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mercoledì 15 ottobre 2008

Blog Action Day 2008: Povertà...? Provate!

5 : commenti
Il tema del BLOG ACTION DAY 2008 è la povertà. Intesa nel senso di condizioni di vita miserevoli, la povertà è un evento che può sempre accadere nelle nostre esistenze. Anzi, costituisce l'altra faccia della ricchezza: nella storia si è sempre verificato - e oggi più che mai - che l'abbondanza in mano a pochi sia la causa e l'effetto della miseria di molti, proprio in virtù di quella rete di interconnessioni (spirituali e materiali) che lega tutti i nostri destini tra loro.
In inglese al pari che in italiano, il termine poverty come il nostro povertà, oltre al significato di mancanza di mezzi materiali (economici e di sussistenza) possiede anche quello di povertà di spirito. Si creano così due estremi paradossali: quello delle persone povere di beni e ricche di spirito e quello delle persone ricche di beni e povere di spirito. Ahimè, le prime sono molto più rare delle seconde, poiché, da che mondo è mondo, ha sempre avuto più possibilità di "illuminarsi" chi è nato agiato piuttosto che privo di mezzi. Prendiamo ad esempio Buddha, era un principe. Gesù, era figlio d'un artigiano. Maometto e Francesco d'Assisi, erano figli di mercanti. Non hanno patito un'infanzia di stenti e se si sono spogliati dei loro beni lo hanno fatto per libera scelta. Per questo suona non dico stonato ma forse un po' "controtempo" (almeno per come è stato riportato dalla stampa), il recente monito di Papa Ratzinger a ricordare che le uniche ricchezze solide sono quelle spirituali. Ok è così, concordo pienamente... e naturalmente il Papa sa altrettanto bene che la "pancia piena" è una condizione che aiuta a comprendere questa Verità più che la "pancia vuota". Si sa che la terra offrirebbe risorse sufficienti a vivere tutti in modo dignitoso:"basterebbe" cambiare modelli e stili di vita (in ecologia, economia, alimentazione ecc.) e soprattutto RIDISTRIBUIRE LE RICCHEZZE. Invece la mia generazione ha visto il solco della disuguaglianza approfondirsi piuttosto che livellarsi. Ha visto crescere la casta degli ultra-ricchi, i moderni feudatari al servizio dell'imperante denaro. Ha visto il ceto medio perdere potere d'acquisto, perdere la casa, ipotecata e poi acquistata da chi è benestante. Ha visto i ricchi diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Ha visto espandersi e modificarsi il concetto stesso di povertà. Un tempo povero era chi moriva di malattia, fame, sete. Oggigiorno nei paesi industrializzati è considerato (e si sente) povero chi non può permettersi la proprietà o almeno il possesso dei beni materiali: casa, automobile, elettrodomestici, dispositivi elettronici, vestiti alla moda ecc. Questo diverso modo d'intendere la povertà materiale, è rimarcato dal continuo e disperato flusso d'emigrazione dal sud al nord del pianeta. Ché un povero , comunque vada, difficilmente in Italia morirà di stenti, a meno che rifiuti di assere aiutato dalla rete di servizi pubblici e del terzo settore (tradizione vuole che nella nostra nazione la lotta alle povertà estreme sia appannaggio del volontariato di matrice cattolica più che della Pubblica Amministrazione), questo almeno fino a che verrà mantenuto lo stato sociale. Intanto nelle nazioni povere, veramente povere nel senso della miseria, morire di stenti può ancora assumere proporzioni di calamità biblica: il confronto con la "povertà consumistica" che noi occidentali temiamo non ci fa onore. Già, in questi tempi le famiglie occidentali sono preoccupate di potere impoverirsi. La bolla speculativa dei mercati finanziari, cresciuta fino all'inverosimile negli ultimi anni, alla fine è scoppiata come tante volte era stato paventato: dagli USA, epicentro della spensierata belle epoque economica di questo inizio XXI secolo, la deflagrazione s'è propagata come uno tsunami in tutte le borse e mercati del pianeta. Una reazione a catena che in questo momento i decision-makers politico-economici cercano di contenere entro gli argini, facendo tracimare in modo controllato l'inondazione, nella speranza che la diga complessivamente regga. Prese tra i due fuochi della falce dei mutui (e del prestito al consumo) e della decurtazione delle fonti di reddito, le famiglie rischiano (quando non è già successo) di perdere le proprie case, i propri beni, i loro sempre più eventuali e residui risparmi, in due parole il tenere di vita a cui erano abituate. Ora a essere onesti, bisogna riconoscere che tale tenore di vita è stato una conseguenza proprio della disuguaglianza nel mondo: è da un paio di secoli che l'occidente ha accumulato ricchezze a spese di altri paesi. Sì lo ammetto, sono sempre stato un idealista. Sogno un mondo in cui ognuno abbia garantite uguali opportunità: di istruirsi, di scegliere e trovare un lavoro, di possedere una casa e poter mettere su famiglia, di ricevere uno stipendio sufficiente a vivere senza preoccupazioni materiali, di essere libero di professare una fede, e libero di protestare, e libero di essere libero. Sogno un mondo in cui avvenga la globalizzazione della solidarietà. Un mondo in cui i mezzo di produzione non appartengano ad una ristretta cerchia di persone bensì alla collettività. Sì, sogno un socialismo democratico, un'aspirazione che ritengo tutt'altro che utopica od eretica. Lo ribadisco, un socialismo in senso democratico e repubblicano, non nel senso di uno statalismo pervasivo (che ultimamente non dispiace manco alla destra!); per quanto reputi conquiste irrinunciabili il welfare state, l'istruzione e l'assistenza sanitaria per tutti. Perché francamente non credo esistano altri valori, oltre a quelli di matrice religiosa e socialista (valori spirituali o laici che ormai possono e debbono coesistere), in grado di lottare contro la povertà nel mondo e lasciare all'uomo, emancipato dall'ansia per la sua stessa sopravvivenza, la libertà di cercare e accumulare le ricchezze dello spirito. Le uniche che producano interessi che rendono per sempre, al di là della nostra vita. Perché come non ho alcun dubbio che esista un Aldilà, credo che sia necessario impegnarsi per portare la giustizia e l'uguaglianza anche in Terra.
P.S. anagrammando le lettere di P O V E R T Á si ottiene l'imperativo di seconda persona plurale del verbo provare: P R O V A T E. Un buffo tiro della sorte che mi suggerisce di dire alle persone ricche di tutto il mondo:
Povertà...? Provate!
E poi ne riparliamo...

lunedì 13 ottobre 2008

Alziamo la testa!

12 : commenti
La riforma del Ministro Gelmini non mi piace per nulla.
Sono a dir poco scandalizzato, dopo avere esaminato sia lo Schema di piano programmatico (*) del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze (di cui all’art. 64 del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112 convertito dalla legge 6 agosto 2008, n. 133), sia il testo del Decreto Legge n. 133 del 1 settembre 2008 (la cosiddetta Riforma Gelmini): pseudolinguaggio scientifico da quattro soldi per tentare di dimostrare che "sfasciando" la scuola i nostri figli ci guadagnanno pure. Ma siamo considerati deficienti? (*) Un click qui per scaricarlo Troverete centinaia di link in rete, dove si spiega per quali motivi pedagogici e di buon senso la riforma di distruzione dell'istruzione, concepita da questo Governo di distruzione di massa, consista in una terribile serie di azioni organicamente tese a un unico fagocitante obiettivo: ridurre la spesa. Costi quel che costi, compreso l'avvenire dei nostri figli: state certi che chi siede in Parlamento i suoi, passasse questa riforma, li manderà sempre a studiare nelle scuole private e all'estero. Prendiamo l'esempio della Scuola Primaria Secondaria (la scuola elementare per intenderci), quella che notoriamente (con una figlia in quinta lo confermo) funziona ancora bene proprio grazie alla riforma che introdusse i "moduli" alla fine degli anni '80. La nuova riforma Gelmini ne fa piazza pulita reintroducendo il maestro unico stile Libro Cuore. Dovrebbe essere ormai assodato che un'équipe integrata di tre, quattro docenti, può insegnare ai nostri figli meglio che un insegnate unico, sia per un discorso di energie e forze messe in campo, sia per una specializzazione delle competenze, sia per le dinamiche stesse dell'apprendimento. La riforma Gelmini prevede il passaggio delle attuali 30 ore di insegnamento settimanali a 24 ore (20% in meno!). Come se non bastasse il rapporto alunni-classe aumenterebbe nel prossimo anno scolastico del 20%, del 10% nell'a.s. 2010/11 e ancora del 10% nell'a.s. 2011/12. Avremmo perciò classi di scuola elementare formate da 35, 36 alunni: è una follia. Vogliamo provare a fermare questo scempio? Vogliamo far capire a chi ci reputa massa di pecoroni che non siamo tutti tali? Alziamo la testa! Esprimiamo civilmente la nostra protesta. E prepariamoci a scioperare compatti e sarebbe da farlo in tutti i comparti del lavoro dipendente: sì, sciopero generale, certo, proprio in questo momento. Meschino e volgare è provare a smantellare la democrazia (l'attacco frontale contro la scuola è solo un tassello di un ampio disegno) facendosi scudo della gravità della congiuntura internazionale (come ha fatto Bush negli USA strumentalizzando il terrorismo, il modello è lo stesso) e colpevolizzando chi conserva la coerenza di scioperare adesso. Se proprio quando non si arriva alla fine del mese, siamo disposti a incrociare le braccia (rinunciando alla retribuzione delle ore di lavoro perse), significa che siamo più incazzati che disperati, e pieni d'amor proprio, dignità e speranza. Speranza in un futuro che possiamo costruire migliore di quello che vogliono propinarci. Esprimiamo quindi il nostro dissenso 1) firmando questa petizione e 2) scrivendo al Presidente Giorgio Napolitano affinché non apponga la sua firma e rimandi il testo alle Camere qualora si trovasse a dover promulgare la Riforma Gelmini. Però una lancia in favore di questo Governo voglio spezzarla. È vero, non è fascista. È banalmente un Governo sfascista!

domenica 12 ottobre 2008

Se non sai amare te stesso non sai amare nessun altro

8 : commenti
Mi chiedete cosa significhi questa frase, che fa parte dei punti di forza di qualche post fa. Vi scrivo le prime cose che mi vengono in mente, non per atteggiamento di sufficienza, ma per umiltà: è un tema troppo grande e la mia parte inconscia se la caverà senz'altro meglio di quella razionale.
Se non sai amare te stesso non sai amare nessun altro... Non si parla certo dell'amore per se stesso di Narciso, talmente patologico da impedirgli di amare chiunque altro. Anche perché Narciso amava la propria perfezione (sic!), mentre l'amore sano per noi stessi - qui si parla di questo - è proprio l'accettazione della nostra interezza e quindi anche dei nostri difetti. Se non sappiamo perdonare i nostri difetti come potremo perdonare agli altri i loro? Come potremo amarli? Credo inoltre che sapere amare se stessi significhi possedere un giusto e normale amor proprio. L'orgoglio in generale è visto come un sentimento negativo; la faccia positiva dell'orgoglio per me è l'amor proprio. Se non mi stimo, se non mi apprezzo (con tutti i miei pregi e difetti naturalmente), per compensazione idealizzerò la persona amata, proietterò su di lei la bellezza interiore ed esteriore che non riconosco in me. Questo non è bene, non è equilibrio: alla lunga chi amo potrà sentirsi soffocato e scappare, o magari deciderà, visto che io stesso non mi amo, di approfittarsi di me. Per questo non si può amare nessuno con tutto il cuore, se prima non sappiamo davvero amare noi stessi.
Ora tocca a voi, dite la vostra...

È facile smettere di fumare (I)

2 : commenti
Non sono un fumatore, non lo sono mai stato. Ma sono tollerante con chi ha il vizio: a casa ho un posacenere per chi vuol fumare e lascio farlo a chi sale sulla mia auto, se lo chiede. Considero i divieti di fumo, estesi ormai ovunque, in prima analisi un segno d'isteria collettiva. Dovrebbe bastare buon senso ed educazione a regolare la convivenza tra fumatori e non fumatori, salvo concludere che la maggioranza dei fumatori non possiede né buon senso né buona educazione, al punto da preferire sottostare a un divieto che controllare le proprie azioni... non mi pare verosimile.

Oggi ho accompagnato in libreria due mie amiche fumatrici, Chiara ed Eva. Entrambe hanno comprato un libro davvero particolare di cui, non avendo il vizio delle sigarette, ignoravo del tutto l'esistenza, e di cui - constato adesso - molti ex fumatori dicono meraviglie, dicono che funziona! S'intitola È facile smettere di fumare ed è stato scritto dal britannico Carr Allen (1934-2006). Anche le mie amiche si aspettano, con qualche dubbio e molte speranze, che basti leggere questo libro per essere in grado, voltata l'ultima pagina, di smettere di fumare. Se funzionerà con Chiara, che da vent'anni fa fuori minimo due pacchetti al giorno, non avrò alcun dubbio che È facile smettere di fumare non è una bufala. Be', vediamo cosa succederà. Comunque, chiacchierando con Chiara ed Eva dei motivi per cui si fuma e si può decidere di smettere, mi sono sorte alcune riflessioni, che qui condivido.

Ho cercato nel web dati sulla percentuale di fumatori sul totale della popolazione italiana, per verificare se le mie ipotesi fossero suffragate o meno. La prima cosa che mi ha colpito è che si trovano molte meno informazioni di quanto immaginassi. Uno studio ISTAT di gennaio 2006 (scaricabile qui) sembra attestare l'effetto positivo dell'applicazione dell'art. 51 della Legge 3/2003 ("divieto di fumo nei locali al chiuso accessibili ad utenti o al pubblico, compresi i luoghi di lavoro e i locali ricreativi, ad eccezione degli spazi riservati ai fumatori, purché dotati di impianti per la ventilazione ed il ricambio di aria regolarmente funzionanti"). Peccato che l'analisi si basi solo sul semplice confronto di un campione tra dicembre 2004 (poco prima dell'entrata in vigore della norma) e marzo 2005: in questi 3 mesi i fumatori di più di 14 anni (popolazione che viene presa in considerazione in tutte le indagini di seguito menzionate) sono calati dal 22,9% al 21,8%, mentre quelli che hanno tentato di smettere sono passati dal 20,9% al 23,0%. Per un quadro della situazione antecedente, il medesimo studio ISTAT mostra tramite una tabella come la percentuale di fumatori dal 1995 al 2003 si sia mantenuta pressoché costante (tra il 24 e il 25%); nonostante - aggiungo - le tante campagne di comunicazione pubblica (costate certamente l'iradiddio) succedutesi nel frattempo per contrastare il tabagismo. Un calo significativo (quasi due punti percentuali) si registra solo nel 2004: i ricercatori dell'ISTAT lo valutano effetto dell'aspettativa dell'entrata in vigore della Legge 3/2003 (renderebbe pertanto più significativo il calo di un punto percentuale tra dicembre 2004 e marzo 2005, che sarebbe stato "assorbito" dal calo registrato in tutto il 2004). Su un altro sito trovo riportato che in Italia (dati ISTAT e DOXA anno 2002) fuma il 26,60% della popolazione con più di 14 anni. Un valore decisamente più alto di quello che lo studio ISTAT del 2006 riportava relativamente al 2002 (24,5%). Secondo quanto pubblicato dal sito del Ministero della Salute i fumatori erano il 25,6% nel 2005 e il 24,3% nel 2006. Ma come! Ciò contraddirebbe il 21,8% (marzo 2005) dichiarato dall'ISTAT a gennaio 2006. Infine sul sito della Legatumori è ospitata una recentissima indagine DOXA-ISS: I dati del 2008 confermano quanto osservato dall’analisi del trend storico degli anni precedenti, secondo cui negli ultimi 50 anni si assiste ad una costante diminuzione dei fumatori. Nel 2008 si è avuta una riduzione complessiva di 1,5 punti percentuali rispetto all’anno precedente nella prevalenza passata dal 23,5% al 22,0%. N.B. Anche per il 2007 si conteggia una percentuale (23,5%) maggiore di quel 21,8% successivo all'entrata in vigore della Legge 3/2003.

Insomma, qualcosa non quadra. Sembrerebbe ad esempio che passato il primo effetto dell'applicazione della Legge 3/2003, nel giro di pochi anni la popolazione di fumatori si sia persino accresciuta per poi lentamente tornare a calare. Il fatto è che tutte le comparazioni che ho trovato prendono in considerazione archi temporali troppo limitati (da un minimo di 3 a un massimo di 12 mesi) per distinguere una vera e propria tendenza da una semplice fluttuazione. Non per niente l'unico confronto (ISTAT) che ho trovato su un margine di tempo maggiore (tra il 1995 e il 2003) mostra un'incidenza costante del tabagismo. Certo, studi diversi possono utilizzare diversi metodi di selezione del campione e analisi dei dati, ma resta la contraddittorietà dei dati finali di dominio pubblico.

Per lavoro mi occupo anche di dipendenze, in particolare nella fascia di età adolescenziale. È un dato acquisito nella letteratura scientifica che informare dall'alto sui pericoli delle droghe, nonché centrare le campagne di comunicazione sulla "paura", non produce alcun effetto dissuasivo rispetto alla curiosità di provare le sostanze, anzi, favorisce ancora di più il classico appeal di ciò che è proibito. Un tipo di informazione contro le droghe che ha invece qualche possibilità di arrivare al target a rischio è quella dal basso, quella che nasce e circola nel gruppo dei pari (stimolata ad esempio dalla metodologia della peer education), trasversale alle varie tematiche di vita delle persone e non puntata tout court contro il comportamento a rischio da contrastare, centrata sulla promozione di comportamenti positivi piuttosto che sulla stigmatizzazione di quelli negativi. Eppure le campagne contro il fumo sembrano andare esattamente in direzione opposta. Non può essere certo una disattenzione!

Mettendo insieme tutto ciò arrivo a una conclusione paradossale: che il divieto di fumo nei luoghi pubblici, così come le scritte "terroristiche" che capeggiano a caratteri cubitali sui pacchetti di sigarette, non siano finalizzati a ridurre il fenomeno del tabagismo, come a prima vista pare ovvio che sia. Troppi interessi economici dietro - temo - per preoccuparsi realmente della salute dei fumatori. Ipotizzo che in realtà questi divieti "servano" a mantenere il consumo di tabacco sui livelli attorno ai quali s'è attestato, livelli che consentono all'industria del tabacco di perpetuarsi con buoni margini di profitto.

Sospetto che servano in particolare a diffondere la sigaretta specialmente tra le nuove generazioni. Che impatto ha, per un bambino prima e un adolescente poi, osservare un adulto consumare una sostanza su cui è scritto letteralmente che uccide! Se gli adulti mostrano di fregarsene perché lui dovrebbe "essere da meno"? E in cosa consisterebbe il potere dissuasivo del divieto di fumo in un locale, tanto enfatizzato al momento dell'entrata in vigore della Legge 3/2003? Ormai andare "a fumare fuori" è diventata un rito collettivo, persino socializzante, più ostentato con orgoglio che vissuto con disagio.

Ecco il paradosso: ci dicono che vogliono ridurre il consumo di tabacco, mentre in realtà stanno scientemente facendo di tutto per mantenerlo in vita. Perseguono esattamente l'obiettivo opposto a quello che dichiarano e mostrano di fare.

Insomma, il punto è che qualunque esperto di comunicazione sa che riportare sui pacchetti di sigarette una frase come "nuoce gravemente alle tue finanze" avrebbe molto più presa delle usuali "scritte" terroristiche stile minaccia di morte. Tanto più inutile stampare sui pacchetti immagini di polmoni tumefatti dai tumori o peggio (come stanno per fare in Gran Bretagna); funzionerebbe invece - che so - la foto di un bambino sorridente che corre e gioca su un prato verde e la scritta "una boccata d'aria pura è meglio".
(segue)

sabato 11 ottobre 2008

E puntualmente sta arrivando il Blog Action Day

1 : commenti
Anche quest'anno Ventidue passi d'amore e dintorni partecipa al Blog Action Day.
L'anno scorso il tema della mobilitazione dei blogger aderenti fu l'ambiente (per la cronaca qui trovate il post che scrissi). Il tema del 2008 è la povertà, un evergreen topic purtroppo! Ho cominciato a buttar giù qualcosa su cui lavorare nei prossimi giorni: grazie alla funzione di "pubblicazione programmata" di blogger, sarà automaticamente on line alle 00:00 del 15 ottobre. Sui contenuti si potrà discutere, ma non si potrà dire che non sono puntuale! :-)

venerdì 10 ottobre 2008

Il girasole, la coccinella e l'ape

5 : commenti
Da quest'estate ho iniziato a dare in mano a mia figlia la Nikon D80, (tra le migliori reflex digitali pre-professionali in circolazione da un paio d'anni) lasciandogliela per ora impostata solo in automatico. Per scuola doveva fare qualche foto del paesaggio autunnale. A un certo punto ecco un campo colorato da un'ultima retrovia di girasoli e Ari ha fatto molti scatti, direi con buon gusto dell'inquadratura. Notare la coccinella e l'ape, ospiti della corolla. 1000€ di macchina fotografica in mano a una bambina di 10 anni: perché no? Buonanotte...

giovedì 9 ottobre 2008

Disgustibus!

11 : commenti
Vista oggi. Presa. Portata a casa . Scannerizzata.
Ma dico, come si può??? Se si volesse fare una campagna di proselitismo per convertire i consumatori alla dieta vegetariana, non si potrebbe promuoverla meglio che utilizzando questa pubblicità "boomerang". Chissà, magari per certi governanti noi cittadini siamo tali e quali a quella mucca: felici e contenti di farci fare a pezzi... Ripeto: ma come si può??? De gustibus non est disputandum? Disgustibus!!!
P.S. Sul mio modo di intendere il vegetarianismo, vedasi il commento di risposta a Chiara.

mercoledì 8 ottobre 2008

Essere responsabili della propria vita

5 : commenti
Mi è stato chiesto in un commento al post di ieri, Punti di forza: "...cosa vuol dire: Ognuno è l'unico responsabile delle proprie esperienze?". L'autrice della domanda ha poi aggiunto "di solito mi è stato detto anche della propria felicità", ed è così: siamo responsabili di tutto lo spettro delle nostre esperienze da quelle più luminose (felicità, amore, piacere...) a quelle più cupe (infelicità, odio, dolore...). Premetto che credo totalmente alla verità di tale affermazione. Per questo all'inizio di Ventidue passi d'amore ho sintetizzato il succo di tutto il libro con queste parole: "Nessuno ha il potere di renderci felici o infelici, siamo noi stessi gli unici responsabili della nostra felicità." Ci sono due ordini di motivi per cui lo credo. Primo. Anche se non fosse vero è un sano atteggiamento su cui fondare e orientare il nostro modo di vivere. Al riguardo, proprio pochi giorni fa, ho letto un passo dove l'autore ricorre a una metafora (quella del 100%) che anch'io utilizzo spesso: Una relazione coniugale che non funziona bene è sempre un fallimento di entrambi i coniugi. La teoria che aggiudica il cinquanta per cento della "colpa" ad ognuno, in questi casi non serve. La situazione migliora quando, lasciando da parte la matematica, ogni coniuge si assume "al cento per cento" la responsabilità di quello che capita nella propria vita. (Luis Chiozza, da "Le cose della vita", Città Aperta Edizioni (2005). Proprio qui sta il punto. Noi possiamo e dobbiamo preoccuparci solo della nostra responsabilità rispetto a ciò che viviamo. Quella del nostro prossimo è fuori dalla nostra giurisdizione: dare agli altri la responsabilità di qualcosa che ci capita in ogni caso non cambia le cose. Invece attribuirci il 100% della responsabilità di ciò che accade ci aiuta a vivere meglio, ci aiuta a crescere. Secondo. Sono convinto - in base ai principi a cui m'ispiro e, beninteso, alla mia limita esperienza di vita - che non solo ci conviene comportarci come se fossimo responsabili al 100% di ciò che ci accade, ma che veramente siamo sempre responsabili al 100%. Se un automobilista davanti a me all'improvviso inchioda disperatamente perché un gatto nero gli ha attraversato la strada e io lo tampono, è ovvio che non sono responsabile né della comparsa di quel gatto né della reazione impulsiva di quell'autista superstizioso. Ma sono responsabile di non avere rispettato la distanza di sicurezza, di non avere avuto i riflessi abbastanza rapidi, magari di essere stato un po' distratto. Chi tampona ha sempre torto. Il discorso apparentemente si complica se vengo tamponato, alle spalle e mentre procedo tranquillamente sulla mia corsia alla velocità consentita, da un ubriaco che a perso il controllo della sua vettura. Eppure anche stavolta - benché il senso comune lo neghi - in qualche modo ne sono responsabile. A questo proposito c'è un capitolo de Il Profeta - quello dedicato alla Colpa e al Castigo - in cui Gibran non fa sconti a nessuno; ne cito solo un breve passo: E anche questo vi dirò, benché le mie parole potranno esservi di peso: L'assassinato non è irresponsabile del proprio assassinio. E il derubato non è privo di colpa del furto che ha subito. Né il giusto è incolpevole degli atti del malvagio. E chi ha le mani candide non è senza macchia rispetto alle azioni del criminale.
Chi crede nella legge del karma non trova difficile accettare che in questa vita raccogliamo i crediti e paghiamo i debiti contratti nelle vite precedenti. Allo stesso modo (pur non credendo nella reincarnazione) un cristiano sa bene che matureremo in Cielo quanto seminiamo ora in Terra: Non fatevi illusioni: con Dio non si scherza! Ognuno di noi raccoglie quel che ha seminato. Chi vive nell'egoismo raccoglie morte. Chi vive nello spirito di Dio, raccoglie vita eterna (Galati 6: 7, 8). Perciò un cristiano non dovrebbe faticare troppo a comprendere che anche nel corso di questa stessa vita raccogliamo immancabilmente ciò che seminiamo strada facendo. Ma anche un ateo che osservasse attentamente quello che gli capita e che capita attorno a lui potrebbe arrivare a questa identica conclusione. Il dilemma è annoso: viviamo in un mondo soggetto alla legge del caso o vi è un senso e un ordine in tutto ciò che accade? Se propendiamo per questa seconda ipotesi allora vi è un senso anche nell'essere tamponati e nell'essere assassinati, e quel senso ha a che fare proprio con le nostre azioni. E mi fermo. Per ora. Perché in realtà qui si aprirebbero ben altri discorsi. Magari possiamo continuare a parlarne sui commenti. Sono contento di poter affrontare anche discorsi seri come questo sul blog, specialmente se ne nasce un dialogo a più voci.

Il coraggio del buon umore

6 : commenti
La più coraggiosa decisione che prendi ogni giorno è di essere di buon umore.
Voltaire
Chiedo venia all'autrice del blog "Sviaggi" se ultimamente continuo imperterrito a saccheggiarne i contenuti, ma quando vedo una citazione che mi piace non riesco a lasciarne orfano il mio blog. E questa di Voltaire me la sono sentita proprio cucita addosso... in primis come intenzione: quando all'intenzione corrisponde l'azione, allora sono talmente coraggioso da vedere un bicchiere mezzo pieno anche in un fondo di bottiglia!!!

martedì 7 ottobre 2008

Punti di forza

8 : commenti
Mi ritrovo in casa da un po' di anni questo piccolo decalogo (in 9 punti), regalo di una persona che mi voleva bene. Ne ignoro l'autore. Mi sembra una rara sintesi di eterne verità.
PUNTI DI FORZA
  • Quello che emaniamo ci torna indietro, sempre.
  • Ogni nostra convinzione su noi stessi, sugli altri e sulla vita, diventa la nostra realtà.
  • Ognuno è l'unico responsabile delle proprie esperienze.
  • Smettiamo di criticare noi stessi. Le chiavi per ogni cambiamento positivo sono la completa approvazione e accettazione di sé.
  • Se non sai amare te stesso non sai amare nessun altro.
  • Ogni malattia deriva da uno stato di non perdono.
  • Ognuno deve fare i conti con gli stessi schemi mentali negativi. Ma sono solo pensieri e i pensieri si possono cambiare.
  • È necessario che ci stacchiamo dal passato e che perdoniamo tutti, specialmente noi stessi.
  • Il punto di forza è sempre nel momento presente.

lunedì 6 ottobre 2008

Itaca

4 : commenti
Ringrazio la Fata che ha lasciato oggi in un commento gli ultimi versi di una bella poesia di Konstandinos Kavafis (1863-1933). Ricordo di averla già letta, chissà dove e chissà quando: è una suggestiva metafora del senso della vita, costruita sul mito del protagonista dell'Odissea, per parlare all'Ulisse che vive in ciascuno di noi.
Confesso, però, che in queste settimane il mio Ulisse interiore è un po' provato! :-)
Itaca

Quando partirai, diretto a Itaca, che il tuo viaggio sia lungo ricco di avventure e di conoscenza.

Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi né il furioso Poseidone; durante il cammino non li incontrerai se il pensiero sarà elevato, se l’emozione non abbandonerà mai il tuo corpo e il tuo spirito. I Lestrigoni e i Ciclopi e il furioso Poseidone Non saranno sul tuo cammino Se li porterai con te nell’anima, se la tua anima non li porrà davanti ai tuoi passi.

Spero che la tua strada sia lunga. Che siano molte le mattine d’estate, che il piacere di vedere i primi porri ti arrechi una gioia mai provata. Cerca di visitare gli empori della Francia E raccogli ciò che v’è di meglio. Vai alle città dell’Egitto, apprendi da un popolo che ha tanto da insegnare.

Non perdere di vista Itaca, poiché giungervi è il tuo destino. Ma non affrettare i tuoi passi; è meglio che il viaggio duri molti anni e la tua nave getti l’ancora sull’isola quando ti sarai arricchito di ciò che hai conosciuto nel cammino. Non aspettarti che Itaca ti dia altre ricchezze. Itaca ti ha già dato un bel viaggio; senza Itaca tu non saresti mai partito. Essa ti ha già dato tutto, e null’altro può darti.

Se, infine, troverai che Itaca è povera, non pensare che ti abbia ingannato. Perché sei divenuto saggio, hai vissuto una vita intensa, e questo è il significato di Itaca.

Konstandinos Kavafis

P.S. Una cosa però di questo versi mi sorprende: nemmeno una parola su Penelope... anche se ciò è perfettamente in linea col senso della poesia.

domenica 5 ottobre 2008

In attesa di leggere le Lettere a Milena

3 : commenti
"Cara, dolce, Milena, se la mia parte più oscura ti mandasse una schiera di baci, educati, pronti a disporsi, con giri viziosi, su tutto il tuo corpo, allora il mio io "ragionevole" aprirebbe le mani mostrando che vuol solo distendersi sulla tua anima."

Non ho ancora iniziato a leggere le Lettere a Milena di Kafka - ancora non ho il libro - però i brani che ho iniziato a sbirciare in internet sottolineano l'indiscutibile affinità tra questo epistolario e Che tu sia per me il coltello, il romanzo epistolare di David Grosman (a cui ho già dedicato un 1°, 2°, 3° post). Ovviamente è soltanto una negligenza mia non essermi interessato fin dall'inizio delle ragioni profonde del titolo che Grossman ha dato al proprio libro, lasciandone dichiarare la fonte agli stessi protagonisti: Yair e Myriam parlano spesso dalle Lettere a Milena, le conoscono entrambe, le usano come una sorta di codice segreto e base condivisa della loro comunicazione scritta. A giudicare dai primi assaggi, il tema scoperchiato dalle lettere di Kafka a Milena sembra simile a quello delle lettere di Yair a Myriam: attraverso la scrittura ci si può conoscere in maniera perfino più profonda che vis a vis, mettendo in luce frammenti d'anima più intimi di quanto potrebbe rivelare un incontro reale. Allo stesso modo possiamo ritagliarci una sorta di dopplerganger di carta, un'immagine che non corrisponde a noi, una stampa infedele alla matrice, un clone di cui sono stati enfatizzati certi aspetti (positivi o negativi) e cancellati altri. Il rischio insomma - soprattutto per una coppia virtuale - è che s'aggreghino due costellazioni (interdipendenti) di pezzi di personalità capaci di vivere nel cerchio della parola scritta, ma zoppicanti e facili a crollare al momento di guardarsi negli occhi. Salvo eccezioni che confermano la regola, qualunque incontro dovrebbe svilupparsi gradualmente dal livello del reale (il tempo necessario è comunque soggettivo e variabile) per poi spostarsi conseguentemente a livelli più sottili e profondi. Quando la forma scritta diventa una scorciatoia per superare il proprio imbarazzo e le proprie difese, fino a portare ad un'intimità a cui manca solo la fisicità, un uomo e una donna possono facilmente imboccare la via dell'innamoramento, quanto però l'oggetto del loro amore sia "vero" oppure una proiezione fantastica, quanto l'amore stesso che provano sia "vero" o soltanto una recita di cui loro stessi sono poco coscienti, queste sono davvero belle scommesse! Tutto ciò è di forte attualità, visto lo spazio recuperato - inaspettatamente - dalla comunicazione scritta attraverso sms, mail e chat, o persino audiovisiva (pur senza contatto) tramite le cam dei videofonini e delle videochat.

"È già tanto tempo che non le scrivo, signora Milena, e anche oggi Le scrivo soltanto per caso: Veramente non dovrei neanche scusarmi se non scrivo, Lei sa come odio le lettere. Tutta l'infelicità della mia vita - e con ciò non voglio lagnarmi, ma soltanto fare una constatazione universalmente istruttiva - proviene, se vogliamo, dalle lettere o dalla possibilità di scrivere lettere. Gli uomini non mi hanno forse mai ingannato, le lettere invece sempre, e precisamente non quelle altrui, ma le mie. Nel caso mio si tratta di una disgrazia particolare, della quale non voglio dire altro, ma nello stesso tempo anche di una disgrazia generale.
La facilità di scrivere lettere - considerata puramente in teoria - deve aver portato nel mondo uno spaventevole scompiglio delle anime. È infatti un contatto fra fantasmi, e non solo col fantasma del destinatario, ma anche col proprio, che si sviluppa tra le mani nella lettera che stiamo scrivendo, o magari in una successione di lettere, dove l'una conferma l'altra e ad essa può appellarsi per testimonianza. Come sarà nata mai l'idea che gli uomini possano mettersi in contatto fra loro attraverso le lettere? A una creatura umana distante si può pensare e si può afferrare una creatura umana vicina, tutto il resto sorpassa le forze umane..."

Fatte le mie riflessioni-brioche mattutine e lette queste ultime illuminanti parole di Kafka al gusto di caffè un po' amaro, auguro buona domenica a tutti; e poiché la trascorro con mia figlia - che in questo momento sta pappandosi il budino preparato iersera - arrivederci a domani!

Post scriptum del 2010. Confesso di non essere riuscito a portare a termine la letture delle Lettere a Milena... una cosa è un romanzo epistolare, altra cosa un carteggio da esegesi.

La grande visione di Alce Nero

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"Allora, io ero la, sulla più alta delle montagne, e tutto intorno a me c'era l'intero cerchio del mondo. E mentre ero la, vidi più di ciò che posso dire e capii più di quanto vidi; perché stavo guardando in maniera sacra la forma spirituale di ogni cosa, e la forma di tutte le cose che, tutte insieme, sono un solo essere. E io dico che il sacro cerchio del mio popolo era uno dei tanti che formarono un unico grande cerchio, largo come la luce del giorno e delle stelle, e nel centro crebbe un albero fiorito a riparo di tutti i figli di un'unica madre ed in un unico padre. E io vidi che era sacro... E il centro del mondo è dovunque."
Alce Nero (1863-1950) dei Lakota Sioux

sabato 4 ottobre 2008

Auto mia, quanto mi costi...

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Glub... stamattina ciao ciao a 790€ per cambiare alla Multipla bipower i dischi (e le pasticche) anteriori, nonché i tamburi posteriori... con 175.000km sul telaio: frenava sempre peggio e non potevo più tergiversare.

Niente da fare ormai mantenere una macchina "vecchia" costa poco meno che cambiarla ogni 2, 3 anni... e tanto non ho scelta: ormai con quel che ho speso in officina nell'ultimo anno (rettificato il motore, sostituiti frizione, molle e ammortizzatori anteriori e posteriori, i braccetti delle sospensioni davanti e ora pure tutti i freni) quest'auto devo tenermela stretta finché dura. A questo punto fino al 2012, spero, e chissà: magari il mio prossima mezzo sarà a trazione ibrida o interamente elettrica!

E poi voglio circolare a metano anche per l'ambiente. Soprattutto per questo. Al di là della soddisfazione al momento di pagare il pieno, alla lunga non è tanto vero che col gas si risparmi pure: rispetto ai motori di una volta, quelli moderni alimentati a gas sono performanti, ma sono più fragili e durano, ahimè, molto meno.

Da Ventidue passi a Die Verwanlung!

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Bello imbattersi "per caso" in un blog appena nato: Die Verwanlung (La Metamorfosi).
È stato creato il 23 settembre scorso da m.b.k. - giovane blogger appassionata dell'opera di Franz Kafka (1883-1924). Ed è stato un approdo sorprendente... visto che da pochi giorni ho finito di leggere Che tu sia per me il coltello, bellissimo romanzo di David Grossman che trae spunto proprio dalle Lettere a Milena di Kafka... visto che l'universo sur-reale in cui precipita l'agrimensore K. e Joseph K. - rispettivamente protagonista de Il Castello e de Il processo - è un ricordo indelebile delle letture dei tempi del liceo... visto che quando visitai Praga non vedevo l'ora di vedere la casa di Kafka... visto che sul blog di m.b.k. mi sono trovato accolto da un post che recita così: CAOS--->CASO Anagrammando “Caos” si ottiene “Caso” Eppure, dacché vi è un sublime ed ineluttabile Ordine nel Caos… quale paradosso più grande! Sicché niente è Caso. Un invito a nozze per un "adepto" della sincronicità jungiana nonché appassionato di anagrammi! Così ho giocoforza aggiunto questo commento: CAOS <---> CASO <---> COSA Sì, nel caos c'è un ordine Nel caso c'è un senso E in ogni cosa ce n'è segno E ci sono ancora coincidenze... visto che nei giorni in cui leggevo nottetempo Che tu sia per me il coltello, opera d'ispirazione kafkiana, nel mezzo di una riunione di lavoro (!) è stato citato un aforisma di Kafka che mi ha colpito. Ed è grazie a quella frase inserita su queste pagine web che poco dopo m.b.k. ha trovato Ventidue passi d'amore e dintorni e io, dal commento che lei ha lasciato qui, il suo Die Verwandlung. Coincidenze, appunto! Conclusione: penso che quanto prima mi procurerò le Lettere a Milena e magari rileggerò anche i racconti brevi di Kafka che ormai ho dimenticato (salvo ovviamente quello della metamorfosi in scarafaggio di Gregor Samsa). Per libera associazione, consiglio a tutti un film da vedere o rivedere: Brazil (1985) del regista inglese Terry Gilliam. Una pellicola che probabilmente non avrei apprezzato quanto merita, senza avere presente lo sguardo acuto, paradossale, disincantato, con cui Kafka ha penetrato il mondo moderno: la trama di Brazil infatti si sviluppa tra i meandri di una città burocratizzata, totalitaria e ossessiva che sembra uscita pari pari dalla sua fantasia. Buonanotte, conto di svegliarmi con due braccia e due gambe pure domani! :-)

venerdì 3 ottobre 2008

Pseudodefinizione di...

2 : commenti
PSICOANALISI: pagare un estraneo perché sappia tutto di te e tu nulla di lui.
P.S. Ma la rottura stessa del senso comune apre una breccia in cui è possibile andare a scavare.

giovedì 2 ottobre 2008

Nosocomi kafkiani dei nostri tempi

3 : commenti
Oggi ho effettuato la visita specialistica (insomma!) alla colonna, prenotata da quasi un mese. Parto alle 16 da casa, destinazione il nuovo polo unico ospedaliero di Perugia, il S. Maria della Misericordia (ex Silvestrini). Un bell'esempio dei nosocomi kafkiani dei nostri tempi: chilometri di corridoi da podista, anziani smarriti che arrancano da un info-point all'altro, riscaldamento a tutto vapore manco fuori nevicasse e di conseguenza finestre aperte... Il CUP dove pagare il ticket è stato trasferito rispetto all'ultima volta, e ti pareva! In compenso vedo disseminati in ridondanza decine e decine di cartelli per guidare fino alla nuova sede del CUP: un'autentica caccia al tesoro attraverso corsie e reparti. Solo alla fine scoprirò che avrei fatto molto prima a uscire da capo fuori dall'ospedale ed entrare dal nuovo ingresso poco distante: peccato che nessuna indicazione lo segnalasse! Va be', la nuova struttura è in fase di rodaggio, logistica zero ma public relation 10: innumerevoli info-point e molta cortesia (e comprensione) da parte degli addetti alle informazioni. I corridoi che collegano le "stecche" tra loro, date le dimensioni e le lunghe prospettive alla "deserto dei Tartari", sono stati battezzati con nomi di Vie e Viali e contraddistinti da diversi colori, così dovrebbe essere meno facile perdersi in questa profusione di metri-quadri. Se si tralasciasse il fatto di essere al chiuso, la sensazione sarebbe quella di passeggiare a La Defense di Parigi! Pagato il ticket, in 5, 10 minuti arrivo alla grande sala-aspetto di ortopedia. Conto almeno una quarantina di persone in attesa. Ogni tanto si affaccia un'infermiera e chiama per cognome le persone prenotate; sorridente, gentile, anche quando qualcuno si spazientisce e protesta per l'attesa. Alla fine va molto meglio di quel che pensassi: aspetto solo una cinquantina di minuti per sentirmi chiamare. L'infermiera cocca mi accoglie col suo fantastico sorriso e mi fa accomodare in un minuscolo ambulatorio. Arriva subito il medico specialista, simpatico e buontempone pure lui. La visita dura appena 5 minuti, stile mutua del tempo che fu: ci credo, con tutta quella fila là fuori! Mi chiede perché sono lì, mi fa stendere sul lettino e mi muove le gambe per vedere se ho ancora dolori alla schiena. Visto che al momento sto bene una lastra gli sembra superflua e all'occorrenza potrò farmela sempre prescrivere dal medico di base. Mi dà una fotocopia con alcuni semplici esercizi di stretching, ma mi rendo conto di conoscerli già: devo solo trovare la costanza di farli. Ok ho capito l'antifona: da domani metto la sveglia indietro di 15 minuti e riprendo a fare gli esercizi yoga dei Cinque Tibetani. So benissimo che quando li pratico regolarmente la schiena in pochi giorni torna completamente a posto. Sono le 18. Riguadagno l'uscita con una domanda: ma perché erano tutti così gentili e di buon umore? Nuovi corsi di formazione new age per i lavoratori della ASL? In effetti non mi era mai successo di constatare tanta allegria in un ospedale... e non ho visto nessuno farsi spinelli, e allora? Poi ripenso ai musi lunghi dei visitatori che camminavano e camminavano tra i corridoi delle stecche... vuoi vedere che, sotto sotto, uno si sente un po' "in colpa" a lavorare in una struttura dalle dimensioni così poco umane, e che gli viene naturale essere più comprensivo, provare a sdrammatizzare, accoglierti con più calore. Comunque sia, sì, complimenti a tutto il personale che ho visto sopperire alla grande ai limiti della nuova smisurata struttura. Altro che guerra ai fannulloni: forse il Ministro Brunetta ha in mente i corridoi e le stanze di qualche Ministero della capitale, ma se scendesse al livello delle ASL e dei Comuni - dove i cittadini sono in fila e sacrosantamente pretendono di ricevere il servizio che pagano, col ticket o con le tasse - constaterebbe che lì i fannulloni hanno ben poche occasioni di concretizzarsi. P.S. Nella cartina: in giallo la struttura del "vecchio" Ospedale Silvestrini, in rosso l'ampliamento recentemente inaugurato, in azzurro i padiglioni in fase di completamento... fa pensare ad una proliferazione tumorale!

Andiam: and I am!

13 : commenti
Ultimamente faccio associazioni "fulminanti"... poco fa ho ritrovato sul blog dell'amica Caterpillar questa bella citazione di Charles Baudelaire:
Ma i veri viaggiatori sono soltanto coloro che partono per partire, col cuore lieve, simile a un pallone; non si separano mai dal loro destino e, senza sapere perché, dicono sempre: Andiamo! E tutto il mare di significato che si stende tra la prima è l'ultima parola mi s'è condensato in un attimo nei due significati che la medesima sequenza di lettere A-N-D-I-A-M hanno in lingua italiana e in lingua inglese:
ANDIAM = AND I AM
Andiamo: e sono!
Passo dopo passo, poco conta la meta del viaggio reale. Il vero viaggio accade dentro di noi, emozione dopo emozione, verso ciò che di più vero siamo: l'IO SONO, il Sé, l'Anima. Se penso alle due, tre volte che sono riuscito a partire veramente con lo spirito suggerito da Baudelaire, riconosco di essere sempre arrivato ben oltre dove sono arrivato. Da vero viaggiatore. Un'ultima considerazione. Mi è successo quando ero in compagna della donna che amavo, come è successo a lei. Quel io sono individuale che si consegue proprio nel'unione alchemica di maschile e femminile: la coppia che procede insieme nel viaggio della vita, l'andare plurale, l'Andiamo!

Lo gnomo e lo struzzo

2 : commenti
Non prendo parte alla "guerra" tra fautori di Stefano Bollani e Giovanni Allevi: quanto sono personaggi diversi per carattere e per musicalità, tanto mi piacciono entrambi. Diciamo che parteggio per tutti e due.

Di Allevi ho già ampiamente parlato (vedansi la manciata di post su di lui). Stefano Bollani, oltre ad essere un grande e talentoso pianista jazz, possiede vis comica e verve cabarettistica di primissimo livello. Famose sono le sue parodie di cantanti famosi, di cui crea improbabili probabili canzoni: ne imita voce, tic e atteggiamenti, replica parole chiave e testi, fotocopia in modo irresistibilmente grottesco lo stile e l'essenza. Si vede ad esempio questa canzone-filastrocca di Angelo Bra... pardon, alla Angelo Branduardi!



Lo gnomo e lo struzzo

Alla fonte della giovinezza
gnomi, elfi e folletti
si danno l 'appuntamento
grande felicità.
Danza la primavera
danzano gli anni verdi
danza la primavera
danzerà.

Lo gnomo della montagna
vide in fondo a un fosso
lo struzzo dal collo grosso
e gli si avvicinò.
Danza la primavera
danza la salamandra
danza la primavera
danzerà.

Lo struzzo prese parola
hai mica visto un uovo
si tratta del mio figliolo
voglio scoprir dov'è.
Danza la primavera
danza lo spiritello
danza la primavera
danzerà.

Non so di cosa parli
il vento si sta alzando
orbene ormai è tardi
nel bosco tornerò.
Danza la primavera
danzano i tuoi capelli
danza la primavera
danzerà.

Lo struzzo sventurato
ancor non ha capito
che quel suo caro amico
il figlio si mangiò.
Danza la primavera
danza e non ti fidar
quando viene la sera
mal te ne coglierà.
Danza la primavera
danzano gli anni verdi
lo spiritello, la salamandra
gli anni verdi e la vanità.

Assolutamente da ridere anche Hai mai letto Kundera (pensata per Franco Battiato) e Non siamo affatto male (pensata per Jovanotti) e Copacabana (pensata per Paolo Conte).

P.S. Vi direte. Cosa c'entra tutto ciò con l'etichetta musica che tocca il cuore qui sotto? A parte che Bollani suona principalmente musica "seria" capace di emozionare, queste parodie a me fanno sganasciare da piegarmi in due: divertirsi così di gusto fa proprio bene al cuore! :-)

mercoledì 1 ottobre 2008

Che tu sia per me il coltello (III)

2 : commenti
(terza parte)
Concludo lo spazio dedicato a Che tu sia per me il coltello di David Grossman. Dopo il primo post che presentava il libro e il secondo dedicato all'uomo Yair, è arrivato il momento di ascoltare le parole della protagonista femminile: Myriam.
Forse in quei tre giorni siamo stati in Galilea.
E abbiamo dormito in una pensioncina di Metulla. E abbiamo fatto l'amore per tutta la notte, senza parlare. Dicendo solo cose buffe. lo ti ho detto che mi fai venire i brividi alla schiena. E tu hai risposto, dài, diciamo brividiggini, come un brivido che apre un solco nelle lentiggini. E mi hai baciato in mezzo agli occhi. Poi ti ho massaggiato il corpo con le sole ciglia. E ho tracciato con il dito delle parole sulla tua fronte (scrivendole al contrario, perché tu possa leggerle dall'interno). All'inizio ci siamo toccati come se fossimo degli estranei. Poi ci siamo toccati come ci hanno insegnato a farlo. Solo alla fine abbiamo osato toccarci come facciamo noi due. E ho pensato che ora, quando sei con me, conosci alla perfezione il mio vocabolario più intimo. Ho pensato, radice della mia anima, radice della tua anima. Abbiamo provato un tale piacere... Nel cuore della notte mi hai sistemato il cuscino sotto la testa e io ho mormorato che non fa niente se non è proprio a posto...
***
21.30. Un tale disordine. Da dove cominciare? Il pavimento è coperto di fogli, giocattoli, pentole, forchette, cuscini, vestiti e sedie gettati alla rinfusa, e centinaia di tasselli di puzzle diversi. Chissà quanto tempo mi ci vorrà per vagliarli e sistemarli. Per tutto il pomeriggio abbiamo cercato di comporre il puzzle dell'orso Pooh che a due anni e mezzo era in grado di completare in pochi minuti. A quattro anni ci impiegava un' ora e mezzo, e oggi ci ha passato sopra tutto il pomeriggio. Alla fine si è spazientito e me ne sono accorta. Ancora un momento. Tra un secondo comincerò a riordinare. Ho bisogno di calmarmi con un po' di musica e scrivendo. Dimmi, quante volte al giorno provi una fitta di dolore pensando: non le scriverò mai questa cosa. Non conoscerà mai questo momento? Neanche del bambino che era prima della malattia ho quasi mai raccontato. Di questo non potevo davvero parlare. Con nessuno al mondo. Nemmeno con Amos. Del bambino felice che si è dissolto nel giro di poche settimane, pochi mesi. Come fosse veloce nell'apprendere, il suo senso dell'umorismo, il suo fascino. Era un bambino così loquace. Conosceva tantissime parole. E aveva un'intera biblioteca di libri adatti alla sua età. Ero solita leggergli una fiaba la mattina, una il pomeriggio e altre due o tre la sera (per questo, talvolta, ci volevano un paio d'ore per riuscire a metterlo a letto...), E le nostre chiacchierate... a cuore aperto, davvero. Un bambino di due anni con uno spirito così grande e illuminato. Da qualche parte abbiamo ancora una videocassetta del suo secondo compleanno. Non ho il coraggio di guardarla. Lo si vede ridere, ballare, recitare con noi la fiaba di "Succo di lampone". Tre mesi dopo si è manifestata la malattia, con tutti i suoi sintomi, e anche le parole hanno cominciato a svanire. Cancellate, una dopo l'altra. Vedevamo quello che accadeva e non potevamo far nulla. Né noi né i medici. Lui cercava le parole come uno che si fruga nelle tasche, sicuro di averci messo qualcosa, ma non riusciva a trovarle. È la prima volta che mi sento in grado di parlarne. Di ricordare da questa distanza senza sentirmi morire. Mi sedevo di fronte a lui e gli ripetevo le parole. La sera le ricordava ma il mattino erano sparite. Una volta, durante una crisi (mia), ho passato una notte intera a cancellare dai suoi libri, con un pennarello nero, tutte quelle parole maledette che lo avevano tradito. Ricordo che le poche rimaste mi apparvero come volti di gente che gridava angosciata dalle finestre, di notte. Quando poi tutte le parole furono cancellate, rimasero cinque o sei canzoncine. Furono le ultime a sparire. Alla fine ne restò una sola, quella del giacinto. Anche dentro di me si spense tutto e ogni albero, qualunque esso fosse, si chiamò solo: albero, e ogni fiore: fiore.
***
Un altro giorno. Non ci sei. Non smetto di guardare il cielo. Come sei riuscito a trasformare il mondo intero in un'enorme morsa che, a poco a poco, si stringe intorno a me? Basta, basta, basta! (Anche se, mentre lo dico, vorrei urlarti: parla Yair!) Cambiamento di visione. Guarda: sei un orologiaio losco e intrigante. Stai seduto nel tuo sgabuzzino soffocante e pieno di ticchettii. Sei tu. Un uomo in cui arde un istinto fortissimo e perverso. Fai girare incessantemente gli ingranaggi di alcuni orologi e li carichi in modo che squillino uno dopo l'altro, in base a un piano segreto che hai messo a punto: notte e giorno, estate e inverno, per tutto il tempo... È possibile ravvisare in te qualcosa di questo orologiaio, vero? La forza di volontà, l'arroganza con cui carichi i tuoi continui innamoramenti, così da essere sempre immerso in una musica (femminile?) che risuonerà e farà udire i suoi rintocchi intorno a te. Echeggerà per te. Perché non ci sia nemmeno un momento di quiete, di silenzio, in cui potrai percepire, Dio non voglia, il tempo che scorre. Questo è successo? Sono stata solo un accessorio in un culto privato? Forse cambi donna a ogni stagione, e questa è stata "l'estate di Myriam", a cui seguirà l'inverno di chissà chi... Forse misuri il tempo in donne, e io ero soltanto una lancetta che segna il trascorrere di un'altra ora... Forse la tua vera conversazione non si svolge con noi, povere e piccole figlie di Eva, bensì con Sua Maestà il tempo... Esci dalla mia vita.
***
Tra un secondo rientro. Vorrei solo poter restare qui tutta la notte e continuare a scrivere. Scrivere mi fa bene. Lo sento. Anche quando scrivo cose tristi, qualcosa in me si tranquillizza, sento di avere uno scopo. Voglio rimanere qui e raccontare le cose più semplici. Descrivere la foglia che è appena caduta. O la catasta di sedie in veranda. O le falene attratte dalla lampada. E raccontare ciò che avviene durante la notte finché il buio si tramuta in luce, fino ai cambiamenti di colore. Potrei rimanere qui seduta per giorni e notti a descrivere ogni stelo d'erba, ogni fiore, i sassi del muretto, le pigne. Solo dopo, quando mi sentirò pronta, passerò a scrivere di me. Del mio corpo, per esempio. Comincerò da lui, da ciò che è tangibile. Ma anche con lui partirò da lontano, dalle dita dei piedi, per avvicinarmi piano piano. Descriverò ogni sua parte, ne annoterò le sensazioni, quelle di un tempo e quelle attuali. I ricordi della caviglia, per esempio, o della guancia, o del collo. Perché no? Attraverso le carezze, i baci e le cicatrici. Mantenermi viva con la scrittura. Ci vorrà un sacco di tempo ma ne ho molto a mia disposizione. La vita è lunga e voglio raccontare di me stessa, raccontare quello che probabilmente nessuno mi racconterà mai. La mia storia. Senza aggiunte, ma anche senza detrazioni. Scrivere senza pretendere nulla. Da nessuno. Scrivere solo la mia voce. Un libro assolutamente da leggere...
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