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domenica 1 marzo 2015

Come le scuole uccidono la creatività

15 : commenti
Immagine di Alexej Ravski
"Abbiamo sistemi nazionali d'istruzione dove gli errori sono la cosa più grave che puoi fare. E il risultato è che stiamo educando le persone escludendole dalla loro capacità creativa. 
Picasso una volta disse che tutti i bambini nascono artisti. Il problema è rimanerlo anche da adulti. 
Io sono convinto che non diventiamo creativi, ma che disimpariamo ad esserlo. O piuttosto, ci insegnano a non esserlo." (Ken Robinson)

Ringrazio innanzitutto Paolo Marenzi, coautore di questo post d'inizio marzo, post che si riallaccia a quello del 20 febbraio, intitolato "La forza di una teoria scientifica sta nell'essere sbagliata". Là il focus era sulla ricerca scientifica, qui è a monte, sulle istituzioni e sui sistemi educativi che spengono la creatività, l'originalità, l'impulso a esplorare da capo per scoprire qualcosa di nuovo, tendenze istintive e innate nei bambini, di solito perse diventando adulti. Educazione e innovazione non sempre si sposano bene insieme. 

Seanza fare lunghi discorsi, vogliamo piuttosto offire buoni contenuti su cui riflettere, due. Il primo da ascoltare con la mente, il secondo da leggere col cuore:
  1. il video TED con l'intervento del professor Ken Robinson da cui è tratta la citazione d'apertura (sul sito di TED trovate anche la trascrizione in italiano);
  2. Ex-duco di Paolo Marenzi, un piccolo racconto - delizioso - che riassume in forma letteraria, in bilico tra prosa e poesia, ciò su cui questo post vuole fare riflettere.


EX-DUCO
Fece uno strano sogno quella notte la piccola Silvana. 
Sognò di andare a scuola, ma non era come tutte le mattine e non era certo nemmeno la sua solita scuola, che ben conosceva. 
A dir la verità si sentiva anche piuttosto leggera, tanto che si guardò le spalle: non aveva nessun zainetto con sé. 
Tutta smarrita e disorientata frenò il suo passo davanti a un grande edificio circolare: una voce senza una fonte ben precisa, ma che sentiva chiara come se arrivasse da pochi centimetri, la rassicurò: "Avanti, avanti piccola mia, vieni dentro, non temere, il tuo zainetto è li con te, è sempre stato li con te, dall'inizio dei tempi, solo che non lo puoi vedere, non ce l'hai addosso, non ce l'hai sulla schiena. È dentro di te. Da sempre.
È uno zainetto microscopico, ma immenso, che contiene l'intera “biblioteca galattica”(1). 
Noi non vi reputiamo dei somari da caricare, né tanto meno consideriamo il sapere come una catasta di legna, secca, arida e sterile, da caricarvi sul groppone; poco importa che ve la presentino sotto la forma della carta satinata dei libri di testo. 
Noi non vogliamo umiliarvi sin dall'infanzia, incurvandovi la schiena, e soprattutto la coscienza, come facchini e servi della gleba. 
Noi vogliamo che solamente i vostri passi siano ben aderenti al suolo, non il vostro sentire, la vostra anima, la vostra ambizione. La schiena deve stare ben eretta e la testa alta, ancorata nei cieli. 
In verità, chi vi zavorra con quintali di nozioni da quiz televisivo, ha un unico preciso scopo, quello di farvi rallentare e smettere di correre, perché appesantiti possiate presto fermarvi del tutto. 
Vogliono che il peso che chiamano cultura e conoscenza vi trascini a terra, in basso, che vi dimentichiate di alzare gli occhi al cielo.” 
E così dicendo la fonte di quella voce femminile si materializzò davanti a Silvana: una donna sorridente le apparve davanti e con un candido gesto la invitò ad entrare in quell'aula così strana che non aveva pareti ma solo un meraviglioso soffitto. 
“Vedi bimba mia, quella scritta che gira tutt'intorno alla classe, lassù, alla base della cupola? Dice così: Ab astra, per aspera ad astra. Mentre il resto del mondo vorrebbe convincerti a tutti i costi che ab pulveris, per aspera ad pulveris. Polvere sei e polvere ritornerai. 
In verità possono aver anche ragione a dire polvere siete e polvere ritornerete, ma si son dimenticati di aggiungere una cosa, la più importante di tutte: quella polvere, è polvere di stelle. 
(1) Espressione presa dal bellissimo video di Andrea Doria Messaggio all'Anima. 
Paolo Marenzi
P.S. PER APPROFONDIRE L'ARGOMENTO:

mercoledì 3 agosto 2011

Quello che un barometro può fare

70 : commenti
Buongiorno a tutti.

Esistono diverse versioni di questo aneddoto. Di quella che segue sono debitore a un ottimo sito (Base Cinque) che a sua volta l'ha tradotta da un sito straniero. Il fatto che l'episodio in questione possa essere stato un po' romanzato (finanche nell'attribuzione) non ne inficia né il valore né la morale. Chi ha orecchie intenda.

Ringrazio naturalmente Fabio (e Painlord2k) per la segnalazione.

***

Il problema del barometro

Sembra che questo aneddoto sia stato raccontato per la prima voltada Ernest Rutherford

Tempo fa ricevetti una chiamata da un collega. Aveva intenzione di dare zero a uno studente per una sua risposta ad un problema di fisica, mentre lo studente pretendeva il massimo dei voti per aver dato la risposta esatta.

Il professore e lo studente concordarono di rivolgersi a me come arbitro imparziale.Io lessi la domanda assegnata all'esame: "Mostrare in che modo è possibile determinare l'altezza di un grattacielo con l'aiuto di un barometro."

Lo studente aveva risposto: "Porta il barometro in cima all'edificio, legalo ad una lunga corda, calalo fino alla strada, fai un segno, tiralo su e misura la lunghezza della corda. La lunghezza della corda è uguale all'altezza del grattacielo.

Lo studente aveva risolto il problema completamente e correttamente. Ma assegnargli il massimo dei voti avrebbe potuto certificargli competenze non effettivamente confermate dalla sua risposta.

Io suggerii di dare allo studente un'altra possibilità. Gli concessi sei minuti per rispondere alla stessa domanda con l'avvertenza di dimostrare le sue conoscenze di fisica.

Dopo cinque minuti non aveva scritto nulla. Gli chiesi se voleva ritirarsi ma egli disse che aveva molte risposte a questo problema; stava scegliendo quella migliore. Mi scusai per averlo interrotto e gli dissi di procedere.

Nel minuto successivo scrisse la seguente risposta: "Porta il barometro in cima all'edificio e lascialo cadere al suolo. Misura il tempo di caduta con un cronometro. Quindi, usando la formula
h=0,5·a·t2
calcola l'altezza dell'edificio. A questo punto chiesi al mio collega se lo studente poteva ritirarsi. Lo concesse e gli diede il massimo voto.

Lasciando l'ufficio del mio collega chiesi allo studente quali erano le altre risposte che conosceva.

Egli disse: "Ci sono molti modi per misurare l'altezza di un grattacielo con l'aiuto di un barometro.

Ad esempio puoi misurare la lunghezza del barometro, la sua ombra e l'ombra del grattacielo in un giorno di sole e quindi, con una semplice proporzione, calcolare l'altezza dell'edificio.

"Bene," dissi "e le altre risposte?"

"Sì," rispose " c'è un metodo molto elementare: partendo dal piano terreno sali le scale e traccia dei segni sui muri utilizzando il barometro come unità di misura di lunghezza. Alla fine conta i segni e avrai l'altezza dell'edificio in unità-barometro.

"Un metodo molto diretto."

"Naturalmente. Se vuoi un metodo più sofisticato, puoi legare il barometro ad un filo ed usarlo come pendolo per misurare il valore di g (gravità) al livello della strada e in cima all'edificio.

Conoscendo la differenza di gravità è possibile calcolare l'altezza dell'edificio.

Similmente puoi andare in cima all'edificio, legare il barometro ad una lunga corda, calarlo fino al livello della strada e farlo oscillare come un pendolo. Misurando il periodo, si può calcolare la lunghezza della corda, cioè l'altezza dell'edificio.

Infine, ci sono molti altri metodi per risolvere il problema. Forse il migliore è quello di prendere il barometro e bussare alla porta del direttore. Quando apre gli dici così: "Signor direttore, questo è un bellissimo barometro. Se mi dice l'altezza dell'edificio glielo regalo."

A questo punto chiesi allo studente se veramente NON conosceva la risposta convenzionale a questa domanda. Egli ammise che la conosceva ma che non ne poteva più di una scuola e di professori che tentavano di insegnargli a pensare.

Lo studente era Niels Bohr, fisico danese, premio Nobel per la Fisica nel 1922.

***

Post scriptum a seguito della discussione nei commenti

A prescindere del riferimento a Bohr, che probabilmente è inventato (vedasi la versione originale raccontata di Alezander Calandra segnalata da Gdmster) questa storia ovviamente NON INSEGNA A FARE LE MISURE, ma semmai come un ricercatore dovrebbe approcciarsi ad ogni problema e, come vedremo tra poco, altro ancora.

Il problema era: Mostrare in che modo è possibile determinare l'altezza di un grattacielo con l'aiuto di un barometro. Indubbiamente questo enunciato ha stimolato la mente dello studente (che continuerò a chiamare Bohr per semplicità).

Se fosse stato Mostrare in che modo è possibile determinare l'altezza di un grattacielo con un barometro e nessun altro strumento di misura, Bohr avrebbe senz'altro dato la risposta "giusta" al primo colpo e avrebbe passato subito l'esame.

Aggiungo che -- a giudicare da quel che dice il racconto -- Bohr era tranquillo e sicuro del fatto suo, in modo persino disarmante. Se avesse assunto un atteggiamento saccente e maleducato sarebbe stato rimandato giustamente alla sessione successiva, non ci piove. Dimostrazione che il COME conta, eccome!

Battuta del direttore a parte (mitica!), a me la risposta che piace di più è quella di utilizzare un cronometro e la formula s=1/2gt^2. È una misura pratica e facilmente realizzabile, basta un cronometro, peccato solo che costa il prezzo di un barometro! E peccato che -- come correttamente nota Gdmaster -- il barometro, come ogni corpo che cade non nel vuoto ma in atmosfera, dopo un po' raggiungerebbe la velocità limite (costante) e non varrebbe più la legge del moto rettilineo uniformemente accelerato, onde per cui Bohr otterrebbe una misura dell'altezza del palazzo maggiore di quella reale.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che un certo modello di insegnamento pretende di insegnare a pensare TUTTI NELLO STESSO MODO. Ovviamente ciò non è insensato, anzi è quanto più di logico possibile: se in letteratura si trova che il metodo X è il modo migliore per fare una misura dell'oggetto Z con uno strumento Y in condizioni ambientali K (perché tante e tante volte è stato verificato che è così), giustamente è doveroso insegnare a tutti che in presenza di Z, Y, K, conviene fare X: si otterrà una misura più precisa e spendendo meno tempo e denaro. Però tra insegnare che conviene e che bisogna c'è una bella differenza.

Un ingegnere laureato con 110 e lode che fosse nella dimensione del bisogna piuttosto che in quella del conviene sarebbe probabilmente un bravissimo implementatore di progetti altrui, ma un pessimo creatore di nuove soluzioni a vecchi problemi. Il fatto che ad oggi nessuno abbia trovato una soluzione migliore non esclude mai che qualcuno domani possa trovarla. Se però si parte dal presupposto che il metodo X è il migliore perché è scritto sui libri sacri...

Bohr non ne poteva più di una scuola e di professori che tentavano di insegnargli a pensare. Pensare in un unico modo, appunto, il loro.

La morale? Può essercene più di una... per esempio: chi è rigido può facilmente scambiare la creatività per mancanza di rispetto e persino l'intelligenza per stupidità.

venerdì 10 settembre 2010

Il vecchio saggio

4 : commenti
Avrete già letta in tanti questa piccola storia, a me l'ha girata stamattina una persona molto cara. Non poteva non colpirmi la differenza di età tra l'anziano e la moglie: 22! Ma potevano essere anche 20, non è quello: la pubblico perché è una bella parabola sul miglior modo di affrontare la vita.
Un uomo di 92 anni, piccolo, molto fiero, vestito e ben rasato, una mattina alle 8.00, con i suoi capelli perfettamente pettinati, trasloca in una casa per persone anziane. Sua moglie di 70 anni è recentemente deceduta, cosa che lo obbliga a lasciare la sua casa. Dopo parecchie ore di attesa nella hall della casa per anziani, ci sorride gentilmente quando gli diciamo che la sua camera è pronta. Mentre si reca fino all’ascensore con il suo deambulatore, gli faccio una descrizione della sua piccola camera, includendo il drappo sospeso alla sua finestra come tenda. “Mi piace molto”, dice con l’entusiasmo di un ragazzino di 8 anni che ha appena ricevuto un nuovo cucciolo. “Signor Vito, lei non ha ancora visto la camera, aspetti un attimo. ” “Questo non c’entra niente”, dice. “La felicità è qualcosa che scelgo a priori. Che mi piaccia la mia camera o no, non dipende dai mobili o dalle decorazioni, dipende piuttosto dal modo in cui la percepisco. Nella mia testa è già deciso che la mia camera mi piace. E’ una decisione che prendo ogni mattina al mio risveglio.” “Posso scegliere, posso passare la giornata a letto contando le difficoltà che ho con le parti del mio corpo che non funzionano, oppure alzarmi e ringraziare il cielo per quelle che funzionano ancora.” “Ogni giorno è un regalo e finché potrò aprire i miei occhi, focalizzerò sul nuovo giorno e su tutti i ricordi felici che ho raccolto durante tutta la mia vita.” “La vecchiaia è come un conto in banca. Prelevi da ciò che hai accumulato.”
Nella presentazione powerpoint che mi è arrivata la storia era seguita da questa appendice...
Perciò, il mio consiglio per voi, sarebbe di depositare molta felicità nel vostro conto in banca dei ricordi. Grazie di aver partecipato a riempire il mio conto in banca, dove continuo a depositare. Ricordate queste semplici regole per essere felici:

  1. Liberate il vostro cuore dall’odio
  2. Liberate la vostra testa dalle preoccupazioni
  3. Vivete con semplicità
  4. Date di più
  5. Aspettatevi di meno
  6. Siate grati
Verissimo!

Apri la tua finestra

5 : commenti
Un piccolo racconto trovato in rete, dedicato a tutti quei pesciolini che si sentono morire di sete, in mezzo al mare...
Un uomo aveva sempre il cielo dell'anima coperto di nere nubi. Era incapace di credere alla bontà. Soprattutto non credeva alla bontà e all'amore di Dio. Un giorno mentre errava sulle colline che attorniavano il suo villaggio, sempre tormentato dai suoi scuri dubbi, incontrò un pastore. Il pastore era un brav'uomo dagli occhi limpidi. Si accorse che lo sconosciuto aveva l'aria particolarmente disperata e gli chiese: "Che cosa ti turba tanto, amico?". "Mi sento immensamente solo". "Anch'io sono solo, eppure non sono triste". "Forse perché Dio ti fa compagnia..." "Hai indovinato". "Io invece non ho la compagnia di Dio. Non riesco a credere al suo amore. Com'è possibile che ami gli uomini uno per uno? Com'è possibile che ami me?". "Vedi laggiù quel villaggio?", gli chiese il pastore, "Vedi le finestre di ogni casa?". "Vedo tutto questo". "Allora non devi disperare. Il sole è uno solo, ma ogni finestra della città, anche la più piccola e la più nascosta, ogni giorno viene baciata dal sole, nell'arco della giornata. Forse tu disperi perché tieni chiusa la tua finestra".

lunedì 30 agosto 2010

La Fonte di ogni felicità

0 : commenti
A maggio avevo scritto un post sul sapersi accontentare (qui). Avevo parlato saggiamente, ma ahimè, durante l'estate non mi sono comportato in accordo a quelle parole e l'ho fatto, ripetutamente, proprio di fronte all'ultima persona al mondo con cui avrei voluto commettere tale errore. Evidentemente quel post era frutto di una comprensione razionale, ma non profondamente interiorizzata.
Mi è arrivata allora una di quelle lezioni che si incidono nella coscienza come acido nella carne: a fondo. E ho imparato. Non mi lamenterò mai più di non potere stare abbastanza con una persona o avere poco di qualcosa che mi rende felice. Perché ora so che può arrivare il giorno in cui rimpiangerò quel "poco" che ora sarebbe tanto, e mi pentirò di non esserne stato grato come avrei dovuto. Perché non ci si accontenta? Perché proprio quando qualcuno o qualcosa ci rende felici, tendiamo a scivolare, spesso senza avvedercene, nell'errore di credere che la nostra felicità dipenda dalla presenza di quel qualcuno o qualcosa; dimenticando che l'unica vera felicità, forte e stabile, è quella data dal percepire la presenza attorno a noi della Divinità e tornare a compenetrarci in Essa. C'è di bello inoltre che era da almeno cinque anni che non mi sentivo in cambiamento come mi sta succedendo ora, e a una tale velocità. E soprattutto che sento riaprirsi in me una finestrella che si affaccia su Dio. Perché se è vero che ho scritto un libro proprio attorno a una frase che recita "nessuno ha il potere di renderci felici o infelici: siamo noi stessi i soli responsabili della nostra felicità", mi avvedo ora che la nostra responsabilità sta in primis nel discernere l'unica e autentica Fonte di ogni felicità possibile. Concludo con una parabola Sufi di Shaikh Muhammad Nazim al-Haqqani, molto in tema. Una volta c’era un cavaliere. Mentre camminava trai suoi giardini, in compagnia del suo servitore vide un cocomero cresciuto nella sua vigna. Lo tagliò e ne assaggiò un pezzetto: trovando il primo pezzo amaro, lo sputò e lasciò il resto al suo servitore che ne disponesse come voleva. Ma invece di gettarlo via, lo mangiò tutto. Il cavaliere, stupito disse: “Come hai potuto mangiarlo, non era amaro?” Ora dalla risposta del servitore avrebbe ricavato una buona lezione: “Oh maestro mio, così tante volte ho mangiato le cose buone elargite dalle vostre mani generose, se una volta mi avete dato qualcosa d’amaro mi sono vergognato di buttarla via. Perciò l’ho mangiata.” Le parole di quel servitore contengono una lezione che può esser sufficiente per tutto il corso delle nostre vite, e servire come base per stabilire una relazione adeguata tra noi e il nostro Signore.

venerdì 22 gennaio 2010

Il sant'uomo e i cucchiai

2 : commenti
Un sant'uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese: "Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l'Inferno".
Dio condusse il sant'uomo verso due porte. Ne aprì una e gli permise di guardare all'interno. C'era una grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant'uomo sentì l'acquolina in bocca.
Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall'aspetto livido e malato. Avevano tutti l'aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po', ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca. Il sant'uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. Dio disse: "Hai appena visto l'Inferno".
Dio e l'uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l'aprì. La scena che l'uomo vide era identica alla precedente. C'era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l'acquolina. Le persone intorno alla tavola avevano anch'esse i cucchiai dai lunghi manici. Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra di loro sorridendo. Il sant'uomo disse a Dio: "Non capisco!"
"È semplice", rispose Dio, "essi hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri! I primi, invece, non pensano che a loro stessi".
Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura. La differenza la portiamo dentro di noi!!!

Conoscevo già questa paraboletta. Divertitevi a confrontarla con le varianti in cui, al posto di cucchiai e sant'uomo, ci sono le bacchette e un samurai oppure le posate e un contadino. Chissà la versione originale quale è! Mi è stata inoltrata oggi via posta elettronica con l'ennesima "catena". Resto in attesa di nuove mutazioni...

domenica 13 settembre 2009

Nulla che non sia vero

0 : commenti
Un giorno, un non vedente era seduto sul gradino di un marciapiede con un cappello ai suoi piedi e un pezzo di cartone con su scritto: 'Sono cieco, aiutatemi per favore'. Un signore che passava di lì si fermò e notò che vi erano solo alcuni centesimi nel cappello. Si chinò e versò della moneta, poi senza chiedere il permesso al cieco, prese il cartone, lo girò e vi scrisse sopra un'altra frase. Al pomeriggio, quello stesso signore ripassò dal cieco e notò che il suo cappello era pieno di monete e di banconote. Il non vedente riconobbe il passo dell'uomo e gli domandò se era stato lui che aveva scritto sul suo pezzo di cartone e soprattutto che cosa vi avesse annotato. Il signore rispose: «Nulla che non sia vero, ho solamente riscritto la tua frase in un altro modo». Sorrise e se ne andò. Il non vedente non seppe mai che sul suo pezzo di cartone vi era scritto: 'Oggi è primavera e io non posso vederla'. Morale: cambia la tua strategia quando le cose non vanno molto bene e vedrai che poi andrà meglio. Questa "paraboletta" è arrivata fino a me tramite la classica "catena": ho preferito inserirla qui piuttosto che inoltrarla via mail in modo "virale"!

giovedì 30 luglio 2009

Cuciture

5 : commenti
Un sarto ebreo ricevette da un nobile della sua città l'incarico di cucire un raro capo di vestiario con un tessuto prezioso acquistato a Parigi. il nobile raccomandò al sarto di realizzare un capolavoro. Il sarto sorrise e rispose che non c'era bisogno di incitamenti perché lui era il migliore della regione. Terminata l'opera portò il vestito dall'illustre cliente, ma ne ricevette in cambio solo ingiurie e accuse di aver rovinato il tessuto. Il sarto frastornato e avvilito andò a chiedere consiglio da reb Yeralimiel che gli disse pressappoco così: "Disfa tutte le cuciture del vestito e poi ricucile esattamente negli stessi punti di prima. Poi riportaglielo". Il sarto seguì lo strano consiglio e riportò il vestito al nobile. Con sua sorpresa il signore fu entusiasta del lavoro e aggiunse anche un premio al salario.
Reb Yeralimiel gli spiegò poi: "La prima volta tu avevi cucito con arroganza e l'arroganza non ha grazia. Perciò sei stato respinto. La seconda volta hai cucito con umiltà e il vestito ha acquistato valore". È decisiva l'intenzione, più della perizia, l'ispirazione più della maestria, anche negli umili lavori. [...] La sola abilità tecnica è sterile, vana. Per chi è abituato a considerare solo il prodotto finito e non il modo con cui lo si lavora, per chi giudica l'opera e non l'intenzione, questo racconto è invano.

domenica 10 maggio 2009

Altro che "Ah sì!"

2 : commenti
Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita. Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta. La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l'uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin. I genitori furibondi andarono dal maestro. "Ah sì?" disse lui come tutta risposta. Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo. Dopo un anno la ragazza madre non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce. La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino. Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quello che disse fu: "Ah sì?".



Cito questa storia zen spesso: mi serve a spiegare che ho imparato a non curarmi di quel che gli altri pensano di me. Ed è vero, ma ora so di riuscirci solo entro certi limiti. Perché quando ti viene attribuito qualcosa che non appartiene alla tua vita, alla tua coscienza, ai tuoi valori, allora vedi bene che il "saggio zen" e le persona comuni come me hanno diversi limiti di sopportazione: questa lezione m'è arrivata addosso violentemente tra ieri ed oggi. Tanto più che se sono "rimproverato" di qualcosa che ho effettivamente commesso, seppure la situazione possa essere spiacevole riesco a gestirla e ad esserne responsabile, e se devo pagare giustamente pago. Ma se vengo "accusato" di qualcosa di cui sono innocente, quanto più ne sono del tutto estraneo, quanto più l'accusa è grossa e infondata, tanto più "vado nel pallone". Mutatis mutandis, non ero mai stato diffamato in modo paragonabile a quanto accaduto al saggio della storia zen e la mia prima reazione è stata quella di reagire con sdegno e cercare di far venire subito la verità a galla. E questo non sempre è bene. Vorrei avere l'imperturbabilità del saggio zen, ma non ce l'ho.
Funzionasse davvero la bocca della verità (nella foto) di Santa Maria in Cosmedin a Roma... altro che "Ah sì!" del saggio zen.

domenica 5 aprile 2009

Siate affamati, siate folli

3 : commenti
Steve Jobs
discorso all'Università di Stanford (12/06/2005)

Voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie. La prima storia è su una cosa che io chiamo 'unire i puntini' di una vita. Quand'ero ragazzo, ho abbandonato l'università, il Reed College, dopo il primo semestre. Ho continuato a seguire alcuni corsi informalmente per un altro anno e mezzo, poi me ne sono andato del tutto. Perché l'ho fatto? è iniziato tutto prima che nascessi. La mia mamma biologica era una giovane studentessa universitaria non sposata e quando rimase incinta decise di darmi in adozione. Voleva assolutamente che io fossi adottato da una coppia di laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare sin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però, quando arrivai io, questa coppia - all'ultimo minuto - disse che voleva adottare una femmina. Così, quelli che poi sarebbero diventati i miei genitori adottivi, e che erano al secondo posto nella lista d'attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: "C'è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete?". Loro risposero: "Certamente!". Più tardi la mia mamma biologica scoprì che questa coppia non era laureata: la donna non aveva mai finito il college e l'uomo non si era nemmeno diplomato al liceo. Allora la mia mamma biologica si rifiutò di firmare le ultime carte per l'adozione. Poi accettò di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college. Questo è stato l'inizio della mia vita. Così, come stabilito, parecchi anni dopo, nel 1972, andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno troppo costoso, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l'ammissione e i corsi. Dopo sei mesi non riuscivo a trovarci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta una vita. Così decisi di mollare e di avere fiducia, che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Era molto difficile all'epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso in vita mia. Nel momento in cui abbandonai il college, smisi di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a entrare nelle classi che trovavo più interessanti. Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca-Cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e potermi comprare da mangiare. Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio degli Hare Krishna: l'unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo. Vi faccio subito un esempio. Il Reed College all'epoca offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del Paese. In tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai i caratteri con e senza le 'grazie', capii la differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, compresi che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era bello, ma anche artistico, storico, e io ne fui assolutamente affascinato. Nessuna di queste cose, però, aveva alcuna speranza di trovare un'applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo per il Mac. è stato il primo computer dotato di capacità tipografiche evolute. Se non avessi lasciato i corsi ufficiali e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i personal computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente, all'epoca in cui ero al college era impossibile per me 'unire i puntini' guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all'indietro. Insomma, non è possibile 'unire i puntini' guardando avanti; si può unirli solo dopo, guardandoci all'indietro. Così, bisogna aver sempre fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Bisogna credere in qualcosa: il nostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Perché credere che alla fine i puntini si uniranno ci darà la fiducia necessaria per seguire il nostro cuore anche quando questo ci porterà lontano dalle strade più sicure e scontate, e farà la differenza nella nostra vita. Questo approccio non mi ha mai lasciato a piedi e, invece, ha sempre fatto la differenza nella mia vita. La mia seconda storia è a proposito dell'amore e della perdita Io sono stato fortunato: ho scoperto molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Steve Wozniak e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in dieci anni Apple è diventata - da quell'aziendina con due ragazzi in un garage che era all'inizio - una compagnia da 2 miliardi di dollari con oltre 4 mila dipendenti. Nel 1985 - io avevo appena compiuto 30 anni e da pochi mesi avevamo realizzato la nostra migliore creazione, il Macintosh - sono stato licenziato. Come si fa a venir licenziati dall'azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta, avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l'azienda insieme a me, e per il primo anno le cose erano andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il consiglio di amministrazione si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era saltato e io ero completamente devastato. Per alcuni mesi non ho saputo davvero cosa fare. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me; come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l'ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L'evolvere degli eventi con Apple non aveva cambiato di un bit questa cosa. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo. Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti, consentendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita. Durante i cinque anni successivi fondai un'azienda chiamata NeXT e poi un'altra chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, 'Toy Story', e adesso è lo studio di animazione di maggior successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono tornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell'attuale rinascimento di Apple. Mia moglie Laurene e io abbiamo una splendida famiglia. Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. è stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente. Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non bisogna perdere la fede, però. Sono convinto che l'unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l'amore per quello che ho fatto. Bisogna trovare quel che amiamo. E questo vale sia per il nostro lavoro che per i nostri affetti. Il nostro lavoro riempirà una buona parte della nostra vita, e l'unico modo per essere realmente soddisfatti è di fare quello che riteniamo essere un buon lavoro. E l'unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che facciamo. Chi ancora non l'ha trovato, deve continuare a cercare. Non accontentarsi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie d'amore, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, bisogna continuare a cercare sino a che non lo si è trovato. Senza accontentarsi. La terza storia è a proposito della morte. Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: "Se vivrai ogni giorno come se fosse l'ultimo, un giorno avrai sicuramente ragione". Mi colpì molto e da allora, negli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: "Se oggi fosse l'ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?". E ogni qualvolta la risposta è no per troppi giorni di fila, capisco che c'è qualcosa che deve essere cambiato. Ricordarmi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose - tutte le aspettative di eternità, tutto l'orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire - semplicemente svaniscono di fronte all'idea della morte, lasciando solo quello che c'è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che abbiamo sempre qualcosa da perdere. Siamo già nudi. Non c'è ragione, quindi, per non seguire il nostro cuore. Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la Tac alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Prima non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile, che sarei morto entro i prossimi tre, al massimo sei mesi. Quindi sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi di poter dire loro in dieci anni. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi addio. Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell'analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini, per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie - che era là - mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l'intervento chirurgico e adesso, per fortuna, sto bene. Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche l'unica per qualche decennio. Essendoci passato attraverso, adesso posso parlarvi con un po' più di cognizione di causa di quando la morte per me era solo un concetto astratto Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso, in realtà non vogliono morire per andarci. Ma la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della vita. è l'agente di cambiamento della vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario. Quando ero un ragazzo, c'era un giornale incredibile che si chiamava 'The Whole Earth Catalog', praticamente una delle bibbie della mia generazione. è stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci aveva messo dentro tutto il suo tocco poetico. è stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fatto con macchine per scrivere, forbici e foto Polaroid. è stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni. Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di 'The Whole Earth Catalog' e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono l'ultimo numero. Era più o meno la metà degli anni Settanta. Nell'ultima pagina di quel numero finale c'era la fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l'autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c'erano le parole: 'Stay Hungry. Stay Foolish', siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish: io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso lo auguro a voi. Stay Hungry. Stay Foolish.
traduzione di Antonio Dini

lunedì 30 marzo 2009

LA DAMA

0 : commenti
E finalmente, Raul, lo vide, il mare. Quelle onde che gorgogliavano, lente. Sbattevano sugli scogli o lasciavano schiuma sulla sabbia. Guardava alla luce di quel cielo limpido che sembrava specchiarsi sull'acqua. Un chiarore acceso, capace di brillare negli occhi e calarsi nelle grotte profonde del cuore. Sentiva l'alba che si stirava all'orizzonte. Dietro di lui, un leggero vocio pareva risvegliare, pian piano, quel bel paesaggio marittimo che era sprofondato nell'oblio della notte. La sabbia rifletteva un luccichio che rimbalzava dall'alto in palpiti vitali su ogni cosa vicina e lontana. E pareva che un nuovo vigore avesse il ritmo di un nuovo sospiro. Raul aveva dormito poco, ma sua madre ancora sonnecchiava in quella modesta stanza nella casa di una parente. Con movimenti quasi felini, era riuscito a vestirsi, saltare, aiutato dalla forza delle braccia, sulla sua carrozzina e uscire. La spiaggia si trovava a pochi metri dal giardino. Ora, con la nuova carrozzina poteva muoversi sulla sabbia. Arrivò fin quasi a toccare lo schiumo so movimento: sentiva, quasi assaporandolo, l'odore salmastro dell'acqua. Lo sapeva ma non l'aveva mai toccata. Si, era stato sempre in piscina. Ma quella gli sembrava un'acqua diversa, ben più viva e più piena di vita. Rimase lì per attimi che non parevano avere tempo, travolto da quell'incantesimo fatto di acqua, di luce, di movimento, qualche lieve rumore e silenzio. Fu una sensazione, la sua, ben diversa da quella che provò quando capi che non avrebbe mai camminato, che non avrebbe potuto correre o giocare come quei ragazzini che facevano un chiasso infernale ai giardini dove sua madre lo accompagnava con la carrozzina. Poi, cominciarono quelle domande, quei "perché?", a cui nessuno però sapeva o poteva rispondere. (perché il destino è così stronzo con me?) Pensava. (...non posso credere che la mia vita sia stata già decisa da qualcuno...) L'acqua dondolava e le poche nuvole candide parevano seguirle in una specie di danza. Gli sembrava di essere in un paesaggio quasi sognante. Solo lo sciabordio dolce e versi di gabbiani e leggeri battiti d'ali alienavano quel silenzio. Laggiù, in quella parte della Sicilia, nel siracusano, egli finalmente poteva finalmente respirare la tanto agognata aria salmastra del mare. Raul immaginava passare, in quel tratto tra l'Isola di Capo Passero e il paese, navi fenicie, greche e romane fino a quelle arabe e normanne. La sua attenzione si spostò su una figura che pareva aggiustare le reti da pesca. I loro sguardi si incontrarono più volte. L'uomo accennò ogni volta un breve sorriso. Teneva contemporaneamente una sigaretta da un lato della bocca mentre lavorava. Raul lo vide poi smettere per tirare fuori uno sgabello pieghevole. Posatoci una damiera, l'uomo posizionò i pezzi bianchi e neri nelle apposite caselle. Pensò un po', poi mosse una pedina bianca. Girò la damiera e pensò. Mosse un pezzo nero. Prima che girasse di nuovo il pezzo di legno, l'uomo diede un'occhiata al giovane che lo guardava e gli fece un ulteriore, benevolo, sorriso. Poi continuò il suo gioco. Raul voleva andarsene, quell'uomo gli dava un senso di disagio. Eppure c'era qualcosa in lui che lo attirava. Era disabile e lo sapeva. Avvertiva in molti un senso di pietosa compassione che lui odiava. O di finto disinteresse. O alla peggio, un sarcasmo che molti hanno verso i propri simili. (Ma lui non ha nulla del genere nei suoi occhi .. .) Pensò. "Ciao..." Fece ad un certo punto l'uomo rivolto al giovane. "Ciao..." Rispose un po' tremolante Raul. "...Sai giocare a dama? " Gli chiese l'uomo accendendosi l'ennesima sigaretta. "Un po'..." "Vuoi provare? " Raul era indeciso. Poi d'improvviso senti un impulso a dire: "Ok..." Dopo un paio di partite, Raul sfiduciato, disse: "Non ce la faccio, sei troppo bravo... Non vincerò mai... L'uomo tentennò il capo. Si accese una sigaretta. Lo guardò fisso negli occhi e fece: "Eeeeeeeeeeeh... se non giochi, non impari. Invece, se vuoi, poi potrai battere moli altri. Te lo dice Gaetano!" Raul ebbe un lieve sussulto. Sapeva che quel nome derivava dal santo del luogo. (C'è anche una chiesa dedicata a San Gaetano...) Furono distratti da urla. "Raul? Cosa ci fai qui?" "Niente mamma..." Replicò Raul cercando di tranquillizzare la donna che aveva il fiatone: tanto era tesa ed ansiosa per non averlo visto in camera. "Volevo solo vedere il mare..." "Mi hai fatto spaventare potevi chiamarmi, no? " Fece la donna guardando lo con occhi severi ma con aria tenera. "E dove volevi che andassi? Volevo fare da solo..." Rispose il giovane nervoso. Ora la donna guardò, interrogativa l'uomo accanto al figlio. Vide la damiera e posò lo sguardo di nuovo sul figlio. "Mi sta insegnando a giocare!" Spiegò con tono orgoglioso Raul. Così, nei giorni seguenti Raul tornò li sotto l'ombrellone. Sua madre stava li vicino oppure si assentava per compere. Ma non stava via a lungo. Aveva dedicato l'intera vita al figlio. Cosi delicato, così pieno di bisogni, eppure cosi caparbio. Sulla riva di quel paese nel lontano sud ovest siciliano, tra lo Ionio e il Mediterraneo, quel paese che è stato, fin dall'antichità, crocevia di civiltà e cultura tra due meravigliose isolette. Passando ore insieme al pescatore che con molta pazienza gli spiegava come muovere le pedine, varie strategie e trucchetti. Il tempo delle vacanze era terminato e Raul doveva rientrare a casa. Il giovane scoppiò in un pianto convulso, quando, prima che partisse, Gaetano, davanti a sua moglie ed alla madre del giovane, gli regalò un libro sulla dama. "Spero ti sia utile..." Gli disse l'uomo visibilmente commosso. Egli non aveva figli. E vedeva in quel ragazzo un suo ipotetico figlio. In quei giorni gli si era affezionato come con nessun'altra persona avesse fatto in tutta la sua vita. Si abbracciarono davanti alle due donne. stettero così lunghi istanti. I loro erano occhi che non potevano trattenere lacrime. Salito sul treno per Catania, dove avrebbe preso l'aereo, Gaetano restò lì attimi interi a guardare la fila di carrozze che si allontanava. Tornato in Umbria, al suo paese, Raul lesse il libro sulla dama più volte, comprò una damiera con le caselle numerate. Cercò di imparare a memoria i numeri e le posizioni delle rispettive caselle. Si allenò con un computer. Infine, si iscrisse alla federazione della dama italiana. Caso volle che una delle più forti squadre d'Italia avesse sede proprio vicino casa sua e lui non lo sapeva. (Ma tu guarda il destino...) Pensò mentre cominciò a credere che qualcosa di simile esistesse. Quasi ogni sera giocò tramite internet anche con Gaetano con un software adattato allo scopo. L'uomo era molto soddisfatto del giovane "allievo". Lo faceva anche sentire un po' orgoglioso e utile. E dimostrava anche una incredibile, quanto rara, pazienza. Gli dava consigli: "non quella", "muovi questa". E gli spiegava perché. E poi: "cambio", "esci", "entra". Ogni tanto Raul si scoraggiava. E Gaetano lo faceva ridere e nello stesso tempo gli dava coraggio con un "Eeeeeeeeeeeeeeeeh" così strano e semplice perché aveva il potere di inserirsi nel suo animo. Dopo settimane di prove con gli altri soci del locale circolo, egli cominciò a partecipare ed a vincere gare e tornei. Il suo animo era ora diverso. Non si abbatteva più, era vivo, combattivo e frizzante. Aveva trovato uno scopo nella vita. Ora si trovava in una sua dimensione. Un mondo dove poteva essere apprezzato ed ammirato. Gaetano era li, accanto alla madre di Raul, visibilmente commossa, quel giorno quando al giovane venne consegnato il trofeo simboleggiante il titolo di campione in un importante torneo di dama. In quella bella ed elegante sala, l'uomo senti gli occhi umidi. Dietro la dura scorza da marinaio batteva una rivalsa. La strada percorsa da Raul ed i suoi traguardi, erano per lui un piccolo riscatto di un'intera vita. La lunga esistenza di un lupo di mare che vede così concretizzarsi le infinite giornate passate sui pescherecci. Gli sguardi di Gaetano e Raul si fissarono a lungo. Essi sorrisero. Fra gli applausi, al giovane parve scorgere dalle labbra dell'amico il suo ormai noto "Eeeeeeeeeeeeeeh".

Racconto tratto da Dove il vento insegna a volare di Luciano Pellegrini (Associazione ALEA)

venerdì 28 novembre 2008

A Cesare Tiberio...

4 : commenti
Ho ritrovato questo brano inoltratami qualche anno fa via mail, senza fonte ovviamente. Mi piace come è sviluppato, mi piace come ne emerge la resa di una mente onesta di fronte alla forza della fede e del divino. Non vi svelo il finale! :-)
A Cesare Tiberio, appare in Galilea un uomo giovane che, in nome di Dio che lo ha inviato, predica umilmente una nuova legge. Dapprima credetti che sua intenzione fosse di sollevare il popolo contro i Romani. Ma presto i mie sospetti si cancellarono. Gesù di Nazareth parla meglio come amico dei Romani che non dei Giudei. Un certo giorno osservai, tra un gruppo di persone, un uomo giovane che, appoggiato al tronco di un albero, parlava tranquillamente alla moltitudine che lo circondava. Mi si disse che era Gesù. Questo potevo supporlo facilmente per la grande differenza che esisteva tra lui e quelli che lo ascoltavano. La capigliatura rossa e la barba conferivano al suo aspetto un insieme celestiale. Sembrava avesse circa 30 anni. Non avevo mai visto una faccia più amabile e simpatica. Che grande differenza c'era tra lui, con la sua carnagione chiara e quelli che lo ascoltavano con le loro barbe nere! Siccome non desideravo molestarlo con la mia presenza, proseguii il cammino, comandando tuttavia al mio segretario che si unisse al gruppo ed ascoltasse. Più tardi il mio segretario mi informò che non aveva letto mai nelle opere dei filosofi nulla che potesse paragonarsi agli insegnamenti di Gesù. Mi informò che Gesù non era un seduttore, né un agitatore. Per questo decidemmo di proteggerlo. Era libero di agire, di parlare e di riunire il popolo. Questa libertà illimitata provocava i Giudei, li indignava e li irritava; ma non i poveri, solo i ricchi e i potenti. Più tardi scrissi una lettera a Gesù e gli chiesi un colloquio al Pretorio. Si affrettò. Quando il Nazareno apparve, io stavo facendo la mia passeggiata mattutina e nel guardarlo i miei piedi sembravano legati con cinghie di ferro al pavimento di marmo, mentre io tremavo con tutto il corpo come un essere colpevole, mentre lui rimaneva tranquillo. Senza muovermi ammirai per alcuni istanti quest'uomo eccezionale. Non c'era nulla nel suo aspetto che fosse repulsivo, anzi in sua presenza sentii un profondo rispetto. Gli dissi che lui e la sua personalità erano come circondati da una semplicità contagiosa che lo ponevano in cima ai filosofi e ai maestri del suo tempo. A me e agli altri causava una profonda impressione dovuta alla sua amabilità, semplicità, umiltà e amore. Questi sono, nobile signore, i fatti che si riferiscono a Gesù di Nazareth. E mi sono preso tempo per informarti dei dettagli minori di questo tema. Credo che un uomo che sa trasformare l'acqua in vino, che cura gli infermi, che resuscita i morti, che calma il mare burrascoso, non è colpevole di un atto criminale. Come altri hanno detto dobbiamo ammettere che egli sia realmente il figlio di Dio.
Il tuo obbediente servitore, Ponzio Pilato

mercoledì 26 novembre 2008

L'essenziale è invisibile agli occhi

8 : commenti
Dal libro che ha fatto passare alla storia Antoine de Saint-Exupéry, il capitolo che mi ha sempre incantato di più: l'incontro del piccolo principe con la volpe. In quel momento apparve la volpe.
« Buon giorno », disse la volpe. « Buon giorno », rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno. « Sono qui », disse la voce, «sotto al melo... »
« Chi sei? » domandò il piccolo principe, «sei molto carino... » « Sono una volpe », disse la volpe. « Vieni a giocare con me », le propose il piccolo principe, « sono così triste... » « Non posso giocare con te », disse la volpe, « non sono addomesticata ». « Ah! scusa », fece il piccolo principe. Ma dopo un momento di riflessione soggiunse: « Che cosa vuol dire "addomesticare"?» « Non sei di queste parti, tu », disse la volpe, « che cosa cerchi? » « Cerco gli uomini », disse il piccolo principe. « Che cosa vuol dire "addomesticare"? » « Gli uomini », disse la volpe, « hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline? » « No », disse il piccolo principe. « Cerco degli amici. Che cosa vuol dire "addomesticare"? » « È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire "creare dei legami"... » « Creare dei legami? » « Certo », disse la volpe. « Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini e non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. lo non sono per te che una volpe uguale a cento mila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo ». « Comincio a capire », disse il piccolo principe. « C'è un fiore... credo che mi abbia addomesticato... » « È possibile », disse la volpe. « Capita di tutto sulla Terra... » « Oh! Non è sulla Terra », disse il piccolo principe. La volpe sembrò perplessa: « Su un altro pianeta? » « Si ». « Ci sono dei cacciatori su questo pianeta? » « No ». « Questo mi interessa! E delle galline? » « No ». « Non c'è niente di perfetto », sospirò la volpe. Ma la volpe ritornò alla sua idea: « La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? lo non mangio il pane e il grano per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano... » La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: « Per favore... addomesticami », disse . « Volentieri », rispose il piccolo principe, « ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose ». « Non si conoscono che le cose che si addomesticano », disse la volpe. « Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami! » « Che bisogna fare? », domandò il piccolo principe. « Bisogna essere molto pazienti », rispose la volpe. « In principio tu ti sederai un po' lontano da me, cosi, nell'erba. lo ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino... » Il piccolo principe ritornò l'indomani. « Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora », disse la volpe. «Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti ». « Che cos'è un rito?» disse il piccolo principe. « Anche questa è una cosa da tempo dimenticata », disse la volpe.« È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! lo mi spingo fino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza ». Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E quando l'ora della partenza fu vicina: « Ah! » disse la volpe, « ...piangerò ». « La colpa è tua », disse il piccolo principe, « io non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi... » « È vero », disse la volpe. « Ma piangerai! » disse il piccolo principe. « È certo », disse la volpe. « Ma allora che ci guadagni? » « Ci guadagno », disse la volpe, «il colore del grano '» Poi soggiunse: « Va' a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. « Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto ». Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose. « Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente », disse. «Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo ». E le rose erano a disagio. « Voi siete belle, ma siete vuote », disse ancora. «Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa ». E ritornò dalla volpe. « Addio », disse. « Addio », disse la volpe. « Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi ». « L'essenziale è invisibile agli occhi », ripeté il piccolo principe, per ricordarselo. « È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa cosi importante ». « È il tempo che ho perduto per la mia rosa ... » sussurrò il piccolo principe per ricordarselo. « Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa... » « lo sono responsabile della mia rosa... » ripeté il piccolo principe per ricordarselo.
P.S. Quando mi limito a pubblicare brani letterari o file musicali senza tante chiose di miei pensieri attorno, significa che ho avuto troppe cose da fare nella vita reale e poco tempo per specchiarmi allo schermo del computer a scrivere; oppure che le parole o la musica che ho semplicemente "quotato" su Ventidue passi d'amore e dintorni sono talmente belle ed eloquenti da non voler aggiungere nulla. Per questo brano de Il piccolo principe sono assolutamente vere entrambe le circostanze! :-)

domenica 23 novembre 2008

La volontà di Billy McLaughin

3 : commenti
Fino a ieri di Billy McLaughlin sapevo che era un chitarrista americano, grande interprete dello stile tapping, sul genere del compianto Michael Hedges. Nulla di più. Stamattina, cercando qualche sua esibizione registrata su YouTube ho scoperto la sua incredibile storia. Dopo oltre 20 anni di carriera di musicista e compositore, con concerti eseguiti in ogni parte del mondo, nel 1999 iniziò ad avere problemi di coordinazione alla mano sinistra (quella principale per i chitarristi) sempre più accentuati, fino a perderne quasi del tutto la mobilità. Nel 2001, i medici gli diagnosticarono la distonia focale, una malattia neurologica incurabile che impedisce al cervello di comandare gli arti e le varie parti del corpo. La sua carriera di musicista era finita. Ma Billy non si è scoraggiato. "Salve, distonia focale, benvenuta nella mia vita," si è detto e poiché era ancora capace di utilizzare al 100% la mano destra, per quattro anni si è totalmente dedicato a imparare a suonare ex novo il suo strumento e la sua musica da mancino, nota dopo nota; allo stesso tempo ha rieducato con determinazione la sinistra in modo che potesse accompagnare sulle corde dei bassi le melodie costruite dalla destra. Dal 2006 Billy McLaughlin è tornato a calcare i palchi e a incidere dischi. Il video che propongo qui di seguito riguarda proprio la sua seconda vita musicale! APPROFONDIMENTI Qui il video (in inglese) che ho utilizzato come fonte principale per ricostruire la vicenda di Billy McLaughlin. Qui la pagina dedicata su Wikipedia a questo grande musicista e ancor più grande uomo. Qui un altro bel video, però di prima della malattia, quando suonava con la mano sinistra. P.S. Vedere e ascoltare questo video pensando alla volontà e al coraggio che stanno dietro alla performance mi ha commosso fino alle lacrime. Billy, giustamente ha detto che per lui suonare ancora è un miracolo e che si considera molto fortunato.
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