Io lo so che non sono solo anche quando sono solo,
io lo so che non sono solo
e rido e piango
e mi fondo con il cielo e con il fango.
(Lorenzo Cherubini)
Oggi mi sono trovato a parlare con una persona di cui non sapevo praticamente nulla. Con quella familiarità che capita improvvisa tra temporanei compagni di viaggio, seduti accanto, sotto il porticato di un chiostro medioevale, le vie attorno silenziose come capita all'ora di pranzo, e un timido tepore di primavera nell'aria.
Una donna di una generazione avanti alla mia, quasi fossimo amici di lunga data, mi ha raccontato di quando una ventina d'anni fa sì trasferì in una piccola città sconosciuta per restare accanto all'uomo che perdutamente amava. Lui aveva più sete di avventure che fame di amore, lei non ci mise molto a capirlo e la storia finì, amen. E rimase senza l'uomo della sua vita, tra gente che la considerava un'estranea con l'accento del nord. Però si rimboccò le maniche e trovò sempre da lavorare, poche amicizie, tanta stima, e nella sua casetta dalle cui finestre si scorgeva il duomo riacquistò se non la gioia la serenità. S'innamorò un altro paio di volte, senza riuscire a lasciarsi andare quanto per quell'amore folle, per cui aveva attraversato mezza Italia. Non incontrò nessuno da sentirsi ancora scoppiare il cuore oltre i confini della felicità conosciuta, resa diffidente dal dolore di ricadere - piccola, piccola - dentro quei confini, ora tristemente stretti.
Oggi è una donna che ispira tenerezza, simpatia, positività. Tuttavia ha lasciato alle spalle i suoi giorni più felici. Tuttavia non ha un compagno accanto e ha rinunciato all'idea di poterlo avere. Quello che successe a lei 20 anni fa è del tutto analogo e simmetrico a quello che è successo a me 5 anni fa. Per questo il suo racconto mi ha talmente coinvolto. Come questa donna dal Veneto si spostò in Umbria, così io stavo considerando seriamente l'idea di trasferirmi da Perugia a lì e proprio per amore di una Vicentina. A trattenermi non fu il posto statale fisso, ché sarei arrivato persino a licenziarmi, fu mia figlia: l'idea di poterla vedere solo qualche giorno al mese mi bloccò. L'amore di padre vinse su quello di uomo. E col senno di poi non ho alcun dubbio che questa sia stata la mia salvezza: solo io ero sul serio innamorato! Ho corso dietro Anna per otto lunghissimi mesi e alla fine ho aperto gli occhi; questa storia è diventata Ventidue passi d'amore, il mio primo libro.
E stasera sto a chiedermi se a 42 anni ho già giocato tutte le mie carte nel gioco dell'amore, come alla stessa età aveva fatto la donna con cui ho parlato oggi a Spoleto. Sono volati via 11 anni di matrimonio con Daniela, la compagna con cui immaginavo d'invecchiare insieme, che mi ha lasciato per un altro uomo nel giro di due mesi. È volato via l'amore folle per Anna, che comunque mi ha fatto capire quanto 'poco' fossi innamorato di mia moglie. E sono arrivati e volati via amori-farfalla dalla vita troppo breve oppure dalle ali troppo fragili: uno, due, tre. Ho caricato tutta questa disillusione sulla schiena, eppure non mi sono piegato, perché ancora mi ribello all'idea che i miei anni migliori siano trascorsi: resto tenace a pensare che debbano ancora arrivare. Intanto il tempo passa, incurante dei miei sogni.
Dov'è la mia anima gemella? Dov'è l'altra metà del mio cuore? Dov'è la pista mai battuta che conduce a lei? A dispetto di tutto sono un inguaribile ottimista e persino l'eco di queste domande suona come il dejà-vu di un'attesa sul punto di finire. Non è un miraggio nel deserto... magari ci fosse almeno un'oasi in vista: c'è soltanto la speranza di trovarla.
Buona fortuna, anima mia...






























