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mercoledì 13 febbraio 2008

E fino a Quasimodo per tornare a Ungaretti


Di Salvatore Quasimodo (1901-1968), devo "per forza" riportare alcuni dei primi versi che - da ragazzo - mi hanno fatto davvero innamorare della poesia. Della poesia che amo, quella che parla per sottrazione più che per costruzione, che evoca piuttosto che spiegare, che comunica direttamente con l'anima e meno con la mente. Poesia ermetica, alchemica e veicolo di trasformazione.

Ed è subito sera
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.


E' un'immagine indubbiamente triste, diversa dai contenuti che amo inserire in queste pagine, eppure così potente da vincere la stessa tristezza che evoca, poiché la perfezione di queste parole riscatta il loro significato di solitudine e ineluttabilità. Esattamente come quest'altra nota "epigrafe" scolpita nell'inconscio collettivo da Giuseppe Ungaretti (1888-1970):

Soldati 


Si sta come 
d'autunno 
sugli alberi 
le foglie.

Qui dal senso il poeta ha sbucciato tutto il superfluo: resta solo un'emozione, sia pure di mestizia, che dopo averci stretto il cuore lo riempie della luce che cerchiamo. Sì come l'alba spunta dalla notte. Come non concludere dunque - a rischio di sembrare banale - con quella che siamo in tanti a ritenere la più bella poesia della storia della letteratura mondiale, la più bella poesia di tutti i tempi, le sette sillabi che hanno reso immortale Ungaretti:

Mattina 


M'illumino 
d'immenso.


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