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venerdì 23 gennaio 2009

Israele parli anche con Hamas

9 : commenti
di DAVID GROSSMAN

Come le volpi del racconto biblico di Sansone, legate per la coda a un'unica torcia in fiamme, così noi e i palestinesi ci trasciniamo l'un l'altro, malgrado la disparità delle nostre forze. E anche quando tentiamo di staccarci non facciamo che attizzare il fuoco di chi è legato a noi - il nostro doppio, la nostra tragedia - e il fuoco che brucia noi stessi. Per questo, in mezzo all'esaltazione nazionalista che travolge oggi Israele, non guasterebbe ricordare che anche quest'ultima operazione a Gaza, in fin dei conti, non è che una tappa lungo un cammino di violenza e di odio in cui talvolta si vince e talaltra si perde ma che, in ultimo, ci condurrà alla rovina.
Assieme al senso di soddisfazione per il riscatto dello smacco subito da Israele nella seconda guerra del Libano faremmo meglio ad ascoltare la voce che ci dice che il successo di Tsahal su Hamas non è la prova decisiva che lo Stato ebraico ha avuto ragione a scatenare una simile offensiva militare, e di certo non giustifica il modo in cui ha agito nel corso di questa offensiva. Tale successo prova unicamente che Israele è molto più forte di Hamas e che, all'occasione, può mostrarsi, a modo suo, inflessibile e brutale.
Allo stesso modo il successo dell'operazione non ha risolto le cause che l'hanno scatenata. Israele tiene ancora sotto controllo la maggior parte del territorio palestinese e non si dichiara pronto a rinunciare all'occupazione e alle colonie. Hamas continua a rifiutare di riconoscere l'esistenza dello Stato ebraico e, così facendo, ostacola una reale possibilità di dialogo. L'offensiva di Gaza non ha permesso di compiere nessun passo verso un vero superamento di questi ostacoli. Al contrario: i morti e la devastazione causati da Israele ci garantiscono che un'altra generazione di palestinesi crescerà nell'odio e nella sete di vendetta. Il fanatismo di Hamas, responsabile di aver valutato male il rapporto di forza con Tsahal, sarà esacerbato dalla sconfitta, intaserà i canali del dialogo e comprometterà la sua capacità di servire i veri interessi palestinesi. Ma quando l'operazione sarà conclusa e le dimensioni della tragedia saranno sotto gli occhi di tutti (al punto che, forse, per un breve istante, anche i sofisticati meccanismi di autogiustificazione e di rimozione in atto oggi in Israele verranno accantonati), allora anche la coscienza israeliana apprenderà una lezione. Forse capiremo finalmente che nel nostro comportamento c'è qualcosa di profondamente sbagliato, di immorale, di poco saggio, che rinfocola la fiamma che, di volta in volta, ci consuma. È naturale che i palestinesi non possano essere sollevati dalla responsabilità dei loro errori, dei loro crimini. Un atteggiamento simile da parte nostra sottintenderebbe un disprezzo e un senso di superiorità nei loro confronti, come se non fossero adulti coscienti delle proprie azioni e dei propri sbagli. È indubbio che la popolazione di Gaza sia stata "strozzata" da Israele ma aveva a sua disposizione molte vie per protestare e manifestare il suo disagio oltre a quella di lanciare migliaia di razzi su civili innocenti. Questo non va dimenticato. Non possiamo perdonare i palestinesi, trattarli con clemenza come se fosse logico che, nei momenti di difficoltà, il loro unico modo di reagire, quasi automatico, sia il ricorso alla violenza. Ma anche quando i palestinesi si comportano con cieca aggressività - con attentati suicidi e lanci di Qassam - Israele rimane molto più forte di loro e ha ancora la possibilità di influenzare enormemente il livello di violenza nella regione, di minimizzarlo, di cercare di annullarlo. La recente offensiva non mostra però che qualcuno dei nostri vertici politici abbia consapevolmente, e responsabilmente, afferrato questo punto critico. Arriverà il giorno in cui cercheremo di curare le ferite che abbiamo procurato oggi. Ma quel giorno arriverà davvero se non capiremo che la forza militare non può essere lo strumento con cui spianare la nostra strada dinanzi al popolo arabo? Arriverà se non assimileremo il significato della responsabilità che gli articolati legami e i rapporti che avevamo in passato, e che avremo in futuro, con i palestinesi della Cisgiordania, della striscia di Gaza, della Galilea, ci impongono? Quando il variopinto fumo dei proclami di vittoria dei politici si dissolverà, quando finalmente comprenderemo il divario tra i risultati ottenuti e ciò che ci serve veramente per condurre un'esistenza normale in questa regione, quando ammetteremo che un intero Stato si è smaniosamente autoipnotizzato perché aveva un estremo bisogno di credere che Gaza avrebbe curato la ferita del Libano, forse pareggeremo i conti con chi, di volta in volta, incita l'opinione pubblica israeliana all'arroganza e al compiacimento nell'uso delle armi. Chi ci insegna, da anni, a disprezzare la fede nella pace, nella speranza di un cambiamento nei rapporti con gli arabi. Chi ci convince che gli arabi capiscono solo il linguaggio della forza ed è quindi quello che dobbiamo usare con loro. E siccome lo abbiamo fatto per così tanti anni, abbiamo dimenticato che ci sono altre lingue che si possono parlare con gli esseri umani, persino con nemici giurati come Hamas. Lingue che noi israeliani conosciamo altrettanto bene di quella parlata dagli aerei da combattimento e dai carri armati. Parlare con i palestinesi. Questa deve essere la conclusione di quest'ultimo round di violenza. Parlare anche con chi non riconosce il nostro diritto di vivere qui. Anziché ignorare Hamas faremmo bene a sfruttare la realtà che si è creata per intavolare subito un dialogo, per raggiungere un accordo con tutto il popolo palestinese. Parlare per capire che la realtà non è soltanto quella dei racconti a tenuta stagna che noi e i palestinesi ripetiamo a noi stessi da generazioni. Racconti nei quali siamo imprigionati e di cui una parte non indifferente è costituita da fantasie, da desideri, da incubi. Parlare per creare, in questa realtà opaca e sorda, un'alternativa, che, nel turbine della guerra, non trova quasi posto né speranza, e neppure chi creda in essa: la possibilità di esprimerci. Parlare come strategia calcolata. Intavolare un dialogo, impuntarsi per mantenerlo, anche a costo di sbattere la testa contro un muro, anche se, sulle prime, questa sembra un'opzione disperata. A lungo andare questa ostinazione potrebbe contribuire alla nostra sicurezza molto più di centinaia di aerei che sganciano bombe sulle città e sui loro abitanti. Parlare con la consapevolezza, nata dalla visione delle recenti immagini, che la distruzione che possiamo procurarci a vicenda, ogni popolo a modo suo, è talmente vasta, corrosiva, insensata, che se dovessimo arrenderci alla sua logica alla fine ne verremmo annientati. Parlare, perché ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia di Gaza ci pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per il quale, se lo guardassimo dall'esterno o se fosse quello di un altro popolo, proveremmo orrore. Capiremmo che la nostra vittoria non è una vera vittoria, che la guerra di Gaza non ha curato la ferita che avevamo disperatamente bisogno di medicare. Al contrario, ha rivelato ancor più i nostri errori di rotta, tragici e ripetuti, e la profondità della trappola in cui siamo imprigionati.

da www.repubblica.it (20/01/09) - traduzione di A. Shomroni

mercoledì 5 novembre 2008

La pag. 69 di Che tu sia per me il coltello

4 : commenti
Il sito di Pagina69 ha pubblicato una nuova sessantanovesima pagina inviata dal sottoscritto, tratta questa volta da Che tu sia per me il coltello di David Grossman, romanzo di cui ho parlato estesamente (a partire da qui) giusto a cavallo tra settembre e ottobre.
Selezionare e inviare ogni tanto una pagina (69) di un libro che ci piace è un impegno minimo e molto piacevole... non riesco a contagiare con questo vizio nessuna e nessuno?
:-)
BIBLIOTECA:

domenica 5 ottobre 2008

In attesa di leggere le Lettere a Milena

3 : commenti
"Cara, dolce, Milena, se la mia parte più oscura ti mandasse una schiera di baci, educati, pronti a disporsi, con giri viziosi, su tutto il tuo corpo, allora il mio io "ragionevole" aprirebbe le mani mostrando che vuol solo distendersi sulla tua anima."

Non ho ancora iniziato a leggere le Lettere a Milena di Kafka - ancora non ho il libro - però i brani che ho iniziato a sbirciare in internet sottolineano l'indiscutibile affinità tra questo epistolario e Che tu sia per me il coltello, il romanzo epistolare di David Grosman (a cui ho già dedicato un 1°, 2°, 3° post). Ovviamente è soltanto una negligenza mia non essermi interessato fin dall'inizio delle ragioni profonde del titolo che Grossman ha dato al proprio libro, lasciandone dichiarare la fonte agli stessi protagonisti: Yair e Myriam parlano spesso dalle Lettere a Milena, le conoscono entrambe, le usano come una sorta di codice segreto e base condivisa della loro comunicazione scritta. A giudicare dai primi assaggi, il tema scoperchiato dalle lettere di Kafka a Milena sembra simile a quello delle lettere di Yair a Myriam: attraverso la scrittura ci si può conoscere in maniera perfino più profonda che vis a vis, mettendo in luce frammenti d'anima più intimi di quanto potrebbe rivelare un incontro reale. Allo stesso modo possiamo ritagliarci una sorta di dopplerganger di carta, un'immagine che non corrisponde a noi, una stampa infedele alla matrice, un clone di cui sono stati enfatizzati certi aspetti (positivi o negativi) e cancellati altri. Il rischio insomma - soprattutto per una coppia virtuale - è che s'aggreghino due costellazioni (interdipendenti) di pezzi di personalità capaci di vivere nel cerchio della parola scritta, ma zoppicanti e facili a crollare al momento di guardarsi negli occhi. Salvo eccezioni che confermano la regola, qualunque incontro dovrebbe svilupparsi gradualmente dal livello del reale (il tempo necessario è comunque soggettivo e variabile) per poi spostarsi conseguentemente a livelli più sottili e profondi. Quando la forma scritta diventa una scorciatoia per superare il proprio imbarazzo e le proprie difese, fino a portare ad un'intimità a cui manca solo la fisicità, un uomo e una donna possono facilmente imboccare la via dell'innamoramento, quanto però l'oggetto del loro amore sia "vero" oppure una proiezione fantastica, quanto l'amore stesso che provano sia "vero" o soltanto una recita di cui loro stessi sono poco coscienti, queste sono davvero belle scommesse! Tutto ciò è di forte attualità, visto lo spazio recuperato - inaspettatamente - dalla comunicazione scritta attraverso sms, mail e chat, o persino audiovisiva (pur senza contatto) tramite le cam dei videofonini e delle videochat.

"È già tanto tempo che non le scrivo, signora Milena, e anche oggi Le scrivo soltanto per caso: Veramente non dovrei neanche scusarmi se non scrivo, Lei sa come odio le lettere. Tutta l'infelicità della mia vita - e con ciò non voglio lagnarmi, ma soltanto fare una constatazione universalmente istruttiva - proviene, se vogliamo, dalle lettere o dalla possibilità di scrivere lettere. Gli uomini non mi hanno forse mai ingannato, le lettere invece sempre, e precisamente non quelle altrui, ma le mie. Nel caso mio si tratta di una disgrazia particolare, della quale non voglio dire altro, ma nello stesso tempo anche di una disgrazia generale.
La facilità di scrivere lettere - considerata puramente in teoria - deve aver portato nel mondo uno spaventevole scompiglio delle anime. È infatti un contatto fra fantasmi, e non solo col fantasma del destinatario, ma anche col proprio, che si sviluppa tra le mani nella lettera che stiamo scrivendo, o magari in una successione di lettere, dove l'una conferma l'altra e ad essa può appellarsi per testimonianza. Come sarà nata mai l'idea che gli uomini possano mettersi in contatto fra loro attraverso le lettere? A una creatura umana distante si può pensare e si può afferrare una creatura umana vicina, tutto il resto sorpassa le forze umane..."

Fatte le mie riflessioni-brioche mattutine e lette queste ultime illuminanti parole di Kafka al gusto di caffè un po' amaro, auguro buona domenica a tutti; e poiché la trascorro con mia figlia - che in questo momento sta pappandosi il budino preparato iersera - arrivederci a domani!

Post scriptum del 2010. Confesso di non essere riuscito a portare a termine la letture delle Lettere a Milena... una cosa è un romanzo epistolare, altra cosa un carteggio da esegesi.

sabato 4 ottobre 2008

Da Ventidue passi a Die Verwanlung!

2 : commenti
Bello imbattersi "per caso" in un blog appena nato: Die Verwanlung (La Metamorfosi).
È stato creato il 23 settembre scorso da m.b.k. - giovane blogger appassionata dell'opera di Franz Kafka (1883-1924). Ed è stato un approdo sorprendente... visto che da pochi giorni ho finito di leggere Che tu sia per me il coltello, bellissimo romanzo di David Grossman che trae spunto proprio dalle Lettere a Milena di Kafka... visto che l'universo sur-reale in cui precipita l'agrimensore K. e Joseph K. - rispettivamente protagonista de Il Castello e de Il processo - è un ricordo indelebile delle letture dei tempi del liceo... visto che quando visitai Praga non vedevo l'ora di vedere la casa di Kafka... visto che sul blog di m.b.k. mi sono trovato accolto da un post che recita così: CAOS--->CASO Anagrammando “Caos” si ottiene “Caso” Eppure, dacché vi è un sublime ed ineluttabile Ordine nel Caos… quale paradosso più grande! Sicché niente è Caso. Un invito a nozze per un "adepto" della sincronicità jungiana nonché appassionato di anagrammi! Così ho giocoforza aggiunto questo commento: CAOS <---> CASO <---> COSA Sì, nel caos c'è un ordine Nel caso c'è un senso E in ogni cosa ce n'è segno E ci sono ancora coincidenze... visto che nei giorni in cui leggevo nottetempo Che tu sia per me il coltello, opera d'ispirazione kafkiana, nel mezzo di una riunione di lavoro (!) è stato citato un aforisma di Kafka che mi ha colpito. Ed è grazie a quella frase inserita su queste pagine web che poco dopo m.b.k. ha trovato Ventidue passi d'amore e dintorni e io, dal commento che lei ha lasciato qui, il suo Die Verwandlung. Coincidenze, appunto! Conclusione: penso che quanto prima mi procurerò le Lettere a Milena e magari rileggerò anche i racconti brevi di Kafka che ormai ho dimenticato (salvo ovviamente quello della metamorfosi in scarafaggio di Gregor Samsa). Per libera associazione, consiglio a tutti un film da vedere o rivedere: Brazil (1985) del regista inglese Terry Gilliam. Una pellicola che probabilmente non avrei apprezzato quanto merita, senza avere presente lo sguardo acuto, paradossale, disincantato, con cui Kafka ha penetrato il mondo moderno: la trama di Brazil infatti si sviluppa tra i meandri di una città burocratizzata, totalitaria e ossessiva che sembra uscita pari pari dalla sua fantasia. Buonanotte, conto di svegliarmi con due braccia e due gambe pure domani! :-)

mercoledì 1 ottobre 2008

Che tu sia per me il coltello (III)

2 : commenti
(terza parte)
Concludo lo spazio dedicato a Che tu sia per me il coltello di David Grossman. Dopo il primo post che presentava il libro e il secondo dedicato all'uomo Yair, è arrivato il momento di ascoltare le parole della protagonista femminile: Myriam.
Forse in quei tre giorni siamo stati in Galilea.
E abbiamo dormito in una pensioncina di Metulla. E abbiamo fatto l'amore per tutta la notte, senza parlare. Dicendo solo cose buffe. lo ti ho detto che mi fai venire i brividi alla schiena. E tu hai risposto, dài, diciamo brividiggini, come un brivido che apre un solco nelle lentiggini. E mi hai baciato in mezzo agli occhi. Poi ti ho massaggiato il corpo con le sole ciglia. E ho tracciato con il dito delle parole sulla tua fronte (scrivendole al contrario, perché tu possa leggerle dall'interno). All'inizio ci siamo toccati come se fossimo degli estranei. Poi ci siamo toccati come ci hanno insegnato a farlo. Solo alla fine abbiamo osato toccarci come facciamo noi due. E ho pensato che ora, quando sei con me, conosci alla perfezione il mio vocabolario più intimo. Ho pensato, radice della mia anima, radice della tua anima. Abbiamo provato un tale piacere... Nel cuore della notte mi hai sistemato il cuscino sotto la testa e io ho mormorato che non fa niente se non è proprio a posto...
***
21.30. Un tale disordine. Da dove cominciare? Il pavimento è coperto di fogli, giocattoli, pentole, forchette, cuscini, vestiti e sedie gettati alla rinfusa, e centinaia di tasselli di puzzle diversi. Chissà quanto tempo mi ci vorrà per vagliarli e sistemarli. Per tutto il pomeriggio abbiamo cercato di comporre il puzzle dell'orso Pooh che a due anni e mezzo era in grado di completare in pochi minuti. A quattro anni ci impiegava un' ora e mezzo, e oggi ci ha passato sopra tutto il pomeriggio. Alla fine si è spazientito e me ne sono accorta. Ancora un momento. Tra un secondo comincerò a riordinare. Ho bisogno di calmarmi con un po' di musica e scrivendo. Dimmi, quante volte al giorno provi una fitta di dolore pensando: non le scriverò mai questa cosa. Non conoscerà mai questo momento? Neanche del bambino che era prima della malattia ho quasi mai raccontato. Di questo non potevo davvero parlare. Con nessuno al mondo. Nemmeno con Amos. Del bambino felice che si è dissolto nel giro di poche settimane, pochi mesi. Come fosse veloce nell'apprendere, il suo senso dell'umorismo, il suo fascino. Era un bambino così loquace. Conosceva tantissime parole. E aveva un'intera biblioteca di libri adatti alla sua età. Ero solita leggergli una fiaba la mattina, una il pomeriggio e altre due o tre la sera (per questo, talvolta, ci volevano un paio d'ore per riuscire a metterlo a letto...), E le nostre chiacchierate... a cuore aperto, davvero. Un bambino di due anni con uno spirito così grande e illuminato. Da qualche parte abbiamo ancora una videocassetta del suo secondo compleanno. Non ho il coraggio di guardarla. Lo si vede ridere, ballare, recitare con noi la fiaba di "Succo di lampone". Tre mesi dopo si è manifestata la malattia, con tutti i suoi sintomi, e anche le parole hanno cominciato a svanire. Cancellate, una dopo l'altra. Vedevamo quello che accadeva e non potevamo far nulla. Né noi né i medici. Lui cercava le parole come uno che si fruga nelle tasche, sicuro di averci messo qualcosa, ma non riusciva a trovarle. È la prima volta che mi sento in grado di parlarne. Di ricordare da questa distanza senza sentirmi morire. Mi sedevo di fronte a lui e gli ripetevo le parole. La sera le ricordava ma il mattino erano sparite. Una volta, durante una crisi (mia), ho passato una notte intera a cancellare dai suoi libri, con un pennarello nero, tutte quelle parole maledette che lo avevano tradito. Ricordo che le poche rimaste mi apparvero come volti di gente che gridava angosciata dalle finestre, di notte. Quando poi tutte le parole furono cancellate, rimasero cinque o sei canzoncine. Furono le ultime a sparire. Alla fine ne restò una sola, quella del giacinto. Anche dentro di me si spense tutto e ogni albero, qualunque esso fosse, si chiamò solo: albero, e ogni fiore: fiore.
***
Un altro giorno. Non ci sei. Non smetto di guardare il cielo. Come sei riuscito a trasformare il mondo intero in un'enorme morsa che, a poco a poco, si stringe intorno a me? Basta, basta, basta! (Anche se, mentre lo dico, vorrei urlarti: parla Yair!) Cambiamento di visione. Guarda: sei un orologiaio losco e intrigante. Stai seduto nel tuo sgabuzzino soffocante e pieno di ticchettii. Sei tu. Un uomo in cui arde un istinto fortissimo e perverso. Fai girare incessantemente gli ingranaggi di alcuni orologi e li carichi in modo che squillino uno dopo l'altro, in base a un piano segreto che hai messo a punto: notte e giorno, estate e inverno, per tutto il tempo... È possibile ravvisare in te qualcosa di questo orologiaio, vero? La forza di volontà, l'arroganza con cui carichi i tuoi continui innamoramenti, così da essere sempre immerso in una musica (femminile?) che risuonerà e farà udire i suoi rintocchi intorno a te. Echeggerà per te. Perché non ci sia nemmeno un momento di quiete, di silenzio, in cui potrai percepire, Dio non voglia, il tempo che scorre. Questo è successo? Sono stata solo un accessorio in un culto privato? Forse cambi donna a ogni stagione, e questa è stata "l'estate di Myriam", a cui seguirà l'inverno di chissà chi... Forse misuri il tempo in donne, e io ero soltanto una lancetta che segna il trascorrere di un'altra ora... Forse la tua vera conversazione non si svolge con noi, povere e piccole figlie di Eva, bensì con Sua Maestà il tempo... Esci dalla mia vita.
***
Tra un secondo rientro. Vorrei solo poter restare qui tutta la notte e continuare a scrivere. Scrivere mi fa bene. Lo sento. Anche quando scrivo cose tristi, qualcosa in me si tranquillizza, sento di avere uno scopo. Voglio rimanere qui e raccontare le cose più semplici. Descrivere la foglia che è appena caduta. O la catasta di sedie in veranda. O le falene attratte dalla lampada. E raccontare ciò che avviene durante la notte finché il buio si tramuta in luce, fino ai cambiamenti di colore. Potrei rimanere qui seduta per giorni e notti a descrivere ogni stelo d'erba, ogni fiore, i sassi del muretto, le pigne. Solo dopo, quando mi sentirò pronta, passerò a scrivere di me. Del mio corpo, per esempio. Comincerò da lui, da ciò che è tangibile. Ma anche con lui partirò da lontano, dalle dita dei piedi, per avvicinarmi piano piano. Descriverò ogni sua parte, ne annoterò le sensazioni, quelle di un tempo e quelle attuali. I ricordi della caviglia, per esempio, o della guancia, o del collo. Perché no? Attraverso le carezze, i baci e le cicatrici. Mantenermi viva con la scrittura. Ci vorrà un sacco di tempo ma ne ho molto a mia disposizione. La vita è lunga e voglio raccontare di me stessa, raccontare quello che probabilmente nessuno mi racconterà mai. La mia storia. Senza aggiunte, ma anche senza detrazioni. Scrivere senza pretendere nulla. Da nessuno. Scrivere solo la mia voce. Un libro assolutamente da leggere...

martedì 30 settembre 2008

Che tu sia per me il coltello (II)

1 : commenti
(seconda parte)
Dopo il primo post di ieri, continuo a offrire meritato spazio a Che tu sia per me il coltello di David Grossman, inserendo dei brani del libro, tratti dalle lettere di Yair a Myriam. Buona lettura.
Il tuo modo di scrivere mi ha fatto venire in mente che una volta pensavo di insegnare a mio figlio un lessico privato. Per isolarlo di proposito dalle parole del mondo e mentirgli fin dalla nascita, così che credesse solo ed esclusivamente a ciò che gli avrei insegnato io. Doveva essere un lessico misericordioso. Intendo dire che avrei camminato con lui, mano nella mano, chiamando tutto ciò che vedeva con nomi che non gli avrebbero procurato dolore. Così, per esempio, non avrebbe capito che esiste la guerra, che la gente uccide e che quella cosa rossa è sangue. Un'idea un po' sfruttata, lo so, ma mi piaceva immaginare che avrebbe attraversato la vita con un sorriso innocente e fiducioso. Il primo bambino illuminato. Naturalmente non ho bisogno di dirti la mia felicità quando iniziò a parlare. Di sicuro ricordi il momento meraviglioso in cui un bambino comincia a chiamare le cose per nome. Eppure, ogni volta che imparava una parola nuova, una parola che è anche un po' "loro", di tutti, persino la sua prima parola, una parola bella come "luce", io provavo una stretta al cuore, perché pensavo: chissà cosa sta perdendo in questo momento. Chissà quanti tipi di chiarore ha visto e assaggiato e odorato prima di stiparli tutti in quella piccola scatola chiamata "luce", con quella "c" nel mezzo, come un interruttore per spegnerla. Capisci, vero?
***
Comunque, anche se non tutto fila liscio e le cose sono già complicate fin dall'inizio, sento il bisogno di dirti una cosa. Devo raccontarti come le pupille mi si dilatano quando vedo una tua parola da qualche parte, persino quando mi ci imbatto nel giornale, o nella pubblicità ... Ci sono parole che ti appartengono a tal punto! Impronte della tua anima che in bocca ad altri appaiono solo come strumenti discorsivi o articolazioni linguistiche, nient'altro. Non avevo mai immaginato che conoscere il linguaggio di un estraneo potesse essere eccitante come il primo contatto con il suo corpo, il suo profumo, la sua pelle, i capelli e i nei. È così anche per te?
***
Non ho intenzione di telefonarti a casa, grazie. Mi ha alquanto sorpreso che tu ti sia tanto arrabbiata per l'innocente proposta, la settimana scorsa, di chiamare i tuoi cari con dei nomi fittizi. Hanno dei nomi veri (lo so) e non hai intenzione di inventargliene di nuovi per me (certamente). Ma perché non posso credere nella possibilità di un legame semplice e naturale, alla luce del sole, fra due persone? Ero sicuro che alla fine di questo sfogo mi avresti scaraventato le mie lettere in faccia per sempre, per l'eternità, e ora, invece, mi dài il numero di casa! Non ti telefonerò, per un motivo di "sicurezza nei contatti" (qualcuno potrebbe essere in casa e sentire), ma soprattutto perché anche la voce potrebbe essere troppo reale per l'illusione che voglio creare fra noi, fatta solo di parole scritte. La voce potrebbe trafiggere quest'illusione e a quel punto vi fluirebbe dentro la realtà con i suoi dettagli, i numeri, le sue molecole piccole e sudate. La realtà ci incatenerebbe. In un attimo tutta questa accozzaglia irromperebbe come un'ondata gigantesca, spegnendo ogni fiammella. Perché non vuoi capire?
***
Senti, ho letto bene? Un triangolo non è necessariamente una figura instabile? Anzi, "in un determinato contesto" può essere addirittura stabile e appagante? Può addirittura arricchire? Ed è anche conforme alla natura umana? "Almeno alla mia" hai scritto, suscitando un'enorme curiosità nel ristretto pubblico dei tuoi lettori ... A patto che sia equilatero, hai aggiunto subito, e che tutti i suoi lati siano consapevoli di far parte di un triangolo (Vorrebbe essere un rimprovero? Cos'hai sentito sul mio conto?) Ora è troppo tardi per approfondire l'argomento, e anche la cenere trema all'estremità della sigaretta. Aspetterò con pazienza la tua risposta. Sappi solo che mi sono divertito a vedere come, con due tocchi, hai creato una disciplina scientifica molto personale: la geometria poetica.
***
14 giugno
Bum!
Allora adesso tocca a me? Dopo aver fatto l'amore, dormiremo abbracciati. La tua schiena contro il mio ventre. E io stringerò le dita dei piedi intorno alle tue caviglie, come delle mollette, perché tu non possa volar via la notte. Saremo come un'immagine su un libro di scienze: un frutto tagliato a metà, tu la buccia e io il torsolo.
Yair
P.S. Non credevo che avresti osato tanto.
17 giugno
Quando faremo l'amore voglio chiudere gli occhi e sfiorare Il delicatezza i tuoi peli, laggiù, sotto l'ombelico, per sentire sotto le dita quel punto, uno dei punti, delicato e setoso, in cui da bambina ti sei trasformata in donna.
Y.
***
Senti... Non è così semplice quello che hai fatto. E più ci penso, più mi sembra che tu abbia tradito me. Per qualche mese ti sei divertita con quell'innocuo pagliaccio che ti faceva delle smorfie, concedendoti qualche piccola eccitazione borghese. Il flirt segreto di una casalinga perbene. Poi, quando ha cominciato a farsi troppo intenso, quando improvvisamente hai sentito dentro di te un fremito autentico e vivo, ti sei spaventata e hai cominciato a gridare "aiuto"! Leggo la letterina spermicida che hai accluso alla mia busta ancora chiusa e stento a crederei: adesso, dopo tre mesi, ti viene in mente di accusarmi dicendo che flirteggio non con te, ma con una "perpetua tentazione d'infedeltà" dentro di me. Un auto-corteggiamento interiore?! A volte usi delle espressioni anacronistiche e puritane che mi fanno morire...
***
Temo che non sarai in grado di decifrare la mia grafia. È peggiore del solito. A proposito, ho chiesto a mia madre: avevi ragione. Mi hanno davvero costretto a passare dalla sinistra alla destra. Come facevi a saperlo? Come fai a conoscermi meglio di quanto mi conosca io stesso? Guarda. Sono seduto in macchina e tremo, consapevole di non aver mai fatto per nessuno una cosa come questa, e non so che altro fare perché tu creda che non ho mai proposto a nessuno - a nessuno, capisci? - quello che ho proposto a te. Fin dal primo momento ho saputo di non cercare un'avventura con te, ma una vera storia. Forse tu sai come viene definito in psicologia questo desiderio, o questa strana perversione - il bisogno che un uomo sente di raccontare le proprie vicende a una determinata persona e solo a lei. lo lo sento così forte nei tuoi confronti.
***
Ancora un momento, ok? Anni fa pensavo di sottoporre ogni donna attraente a un particolare esame per stabilire se sarebbe stata la "donna della mia vita". Pensavo che l'avrei guardata profondamente negli occhi, avvicinandole il viso. Più vicino, sempre più vicino, finché il mio occhio avrebbe toccato il suo. Proprio toccato. Non solo le ciglia o le palpebre, ma i globi oculari, l'iride e i dotti lacrimali. Naturalmente sarebbero subito sgorgate le lacrime. Il corpo è fatto così. Ma noi non avremmo ceduto, non ci saremmo arresi ai riflessi condizionati e alla burocrazia del corpo finché non fossero emerse le immagini più offuscate e remote delle nostre anime. Questo voglio ora. Vedere l'oscurità che c'è nell'altro. Perché accontentarsi, Myriam? Perché non chiedere, per una volta, di poter piangere con le lacrime di un altro?
***
Con quella donna ho avuto una storia insolitamente lunga. Credo di averla amata. Il bambino si chiamava G, non importa il nome intero. Comunque, un nome dolce e serio. Lei non era sposata, non lo voleva nemmeno. Aveva idee molto precise sul matrimonio. Ma aveva un figlio piccolo e a me (il patetico autoinganno di simili storie) piaceva sentirmi un po' come suo padre-alla-lontana, capisci? Lo sentivo come il figlio che avremmo potuto avere. Non dimenticare che era il figlio ideale per me - un bambino vero che potevo trasformare in immaginario. Amavo soprattutto l'intesa che c'era fra loro, il modo in cui lei lo cresceva, con intelligenza e coraggio. Non è facile allevare un figlio da soli e, prima di conoscerla, mi ero sempre scagliato, con sacra "furia matrimoniale", contro quelle donne che hanno la spudoratezza di fare un figlio senza un compagno, semplicemente per soddisfare il loro istinto materno ecc. Lei, però, mi insegnò quanta grandezza può esserci in una situazione del genere. Mi era difficile capire come lei, da sola, riuscisse a plasmare un nuovo essere umano, con quale perfezione e saggezza. E mi stupiva come entrambi fossero orgogliosi di appartenere l'uno all'altro, di possedere un loro lessico privato, di condividere lo stesso senso dell'umorismo e una sorta di responsabilità reciproca. Sentivo di avere con loro una famiglia piccola e segreta, anche se avevo visto il bambino solo in fotografia. Perché te lo sto raccontando? Forse perché faccio fatica a liberarmi delle abitudini? Perché sono convinto che tu custodirai questo ricordo meglio di me? Un giorno lei mi propose di incontrarlo. Accadde al termine di una splendida mattina passata con lei. Disse: "Perché non ti fermi a conoscere G?". E io pensai: "Perché no? Cosa vuoi che succeda?". Ma subito intervenne l'ufficiale di guardia: "Perché lui dovrebbe conoscermi? Che bisogno ho di un testimone?". Così le dissi che l'avrei guardato da lontano, senza farmi notare. N mi squadrò e rispose: "Va be', fa lo stesso, non è mica obbligatorio". Alla fine si convinse. Riuscii a tranquillizzarla, ma eravamo entrambi emozionati. Quel giorno rimasi un po' più a lungo del solito. Pranzammo insieme e tutto fu stupendo. Quando venne il momento, salii in macchina e aspettai che N riportasse G dall'asilo. La vidi sbucare dall'angolo. Sottile, indipendente, diversa dagli altri. Indossava un maglione grigio, aveva i capelli corti, un po' ricci, e la gioia negli occhi. Camminava con due bambini, te l'ho detto, e per un attimo non riuscii a capire quale dei due fosse suo figlio. Non somigliavano al bambino delle fotografie. Le raccontavano qualcosa con foga, e uno dei due le saltellava intorno come un agnello. Mi sorrise dal fondo della via. Veniva verso di me, fragile, sorridente, e io sentii il bisogno di togliermi gli occhiali da sole e di chiedere con lo sguardo: quale dei due è il tuo? Lei posò la mano sulla testa del bambino che le saltellava intorno e fece una smorfia, come a dire: ma che razza di domanda è mai questa? Ti prego, accetta questa immagine: un bambino minuto per la sua età, vivace e sorridente, pieno di vita e giudizioso, che parla con ampi gesti delle mani. Un bambino davvero buffo e dolce. E la mano di sua madre posata con tenerezza sulla testa. I miei occhi si tuffarono nei suoi, nel suo orgoglio, nella sua felicità. (La cosa strana è che proprio l'altro bambino, l'estraneo, notò qualcosa e si fermò un momento, seguendo i nostri sguardi. Vidi che si sforzava di capire e un'ombra oscurò la sua fronte infantile.) Se fra le scopate, gli amorucoli e i flirt, dovessi scegliere un solo momento... Nel terzo e ultimo post che darò la parola a Myriam.

E perciò non devi disperare

2 : commenti
"Se tu camminassi su una pianura, avessi tutta la buona volontà di avanzare e ciononostante andassi indietro, allora il tuo caso sarebbe disperato; ma poiché ti arrampichi su per un pendio scosceso, irto non meno di come appari tu stesso a chi ti guarda di sotto, i tuoi regressi si possono anche attribuire alla conformazione del terreno, e perciò non devi disperare."
(Franz Kafka)

lunedì 29 settembre 2008

Che tu sia per me il coltello (I)

3 : commenti
Ho appena finito di leggere Che tu sia per me il coltello (Mondadori, 1999) di David Grossman, il più famoso scrittore vivente israeliano, considerato (condivido!) tra i principali autori della letteratura mondiale contemporanea. Da anni impegnato nella causa del pacifismo, ha perso un figlio che prestava servizio militare di leva nel 2006 nel Libano meridionale. Di Grossman avevo letto a metà degli anni '80 Vedi alla voce: amore, un'opera assolutamente originale per forme e linguaggi narrativi, che, per quanto difficile da dipanare, mi aveva totalmente avvinto e conquistato. Consultando il suo profilo su Wikipedia, ho appena scoperto che di tutta la sua produzione, senza volerlo, ho letto proprio i due romanzi più "sperimentali" e difficili. Che tu sia per me il coltello è una di quelle opere che piace tantissimo o non piace per niente, senza mezzi termini. Ha un "carattere" e una "personalità" troppo forte per lasciare indifferenti. A dimostrazione di tale facoltà di "polarizzare" le opinioni (che a mio parere è una caratteristica dei capolavori) riporto a caso alcune valutazioni dei lettori trovate su internet. Federico (28-11-2007) uno dei peggiori libri che abbia mai letto, mi sono sforzato, l'ho letto tutto sperando in un riscatto sul finale. Lento, lentissimo, prolisso, verboso, noioso all'infinito. Un tentativo mal riuscito di approfondimento psicologico dei personaggi e poi tanta, troppa enfasi nel raccontare il nulla. Brutto accorgersi di aver buttato via così soldi e tempo. Voto: 1 / 5 Giuliopez (02-04-2007) Unico ed affascinante! Certo non una lettura facilissima, soprattutto per lo stile usato da Grossman, ma per un attimo ogni tanto è bello lasciarsi cullare da una storia dove sono i sentimenti a farla da padrone e dove agli stessi sentimenti è difficile, se non impossibile come ci dimostrano Yair e Myriam, evadere dalla vita reale e dai loro problemi (ma anche dalle gioie)di tutti i giorni. Personalmente lo ritengo un libro da leggere. Voto: 5 / 5 gra' (07-09-2006) Premettendo il fatto che non sono un tipo che desiste e che quasi mai lascio un libro a metà- sia per i soldi spesi, sia perchè voglio illudermi di un riscatto- questo LIBRO L'HO POSATO DOPO 30 PAG PERCHè è SNERVANTE, PROLISSO, SURREALE, SENZA UNA TRAMA COINVOLGENTE... LE LETTERE SEMBRANO SOLTANTO UN ELUCUBRAZIONE FINE A SE STESSA! Voto: 1 / 5 Tears of Darkness (20-10-2004) Ho comprato questo libro oggi pomeriggio ... sono entrata in libreria in cerca di un esperienza nuova ... Era lì, ne ho letto le prime pagine ... Era il libro che stavo aspettando, il libro che narrasse ... L'ho letto tutto di un fiato nel parcheggio, piangendo su ogni pagina ... la parole dilatate dalle mie lacrime come corpi, altri corpi altre parole! Che tu sia per me il mio coltello! Voto: 5 / 5 Manu (17-06-2006) Me l'ha consigliato un amico, ma mi ha delusa, di difficile lettura, praticamente non ho capito quasi nulla, nemmeno il finale, forse sono io che non capisco questo genere di scrittura, che ritengo troppo pesante. Voto: 1 / 5 Moemi (30-12-2001) Delicato e denso di particolari caldi, seducenti, veri. é il libro che in assoluto porta più frasi sottolineate perchè traducono bene ciò che può nascere dentro coloro che si scambiano pensieri, sensazioni, dolori. Nel romanzo i due si scoprono con delicata perizia. si amano dalla prima parola. si affacciano uno nell'inferno dell'altro chiarendo come è vero che da bambini si è crudeli perchè indifesi e da grandi si è duri per ripicca. Superbo. Voto: 5 / 5 Non vi dico assolutamente nulla della storia raccontata in Che tu sia per me il coltello... però vi lascerò parecchi brani, in modo che possiate capire da soli se sarà il vostro prossimo libro o no. Sottolineo però che Grossman declina secondo una formula inedita la forma del genere epistolare, sottocategoria: corrispondenza "amorosa" tra un uomo e una donna. L'autore israeliano crea una sorta di epistolario a "senso unico". E proprio quando la storia si avvicina alla conclusione avviene un incredibile capovolgimento di fronte e prospettiva: il "senso unico" si rivela l'opposto di quello che credevamo. Pagina dopo pagina emerge lentamente una scarna trama e soprattutto le personalità dei due protagonisti, Yair e Myriam e, sullo sfondo, sfumate, quelle dei loro cari: Maya e Yidò, Amos e Yochai (e Ana). Il finale è spiazzante: drammatico o aperto? Sta al lettore sceglierlo.
L'INCIPIT
3 aprile
Myriam, tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi. A dire il vero ho cercato di non scrivere, sono già due giorni che ci provo, ma adesso mi sono arreso. Ti ho vista l'altro ieri al raduno del liceo. Tu non mi hai notato, stavo in disparte, forse non potevi vedermi. Qualcuno ha pronunciato il tuo nome e alcuni ragazzi ti hanno chiamato "professoressa". Eri con un uomo alto, probabilmente tuo marito. È tutto quello che so di te, ed è forse già troppo. Non spaventarti, non voglio incontrarti e interferire nella tua vita. Vorrei piuttosto che tu accettassi di ricevere delle lettere da me. Insomma, vorrei poterti raccontare di me (ogni tanto) scrivendo. Non che la mia vita sia così interessante (non lo è, e non mi lamento), ma mi piacerebbe darti qualcosa che altrimenti non saprei a chi dare. Intendo qualcosa che non immaginavo si potesse dare a un estraneo. Inutile dire che questo non comporta obblighi da parte tua, non devi far nulla (sono quasi certo che non mi risponderai). Ma se, malgrado tutto, un giorno vorrai farmi sapere che leggi le mie lettere, troverai sulla busta il numero della casella postale che ho affittato questa mattina e che è destinata solo a te. Se mi devo spiegare, allora è tutto inutile: non sentirti in dovere di rispondere, probabilmente mi sono sbagliato sul tuo conto. Ma se sei tu quella che ho visto stringersi nelle braccia con un cauto sorriso, credo che capirai.
Yair
P.S. Mi ha consigliato di leggere Che tu sia per me il coltello una nuova lettrice dei miei libri, dopo che lei a sua volta, capitata su questo blog, aveva colto il mio invito a leggere L'arte della gioia di Goliarda Sapienza.

martedì 17 giugno 2008

Kafka e la "vera via"

1 : commenti
"La vera via passa sopra una corda che non è tesa a grande altezza ma appena al di sopra del terreno. Sembra fatta più perché la gente vi inciampi che non perché vi cammini sopra".

(Franz Kafka)

Citazione fantastica, direi metafora perfetta, inserita in Piccolo breviario zen (David Schiller, Sonzogno, Milano, 1994). Mi piace tanto: sicuramente riprenderò questa immagine per un post di ampio respiro... ora via in ufficio!

Nella foto: opera di carta di Teresa Ciulli.

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