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venerdì 24 febbraio 2012

Peter Hagelstein sulla fusione fredda (parte 1)

Maurizio Melis - Smart City – Radio 24

puntata del 22-02-2012


Intervista a Peter Hagelstein sulla fusione fredda (prima parte) 


Maurizio Melis
MM È la notizia che non fa notizia. Pochissimi media ne parlano, ma da circa un anno circolano voci, si tengono dimostrazioni pubbliche più o meno convincenti, emergono ricerche in piena regola, condotte per anni nel silenzio da enti scientifici non proprio sconosciuti, come per esempio la NASA. Parliamo della fusione fredda, il Santo Graal dell’Energia, per alcuni scienziati anche altrettanto mitico, per altri decisamente più a portata di mano. Questa volta la notizia arriva dal Massachussets Institute of Technology, proprio il centro di ricerca di Boston, famoso in tutto il Mondo, che poco più di 20 anni fa diede il colpo di grazia alla fusione fredda, dichiarando di aver tentato in tutti i modi di replicarla, ma senza successo. L’allora capo Ufficio Stampa, recentemente, ha dichiarato che alcuni dei risultati ottenuti a quel tempo, però, sparirono. Il difficile qui è non ricordare come il MIT fosse proprio allora il tempio della ricerca sulla fusione calda. La voce che oggi esce dal MIT è invece quella di Peter Hagelstein, professore associato del MIT che ai microfoni di Radio 24 ha raccontato tutta un'altra storia. Sentite.

Peter Hagelstein
PH L’esperimento è stato messo a punto da Mitchell Swartz, uno studioso della fusione fredda che è titolare di una società che si chiama Jet Energy. La dimostrazione si è tenuta nei laboratori del MIT e, dal mio punto di vista, l’esperimento è rivoluzionario. Ciò che sappiamo è che il dispositivo, che si chiama NANOR, è basato su un nano-materiale, una nano-polvere di palladio e ossido di zirconio e forse anche di qualcos’altro, che viene caricata con deuterio, ovvero idrogeno pesante. Per il resto, quello che posso dire è che l’apparato che Swartz ha portato al MIT era sigillato, dato che si tratta comunque di una tecnologia proprietaria ed era dotato di due fili elettrici. Inoltre aveva un sensore interno per la misurazione della temperatura. All’inizio Swartz ci ha mostrato la temperatura che si poteva raggiungere con una semplice resistenza elettrica. Poi ha messo in funzione il dispositivo e l’incremento di temperatura è stato oltre 10 volte più elevato di quello ottenuto solo con la resistenza.

MM La dimostrazione nei laboratori del MIT si è tenuta a cavallo tra gennaio e febbraio. L’apparato è stato fatto funzionare per 23 giorni e secondo Hagelstein in questo periodo è rimasto acceso più o meno il 40% del tempo. Il professore ha anche precisato che, cito testualmente, “l’energia prodotta dal dispositivo eccedeva la scala chimica in meno di un’ora”. Che cosa vuol dire? Che, dopo meno di un’ora dall’accensione, l’energia prodotta dall’apparato risultava superiore a quella che sarebbe stato in grado di produrre un qualunque apparato delle stesse dimensioni, alimentato da una fonte di energia chimica, inclusa la più potente. Hagelstein ha anche escluso che possa esservi una frode dietro al congegno.


PH Mitchell Swartz è in questo campo di studi da più di 20 anni. Ha scritto e pubblicato numerosi articoli sulla fusione fredda e tenuto altre dimostrazioni in passato qui, al MIT. Non credo ci sia alcuna frode, credo anzi che l’esperimento sia stato condotto piuttosto bene.


MM Insomma, non si può dire che ci sia stata una vigilanza attiva particolarmente forte, da parte del personale del MIT durante questa dimostrazione, tuttavia Hagelstein è convinto che siamo di fronte a un dispositivo che produce energia con un guadagno 10 a partire da reazioni nucleari a bassa energia, o fusione fredda, che dir si voglia.
Ma siamo di fronte ad un dispositivo commerciale?

PH Sicuramente l’obiettivo di Mitchell è questo. So che al momento sta cercando fondi presso investitori e venture capital. Tuttavia mi pare che ci siano alcuni aspetti problematici, al momento. Anzitutto, per un’applicazione pratica, è necessario che il dispositivo possa funzionare a temperature più elevate di quelle raggiunte nel corso dell’esperimento e anche se mi aspetto che a temperature più alte il sistema funzioni meglio, per esserne sicuri bisognerà fare degli esperimenti. Inoltre il dispositivo dimostrativo ha una potenza ridottissima, solo 1/10 di watt. Ma anche la quantità di nano-polveri che è stata utilizzata è davvero minima. D’altronde, avere a che fare con potenze così piccole, rende più semplice eseguire gli esperimenti e poi dobbiamo pensare che il fatto di poter realizzare dispositivi piccoli è un vantaggio, non uno svantaggio.

MM Mentre andava in scena l’esperimento, al MIT si è tenuto anche un corso. Un corso di una settimana, rivolto agli studenti, sulla teoria che sta dietro a questo fenomeno. Teoria che Hagelstein ha sviluppato in 20 anni di lavoro. L’obiezione più frequente, infatti, soprattutto da parte dei fautori della fusione calda, è che nelle condizioni presenti all’interno dell’apparato, la fusione nucleare è impossibile. Decine o centinaia di gradi contro le decine o centinaia di milioni di gradi necessari per la fusione calda, quella che avviene nel nucleo delle stelle e che si sta tentando di riprodurre da anni con esperimenti miliardari come ITER. In queste condizioni di temperatura estremamente elevata, insomma, i nuclei di idrogeno, che sono lanciati a folle velocità, riescono a scontrarsi tra loro, nonostante si respingano vicendevolmente. Ed ecco che avviene la fusione. Com’è possibile che lo stesso fenomeno avvenga a temperature un milione di volte più basse? Ecco come risponde Hagelstein.

PH Vorrei subito precisare che sono d’accordo con i fisici che affermano che la fusione nucleare, o meglio la fusione nucleare incoerente, come quella che avviene all’interno delle stelle, è impossibile a temperatura ambiente. Infatti io ritengo che il processo fisico alla base della fusione fredda sia completamente diverso da quello che avviene nella fusione calda. Ciò che accade nel modello teorico, che ho sviluppato negli anni, è che si mette in moto un meccanismo che permette di suddividere i grandi Quanti di energia, necessari ad innescare la fusione nucleare, in tantissimi Quanti più piccoli. Qualcosa di simile avviene in certi esperimenti col laser, nei quali si vede come alcuni particolari cristalli sono in grado di assorbire due impulsi di luce rossa, trasformandoli in un unico impulso di luce verde. Ma questo è solo il caso più semplice. Sono stati fatti esperimenti in cui decine, persino migliaia di impulsi laser si sono sommati in un unico impulso più potente. Ebbene, se invece di “migliaia di Quanti” parliamo di “milioni di Quanti”, ecco che abbiamo un meccanismo in grado di spiegare come funziona la fusione fredda.

MM Insomma, tanti atomi di idrogeno pesante, intrappolati nel reticolo cristallino di un metallo come il Palladio, muovendosi come fossero un tutt’uno, riescono ad attivare la fusione nucleare, così come una folla può facilmente sfondare i cancelli di uno stadio, mentre una singola persona non potrebbe mai farcela. È un po’ questa l’idea di fondo ed è un’idea che nasce da una teoria proposta per la prima volta da Giuliano Preparata, negli anni ’90, uno dei fisici più geniali del dopoguerra, poi scomparso. Per il momento noi però ci fermiamo qui, domani la seconda parte dell’intervista con Hagelstein. 

4 : commenti:

Tizzie ha detto...

Hmm, non sarebbe stato meglio unire le due parti in un unico post? Ottimo lavorone, comunque.

Doc Stritmatter ha detto...

There is a great need for a good English translation of this interview. Google's "I do not think there is no fraud" almost sounds like the opposite of what it's supposed to mean, which is (from context) "I do not think there is *any* fraud." Otherwise, lovely interview.

Valeria ha detto...

@Doc Stritmatter

You're right, Doc.
I agree.
This is a very important step toward comprehension and it would be great to have a good translation in english...

@Daniele
bisogna tradurre queste due interviste!

Daniele 22passi ha detto...

@Doc Stritmatter
I hope to publish the english translation within a few days.
sincerely

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