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domenica 30 maggio 2010

Le lattine di coca cola della Deepwater Horizon

Anche l'operazione top kill è fallita. La potenza più avanzata dell'occidente dimostra d'essere inerme di fronte a un incidente che, pur prodotto dall'apparato economico-industriale civile, suona più pernicioso di un attacco armato militare. Dopo l'11 settembre gli USA hanno dichiarato una III guerra mondiale contro il terrorismo islamico, invaso e occupato Afghanistan e Irak, trascinato nella paura/psicosi del terrorismo l'intera umanità. Cosa faranno dopo che la BP ha aperto una Chernobyl idrocarburica a ridosso delle coste americane senza riuscire ad arginarla? A chi dovrebbero dichiarar guerra gli Stati Uniti se non a se stessi e al loro insensato modello di sviluppo?
Intanto al mondo intero - al suo ecosistema marino in particolare - accade qualcosa di spaventoso. Torno a parlare di numeri, perché ancora una volta ho l'impressione che qualcuno stia giocando a far ballare le cifre, al fine non di rendere ben consapevole l'opinione pubblica di quel che succede. Per esempio, il Corriere della sera del 27 maggio scorso riporta quanto segue: 


43 MILIONI DI LITRI - Intanto si comincia a fare i conti dei danni. Secondo le stime preliminari del governo Usa sono usciti dalla falla tra i 12 e i 19mila barili al giorno (corrispondenti a 2-3 milioni di litri), per un totale al 17 maggio di 270mila barili di petrolio, pari a quasi 43 milioni di litri. La Bp ha sempre dichiarato che la perdita era di 5mila barili al giorno. Un disastro che dunque supera quello della Exxon Valdez nel 1989 in Alaska: allora la perdita totale fu di 40,9 milioni di litri. (articolo completo). 


Facciamo un po' di conti: 


1 barile = 158,99 litri 
12.000 barili al giorno = 1.907.848 litri 
19.000 barili al giorno = 3.020.759 litri 


Stime perdita petrolio dal 22 aprile al 17 maggio (26 giorni) 


stima minima = 49.604.036 litri 
stima massima = 78.539.724 litri 
stima media = 64.071.880 litri


Stime perdita petrolio dal 22 aprile al 30 maggio (39 giorni) 
stima minima = 74.406.054 litri 
stima massima = 117.809.586 litri 
stima media = 96.107.820 litri 


Si noti bene che, pur fornendo la stima giornaliera minima e massima, le agenzie di stampa forniscono la stima della perdita totale minima, invece che una media tra la stima minima e massima come sarebbe corretto. In base alla stima minima la soglia psicologica della quantità di greggio perso dalla Exxon Valdez sarebbe stata infranta verso il 12 maggio, in base alla stima media 3 o 4 giorni prima, in base alla stima massima una settimana prima, già verso il 5 maggio. Per onor di cronaca, dobbiamo riportare anche le stime che riporta Greenpeace (qui), pari a una Exxon Waldez ogni settimana (oltre 36.000 barili al giorno!), quindi a 152.000.000 litri al 17 maggio e a 228.000.000 litri (quasi 6 volte la Exxon Valdez!) al 30 maggio. Ed esistono stime ancora peggiori. Quelle date dalla radio statunitense NPR (vedasi qui), formulate da esperti in base all'analisi delle immagini della perdita diffuse dalla BP: in media 70.000 barili al giorno! Equivalenti a a 289.000.000 litri al 17 maggio e a 434.000.000 litri (oltre 10 volte la Exxon Valdez!) al 30 maggio. Vorrei far notare che, essendo la superficie degli oceani pari a 360.700.000 kmq (il 70% della superficie totale del pianeta), se in questo momento per ogni chilometro quadrato di acque marine galleggiasse un po' del petrolio fuoriuscito dal buco di trivellazione della BP nel Golfo del Messico, esso sarebbe pari in volume a
  • 2/3 di una lattina di coca cola*, in base alla stima minima ufficiale
  • l'equivalente esatto di 1 lattina di coca cola, in base alla stima massima ufficiale
  • 2 lattine di Coca Cola, in base alla stima fornita da Greenpeace
  • 4 lattine di Coca Cola, in base alla stima fornita da NPR
* prendo a unità di misura uno dei simboli per antonomasia del modello economico americano del dopoguerra.


Ipotesi non troppo fantascientifiche: se queste centinaia di milioni di litri di oro nero, come sembra sempre meno improbabile, entreranno nel circuito delle correnti marine atlantiche, l'impatto del disastro diventerà globale.
È la nemesi della ricerca del profitto "ad ogni costo". Tutto questo è accaduto - non dimentichiamolo - perché di fronte dell'esaurimento dei giacimenti e all'aumento del prezzo del greggio, le compagne petrolifere vanno a trivellare dove prima sarebbe stato antieconomico, spingendosi oltre i limiti di sicurezza che la tecnologia può assicurare. Ecco perché non c'è alcun dubbio che il disastro della Deepwater Horizon è il punto di arresto e non ritorno dell'economia del petrolio, come Chernobyl lo fu per quella dell'atomo sporco (anche se in Italia si finge che non sia così). Se non si sceglierà subito di abbandonare il modello di sviluppo centrato sugli idrocarburi (l'industria automobilistica per esempio è già pronta), presto potremmo non avere più sotto ai piedi un pianeta in grado di ospitare un qualsivoglia tipo di sviluppo. Speriamo dunque che si trovi una soluzione quanto prima alla emorragia nera nel Golfo del Messico e, ancora di più, che questa durissima lezione basti ai leader delle nazioni e delle multinazionali ad aprire gli occhi.

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