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lunedì 5 marzo 2007

Ti voglio bene Anto

Non c'è stato un motivo vero e proprio dietro l'aver inserito, una decina di giorni fa, il tema "per non temere la morte" in questo blog. Avevo trovato su internet una serie di cose che mi piacevano e alla fine questo titolo mi è sembrata l'etichetta più appropriata. Ieri mattina, sotto il segno di una eclissi di luna appena trascorsa, è scomparsa Antonella, una cara amica che conoscevo da 28 anni, da quando eravamo compagni di classe al liceo. La nostra amicizia si era consolidata soprattutto quando frequentavamo l'università e uscivamo spesso insieme nello stesso giro di persone. Quanti libri ci siamo regalati, scambiati e prestati in quegli anni! Con lei e altri amici comuni nel 1989 sono stato per la prima volta a Parigi in occasione del bicentenario della Rivoluzione francese. Sì, lei è viva in tanti bei ricordi.
Quando nel 1994 mi sono sposato lei era naturalmente al matrimonio e ai festeggiamenti, poi come spesso succede quando i contesti di vita diventano diversi, abbiamo cominciato a frequentarci con minore assiduità. Ci sentivamo in occasione di compleanni e feste per farci gli auguri, e capitava qualche volta d’incontrarci in giro, ché Perugia è piccola. Abbiamo continuato a raccontarci a distanza – pur vivendo nella stessa città - gli episodi salienti che ci capitavano. Ricordo bene la prima volta che mi parlò dell’uomo della sua vita – quello vero finalmente - e quando li ho incontrati per caso all’IperCoop... chiudo gli occhi e li rivedo: una bella coppia, felice e allegra. E ricordo quando mi raccontò dell’appartamento che lui aveva acquistato, che poi hanno ristrutturato ed arredato insieme. Poi il caos...
Nel 2002 io sono stato investito dalla bufera della separazione da mia moglie, un anno dopo Antonella dall’intervento di mastectomia: me lo disse quando già stava facendo i cicli di chemioterapia. Ebbi riprova della sua forza interiore: seppure più atea che credente provava e in parte riusciva a dare un significato e un valore alla sua malattia. Ne parlò con pochissimi amici e coi parenti più stretti. Sono stato ospite di lei e del compagno un paio di volte nell’autunno del 2004, quando tutto sembrava essersi risolto positivamente, pensava nuovamente al futuro. Poi alla fine del 2004 i controlli di routine: metastasi, e di nuovo il calvario della chemio. Abbiamo continuato a sentirci per telefono ed e-mail fino a circa un anno e mezzo fa, quando mi disse che preferiva che non ci sentissimo vedessimo più. Ci sono rimasto male, ho provato un momento a farle cambiare idea poi ho rispettato la sua richiesta e non l'ho più cercata, solo qualche e-mail all’anno a cui non ha mai risposto, non so nemmeno se le ha lette. Conosco due sue amiche del cuore e ogni tanto chiedevo loro di lei. Le ultime notizie, uno o due mesi fa, davano le sue condizioni stazionarie, poi di colpo ieri ho saputo che nel giro di pochi giorni era spirata. Avevo sempre immaginato che ci saremmo incontrati di nuovo in questa vita... ho sbattuto la faccia contro una realtà diversa. Sabato pomeriggio, mentre non sapevo che Antonella si stava spegnendo, stavo lavorando a questo blog: rileggendo l'elenco dei miei libri "preferiti" mi sono reso conto che ne avevo scordato uno molto importante: il Diario 1941-1943 di Etty Hillesum e lo ho aggiunto immediatamente. Me ne ero scordato perché non è tra i libri che ho in casa, e non l'ho mai posseduto perché è uno di quelli che una ventina d'anni fa mi prestò Antonella, e da allora mi è rimasto dentro, indelebilmente. Una delle frasi portanti di Ventidue passi d'amore - nessuno ha il potere di renderci felici o infelici: siamo noi stessi i soli responsabili della nostra felicità - è frutto della storia della mia vita, ma se dovessi collegarla a riferimenti esterni citerei quel passo de Il Profeta di Gibran che recita "l'assassinato è responsabile del proprio assassinio" oppure nominerei proprio il Diario di questa donna che i sopravvissuti di Auschwitz ricordano come una presenza luminosa accanto a loro. Etty Hillesum trovò la fede e la gioia di vivere in un campo di concentramento - l'ultimo posto al mondo che avrebbe dovuto favorire un tale processo - e ne ha lasciato testimonianza nel suo Diario: non importa cosa ci fanno, cosa ci succede, in quanto dolore possiamo venire immersi, la scelta di essere felici o infelici è più profonda, è nostra, niente e nessuno possono privarcene. Non credo sia una mera coincidenza che il pensiero a Hetty Hillusum sia sorto proprio mentre Antonella stava lasciandoci, anzi lo interpreto come un messaggio che ha voluto mandare per dirmi - rispondendo ad un mio punto interrogativo - che ha superato questa prova dolorosa e raggiunto la serenità dell'animo. Oggi, al funerale, mi hanno raccontato che in effetti è stato così. Cito alcuni brevi brani, trovati su internet del Diario 1941-1943 che mi sembrano appropriati per la circostanza. Ti voglio bene Anto.
Ieri, per un momento, ho pensato che non avrei potuto continuare a vivere, che avevo bisogno di aiuto. La vita e il dolore avevano perso il loro significato, avevo la sensazione di "sfasciarmi" sotto un peso enorme, ma anche questa volta ho combattuto una battaglia che poi all'improvviso mi ha permesso di andare avanti con maggiore forza. Ho provato a guardare in faccia il "dolore dell'umanità". Ho affrontato questo dolore, molti interrogativi hanno trovato risposta, l'assurdità ha ceduto il posto ad un po' più di ordine e di coerenza: ora posso andare avanti di nuovo. E' stata un'altra breve ma violenta battaglia, ne sono uscita con un pezzetto di maturità in più. Mi sento come un piccolo campo di battaglia su cui si combattono i problemi o alcuni problemi del nostro tempo. L'unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità in qualche parte, in cui possono combattere e placarsi e noi dobbiamo aprire loro il nostro spazio interiore senza sfuggire. Il marciume che c'è negli altri c'è anche in noi, continuavo a predicare; non vedo nessun'altra soluzione, veramente non ne vedo nessun altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappare via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. È l'unica soluzione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove. 
(Etty Hillesum) 

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