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venerdì 23 gennaio 2009

Israele parli anche con Hamas

9 : commenti
di DAVID GROSSMAN

Come le volpi del racconto biblico di Sansone, legate per la coda a un'unica torcia in fiamme, così noi e i palestinesi ci trasciniamo l'un l'altro, malgrado la disparità delle nostre forze. E anche quando tentiamo di staccarci non facciamo che attizzare il fuoco di chi è legato a noi - il nostro doppio, la nostra tragedia - e il fuoco che brucia noi stessi. Per questo, in mezzo all'esaltazione nazionalista che travolge oggi Israele, non guasterebbe ricordare che anche quest'ultima operazione a Gaza, in fin dei conti, non è che una tappa lungo un cammino di violenza e di odio in cui talvolta si vince e talaltra si perde ma che, in ultimo, ci condurrà alla rovina.
Assieme al senso di soddisfazione per il riscatto dello smacco subito da Israele nella seconda guerra del Libano faremmo meglio ad ascoltare la voce che ci dice che il successo di Tsahal su Hamas non è la prova decisiva che lo Stato ebraico ha avuto ragione a scatenare una simile offensiva militare, e di certo non giustifica il modo in cui ha agito nel corso di questa offensiva. Tale successo prova unicamente che Israele è molto più forte di Hamas e che, all'occasione, può mostrarsi, a modo suo, inflessibile e brutale.
Allo stesso modo il successo dell'operazione non ha risolto le cause che l'hanno scatenata. Israele tiene ancora sotto controllo la maggior parte del territorio palestinese e non si dichiara pronto a rinunciare all'occupazione e alle colonie. Hamas continua a rifiutare di riconoscere l'esistenza dello Stato ebraico e, così facendo, ostacola una reale possibilità di dialogo. L'offensiva di Gaza non ha permesso di compiere nessun passo verso un vero superamento di questi ostacoli. Al contrario: i morti e la devastazione causati da Israele ci garantiscono che un'altra generazione di palestinesi crescerà nell'odio e nella sete di vendetta. Il fanatismo di Hamas, responsabile di aver valutato male il rapporto di forza con Tsahal, sarà esacerbato dalla sconfitta, intaserà i canali del dialogo e comprometterà la sua capacità di servire i veri interessi palestinesi. Ma quando l'operazione sarà conclusa e le dimensioni della tragedia saranno sotto gli occhi di tutti (al punto che, forse, per un breve istante, anche i sofisticati meccanismi di autogiustificazione e di rimozione in atto oggi in Israele verranno accantonati), allora anche la coscienza israeliana apprenderà una lezione. Forse capiremo finalmente che nel nostro comportamento c'è qualcosa di profondamente sbagliato, di immorale, di poco saggio, che rinfocola la fiamma che, di volta in volta, ci consuma. È naturale che i palestinesi non possano essere sollevati dalla responsabilità dei loro errori, dei loro crimini. Un atteggiamento simile da parte nostra sottintenderebbe un disprezzo e un senso di superiorità nei loro confronti, come se non fossero adulti coscienti delle proprie azioni e dei propri sbagli. È indubbio che la popolazione di Gaza sia stata "strozzata" da Israele ma aveva a sua disposizione molte vie per protestare e manifestare il suo disagio oltre a quella di lanciare migliaia di razzi su civili innocenti. Questo non va dimenticato. Non possiamo perdonare i palestinesi, trattarli con clemenza come se fosse logico che, nei momenti di difficoltà, il loro unico modo di reagire, quasi automatico, sia il ricorso alla violenza. Ma anche quando i palestinesi si comportano con cieca aggressività - con attentati suicidi e lanci di Qassam - Israele rimane molto più forte di loro e ha ancora la possibilità di influenzare enormemente il livello di violenza nella regione, di minimizzarlo, di cercare di annullarlo. La recente offensiva non mostra però che qualcuno dei nostri vertici politici abbia consapevolmente, e responsabilmente, afferrato questo punto critico. Arriverà il giorno in cui cercheremo di curare le ferite che abbiamo procurato oggi. Ma quel giorno arriverà davvero se non capiremo che la forza militare non può essere lo strumento con cui spianare la nostra strada dinanzi al popolo arabo? Arriverà se non assimileremo il significato della responsabilità che gli articolati legami e i rapporti che avevamo in passato, e che avremo in futuro, con i palestinesi della Cisgiordania, della striscia di Gaza, della Galilea, ci impongono? Quando il variopinto fumo dei proclami di vittoria dei politici si dissolverà, quando finalmente comprenderemo il divario tra i risultati ottenuti e ciò che ci serve veramente per condurre un'esistenza normale in questa regione, quando ammetteremo che un intero Stato si è smaniosamente autoipnotizzato perché aveva un estremo bisogno di credere che Gaza avrebbe curato la ferita del Libano, forse pareggeremo i conti con chi, di volta in volta, incita l'opinione pubblica israeliana all'arroganza e al compiacimento nell'uso delle armi. Chi ci insegna, da anni, a disprezzare la fede nella pace, nella speranza di un cambiamento nei rapporti con gli arabi. Chi ci convince che gli arabi capiscono solo il linguaggio della forza ed è quindi quello che dobbiamo usare con loro. E siccome lo abbiamo fatto per così tanti anni, abbiamo dimenticato che ci sono altre lingue che si possono parlare con gli esseri umani, persino con nemici giurati come Hamas. Lingue che noi israeliani conosciamo altrettanto bene di quella parlata dagli aerei da combattimento e dai carri armati. Parlare con i palestinesi. Questa deve essere la conclusione di quest'ultimo round di violenza. Parlare anche con chi non riconosce il nostro diritto di vivere qui. Anziché ignorare Hamas faremmo bene a sfruttare la realtà che si è creata per intavolare subito un dialogo, per raggiungere un accordo con tutto il popolo palestinese. Parlare per capire che la realtà non è soltanto quella dei racconti a tenuta stagna che noi e i palestinesi ripetiamo a noi stessi da generazioni. Racconti nei quali siamo imprigionati e di cui una parte non indifferente è costituita da fantasie, da desideri, da incubi. Parlare per creare, in questa realtà opaca e sorda, un'alternativa, che, nel turbine della guerra, non trova quasi posto né speranza, e neppure chi creda in essa: la possibilità di esprimerci. Parlare come strategia calcolata. Intavolare un dialogo, impuntarsi per mantenerlo, anche a costo di sbattere la testa contro un muro, anche se, sulle prime, questa sembra un'opzione disperata. A lungo andare questa ostinazione potrebbe contribuire alla nostra sicurezza molto più di centinaia di aerei che sganciano bombe sulle città e sui loro abitanti. Parlare con la consapevolezza, nata dalla visione delle recenti immagini, che la distruzione che possiamo procurarci a vicenda, ogni popolo a modo suo, è talmente vasta, corrosiva, insensata, che se dovessimo arrenderci alla sua logica alla fine ne verremmo annientati. Parlare, perché ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia di Gaza ci pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per il quale, se lo guardassimo dall'esterno o se fosse quello di un altro popolo, proveremmo orrore. Capiremmo che la nostra vittoria non è una vera vittoria, che la guerra di Gaza non ha curato la ferita che avevamo disperatamente bisogno di medicare. Al contrario, ha rivelato ancor più i nostri errori di rotta, tragici e ripetuti, e la profondità della trappola in cui siamo imprigionati.

da www.repubblica.it (20/01/09) - traduzione di A. Shomroni

giovedì 15 gennaio 2009

Tel Aviv 3/1/09: migliaia di israeliani protestano contro la guerra a Gaza

0 : commenti
Non tutti gli israeliani (e non tutte i fratelli e sorelle di questo mondo) pensano che la violenza sia l'unico modo di opporsi alla violenza, per di più alzando drammaticamente la posta in gioco. Dopo avere inserito il video della manifestazione pacifista a Tel Aviv dell'8 gennaio scorso, ecco quello relativo ad una analoga manifestazione di pochi giorni prima. Ringrazio l'amica Anna Paola Maestrini - una vera brava traduttrice, non un semplice volenteroso come me - per avere tradotto i testi del video.


Tel Aviv 3 gennaio 2009 - Migliaia di israeliani protestano contro la guerra a Gaza


(slogan dei manifestanti) “Gaza, Gaza, non disperare, l’occupazione avrà una fine”

(Jhonatan Klinger) “Se Israele facesse la cosa giusta, concentrandosi più sulle ragioni dell’attacco di Hamas, piuttosto che sull’attacco stesso, Israele sarebbe un luogo dove si vive meglio; si vivrebbe meglio anche nel sud. L’economia prospererebbe, e non dovremmo spendere denaro per la guerra, perché questa guerra costa un’occhio della testa; si sarebbero potuti spendere tutti questi soldi per aiutare le città del meridione e altre zone svantaggiate”. (manifestanti) “Stop all’occupazione! Stop all’occupazione!”

(Hadas Ziv) “L’opinione pubblica israeliana è contenta della guerra, e l’appoggia, ma questo è soltanto la prova della loro inadeguatezza; erano pure contenti all’inizio della prima e della seconda guerra del Libano; all’inizio sono sempre contenti, ma cambierà”.

 (Uri Avneri) “Sì, non appena cominceranno a morire dei soldati, la situazione cambierà immediatamente; dopo che saranno caduti i primi venti soldati, l’opinione pubblica cambierà”. (manifestanti) “No, no agli attacchi; sì, sì, alla pace” “Tutti i ministri al governo sono criminali di guerra!”

(Uri Avneri) “Mi rattrista vedere i piloti dell’aviazione trasformarsi in robot, in macchine, in strumenti di guerra; pigiano un bottone, senza pensare, perché non vedono i morti. È quello che hanno fatto altri piloti in tutto il mondo, è quello che hanno fatto anche i piloti nazisti quando bombardavano l’Europa, è quello hanno fatto i piloti inglesi e Americani quando hanno distrutto le città tedesche senza una ragione militare.” (manifestanti) “Sì, sì alla pace, no, no agli attacchi! Stop all’occupazione!”

 (Ibtisam Marane) “Credo che il mondo stia tacendo per via di quello che fa Hamas, ma Hamas non rappresenta tutta la nazione palestinese… Per gli israeliani, quelli di Hamas sono terroristi, li vogliono eliminare, ma non credo che questa sia la soluzione. L’opinione pubblica israeliana pensa che noi siamo la 'quinta colonna', che siamo dei traditori, ma quel che non capiscono è che questa manifestazione ha come scopo di proteggere i civili di entrambe le parti. È veramente vergognoso che gli israeliani ci considerino dei traditori; noi siamo qui per arrestare la guerra a Sderot e a Gaza." (Ai lati della strada, ma al centro dell’attenzione, alcuni protestanti di destra) “Che vinca l’IDF [Forze Armate Israeliane], fanculo agli arabi!”

(Jhonatan Klinger) “Sono sgomento nel vedere che la maggioranza dell’opinione pubblica israeliana sia a favore della guerra; si sentono ovunque rivendicazioni razziste che condannano tutti gli arabo-israeliani e quelli di sinistra, si alzano anche le voci di chi vorrebbe aggredire fisicamente quelli che sono venuti qui a manifestare; tutte queste grida dimostrano che la società israeliana non ha ancora metabolizzato il fatto che la democrazia si basa su due elementi: le regole della maggioranza e anche una minoranza attenta al rispetto dei diritti umani." (Manifestanti di destra) “Traditori! Traditori! Traditori!”

(Dr Awni Kahil) “Gaza è rovinata. Gaza è distrutta. Sono stati uccisi moltissimi civili, compresi bambini, lattanti e donne. Migliaia di case sono state distrutte, moltissime persone sono ora senza tetto. La situazione umanitaria è gravissima e credo che sia compito di Israele di porre rimedio al più presto alle distruzioni e di riaprire un dialogo con i palestinesi. Inoltre, questo tipo di attacchi non può assolutamente eliminare Hamas. Gli attacchi non faranno altro che rinforzare l’immagine di Hamas agli occhi degli abitanti di Gaza”.

(Ibtisam Marane) “Credo che i media siano di parte; ad esempio il Generale Roni Daniel si è appellato alla guerra prima ancora che cominciasse.”

 (Uri Avneri) “Sono dell’opinione che non vi sia bisogno dei media, basterebbero un portavoce alla radio e un quotidiano, perché è come se fosse stato tutto scritto e detto da una sola persona comunque; non vi è differenza tra di loro. Al momento i media sono caduti in disgrazia, ma questo non sorprende nessuno che conosca i media.”

martedì 13 gennaio 2009

Tel Aviv 8/1/09: soldati israeliani rifiutano di combattere a Gaza

7 : commenti
Inserisco il video di una manifestazione pacifista a Tel Aviv organizzata l'8 gennaio dal movimento per l'obiezione al servizio militare Courage to Refuse, a dimostrare che anche dentro Israele c'è chi si oppone al pensiero unico della ragione del più forte.



Ho passato metà notte in bianco per tradurlo, perché non tutti conoscono l'inglese, perché so che questo tipo di informazione non passa sui telegiornali, perché penso che sia importante che quanta più gente possibile sappia quello che sta succedendo a Gaza e tra la stessa gente di Israele.

Nel 2002 mi rifiutai di essere richiamata alle armi. Non volevo partecipare a nessun ruolo d'appoggio, perché rifiuto di aiutare l'occupazione in qualunque modo. Non penso ci sia un modo di prestare servizio in un esercito il cui unico scopo e occupare un'altra nazione, nemmeno in presunti ruoli sociali destinati alle donne. Ho voluto unirmi ai nuovi obiettori di coscienza che rifiutano di combattere a Gaza. Penso che il potere dei refusenik [obiettori di coscienza] sia enorme: noi dobbiamo dire che non accettiamo di commettere questi crimini, non ci metteremo il nostro nome. Non commetteremo crimini di guerra, non bombarderemo bambini, non cacceremo la gente dalle loro case. (Noa Kaufman, studentessa dell'Università di Tel Aviv)  

Sabato scorso ho ricevuto il richiamo alle armi per presentarmi il mattino seguente a prestare servizio. Ho rifiutato. Sono andato là e ho detto al mio comandante che rifiuto. di combattere. L'esercito adesso deve decidere cosa fare con me. Non posso allontanarmi e in qualunque momento possono processarmi. Ho già preparato la borsa a casa, con libri e tutto ciò di cui si ha bisogno in prigione. (Noam Livne, ufficiale di riserva, membro di Courage to Refuse; imprigionato nel 2001 per essersi rifiutato di prestare servizio nei territori occupati)  

Questa settimana ho parlato col mio comandate di brigata, ha telefonato per dire che non c'è ancora nessun avviso ma che voleva verificare la mia disponibilità. Gli ho risposto che se vengo richiamato probabilmente rifiuterò. (Eric Diamant, soldato di riserva, membro di Courage to Refuse)
 
Partecipo a questa protesta per incoraggiare più soldati e coscritti a rifiutare la chiamata alle armi. Sono qui per dare coraggio a più madri e padri, affinché dicano ai loro ragazzi costretti dalla legge a servire nell'esercito, di prestare attenzione a ciò per cui sono chiamati a combattere. (Racheli Merhav, dimostrante)  

Questa protesta è diversa per la sua composizione sociale, è insolita e un po' più moderata, e i riservisti che sono qui in compagna degli altri mandano un segnale a quei soldati che prendono in considerazione la loro linea di condotta ma sono meno sensibili ai più tradizionali appelli della sinistra. Imploro i soldati in prima linea a Gaza oggi, e i riservisti lì vicino che stanno preparandosi ad andarci, di fare ciò che devono fare, specialmente quelli che sentono di essere in torto, quelli che sentono di stare commettendo un errore, quelli che sentono che la loro ubbidienza, fedeltà e volontà di fare il proprio dovere sono state manipolate. Io chiedo loro di rifiutarsi. Dite no. Ciò ha un prezzo, non da poco, specialmente un prezzo personale, ma questa è la cosa giusta da fare. (David Zonsheine, ufficiale di riserva, membro di Courage to Refuse)  

Penso che il lavaggio del cervello in questo Paese, che comincia alla scuola materna, funzioni e si metta alla prova specialmente in tempo di guerra. A 18 anni entri nell'esercito insieme a tutti i tuoi amici. Ti dicono che sei un eroe, ci sono raccolte di fondi per te, hai l'intera nazione dietro... così quelli che non contestano si arruolano, ma è uno sbaglio e alla fine lo capiscono. Lo dimostra il numero di riservisti richiamati a combattere che si rifiutano di partire. (Noa Kaufman, studentessa dell'Università di Tel Aviv).  

Ho sentito di sempre più gente che rifiuta di prendere le armi, si trovano a vari livelli, certi attendono l'addestramento, certi pensano ancora a cosa fare. Ho fatto delle telefonate al riguardo e se questa guerra continua sono certo che ci saranno più obiettori. (Noam Livne, ufficiale di riserva, membro di Courage to Refuse)  

Coraggio per combattere, sì, coraggio per difendersi, sì, ma coraggio di rifiutare? Questo è tradimento. Non esiste una tal cosa "coraggio di rifiutare". (civile contrario alla protesta) - Io credo che esiste. (manifestante) - Nell'idealismo, non qui. Qui noi dobbiamo vivere, con l'idealismo tu non vivi. Se tu non avessi avuto un esercito non saresti in grado di camminare qui attorno. Serve tanto coraggio per uscire fuori dalle righe e dire: "Mi dispiace, basta, questo non lo farò, a questo non voglio partecipare, questo non verrà fatto in nome mio." (Racheli Merhav, dimostrante)  

Sono stato arruolato per quatto anni come ufficiale da combattimento. Sono stato a Gaza, sono stato in Libano, ho ordinato imboscate, ho avuto il comando di postazioni, ho combattuto i terroristi, sono stato colpito dai mortai, mi hanno sparato, e ho fatto tutte quelle cose paurose che fanno i militari e dico questa cosa qui con tutto il cuore: per rifiutare di combattere ho avuto bisogno di più coraggio. Perché in tutte quelle cose che ho fatto mentre prestavo servizio ero attorniato da un gruppo di uomini che faceva la stessa cosa, ero in un situazione talmente gregale che quelle cose parevano normali. Così dico qui con tutto il cuore che mi c'è voluto più coraggio per rifiutarmi che per fare tutte quelle cose che ho fatto sotto le armi. Invito tutti i soldati, piloti, officiali e chiunque altro prenda parte a questa guerra a cercare questo coraggio dentro di sé. (Noam Livne, ufficiale di riserva, membro di Courage to Refuse)
 
Credo che nel nome della legge, i soldati oggi devono prendere parte a qualcosa che poi non saranno capaci di sopportare, se ritornano vivi da questa guerra. (Racheli Merhav, dimostrante) Il tiro intenzionale e l'attacco contro i civili è illegale e proibito. L'obiezione non è soltanto morale ma piuttosto un obbligo di legge quando è conseguenza di ordini illegali (Michael Sfard, avvocato, esperto di diritto umanitario internazionale)  

Ero un pilota di caccia operativo e capitano di Black Hawks [elicottero d'assalto]. Circa cinque anni fa noi abbiamo scritto La Lettera del Combattente con la quale ci siamo rifiutati di partecipare ai crimini di guerra dell'esercito e dell'aviazione nei territori occupati. La gente mi dice cose come: "Empatia e compassione sono parole da civili, da lasciare a casa prima di andare in servizio attivo." E questo spiega come si possa bombardare una scuola, come si possa bombardare l'università islamica a Gaza. Ad un tratto ho compreso come ogni genere d'orrore sia potuto accadere nel corso della storia, al nostro popolo e ad altri popoli. Brave e buone persone si trasformano in criminali di guerra d'incredibile efferacia. Non è possibile bombardare e uccidere civili in quantità e aspettarsi che tutto continui come prima, che andremo a raccontare ai nostri amici e parenti di essere un po' di sinistra e un po' di destra, a guardare Erets Nehederet [un varietà televisivo] e a mettere nostra figlia a dormire. Non potrà davvero andare avanti per sempre tutto ciò. (Joanthan Shapira, pilota della riserva, Capitano di Black Hawk, obiettore)  

In proporzione parlare di 600 morti a Gaza è come dire 3000 morti in Israele. Se ci fossero stati 3000 morti in Israele e decine di migliaia di feriti cosa sarebbe accaduto alla gente qui? Quale tipo di odio avrebbe seminato? Quale tipo di reazione avrebbe fatto scattare? Razionalmente, politicamente, in qualunque modo lo si guardi, ciò che questi bombardamenti fanno è preparare anni e anni di lotte, di sangue, di sofferenza e alla fine ognuno di questi razzi tornerà a cadere su Sderot e altre città del sud, perché è impossibile basare la sicurezza di Sderot sulla sofferenza di Gaza. (Noam Livne, ufficiale di riserva, membro di Courage to Refuse)  

Nella società il vero coraggio e quello di fare obiezione, questo coraggio nasce da una condizione molto difficile, dove tutti dicono una cosa e tu ne fai un'altra, perché tu solo ci credi. Questo è il vero coraggio. E a tutti quelli che pensano che non c'è bisogno di coraggio per rifiutarsi di combattere, suggerisco semplicemente di provarci e vedere cosa succede. (David Zonsheine, ufficiale di riserva, membro di Courage to Refuse)

lunedì 12 gennaio 2009

Ci sto provando a capire...

6 : commenti
Per una volta faccio un'eccezione a quella che è una scelta di fondo di questo blog, tratto un argomento tristissimo e inserisco un'immagine cruda: l'orrore della guerra. Di fronte alla tragedia che si sta consumando a Gaza ci sto provando a capire... vorrei avere una spiegazione semplice e limpida da dare a mia figlia, e non ce l'ho.
Conosco bene le vicende della seconda Guerra Mondiale, per questo sono sempre stato propenso a giustificare la politica militare di Israele, i suoi eccessi di "legittima difesa", ritenendo che la comunità internazionale avesse un sacrosanto debito da pagare al popolo ebraico per l'Olocausto. Purtroppo, per quel che mi riguarda, lo Stato di Israele ha dilapidato il patrimonio di simpatia, autorità e rispettabilità che un tempo gli riconoscevo. Quando una nazione basa la propria sopravvivenza sull'uso della forza e non è capace di costruire un dialogo coi suoi "nemici", uccide il suo stesso futuro. Israele ha scelto di "coltivare in laboratorio" i suoi oppositori, esaltandone i geni della rabbia e dell'odio per generazioni a venire: una scelta folle. Cito dal blog Haramlik un contributo, che ritengo documentato e preciso, dello storico Michelguglielmo Torri: la catena di avvenimenti che ha innescato la bomba Gaza.

La via per Gaza

Il seguito di avvenimenti che è sfociato nella micidiale operazione «Piombo fuso», lanciata da Israele contro Gaza il 27 dicembre, ha avuto inizio nel gennaio 2006. È stata in quella data che Hamas ha vinto le elezioni nei territori palestinesi occupati da Israele, diventando il partito di maggioranza e formando il governo. L’inaspettata vittoria di Hamas non era dovuta al fatto che, improvvisamente, la maggioranza dei palestinesi (fra cui, del resto, circa il 20% sono cristiani) si fosse convertita al fondamentalismo islamico. Essa era in realtà dovuta a molte cause, di cui la principale era la bancarotta politica di quello che, storicamente, era stato il maggior partito palestinese, il laico al-Fatah. Nello spiegare tali cause, i media occidentali hanno in genere messo in luce la «corruzione» di al-Fatah, ma hanno trascurato di dire che una ragione almeno altrettanto importante dell’esito elettorale era che la politica della trattativa (in corso dal 1993 a livello esplicito, ma assai da prima, a livello confidenziale) non solo non si era tradotta in nessun guadagno concreto, ma, lungi dallo spianare la via alla creazione di uno stato palestinese indipendente, era servita da copertura ad un’espansione senza precedenti del processo di colonizzazione nella Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est.
Come documentato da un certo numero di studiosi, in particolare da Khaled Hroub (il cui Hamas. A Beginner’s Guide è stato tradotto anche in italiano), la crescita di consenso politico di Hamas aveva comportato lo stemperamento delle posizioni più estremiste da parte dell’organizzazione e un atteggiamento politico sempre più pragmatico. Hamas non solo aveva formato il nuovo governo, capeggiato da Ismail Haniyeh, ma, pur ribadendo la propria indisponibilità ad accettare qualsiasi precondizione (e, in particolare, ad accettare quegli accordi di Oslo che non prevedevano nessun limite alla continuazione della colonizzazione israeliana nei territori occupati), aveva fatto più volte intendere la propria disponibilità ad un negoziato, attraverso offerte fatte in diverse occasioni di tregue di dieci, venti e perfino trent’anni.
La risposta dello stato d’Israele, tuttavia, era stata da subito di completa chiusura e si era tradotta nella rottura di ogni relazione con il nuovo governo e nel rifiuto di versagli i proventi delle imposte e dei diritti doganali che, a norma degli accordi di Oslo, Israele riscuoteva dai palestinesi. La decisione di Israele aveva avuto il pieno supporto non solo degli USA, ma anche dell’Unione Europea. Com’è stato notato dallo storico israeliano Avi Shlaim, «si è quindi determinata una situazione surreale, in cui una parte significativa della comunità internazionale ha imposto sanzioni economiche non contro l’occupante, ma contro l’occupato; non contro l’oppressore, ma contro l’oppresso.»
In realtà, come doveva poi essere documentato da un giornale giordano, dal sito americano «Conflicts Forum» e, in un secondo tempo, dal periodico americano «Vanity Fair», accanto al blocco politico ed economico dei territori occupati, fin dalla dimane delle elezioni era stata posta in atto una seconda strategia, i cui architetti sono stati il segretario di Stato, Condoleezza Rice, un funzionario del National Security Council, Elliott Abrams, e l’assistant secretary per gli affari mediorientali del Dipartimento di Stato, David Welch. Tale strategia mirava all’eliminazione del governo di Hamas con strumenti politici, ma, in caso di necessità, anche militari.
La Rice, in un incontro nell’ottobre 2006 a Ramallah con il presidente dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese), Mahmoud Abbas, aveva fatto pressioni affinché questi sciogliesse il governo Haniyeh in due settimane. Abbas aveva temporeggiato, anche perché, se pure era nelle sue prerogative sciogliere il governo, a norma della «Legge fondamentale» dell’ANP, il nuovo primo ministro avrebbe in ogni caso dovuto rappresentare la maggioranza, in altre parole Hamas.
Di fronte all’esitazione di Abbas, gli americani erano sempre più entrati nell’ordine d’idea d’organizzare un vero e proprio colpo di stato, individuando come loro strumento Mahomed Dahlan, il capo della sicurezza a Gaza. Nella seconda metà del 2006 la Rice induceva l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti a finanziare, rifornire e riorganizzare le forze armate di Dahlan, mentre quest’ultimo dava inizio a quella che egli stesso, in un’intervista a «Vanity Fair», doveva poi definire una «guerra molto astuta» contro le forze di Hamas presenti a Gaza.
Contemporaneamente, in una sorta di gara contro il tempo, almeno l’Arabia Saudita cercava di disinnescare la situazione, mediando un accordo fra Hamas e al-Fatah, in vista della creazione di un governo d’unità nazionale. L’accordo, raggiunto alla Mecca nel febbraio 2007, portava alla formazione di un governo congiunto Hamas-Fatah. L’Amministrazione Bush rispondeva finalizzando, il 2 marzo, un vero e proprio piano di colpo di stato, volto ad esautorare con la forza Hamas, ma, nel caso che non collaborasse, anche lo stesso Abbas.
Il piano stesso diventava di pubblico dominio nel mondo arabo quando, nell’aprile 2007, veniva pubblicato dal giornale giordano al-Majd. Il 7 giugno, il quotidiano israeliano Ha’aretz rivelava che Israele aveva autorizzato l’invio ad al-Fatah da parte dell’Egitto di decine di carri armati, centinaia di razzi e migliaia di bombe a mano. Il giorno dopo, a Gaza, Hamas lanciava un attacco preventivo contro al-Fatah, ponendo repentinamente fine all’«astuta guerra» di Dahlan e impadronendosi di Gaza. Da quel momento, Gaza è rimasta sotto il controllo di Hamas, mentre la Cisgiordania continuava ad essere governata dall’ANP, sotto la supervisione israeliana.
L’azione di Hamas, cioè del legittimo governo palestinese, è stata presentata al mondo come un «illegale colpo di stato»; Israele ha quindi potuto procedere a rendere sempre più stretto il proprio assedio intorno a Gaza. Gaza, infatti, era stata sgomberata dalle forze d’occupazione israeliane nel 2005, ma, da allora, con la collaborazione dell’Egitto sulla frontiera Sud, Israele l’aveva trasformata in una sorta di prigione a cielo aperto, bloccandone i confini terrestri e marittimi e controllandone lo spazio aereo. Dalle elezioni di Hamas, il blocco si era fatto sempre più stretto, comportando due tipi di azioni da parte degli israeliani e un tipo di reazione da parte dei palestinesi. Le azioni israeliane erano consistite nel razionamento sempre più stretto e realizzato con modalità sempre più umilianti, dei rifornimenti di beni essenziali, necessari alla sopravvivenza di una popolazione la cui economia era stata distrutta dall’occupazione israeliana; a ciò si erano accompagnate continue intimidazioni nei confronti della popolazione di Gaza, con voli a bassa quota a velocità supersonica, con occasionali tiri di artiglieria e con periodiche azioni di commando più o meno estese e più o meno gravi all’interno della Striscia. Hamas aveva risposto con il lancio di razzi contro il territorio israeliano.
Stranamente, in Occidente, si è in larga parte taciuto su un blocco economico che stava spingendo il milione e mezzo di abitanti di Gaza alla fame, si è parlato solo in maniera sporadica e superficiale delle azioni militari israeliani, ma ci si è soffermati con gran dovizia di particolari sugli attacchi dei «missili» di Hamas (in realtà razzi di fattura artigianale con una scarsissima capacità distruttiva, usati più per ragioni simboliche che militari). Come ha ricordato Avi Shlaim, quale fosse la reale asimmetria fra Hamas e l’IDF (Israel Defence Forces) è evidenziato dal fatto che «nei tre anni dopo il ritiro da Gaza nell’agosto 2005, sono stati uccisi dai razzi undici israeliani, mentre, solo nel 2005-2006, l’IDF ha ucciso 1.290 palestinesi di Gaza, fra cui 222 bambini.»
In questa situazione infernale, nel giugno del 2007, con la mediazione egiziana, è stata raggiunta una tregua di sei mesi. Gli israeliani hanno però non solo continuato a mantenere il blocco economico di Gaza, ma l’hanno sempre più inasprito. Secondo dati dell’Oxfam, riportati da Sara Roy, un’esperta della situazione economica di Gaza, mentre nel dicembre 2005 entrava a Gaza una media di 565 camion di vettovaglie al giorno, nell’ottobre 2007 tale media era calata a 123 e nel novembre a 4,6. Sempre a novembre, il 4, la notte delle elezioni americane, l’esercito israeliano è entrato in Gaza, uccidendo quattro dirigenti di Hamas. Nelle parole del giornalista indiano Aleem Maqbool, giunto in Israele quando l’operazione era ancora in corso: «L’esercito israeliano dice che sta rispondendo ad una specifica minaccia, e che non considera che la tregua sia stata infranta.»
È però forse comprensibile che Hamas e i palestinesi di Gaza la pensassero in modo diverso; il 19 dicembre, quindi, Hamas ha dichiarato la propria indisponibilità a rinnovare una tregua estesamente violata da Israele. Era il pretesto che – come documentato da alcuni organi di stampa – il governo israeliano aspettava da almeno sei mesi: il massacro di Gaza.
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