo conosciute. Avevo amato le sue molte ragazze che si provavano i vestiti da donna nell'anno dei baci. Più tardi ho amato qualche altra con lo sbaglio che fosse ancora lei. Pretendevo quello sbaglio per potermi innamorare.
Me ne andai di corsa dalla stanza in affitto qualche anno dopo senza portarmi dietro neanche una mutanda. La camicia inchiodata ai polsi restò lì, di nessuno. E forse è giusto andarsene così, svelti, inseguiti. Ma questo fu dopo, quando s'induriva l'odio civile e i sangui nostri e altrui non facevano in tempo a seccarsi.
Nella furia dei lutti dimenticai la ragazza che mi aveva tenuto dritto nel suo cappotto e si era staccata da me per diventare una donna. Roma era piena di guerra. Chi dice ch'era inventata, l'ha invece disertata. Non era obbligatorio battersi, ma c'era di che. Quella generazione dei molti non bandiva arruolamenti, si bastava. Non aspirava a maggioranze, spostava il carico con strappi di minoranza. Non mi manca perché non si è mai tolta dai pensieri. Né mi manca quell'ora di resurrezione sotto il corpo della ragazza amata. lo l'ho avuta quell'ora sconfinata. lo l'ho avuta.

mercoledì 2 giugno 2010

Due non è il doppio ma il contrario di uno

4 : commenti

Riporto la quarta di copertina de Il contrario di uno, di Erri De Luca.
Il due è il contrario di uno. "Questa notizia che," dice Erri De Luca, "contrasta con l’aritmetica, è l’esperienza di questi racconti. Da un cordone di madre ai due nodi in vita di una cordata in montagna si svolge l’avventura di un solitario che si imbatte nella forma del due. È una rivelazione, non sacra e neppure profana." Queste storie sono emergenze che contraddicono la solitudine, imbrogliano la morte. Una donna entrata in una stanza d'inverno a portare l’inatteso calore dell'alleanza fra i corpi. Un padre pittore fedele al suo "pollice arlecchino". Una fanciulla borghese in camicia bianca e gonna blu davanti al ciclostile della rivoluzione che sferra una sua impossibile domanda: "Ma tu non vuoi essere per una volta il prossimo per qualcuno?

"Due non è il doppio ma il contrario di uno, della sua solitudine. Due è alleanza, filo doppio che non è spezzato."

Ringrazio Alessia di aver portato alla mia attenzione questa raccolta di racconti brevi: sarà la mia prossima lettura. L'autore voluto dedicarli a quel concetto "anti-matematico" che ho molto a cuore e che da parte mia ho condensato, con formalismo matematico, nella "formula della coppia" (a questo link).


ALTRI LINK:

lunedì 26 aprile 2010

Non ora, non qui

2 : commenti
Molto del destino di ciascuno dipende da una domanda, una richiesta che un giorno qualcuno, una persona cara o uno sconosciuto, rivolge: d'improvviso uno riconosce di aspettare da tempo quella interrogazione, forse anche banale ma che in lui risuona come un annuncio, e sa che proverà a rispondere ad essa con tutta la vita.

mercoledì 14 aprile 2010

Ci sono creature assegnate...

6 : commenti
Ci sono creature assegnate che non riescono a incontrarsi mai e s'aggiustano ad amare un'altra persona per rammendare l'assenza. Sono sagge.
(Erri De Luca)


Dopo avere perso quello che per 11 anni avevo creduto l'amore della mia vita, averne incontrato altri che sono durati molto meno, essermi illuso per quasi 5 anni di averlo trovato ancora, sono (o ero?) giunto a credere che, a meno di incontrare una vera anima gemella, sia (o fosse?) meglio per me restare solo, ma pur sempre libero di continuare a cercare. Poi, quando meno te l'aspetti, arriva una frase come quella di Erri De Luca (tratta dal libro Tre Cavalli), come un proiettile a colpire in pieno la tua resistenza... o fissazione? Magari sto diventando saggio.


P.S. confrontate ora le parole di Erri de Luca a quella contenute in Mine vaganti di Ferzan Özpetek! E un'ultima cosa. Il "rammendo" in questione non è riempire un vuoto, ma curarlo e guarirlo. Io almeno lo sento così.

sabato 31 ottobre 2009

Le grandi pulizie van fatte nel silenzio

3 : commenti
Il brano che segue, tratto da Alzaia di Erri De Luca, ben traduce le ragioni del silenzio che avvolge questo blog da un po' di settimane. Desidero che il velo di polvere si trasformi in neve e la neve in concime delle nuove primavere. Buon weekend.
Polvere
Quando gli abitanti di un villaggio della Palestina chiesero a rabbi Yehuda Hanassi di inviare loro per maestro uno dei suoi migliori allievi, questi raccomandò loro rav Levi, profondo erudito e brillante oratore. Il nuovo maestro arrivò e la folla lo ricoprì di elogi, facendolo salire su un palco dal quale pronunciare il suo primo discorso di Torà (Legge). Ma quando rav Levi volle aprire bocca non ne uscì neppure un suono. Il suo cervello era vuoto. La folla cercò di incoraggiarlo con qualche domanda, ma Levi restò muto. Confuso e umiliato tornò dal suo maestro e raccontandogli l'accaduto aggiunse delle parole simili a queste: "Rabbi, mi rendo conto adesso che al momento di salire sul palco ho provato un soffio di fierezza che ha cancellato tutte le mie conoscenze di Torà". È bastato un piccolo inorgoglimento, un soffio di fiato tirato a sollevare il petto in alto e tutta una vita di studio si è ammutolita. Maestro è chi recide ogni giorno il prepuzio di orgoglio che ricresce sulla lingua di chi parla da un pulpito. Già il Trattato dei Padri, nel Talmud, insegna: "Non fare delle parole della Torà una corona per te ingrandendoti con esse". La vicenda di rav Levi mostra che la conoscenza delle scritture sacre non è un possesso neanche dei maestri. Essi la possono soltanto ospitare e tutto il loro studio è solamente il tappetino d'ingresso. La Torà non varca la soglia di chi non l'abbia ben ripulito ogni giorno dalla polvere dell'orgoglio. Altri brani di Alzaia che ho riportato:

sabato 19 settembre 2009

Ponte Solidale - commercio equo

0 : commenti
Forse il ponte è l'unica opera edilizia cordiale cordiale, che unisce e non separa. Chi alza muri crea divisione. Solo il ponte è fabbrica di unione e, collegando rive, scavalca rivalità.
Erri De Luca
Un caro saluto a Stefania e Fabrizio di Ponte Solidale! N.B. La bottega del commercio equo va anche in trasferta:
  • la prima domenica d'ogni mese in P.zza Piccinino a Umbria Terra Viva, mostra mercato di prodotti biologici e artigianato ecocompatibile;
  • il 3° sabato d'ogni mese in Piazza Sandro Pertini (Zona Madonna Alta - Via Cortonese) a Terra fuori Mercato, mercato biologico di contadini e artigiani locali.

giovedì 30 luglio 2009

Cuciture

5 : commenti
Un sarto ebreo ricevette da un nobile della sua città l'incarico di cucire un raro capo di vestiario con un tessuto prezioso acquistato a Parigi. il nobile raccomandò al sarto di realizzare un capolavoro. Il sarto sorrise e rispose che non c'era bisogno di incitamenti perché lui era il migliore della regione. Terminata l'opera portò il vestito dall'illustre cliente, ma ne ricevette in cambio solo ingiurie e accuse di aver rovinato il tessuto. Il sarto frastornato e avvilito andò a chiedere consiglio da reb Yeralimiel che gli disse pressappoco così: "Disfa tutte le cuciture del vestito e poi ricucile esattamente negli stessi punti di prima. Poi riportaglielo". Il sarto seguì lo strano consiglio e riportò il vestito al nobile. Con sua sorpresa il signore fu entusiasta del lavoro e aggiunse anche un premio al salario.
Reb Yeralimiel gli spiegò poi: "La prima volta tu avevi cucito con arroganza e l'arroganza non ha grazia. Perciò sei stato respinto. La seconda volta hai cucito con umiltà e il vestito ha acquistato valore". È decisiva l'intenzione, più della perizia, l'ispirazione più della maestria, anche negli umili lavori. [...] La sola abilità tecnica è sterile, vana. Per chi è abituato a considerare solo il prodotto finito e non il modo con cui lo si lavora, per chi giudica l'opera e non l'intenzione, questo racconto è invano.

lunedì 27 luglio 2009

Ghiannis Ritsos: zero, uno e due volte nove...

6 : commenti
Anche le parole vene sono dentro di esse sangue scorre quando le parole si uniscono la pelle della carta s’accende di rosso come nell’ora dell’amore la pelle dell’uomo e della donna.
Ghiannis Ritsos
Ho scoperto grazie a Erri De Luca - ne parla nel suo Alzaia edito da Feltrinelli - il poeta greco del '900 Ghiannis Ritsos (1909-1990). La lirica che ho scelto, una delle tante che costellano il web del ricordo di questo poeta, getta un ponte felicissimo tra amare la poesia e amare l'altro sesso: per alcuni di noi queste due ricerche rispondono pari pari allo stesso imperativo. Pare che a Ritsos piacesse molto comporre mini-componimenti d'una sola riga, a metà tra la poesia e l'aforisma; quelli che ho qui selezionato sono in sintonia con la precedente poesia.
Com’è arduo per la parola passare dal sangue alla poesia. A volte, per avventura, le parole trovano l’altro loro significato. La sera tardi posai la cazzuola del muratore sulle mie carte. Vocali, consonanti, gridano, s’accordano, tacciono in profonda imparzialità.
Erri de Luca cita due di queste piccole liriche:

Hanno ammainato le bandiere. Sono rientrati in casa. Contano i soldi.

Ti si è rotto l'aquilone? Lo spago tienilo.

La prima descrive benissimo tutti quelli che hanno abdicato ai loro ideali di gioventù... quelli che magari hanno fatto il '68 tirando molotov contro i "celerini" e oggi sono dentro il Popolo delle Libertà.
La seconda è un'immagine azzeccatissima per dire che mai nulla è perduto e qualcosa in mano ci resta sempre.
N.B. Le cifre dell'anno della nascita e della morte di Ghiannis Ritsos (1909-1990) sono le stesse... numeri speciali nella vita di persone fuori dall'ordinario.
Notizie sull’autore:
Ghiannis Ritsos nacque a Monemvasià nel 1909. Dopo un’infanzia segnata da gravi lutti familiari, nel 1926, colpito da tisi, fu ricoverato in sanatorio, dove rimase per tre anni. In seguito esercitò la professione di attore-ballerino e di copista in una banca. Nel 1933 entrò nelle file della sinistra, avviando un impegno politico che segnerà, spesso dolorosamente, la sua esistenza. Durante la guerra civile, il successivo governo di destra e la dittatura dei Colonnelli (1967-1974) fu ripetutamente incarcerato e deportato nei “campi di rieducazione nazionale”, ma restò sempre fedele ai suoi ideali di libertà e di giustizia sociale. L’impegno politico ebbe un’importanza centrale anche nella sua poesia, ma in Ritsos risuonano tutte le note, dolenti e gioiose, della grecità.Ottenne numerosi riconoscimenti internazionali di grande prestigio, e fu candidato per anni al Premio Nobel per la Letteratura. Le sue poesie e molti suoi lavori teatrali sono stati tradotti in tutte le lingue europee. Dotato di un’incredibile facilità di versificazione, Ritsos è autore di oltre cento raccolte, tra le quali segnaliamo Trattore (1934); Piramidi (1935); Epitaffio (1936); Sinfonia di primaveraLa marcia dell’oceano (1940); L’uomo con il garofano (1952); Veglia (1954: contiene Grecità e La Signora delle Vigne); I quartieri del mondo (1957); Quando arriva lo stranieroL’architettura degli alberi (1958); Le vecchie e il mare (1959); Sotto l’ombra del monteDodici poesie per Kavafis (1963); Testimonianze I (1963); Filottete (1965); Testimonianze II (1966); Gesti (1969-70); Pietre Ripetizioni Sbarre (1972); Elena (1972); Crisòtemi (1972); Quarta dimensione (1972); Diciotto canzonette per la patria amara (1973); Graganda (1973); La distruzione di Melos (1974); Inno e lamento per Cipro (1974); La pignatta affumicata (1974); Il muro nello specchio (1974); Diario d’esilio (1975); L’ultimo secolo prima dell’uomo (1975); Attualità (1975); Divenire (1977); La Porta (1978); Il corpo e il sangue (1978); Una lucciola illumina la notte (1978); Trittico italiano (1976-81, contiene: Trasfusione, Il mondo è uno, La statua sotto la pioggia); Erotica (1980-81).Ha inoltre tradotto Tolstoj, Hikmet, Ehrenburg, Jozef, Majakovskij, un’antologia di poeti rumeni e una di poeti cecoslovacchi. È morto nel 1990. È stato tradotto nelle principali lingue del mondo. (1938); (1958); (1962); Numerose le traduzioni in italiano, la maggior parte delle quali dovute a N. Crocetti: La Signora delle Vigne, Parma 1986 (con importanti riferimenti bibliografici); Erotica (1981); Il Funambolo e la Luna (1984, in questa collana, Lèkythos 4); Quarta dimensione (1993, in questa collana, Lèkythos 18), e a F.M. Pontani: Poesie (Scheiwiller 1969); Prima dell’uomo (Mondadori 1972); Diciotto canzonette per la patria amara (Verona 1974); La distruzione di Melos (Bologna 1975); Elena (Verona 1985); Pietre Ripetizioni Sbarre (2004, in questa collana, Lèkythos 35).

Scheda bio-bibliografica tratta dal sito di Crocetti Editore

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