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martedì 11 marzo 2008

Essere vedove in India

Riporto dal catalogo di Donne di Vrindavan (ovvero dai pannelli in esposizione) la scheda biografica di Rita Cacciaglia e il suo approfondimento. A lato l'immagine simbolo di tutta la mostra (foto di Tamara Farnetani).

Vasu Dev Das (Rita Cacciaglia), 54 anni, dal 1988 vive in India a contatto coi più differenti strati sociali, caste, comunità religiose, abitanti di città, contadini di sperduti villaggi del Rajasthan o dell'Uttar Pradesh, dove l'esistenza - nonostante l'arrivo della TV, del cellulare, della moto - scorre simile a migliaia di anni fa nei gesti, negli atti, nell'abbigliamento, nella casa. Diventata profonda conoscitrice della società e delle culture indiane, i suoi resoconti sono stati spesso utilizzati per documentari, articoli, ricerche antropologiche. Su richiesta, accompagna viaggiatori desiderosi di scoprire un'India meno nota. Uno dei più interessati e attenti ascoltatori è stato il caro amico Tiziano Terzani, che “inquisiva” con curiosità su tutto ciò che riguardava questo vasto Paese.

ESSERE VEDOVA IN INDIA

L’India è un paese di grandi contrasti e contraddizioni e vivervi per una donna non è cosa facile. In una società dove la religione gode ancora di grande autorità e le sue scritture ed i suoi insegnamenti sono seguiti oggi come migliaia di anni fa, essere una donna, una madre, può rivelarsi la più gratificante delle esperienze come l’incubo più aberrante; e proprio in nome della religione e della tradizione vengono frequentemente compiuti crimini atroci.
Si parla spesso del miracolo economico indiano, ma la maggior parte dell’India è tuttora rurale: su 1 miliardo e 130 milioni di abitanti (F=547.421.878, M=582.444.276)[1] il 72,2% vive nelle campagne, in zone sperdute dove i legami con la tradizione restano molto forti. Trattandosi di una società patriarcale, le vessazioni più pesanti colpiscono naturalmente le donne, sin da quando sono bambine e prima ancora col fenomeno dell'aborto selettivo. Il cibo migliore, le cure mediche, lo svago, il riposo, sono destinati ai maschi. Il maschio è “l’assicurazione” per il futuro: sposato rimarrà in famiglia portando anche l’aiuto della moglie che si prenderà cura dei suoceri.
La ragazza pertanto è “a perdere”, le cure sono “sprecate” per lei, è un peso: ci si deve procurare anche la dote per farla sposare, per “mandarla via”, e tante famiglie si riducono sul lastrico per le spese della dote e del matrimonio. Una volta sposata la donna va ad abitare dai suoceri e lì può trovare l’inferno: è l’ultima arrivata; se il marito ha altri fratelli ci saranno già altre cognate e a lei spetteranno i compiti più gravosi, pulire e cucinare per tutti; sarà soggetta a torture psicologiche e materiali. La cosa che più sgomenta in questi casi, è la mancanza di solidarietà femminile: predomina il senso di rivalsa sull'ultima arrivata, che dovrà scontare quello che hanno subito le altre.
Un tormento ancora più terribile è rimanere vedova. Secondo i testi sacri Hindu la donna non ha alcun valore senza un uomo accanto, che sia padre o fratello da piccola, o marito poi; e quando resta vedova è la fine anche per lei. Nelle famiglie hindu più conservatrici e superstiziose la vedova viene considerata portatrice di sfortuna, se non la “causa occulta” della morte del marito. Le viene tolta ogni proprietà e diritto. Deve vivere in povertà e isolamento, dedicando la vita che le resta alla memoria del defunto sposo. Non potrà più risposarsi. Le tagliano i capelli, le tolgono ogni simbolo di donna maritata, il mangalsutra (cordone della felicità), la collana di perline nere che corrisponde alla nostra “fede”, il bindi, piccolo tondino rosso sulla fronte, il sindur, la striscia rossa tra i capelli, i cerchietti di vetro che porta ai polsi, gli anelli alle dita dei piedi. Deve vestire solo un semplice sari bianco, il colore del lutto.
Anche se da molti anni è fuori legge, si sente ancora raccontare di casi, nelle zone rurali, in cui la vedova s'immola sulla pira funebre del defunto marito, rito chiamato sati; nei casi meno peggiori viene gettata fuori dalla casa dei suoceri, deprivata di tutto, soprattutto della dignità. Considerata ormai solo di peso, a volte viene allontanata dai suoi stessi figli. C'è chi va a elemosinare per la strada. Altre, in gruppetti, partono in pellegrinaggio, spesso a piedi, per visitare i luoghi sacri dell’India. Altre, le Sadhvi, portano all'estremo la scelta di una vita di penitenza e rinuncia e, se ne hanno la capacità, sotto consiglio del loro maestro spirituale, inizieranno a dare lezioni e insegnamenti religiosi. Altre ancora si rifugiano in luoghi sacri come la città di Varanasi, dove passano i loro ultimi anni chiedendo l’elemosina sulle rive del Gange, confidando che dopo la morte le acque sacre di questo fiume - considerato “la madre” - le accoglieranno nell’ultimo abbraccio, per donar loro la liberazione (Moksh) dal ciclo delle rinascite, così come viene stabilito nei testi sacri.
La maggior concentrazione di vedove, attualmente circa 20 mila (in India si stimano complessivamente 40 milioni di vedove), si ha nella città sacra di Vrindavan, specialmente quelle provenienti dalla regione del Bengala Occidentale - sulle orme del santo Chaitanya Mahaprabhu (1486-1533) - e dal Bangladesh. Qui dimostrano il loro amore per Krishna, il Dio nato in questa piccola cittadina, cantando incessantemente bhajan (canti sacri) negli che le accolgono. In cambio ricevono una ciotola di riso e ashramdhal (legumi), e qualche rupia. Questo certo non basta loro per mettere da parte i soldi necessari a pagare, in certi casi, l’affitto di stanzette umide e maleodoranti.
La vita di queste donne è dura, più di quanto in occidente si possa immaginare. Incuria, malnutrizione, sporcizia, malattie (dissenteria, tubercolosi, patologie di carattere sessuale) regnano nei locali che le ospitano. L'ashram più grande arriva ad ospitarne 2000, tutte insieme! Ma le più disgraziate rimangono per strada, alla carità dei passanti e dei pellegrini, rannicchiate sui marciapiedi, davanti ai circa 4000 templi di questa cittadina santa. Tante hanno anche figli piccoli da crescere, altre accudiscono quelle più malate e a volte semidementi. Alcune rimpiangono di non essere morte insieme al marito, piuttosto che dovere sopportare tanti tormenti e tante umiliazioni. Dobbiamo poi ricordare il numero incredibile di spose bambine, lasciate ben presto vedove da mariti anziani (si contano circa 55 milioni di bambine sposate prima dei 15 anni)[2]. La maggior parte, soprattutto le più giovani, diventano vittime di violenze sessuali perpetrate spesso da chi le ospita con intenzioni lucrose: raccolta di donazioni, riciclo di denaro “nero”, traffico di queste povere creature a fine di prostituzione.
Negli ultimi decenni, le donne più coraggiose si sono riunite intorno a una di loro, Mohini Giri[3] che, con il supporto dell'educazione ricevuta, ha saputo alzare la testa con dignità e ora può tendere una mano alle “sorelle” più sfortunate, a cui offre cure mediche, igiene, pulizia, un pasto sostanzioso, soprattutto delle basi educative e l’insegnamento di semplici lavori che permetteranno loro di impegnare positivamente la loro vita e ricavare dei piccoli ma utili guadagni. Non va dimenticato che in India l’analfabetismo è ancora una grave piaga: l'alfabetizzazione interessa solo il 61.0% della popolazione (F=47.8%, M=73.4)[4].
Le donne delle foto qui raccolte [ndr. allude alle 36 foto di Donne di Vrindavan] mostrano volti le cui rughe raccontano uno a uno i dolori passati. Ci guardano con occhi talvolta inespressivi o come persi in ricordi di tempi migliori e lontani, o saggi e luminosi, o pieni di dolore, o fieri ed orgogliosi. Sguardi in cui possiamo cogliere le immense contraddizioni dell'India, la sofferenza d'oggi e la speranza di domani. Sulla fronte di tutte si nota un segno, il tilak, il simbolo sacro ai Vaishnava (seguaci del Dio Vishnu e del Dio Krishna), che ogni mattina, dopo le abluzioni rituali, viene disegnato sulla fronte con una specie di gessetto. Ogni gruppo religioso ha un suo tilak fatto con materiali diversi e di forma differente a seconda della divinità adorata[5]. È simbolo di buon auspicio: queste donne lo portano in segno della loro fede e con la speranza di raggiungere al più presto il loro amato Dio.
A Vrindavan ci sono anche vedove cacciate da famiglie ricche ed “istruite”, con figli benestanti e decine di nipoti; ma in linea di massima le donne di casta più alta si rifugiano a Varanasi. Va infatti precisato che nemmeno le aree urbane, le caste elevate e le comunità più abbienti, sono esenti da questa vergogna, seppur in proporzione minore. Spesso la vedova viene tenuta a casa per mera convenienza sociale, una presenza “non vista”, non considerata, un peso da sopportare. Mi viene in mente un episodio raccontato da un giornalista italiano in visita a Mumbai. Seduto al caffè di un hotel a cinque stelle osserva una famiglia entrare. Il loro abbigliamento è emblematico del cambiamento a cui va incontro la società indiana: magliette e scarpe firmate per il padre e i due figli, maschio e femmina; un costoso sari di seta per la madre. Una ragazzina, la badante, accompagna la nonna vedova, avvolta in un sari bianco, come una nuvola candida e vaporosa.
A un certo punto la ragazza s'allontana. Dopo aver consumato, la famiglia decide di andare via e si alza. Anche la donna anziana tenta d'alzarsi, ma le cade il bastone e, impotente, resta seduta e sola senza che figlio, nuora e nipoti se ne preoccupino. Ritorna infine la ragazza e, aiutandola ad alzarsi, l'accompagna fuori.
È auspicabile che in una nazione ricca di tante potenzialità come l'India, dove dalla fine del 2007 il Presidente della Repubblica è una donna, Pratibha Patil, lo stesso governo possa finalmente riuscire, nel giro di non troppi anni, a migliorare le condizioni di vita di quelle tante donne che sin dalla nascita devono lottare per vivere, giorno dopo giorno. Non c'è futuro per un paese senza un domani migliore per le sue donne.

NOTE

[1] Fonte: https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/in.html (stime al 13/12/2007).

[2] Fonte: Census of India 2001 (stima al 31/03/2006).

[3] Cognata settantenne dell'ex presidente indiano V. V. Giri, si batte da 40 anni per l'emancipazione femminile, anche come presidente della relativa Commissione nazionale. È presidente di Guild of Service, che gestisce vari centri in tutta l'India e in particolare a Vrindavan due case alloggio che ospitano oltre 600 vedove.

[4] Fonte: https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/in.html (stime al 13/12/2007).

[5] Le vedove di Vrindavan si fanno il tilak con le argille sacre dei luoghi dove è vissuto Krishna, giallo pallido o anche molto più scuro. Altri Vaishnava usano anche argille bianche, oppure polveri rosse ecc. Infine altri gruppi (per esempio Shivati) non usano l’argilla ma pasta di sandalo, ceneri sacre ecc.

7 : commenti:

arzach ha detto...

senza queste notizie la mostra sarebbe stata monca. Ho pesnato bene di ripubblicarle anche sul mio sito insieme alla spelndida foto a corredo. domanda ma questa mostra può essere trasferita anche in altri luoghi? mi spiego è una cosa limitata alle date indicate nel manifesto oppure può essere, come credo, "esportata" ad esempio in Puglia?
fate sapere. arzach

Daniele ha detto...

Credi bene: è una mostra itinerante, concepita per portarla ovunque troviamo le condizioni per portarla.
E' comunque è monca anche con questa post. A livello di fotografie sta ottenendo il riconoscimento di fotografi affermati. Le foto sono da vedere dal vivo nel grande formato con cui sono esposte.
A livello di liriche sta raccogliendo quello degli appassionati di poesia. Da gustarsele con calma.
Convince poi l'abbinamento - assai particolare - creato tra le immagini e le parole.
Ci sono poi tutti gli approfondimenti: quelli di Ester Gallo e Rita Cacciaglia ma soprattutto le storie raccolte dalle stesse donne fotografate.
Ci sono - a richiesta - anche le registrazioni dei loro canti.

Non ha caso ci sono persone che stanno anche più di un'ora a vedersela tutta.

Anonimo ha detto...

Interessante. Ci pesno un po su e ti faccio sapere.
arzach

Daniele ha detto...

Torno ora a casa dopo aver disallestito la mostra a Perugia conclusasi stasera. Per la cronaca da sab 8 a dom 16 abbiamo venduto 130 cataloghi esatti e stimiamo almeno 3000 visitatori (stima in difetto) sulla base dei 300 commenti e/o firme lasciate sul registro... per noi è un grande successo! Cercheremo di bissare ad Assisi e Spoleto.

arzach ha detto...

Ma quando vi deciderete a pubblicare qualcosa di queste serate sul blog? Siamo curiosi
arzach

Daniele Passerini ha detto...

Appena posso dedicarmici... vedi che sto trascurando tutto il blog ultimamente. Se non stasera una delle prossime, promesso!

Anonimo ha detto...

Il semble que vous soyez un expert dans ce domaine, vos remarques sont tres interessantes, merci.

- Daniel

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