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martedì 30 settembre 2008

Che tu sia per me il coltello (II)

(seconda parte)
Dopo il primo post di ieri, continuo a offrire meritato spazio a Che tu sia per me il coltello di David Grossman, inserendo dei brani del libro, tratti dalle lettere di Yair a Myriam. Buona lettura.
Il tuo modo di scrivere mi ha fatto venire in mente che una volta pensavo di insegnare a mio figlio un lessico privato. Per isolarlo di proposito dalle parole del mondo e mentirgli fin dalla nascita, così che credesse solo ed esclusivamente a ciò che gli avrei insegnato io. Doveva essere un lessico misericordioso. Intendo dire che avrei camminato con lui, mano nella mano, chiamando tutto ciò che vedeva con nomi che non gli avrebbero procurato dolore. Così, per esempio, non avrebbe capito che esiste la guerra, che la gente uccide e che quella cosa rossa è sangue. Un'idea un po' sfruttata, lo so, ma mi piaceva immaginare che avrebbe attraversato la vita con un sorriso innocente e fiducioso. Il primo bambino illuminato. Naturalmente non ho bisogno di dirti la mia felicità quando iniziò a parlare. Di sicuro ricordi il momento meraviglioso in cui un bambino comincia a chiamare le cose per nome. Eppure, ogni volta che imparava una parola nuova, una parola che è anche un po' "loro", di tutti, persino la sua prima parola, una parola bella come "luce", io provavo una stretta al cuore, perché pensavo: chissà cosa sta perdendo in questo momento. Chissà quanti tipi di chiarore ha visto e assaggiato e odorato prima di stiparli tutti in quella piccola scatola chiamata "luce", con quella "c" nel mezzo, come un interruttore per spegnerla. Capisci, vero?
***
Comunque, anche se non tutto fila liscio e le cose sono già complicate fin dall'inizio, sento il bisogno di dirti una cosa. Devo raccontarti come le pupille mi si dilatano quando vedo una tua parola da qualche parte, persino quando mi ci imbatto nel giornale, o nella pubblicità ... Ci sono parole che ti appartengono a tal punto! Impronte della tua anima che in bocca ad altri appaiono solo come strumenti discorsivi o articolazioni linguistiche, nient'altro. Non avevo mai immaginato che conoscere il linguaggio di un estraneo potesse essere eccitante come il primo contatto con il suo corpo, il suo profumo, la sua pelle, i capelli e i nei. È così anche per te?
***
Non ho intenzione di telefonarti a casa, grazie. Mi ha alquanto sorpreso che tu ti sia tanto arrabbiata per l'innocente proposta, la settimana scorsa, di chiamare i tuoi cari con dei nomi fittizi. Hanno dei nomi veri (lo so) e non hai intenzione di inventargliene di nuovi per me (certamente). Ma perché non posso credere nella possibilità di un legame semplice e naturale, alla luce del sole, fra due persone? Ero sicuro che alla fine di questo sfogo mi avresti scaraventato le mie lettere in faccia per sempre, per l'eternità, e ora, invece, mi dài il numero di casa! Non ti telefonerò, per un motivo di "sicurezza nei contatti" (qualcuno potrebbe essere in casa e sentire), ma soprattutto perché anche la voce potrebbe essere troppo reale per l'illusione che voglio creare fra noi, fatta solo di parole scritte. La voce potrebbe trafiggere quest'illusione e a quel punto vi fluirebbe dentro la realtà con i suoi dettagli, i numeri, le sue molecole piccole e sudate. La realtà ci incatenerebbe. In un attimo tutta questa accozzaglia irromperebbe come un'ondata gigantesca, spegnendo ogni fiammella. Perché non vuoi capire?
***
Senti, ho letto bene? Un triangolo non è necessariamente una figura instabile? Anzi, "in un determinato contesto" può essere addirittura stabile e appagante? Può addirittura arricchire? Ed è anche conforme alla natura umana? "Almeno alla mia" hai scritto, suscitando un'enorme curiosità nel ristretto pubblico dei tuoi lettori ... A patto che sia equilatero, hai aggiunto subito, e che tutti i suoi lati siano consapevoli di far parte di un triangolo (Vorrebbe essere un rimprovero? Cos'hai sentito sul mio conto?) Ora è troppo tardi per approfondire l'argomento, e anche la cenere trema all'estremità della sigaretta. Aspetterò con pazienza la tua risposta. Sappi solo che mi sono divertito a vedere come, con due tocchi, hai creato una disciplina scientifica molto personale: la geometria poetica.
***
14 giugno
Bum!
Allora adesso tocca a me? Dopo aver fatto l'amore, dormiremo abbracciati. La tua schiena contro il mio ventre. E io stringerò le dita dei piedi intorno alle tue caviglie, come delle mollette, perché tu non possa volar via la notte. Saremo come un'immagine su un libro di scienze: un frutto tagliato a metà, tu la buccia e io il torsolo.
Yair
P.S. Non credevo che avresti osato tanto.
17 giugno
Quando faremo l'amore voglio chiudere gli occhi e sfiorare Il delicatezza i tuoi peli, laggiù, sotto l'ombelico, per sentire sotto le dita quel punto, uno dei punti, delicato e setoso, in cui da bambina ti sei trasformata in donna.
Y.
***
Senti... Non è così semplice quello che hai fatto. E più ci penso, più mi sembra che tu abbia tradito me. Per qualche mese ti sei divertita con quell'innocuo pagliaccio che ti faceva delle smorfie, concedendoti qualche piccola eccitazione borghese. Il flirt segreto di una casalinga perbene. Poi, quando ha cominciato a farsi troppo intenso, quando improvvisamente hai sentito dentro di te un fremito autentico e vivo, ti sei spaventata e hai cominciato a gridare "aiuto"! Leggo la letterina spermicida che hai accluso alla mia busta ancora chiusa e stento a crederei: adesso, dopo tre mesi, ti viene in mente di accusarmi dicendo che flirteggio non con te, ma con una "perpetua tentazione d'infedeltà" dentro di me. Un auto-corteggiamento interiore?! A volte usi delle espressioni anacronistiche e puritane che mi fanno morire...
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Temo che non sarai in grado di decifrare la mia grafia. È peggiore del solito. A proposito, ho chiesto a mia madre: avevi ragione. Mi hanno davvero costretto a passare dalla sinistra alla destra. Come facevi a saperlo? Come fai a conoscermi meglio di quanto mi conosca io stesso? Guarda. Sono seduto in macchina e tremo, consapevole di non aver mai fatto per nessuno una cosa come questa, e non so che altro fare perché tu creda che non ho mai proposto a nessuno - a nessuno, capisci? - quello che ho proposto a te. Fin dal primo momento ho saputo di non cercare un'avventura con te, ma una vera storia. Forse tu sai come viene definito in psicologia questo desiderio, o questa strana perversione - il bisogno che un uomo sente di raccontare le proprie vicende a una determinata persona e solo a lei. lo lo sento così forte nei tuoi confronti.
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Ancora un momento, ok? Anni fa pensavo di sottoporre ogni donna attraente a un particolare esame per stabilire se sarebbe stata la "donna della mia vita". Pensavo che l'avrei guardata profondamente negli occhi, avvicinandole il viso. Più vicino, sempre più vicino, finché il mio occhio avrebbe toccato il suo. Proprio toccato. Non solo le ciglia o le palpebre, ma i globi oculari, l'iride e i dotti lacrimali. Naturalmente sarebbero subito sgorgate le lacrime. Il corpo è fatto così. Ma noi non avremmo ceduto, non ci saremmo arresi ai riflessi condizionati e alla burocrazia del corpo finché non fossero emerse le immagini più offuscate e remote delle nostre anime. Questo voglio ora. Vedere l'oscurità che c'è nell'altro. Perché accontentarsi, Myriam? Perché non chiedere, per una volta, di poter piangere con le lacrime di un altro?
***
Con quella donna ho avuto una storia insolitamente lunga. Credo di averla amata. Il bambino si chiamava G, non importa il nome intero. Comunque, un nome dolce e serio. Lei non era sposata, non lo voleva nemmeno. Aveva idee molto precise sul matrimonio. Ma aveva un figlio piccolo e a me (il patetico autoinganno di simili storie) piaceva sentirmi un po' come suo padre-alla-lontana, capisci? Lo sentivo come il figlio che avremmo potuto avere. Non dimenticare che era il figlio ideale per me - un bambino vero che potevo trasformare in immaginario. Amavo soprattutto l'intesa che c'era fra loro, il modo in cui lei lo cresceva, con intelligenza e coraggio. Non è facile allevare un figlio da soli e, prima di conoscerla, mi ero sempre scagliato, con sacra "furia matrimoniale", contro quelle donne che hanno la spudoratezza di fare un figlio senza un compagno, semplicemente per soddisfare il loro istinto materno ecc. Lei, però, mi insegnò quanta grandezza può esserci in una situazione del genere. Mi era difficile capire come lei, da sola, riuscisse a plasmare un nuovo essere umano, con quale perfezione e saggezza. E mi stupiva come entrambi fossero orgogliosi di appartenere l'uno all'altro, di possedere un loro lessico privato, di condividere lo stesso senso dell'umorismo e una sorta di responsabilità reciproca. Sentivo di avere con loro una famiglia piccola e segreta, anche se avevo visto il bambino solo in fotografia. Perché te lo sto raccontando? Forse perché faccio fatica a liberarmi delle abitudini? Perché sono convinto che tu custodirai questo ricordo meglio di me? Un giorno lei mi propose di incontrarlo. Accadde al termine di una splendida mattina passata con lei. Disse: "Perché non ti fermi a conoscere G?". E io pensai: "Perché no? Cosa vuoi che succeda?". Ma subito intervenne l'ufficiale di guardia: "Perché lui dovrebbe conoscermi? Che bisogno ho di un testimone?". Così le dissi che l'avrei guardato da lontano, senza farmi notare. N mi squadrò e rispose: "Va be', fa lo stesso, non è mica obbligatorio". Alla fine si convinse. Riuscii a tranquillizzarla, ma eravamo entrambi emozionati. Quel giorno rimasi un po' più a lungo del solito. Pranzammo insieme e tutto fu stupendo. Quando venne il momento, salii in macchina e aspettai che N riportasse G dall'asilo. La vidi sbucare dall'angolo. Sottile, indipendente, diversa dagli altri. Indossava un maglione grigio, aveva i capelli corti, un po' ricci, e la gioia negli occhi. Camminava con due bambini, te l'ho detto, e per un attimo non riuscii a capire quale dei due fosse suo figlio. Non somigliavano al bambino delle fotografie. Le raccontavano qualcosa con foga, e uno dei due le saltellava intorno come un agnello. Mi sorrise dal fondo della via. Veniva verso di me, fragile, sorridente, e io sentii il bisogno di togliermi gli occhiali da sole e di chiedere con lo sguardo: quale dei due è il tuo? Lei posò la mano sulla testa del bambino che le saltellava intorno e fece una smorfia, come a dire: ma che razza di domanda è mai questa? Ti prego, accetta questa immagine: un bambino minuto per la sua età, vivace e sorridente, pieno di vita e giudizioso, che parla con ampi gesti delle mani. Un bambino davvero buffo e dolce. E la mano di sua madre posata con tenerezza sulla testa. I miei occhi si tuffarono nei suoi, nel suo orgoglio, nella sua felicità. (La cosa strana è che proprio l'altro bambino, l'estraneo, notò qualcosa e si fermò un momento, seguendo i nostri sguardi. Vidi che si sforzava di capire e un'ombra oscurò la sua fronte infantile.) Se fra le scopate, gli amorucoli e i flirt, dovessi scegliere un solo momento... Nel terzo e ultimo post che darò la parola a Myriam.

1 : commenti:

Moloch981 ha detto...

Solo un saluto: ciao! :-)

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