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martedì 30 settembre 2008

Sulla compagnia e sulla solitudine

Ho cominciato a leggere Le cose della vita, dello psicoanalista argentino Luis Chiozza (Città Aperta Edizioni, 2005) che qui ha Perugia è ben noto tra gli addetti ai lavori, essendosi sviluppata in loco una scuola di specializzazione in psicoterapia psicoanalitica (riconosciuta dal Ministero dell'Università e Ricerca dal 2002) secondo il suo pensiero. Dalle prime pagine del libro ho catturato questo brano che evidenzia efficacemente cosa significhi star bene con se stessi.
In compagna e solo Uno può essere fisicamente solo e sentirsi comunque in compagna. Di solito è così quando uno è in pace con se stesso, cioè in pace con le persone con le quali uno ha costruito la propria storia. Il bambino che gioca ai giardinetti si sente in compagnia della madre che lo guarda da una panchina, a diversi metri di distanza. Come diceva un vecchio spagnolo, amico di mio padre, va bene stare solo, ma se "si va d'accordo". "Andare d'accordo" con se stesso è avere nell'anima quello sguardo di sorridente beneplacito il cui compiacimento è la base essenziale di ogni compagnia. Ed è pure vero che uno può sentirsi solo anche se sta con qualcuno o, peggio ancora, quando è circondato dalla gente. Benedetto Croce diceva - da quanto riporta Ortega y Gasset - che uno "pesante", un "seccatore", è colui che ci priva della solitudine senza farci compagnia. Non è lo stesso "stare solo" come Robinson Crusoe o "sentirsi solo" in mezzo ad una folla. Dalla psicoanalisi abbiamo appreso che quando ci sentiamo soli ci sentiamo sempre abbandonati da qualcuno e che questo qualcuno non è uno qualsiasi, né può essere rappresentato da uno qualsiasi: è qualcuno che nella nostra vita ha assunto un significato importante, qualcuno a cui - consciamente o inconsciamente - "dedichiamo" la nostra vita o, in altre parole, il giudice nel cui tribunale si trova il fascicolo del nostro processo, in attesa della sentenza.

Che tu sia per me il coltello (II)

(seconda parte)
Dopo il primo post di ieri, continuo a offrire meritato spazio a Che tu sia per me il coltello di David Grossman, inserendo dei brani del libro, tratti dalle lettere di Yair a Myriam. Buona lettura.
Il tuo modo di scrivere mi ha fatto venire in mente che una volta pensavo di insegnare a mio figlio un lessico privato. Per isolarlo di proposito dalle parole del mondo e mentirgli fin dalla nascita, così che credesse solo ed esclusivamente a ciò che gli avrei insegnato io. Doveva essere un lessico misericordioso. Intendo dire che avrei camminato con lui, mano nella mano, chiamando tutto ciò che vedeva con nomi che non gli avrebbero procurato dolore. Così, per esempio, non avrebbe capito che esiste la guerra, che la gente uccide e che quella cosa rossa è sangue. Un'idea un po' sfruttata, lo so, ma mi piaceva immaginare che avrebbe attraversato la vita con un sorriso innocente e fiducioso. Il primo bambino illuminato. Naturalmente non ho bisogno di dirti la mia felicità quando iniziò a parlare. Di sicuro ricordi il momento meraviglioso in cui un bambino comincia a chiamare le cose per nome. Eppure, ogni volta che imparava una parola nuova, una parola che è anche un po' "loro", di tutti, persino la sua prima parola, una parola bella come "luce", io provavo una stretta al cuore, perché pensavo: chissà cosa sta perdendo in questo momento. Chissà quanti tipi di chiarore ha visto e assaggiato e odorato prima di stiparli tutti in quella piccola scatola chiamata "luce", con quella "c" nel mezzo, come un interruttore per spegnerla. Capisci, vero?
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Comunque, anche se non tutto fila liscio e le cose sono già complicate fin dall'inizio, sento il bisogno di dirti una cosa. Devo raccontarti come le pupille mi si dilatano quando vedo una tua parola da qualche parte, persino quando mi ci imbatto nel giornale, o nella pubblicità ... Ci sono parole che ti appartengono a tal punto! Impronte della tua anima che in bocca ad altri appaiono solo come strumenti discorsivi o articolazioni linguistiche, nient'altro. Non avevo mai immaginato che conoscere il linguaggio di un estraneo potesse essere eccitante come il primo contatto con il suo corpo, il suo profumo, la sua pelle, i capelli e i nei. È così anche per te?
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Non ho intenzione di telefonarti a casa, grazie. Mi ha alquanto sorpreso che tu ti sia tanto arrabbiata per l'innocente proposta, la settimana scorsa, di chiamare i tuoi cari con dei nomi fittizi. Hanno dei nomi veri (lo so) e non hai intenzione di inventargliene di nuovi per me (certamente). Ma perché non posso credere nella possibilità di un legame semplice e naturale, alla luce del sole, fra due persone? Ero sicuro che alla fine di questo sfogo mi avresti scaraventato le mie lettere in faccia per sempre, per l'eternità, e ora, invece, mi dài il numero di casa! Non ti telefonerò, per un motivo di "sicurezza nei contatti" (qualcuno potrebbe essere in casa e sentire), ma soprattutto perché anche la voce potrebbe essere troppo reale per l'illusione che voglio creare fra noi, fatta solo di parole scritte. La voce potrebbe trafiggere quest'illusione e a quel punto vi fluirebbe dentro la realtà con i suoi dettagli, i numeri, le sue molecole piccole e sudate. La realtà ci incatenerebbe. In un attimo tutta questa accozzaglia irromperebbe come un'ondata gigantesca, spegnendo ogni fiammella. Perché non vuoi capire?
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Senti, ho letto bene? Un triangolo non è necessariamente una figura instabile? Anzi, "in un determinato contesto" può essere addirittura stabile e appagante? Può addirittura arricchire? Ed è anche conforme alla natura umana? "Almeno alla mia" hai scritto, suscitando un'enorme curiosità nel ristretto pubblico dei tuoi lettori ... A patto che sia equilatero, hai aggiunto subito, e che tutti i suoi lati siano consapevoli di far parte di un triangolo (Vorrebbe essere un rimprovero? Cos'hai sentito sul mio conto?) Ora è troppo tardi per approfondire l'argomento, e anche la cenere trema all'estremità della sigaretta. Aspetterò con pazienza la tua risposta. Sappi solo che mi sono divertito a vedere come, con due tocchi, hai creato una disciplina scientifica molto personale: la geometria poetica.
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14 giugno
Bum!
Allora adesso tocca a me? Dopo aver fatto l'amore, dormiremo abbracciati. La tua schiena contro il mio ventre. E io stringerò le dita dei piedi intorno alle tue caviglie, come delle mollette, perché tu non possa volar via la notte. Saremo come un'immagine su un libro di scienze: un frutto tagliato a metà, tu la buccia e io il torsolo.
Yair
P.S. Non credevo che avresti osato tanto.
17 giugno
Quando faremo l'amore voglio chiudere gli occhi e sfiorare Il delicatezza i tuoi peli, laggiù, sotto l'ombelico, per sentire sotto le dita quel punto, uno dei punti, delicato e setoso, in cui da bambina ti sei trasformata in donna.
Y.
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Senti... Non è così semplice quello che hai fatto. E più ci penso, più mi sembra che tu abbia tradito me. Per qualche mese ti sei divertita con quell'innocuo pagliaccio che ti faceva delle smorfie, concedendoti qualche piccola eccitazione borghese. Il flirt segreto di una casalinga perbene. Poi, quando ha cominciato a farsi troppo intenso, quando improvvisamente hai sentito dentro di te un fremito autentico e vivo, ti sei spaventata e hai cominciato a gridare "aiuto"! Leggo la letterina spermicida che hai accluso alla mia busta ancora chiusa e stento a crederei: adesso, dopo tre mesi, ti viene in mente di accusarmi dicendo che flirteggio non con te, ma con una "perpetua tentazione d'infedeltà" dentro di me. Un auto-corteggiamento interiore?! A volte usi delle espressioni anacronistiche e puritane che mi fanno morire...
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Temo che non sarai in grado di decifrare la mia grafia. È peggiore del solito. A proposito, ho chiesto a mia madre: avevi ragione. Mi hanno davvero costretto a passare dalla sinistra alla destra. Come facevi a saperlo? Come fai a conoscermi meglio di quanto mi conosca io stesso? Guarda. Sono seduto in macchina e tremo, consapevole di non aver mai fatto per nessuno una cosa come questa, e non so che altro fare perché tu creda che non ho mai proposto a nessuno - a nessuno, capisci? - quello che ho proposto a te. Fin dal primo momento ho saputo di non cercare un'avventura con te, ma una vera storia. Forse tu sai come viene definito in psicologia questo desiderio, o questa strana perversione - il bisogno che un uomo sente di raccontare le proprie vicende a una determinata persona e solo a lei. lo lo sento così forte nei tuoi confronti.
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Ancora un momento, ok? Anni fa pensavo di sottoporre ogni donna attraente a un particolare esame per stabilire se sarebbe stata la "donna della mia vita". Pensavo che l'avrei guardata profondamente negli occhi, avvicinandole il viso. Più vicino, sempre più vicino, finché il mio occhio avrebbe toccato il suo. Proprio toccato. Non solo le ciglia o le palpebre, ma i globi oculari, l'iride e i dotti lacrimali. Naturalmente sarebbero subito sgorgate le lacrime. Il corpo è fatto così. Ma noi non avremmo ceduto, non ci saremmo arresi ai riflessi condizionati e alla burocrazia del corpo finché non fossero emerse le immagini più offuscate e remote delle nostre anime. Questo voglio ora. Vedere l'oscurità che c'è nell'altro. Perché accontentarsi, Myriam? Perché non chiedere, per una volta, di poter piangere con le lacrime di un altro?
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Con quella donna ho avuto una storia insolitamente lunga. Credo di averla amata. Il bambino si chiamava G, non importa il nome intero. Comunque, un nome dolce e serio. Lei non era sposata, non lo voleva nemmeno. Aveva idee molto precise sul matrimonio. Ma aveva un figlio piccolo e a me (il patetico autoinganno di simili storie) piaceva sentirmi un po' come suo padre-alla-lontana, capisci? Lo sentivo come il figlio che avremmo potuto avere. Non dimenticare che era il figlio ideale per me - un bambino vero che potevo trasformare in immaginario. Amavo soprattutto l'intesa che c'era fra loro, il modo in cui lei lo cresceva, con intelligenza e coraggio. Non è facile allevare un figlio da soli e, prima di conoscerla, mi ero sempre scagliato, con sacra "furia matrimoniale", contro quelle donne che hanno la spudoratezza di fare un figlio senza un compagno, semplicemente per soddisfare il loro istinto materno ecc. Lei, però, mi insegnò quanta grandezza può esserci in una situazione del genere. Mi era difficile capire come lei, da sola, riuscisse a plasmare un nuovo essere umano, con quale perfezione e saggezza. E mi stupiva come entrambi fossero orgogliosi di appartenere l'uno all'altro, di possedere un loro lessico privato, di condividere lo stesso senso dell'umorismo e una sorta di responsabilità reciproca. Sentivo di avere con loro una famiglia piccola e segreta, anche se avevo visto il bambino solo in fotografia. Perché te lo sto raccontando? Forse perché faccio fatica a liberarmi delle abitudini? Perché sono convinto che tu custodirai questo ricordo meglio di me? Un giorno lei mi propose di incontrarlo. Accadde al termine di una splendida mattina passata con lei. Disse: "Perché non ti fermi a conoscere G?". E io pensai: "Perché no? Cosa vuoi che succeda?". Ma subito intervenne l'ufficiale di guardia: "Perché lui dovrebbe conoscermi? Che bisogno ho di un testimone?". Così le dissi che l'avrei guardato da lontano, senza farmi notare. N mi squadrò e rispose: "Va be', fa lo stesso, non è mica obbligatorio". Alla fine si convinse. Riuscii a tranquillizzarla, ma eravamo entrambi emozionati. Quel giorno rimasi un po' più a lungo del solito. Pranzammo insieme e tutto fu stupendo. Quando venne il momento, salii in macchina e aspettai che N riportasse G dall'asilo. La vidi sbucare dall'angolo. Sottile, indipendente, diversa dagli altri. Indossava un maglione grigio, aveva i capelli corti, un po' ricci, e la gioia negli occhi. Camminava con due bambini, te l'ho detto, e per un attimo non riuscii a capire quale dei due fosse suo figlio. Non somigliavano al bambino delle fotografie. Le raccontavano qualcosa con foga, e uno dei due le saltellava intorno come un agnello. Mi sorrise dal fondo della via. Veniva verso di me, fragile, sorridente, e io sentii il bisogno di togliermi gli occhiali da sole e di chiedere con lo sguardo: quale dei due è il tuo? Lei posò la mano sulla testa del bambino che le saltellava intorno e fece una smorfia, come a dire: ma che razza di domanda è mai questa? Ti prego, accetta questa immagine: un bambino minuto per la sua età, vivace e sorridente, pieno di vita e giudizioso, che parla con ampi gesti delle mani. Un bambino davvero buffo e dolce. E la mano di sua madre posata con tenerezza sulla testa. I miei occhi si tuffarono nei suoi, nel suo orgoglio, nella sua felicità. (La cosa strana è che proprio l'altro bambino, l'estraneo, notò qualcosa e si fermò un momento, seguendo i nostri sguardi. Vidi che si sforzava di capire e un'ombra oscurò la sua fronte infantile.) Se fra le scopate, gli amorucoli e i flirt, dovessi scegliere un solo momento... Nel terzo e ultimo post che darò la parola a Myriam.

E perciò non devi disperare

"Se tu camminassi su una pianura, avessi tutta la buona volontà di avanzare e ciononostante andassi indietro, allora il tuo caso sarebbe disperato; ma poiché ti arrampichi su per un pendio scosceso, irto non meno di come appari tu stesso a chi ti guarda di sotto, i tuoi regressi si possono anche attribuire alla conformazione del terreno, e perciò non devi disperare."
(Franz Kafka)

lunedì 29 settembre 2008

Che tu sia per me il coltello (I)

Ho appena finito di leggere Che tu sia per me il coltello (Mondadori, 1999) di David Grossman, il più famoso scrittore vivente israeliano, considerato (condivido!) tra i principali autori della letteratura mondiale contemporanea. Da anni impegnato nella causa del pacifismo, ha perso un figlio che prestava servizio militare di leva nel 2006 nel Libano meridionale. Di Grossman avevo letto a metà degli anni '80 Vedi alla voce: amore, un'opera assolutamente originale per forme e linguaggi narrativi, che, per quanto difficile da dipanare, mi aveva totalmente avvinto e conquistato. Consultando il suo profilo su Wikipedia, ho appena scoperto che di tutta la sua produzione, senza volerlo, ho letto proprio i due romanzi più "sperimentali" e difficili. Che tu sia per me il coltello è una di quelle opere che piace tantissimo o non piace per niente, senza mezzi termini. Ha un "carattere" e una "personalità" troppo forte per lasciare indifferenti. A dimostrazione di tale facoltà di "polarizzare" le opinioni (che a mio parere è una caratteristica dei capolavori) riporto a caso alcune valutazioni dei lettori trovate su internet. Federico (28-11-2007) uno dei peggiori libri che abbia mai letto, mi sono sforzato, l'ho letto tutto sperando in un riscatto sul finale. Lento, lentissimo, prolisso, verboso, noioso all'infinito. Un tentativo mal riuscito di approfondimento psicologico dei personaggi e poi tanta, troppa enfasi nel raccontare il nulla. Brutto accorgersi di aver buttato via così soldi e tempo. Voto: 1 / 5 Giuliopez (02-04-2007) Unico ed affascinante! Certo non una lettura facilissima, soprattutto per lo stile usato da Grossman, ma per un attimo ogni tanto è bello lasciarsi cullare da una storia dove sono i sentimenti a farla da padrone e dove agli stessi sentimenti è difficile, se non impossibile come ci dimostrano Yair e Myriam, evadere dalla vita reale e dai loro problemi (ma anche dalle gioie)di tutti i giorni. Personalmente lo ritengo un libro da leggere. Voto: 5 / 5 gra' (07-09-2006) Premettendo il fatto che non sono un tipo che desiste e che quasi mai lascio un libro a metà- sia per i soldi spesi, sia perchè voglio illudermi di un riscatto- questo LIBRO L'HO POSATO DOPO 30 PAG PERCHè è SNERVANTE, PROLISSO, SURREALE, SENZA UNA TRAMA COINVOLGENTE... LE LETTERE SEMBRANO SOLTANTO UN ELUCUBRAZIONE FINE A SE STESSA! Voto: 1 / 5 Tears of Darkness (20-10-2004) Ho comprato questo libro oggi pomeriggio ... sono entrata in libreria in cerca di un esperienza nuova ... Era lì, ne ho letto le prime pagine ... Era il libro che stavo aspettando, il libro che narrasse ... L'ho letto tutto di un fiato nel parcheggio, piangendo su ogni pagina ... la parole dilatate dalle mie lacrime come corpi, altri corpi altre parole! Che tu sia per me il mio coltello! Voto: 5 / 5 Manu (17-06-2006) Me l'ha consigliato un amico, ma mi ha delusa, di difficile lettura, praticamente non ho capito quasi nulla, nemmeno il finale, forse sono io che non capisco questo genere di scrittura, che ritengo troppo pesante. Voto: 1 / 5 Moemi (30-12-2001) Delicato e denso di particolari caldi, seducenti, veri. é il libro che in assoluto porta più frasi sottolineate perchè traducono bene ciò che può nascere dentro coloro che si scambiano pensieri, sensazioni, dolori. Nel romanzo i due si scoprono con delicata perizia. si amano dalla prima parola. si affacciano uno nell'inferno dell'altro chiarendo come è vero che da bambini si è crudeli perchè indifesi e da grandi si è duri per ripicca. Superbo. Voto: 5 / 5 Non vi dico assolutamente nulla della storia raccontata in Che tu sia per me il coltello... però vi lascerò parecchi brani, in modo che possiate capire da soli se sarà il vostro prossimo libro o no. Sottolineo però che Grossman declina secondo una formula inedita la forma del genere epistolare, sottocategoria: corrispondenza "amorosa" tra un uomo e una donna. L'autore israeliano crea una sorta di epistolario a "senso unico". E proprio quando la storia si avvicina alla conclusione avviene un incredibile capovolgimento di fronte e prospettiva: il "senso unico" si rivela l'opposto di quello che credevamo. Pagina dopo pagina emerge lentamente una scarna trama e soprattutto le personalità dei due protagonisti, Yair e Myriam e, sullo sfondo, sfumate, quelle dei loro cari: Maya e Yidò, Amos e Yochai (e Ana). Il finale è spiazzante: drammatico o aperto? Sta al lettore sceglierlo.
L'INCIPIT
3 aprile
Myriam, tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi. A dire il vero ho cercato di non scrivere, sono già due giorni che ci provo, ma adesso mi sono arreso. Ti ho vista l'altro ieri al raduno del liceo. Tu non mi hai notato, stavo in disparte, forse non potevi vedermi. Qualcuno ha pronunciato il tuo nome e alcuni ragazzi ti hanno chiamato "professoressa". Eri con un uomo alto, probabilmente tuo marito. È tutto quello che so di te, ed è forse già troppo. Non spaventarti, non voglio incontrarti e interferire nella tua vita. Vorrei piuttosto che tu accettassi di ricevere delle lettere da me. Insomma, vorrei poterti raccontare di me (ogni tanto) scrivendo. Non che la mia vita sia così interessante (non lo è, e non mi lamento), ma mi piacerebbe darti qualcosa che altrimenti non saprei a chi dare. Intendo qualcosa che non immaginavo si potesse dare a un estraneo. Inutile dire che questo non comporta obblighi da parte tua, non devi far nulla (sono quasi certo che non mi risponderai). Ma se, malgrado tutto, un giorno vorrai farmi sapere che leggi le mie lettere, troverai sulla busta il numero della casella postale che ho affittato questa mattina e che è destinata solo a te. Se mi devo spiegare, allora è tutto inutile: non sentirti in dovere di rispondere, probabilmente mi sono sbagliato sul tuo conto. Ma se sei tu quella che ho visto stringersi nelle braccia con un cauto sorriso, credo che capirai.
Yair
P.S. Mi ha consigliato di leggere Che tu sia per me il coltello una nuova lettrice dei miei libri, dopo che lei a sua volta, capitata su questo blog, aveva colto il mio invito a leggere L'arte della gioia di Goliarda Sapienza.

domenica 28 settembre 2008

Arrivederci Mr Newman, well done!

Partecipo al coro di blogger che da ieri rende tributo e onore all'anima, alla vita e alla carriera di Paul Newman, attore, pilota da corsa e - non ultimo - filantropo in prima linea nell'impegno sociale. Cito da wikipedia: Nel 1982 ha fondato la "Newman's own", un'azienda alimentare specializzata in produzioni biologiche i cui ricavati (più di 250 milioni di dollari al 2008) vengono devoluti in beneficenza per scopi umanitari ed educativi.
La morte di personaggi tali, entrati e accolti indelebilmente nella memoria e nell'immaginario collettivo dell'intero pianeta, ci lascia una strana sensazione, simile all'incredulità: come se solo un male incurabile potesse strapparli alla vita, dopo avere già conquistato l'immortalità terrena nei cuori delle generazioni presenti e future. Continueremo a vedere la luce degli occhi di Paul Newman nei tanti film in cui ha recitato e che gli sopravvivono (una sessantina dal 1954 a oggi) proprio come l'anima sopravvive al corpo. Per ricordare e soprattutto salutare questo grandissimo attore, augurandogli un felice proseguimento Lassù dov'è approdato, tra le sequenze famose trovate su YouTube ho scelto quella del giro in bicicletta dal film Butch Cassidy (1969), accompagnata dall'altrettanto nota Raindrops Keep Fallin' On My Head di Burt Bacharach. Arrivederci Mr Newman, well done!
La foto in cima invece, è un fotogramma del film Nick mano fredda (1967). Impossibile dimenticarne la scena in cui Nick, evaso e in fuga, scorge una chiesa abbandonata e vi si rifugia.
È notte, il cielo tuona. In mezzo ai banchi dei fedeli e a tanta solitudine, l'uomo esclama con tono di sfida: "Siamo andati tutti a spasso?".
"Vecchio!", si rivolge direttamente a Dio, "Almeno tu ci sarai, no?" "Se hai un minuto, sarà il caso di farci un discorsetto. Sono un tipo poco raccomandabile: ho ammazzato gente in guerra, mi ubriaco spesso, e sfascio tutto quello che mi capita a tiro... Quindi non ho pretese da avanzare, ma anche tu devi ammettere che non mi dai più buone carte da diverso tempo. Ho l'impressione che tu abbia organizzato la mano in modo che io non possa vincere. In galera o in libertà... leggi, regolamenti, padroni... Ma dato che tu mi hai fatto così, vuoi dirmi dove posso sistemarmi?" "Senti Vecchio, parliamoci chiaro, sono partito a tutta birra da giovane... ma ora ho il fiato grosso. Quando finirà? Cosa hai in pentola per me? Che devo fare adesso?" Nessuna risposta. Sospira, "Ho capito," e con fare un po' da spaccone si piega a terra e si mette a mani giunte. "E va bene, mi sono messo in ginocchio." "Mmh...?" Nessuna risposta. "È proprio quello che pensavo". Alza la voce, "Sono un tipo difficile da recuperare, vero? Un gran testone vero? Eh, ho paura che dovrò trovare la soluzione da me." All'improvviso dei rumori e delle luci all'esterno...

sabato 27 settembre 2008

Le strane chiavi del cuore

Ci sono persone che trovano spesso strane chiavi. Qualcuna d'oro e luccicante, altre ossidate, annerite o color verde rame: ma la forma è sempre uguale. Dapprima le stringono come un tesoro. Se le rigirano tra le mani per un po'. Alla fine sì dicono "Sì bella, ma che ci faccio, guarda quant'è grossa: cosa potrei aprirci mai?" e la buttano via. Ahimè, non hanno mai guardato dritto al loro cuore e non vi hanno mai scorto la sagoma della toppa, proprio quella in cui avrebbero potuto girare quelle strane chiavi.
P.S. Poco fa, leggendo i commenti di un altro blog, mi è balenata in mente questa breve "storiella". Buonanotte.

venerdì 26 settembre 2008

Cuore d'aviatore

M'inerpico nel cielo. Rotolo su. Senza preavviso da zero nel tutto.
Un tuffo ascendente di gioia e fiato.

Le Malvestite contro Allevi: in medio stat virtus?

Qualche giorno fa ho imbastito una serrata conversazione (o scambio di colpi) su Giovanni Allevi con alcuni visitatori de Le Malvestite. Si tratta di un noto blog (anzi un weblog) che si pone esattamente a 180° gradi rispetto a Ventidue passi d'amore e dintorni: qui da me l'obiettivo è parlare di ciò che piace ed emoziona (salvo le eccezioni che confermano la regola, chiaro), spaziando in lungo e in largo dalla poesia alle nuove tecnologie ecocompatibili; invece sulle Malve l'obiettivo è giudicare quello che non piace e fa sghignazzare., a partire da come malvestono le italiane modaiole (e i loro partner). Due prospettive e messe a fuoco decisamente diverse per guardare a ciò che ci circonda, però preferisco considerarli costruttivamente complementari piuttosto che sterilmente contrapposti. Lo so, sono un inguaribile idealista!
All'autrice de Le Malvestite, Betty (o probabilmente il collettivo che si cela dietro questo nick), riconosco la grande cura con cui è realizzato il sito, lo spirito d'osservazione e la verve caustica. Al punto che è persino un peccato - ma è soltanto il mio personale punto di vista - che un tale sguardo attento e critico sia indirizzato esclusivamente al mondo delle apparenze. Insomma, se volete concederci una pausa dai buoni sentimenti e fare il bagno in un po' di (sana?) cattiveria e tagliente ironia, non c'è cosa migliore che fare tappa sul blog de Le Malvestite. Certo, non si dovrebbe ridere di chi scivola su una buccia di banana però... magari se l'era proprio cercata! Certo, il fatto che Betty mitragli a zero senza rivelare la propria identità suona un po' troppo facile, ma non la critico per questo, anche perché è bravissima a difendersi (vedi le sue avvertenze per i visitatori). Se poi vi interessa leggervi le disquisizioni pro e contro Allevi leggetevi prima i due blog che Betty ha dedicato al tanto amato quanto contestato idolo delle folle marchigiano - Malvageddon #20 - Giovanni Allevi e poi Essere Giovanni Allevi: il manuale (Mozart meets Ecce Bombo) - e infine alcuni dei commenti dei navigatori... sono migliaia, regolatevi!!! I miei li trovate nel secondo dei due post citati, a partire dal #1099 del 19/09/08 (che riporto qui sotto) fino al #1141, del 25/09/08.
Allevi no, Allevi giù… Allevi sì, Allevi su…? Di fronte alla musica o all’arte in generale (o semplicemente alla moda) possiamo “reagire” fondamentalmente in due modi: prenderla per quello che ci dà (e il livello emozionale m’interessa molto più di quello emozionale), o giudicarla. Ma perché qualcosa che non piace deve essere giudicato e criticato, piuttosto che ignorato? Ovvero: è meglio spendere le proprie energie e il proprio tempo per parlare (o sentire parlare) di ciò che ci disturba e suscita una reazione negativa, oppure di ciò che ci emoziona e riempie di sentimenti positivi? La seconda via forse è meno “divertente” e “salottiera” della prima, ma è più "vera“, quanto un sorriso di gioia vale sempre più d’una risata d’ironia. :-) Commento #1099 di daniele Settembre 19th, 2008 @ 7:59 am
P.S. Per la cronaca... a me Allevi piace! Vedansi anche (cliccando qui sotto la categoria Giovanni Allevi) gli altri post che gli ho dedicato.

giovedì 25 settembre 2008

L'ultima volta che ho visto i tuoi occhiali

Chiedo perdono agli autori di Sviaggi e in particolare a Cate: copio spudoratamente dal loro blog l'idea di inserire il video di questa delicata e malinconica canzone di Carlo Fava, raffinato autore e interprete, classe 1965 proprio come me. Il testo mi ha incantato... la musica lo accompagna alla perfezione.
L'ultima volta che ho visto i tuoi occhiali
Vedi come ci si mette a volte la vita; come una sentenza storta, un po’ di traverso e non ti fa passare né di qua né di là. Non ho più notizie di te, né tu di me. Non so se era abitudine, consuetudine, se era dirsi le cose e stare bene. So che era come se fosse stato per sempre. E cosa c’è che non va, che non torna, che se ne sta andando via? Secondo me sono gli oggetti che complicano le cose, così inanimati, così fermi, eppure piccoli irrinunciabili prolungamenti di noi stessi; se mettessimo in fila i nostri oggetti troveremmo le ore e i minuti di ogni cosa, di quando il tempo era solo davanti. Sto guardando il mio lampadario nuovo ed è come se una luce amica mi sfiorasse; potremmo fare delle belle cose io e te! Mi viene da pensare, sotto questa luce, mi viene da considerare… Ho comprato un lampadario nuovo talmente bello… Potremmo fare dei bei discorsi io e te, mi viene persino da leggere sotto questa luce, mi viene quasi da riflettere. Ma vedi come ci si mette la vita; come una sentenza storta, un po’ di traverso e non ti fa passare né di qua né di là. L’ultima volta che ho visto i tuoi occhiali Eran sul tavolo della cucina Eran nel cielo di una mattina Eran nel rosso del nostro tramonto Erano un saldo scambiato per sconto L’ultima volta che ho visto i tuoi occhiali C’erano nuvole fuori quartiere Eran finiti i posti a sedere C’era mercato nel posto sbagliato E c’era il tuo cuore in pessimo stato C’è un viaggio lungo c’è un viaggio breve C’è una stazione in mezzo alla neve C’è un treno che passa e si ferma al confine C’è un doganiere che segue il suo cane L’ultima volta che ho visto i tuoi occhiali Erano sporchi di carta carbone Era un ricordo di un’altra stagione C’erano idee di ogni ordine e razza Che stavano immobili in mezzo alla piazza L’ultima volta che ho visto i tuoi occhiali C’erano stelle senza cadere C’era un passaggio di nuvole nere C’era mercato nel posto sbagliato E c’era il mio cuore in pessimo stato C’è un viaggio lungo c’è un viaggio breve C’è una stazione in mezzo alla neve C’è un treno che passa e si ferma al confine C’è un doganiere che segue il suo cane C’è un viaggio lungo c’è un viaggio breve C’è una stazione in mezzo alla neve C’è un treno che passa e si ferma al confine C’è un doganiere che bacia il suo cane Vedi come ci si mette a volte la vita; come una sentenza storta, un po’ di traverso e non ti fa passare di qua di là. O così almeno mi sembra che sia.

lunedì 22 settembre 2008

Come dev'essere l'amore!

A richiesta di una mia nuova lettrice, ecco qui una poesia di Sospensioni di gravità, che l'ha colpita in modo particolare. Ho giocato col titolo, mischiando tra loro alcune parole così da ottenere il risultato che cercavo: passionale e un po' spiazzante. Come dev'essere l'amore!
Innamoràle Sorprendi. Spiazza. Spaventa. Innamorami di te. Assesta. Vibra. Colpisci. Al centro della fronte. Rapisci. Lega. Violenta. Percuotimi l'anima. Devasta. Spoglia. E brucia. Accendi in me la luce.
Ho già accennato alla struttura "astrologica" di Sospensioni di gravità, ricordo solo che il libro si divide in una parte in prosa e in una silloge di 28 (più una) poesie: Innamoràle è la quinta (abbinata al pianeta Marte) del terzo settenario (dell'autunno).

domenica 21 settembre 2008

Una bella giornata con delle belle persone

Avrei molte cose da dire, ma ho poco tempo per farlo questi giorni. Appena potrò continuerò il discorso lasciato in sospeso sul recente viaggio in Egitto. Inoltre, mea culpa, sono sempre in arretrato (due mesi!) di un post da dedicare a Pomaia e all'amico Piero. Intanto, come avevo annunciato, questo pomeriggio, alla Libreria Oberdan di Perugia, si è felicemente svolta la presentazione dell'ultimo libro della scrittrice romana Paola Merolli, Al Cambio di Luna. Sono intervenuti anche Bianca Maria Casale - la direttrice editoriale che ha battezzato Paola e me come autori - e l'attore di teatro Raffaello Benedetti, che ha animato l'incontro e letto alcuni brani del libro. Alla fine tutti a cena insieme: Paola, Raffaello, Angelo (l'organizzatore di eventi della libreria), l'amico scrittore Piermassimo Paloni, io e mia figlia. Una bella giornata con delle belle persone. E ora a nanna: buonanotte... e buon equinozio d'autunno!

sabato 20 settembre 2008

Coltivare la speranza

Sempre più raro trovare sulla stampa nostrana lucidità e capacità di analisi oggettiva: grazie Ilvo Diamanti! Mi limito a invitare a leggere la sua bussola di ieri, riportandone qui solo la conclusione:
"Per fare opposizione occorrerebbe, al contrario, spingere la delusione più in là. Generare speranza, non nuova illusione. Ma la speranza è un attributo del futuro. E il futuro, per ora, è solo una speranza. Pardon: un'illusione, che in pochi si ostinano a coltivare."
Ed è per controbilanciare il mio "buonismo" che ho colorato questo breve addobbo con la caustica vignetta di Altan!

venerdì 19 settembre 2008

Nel passato quelli che ami...

Quelli che ami non muoiono è l'ultimo libro di Mario Fortunato, edito da Bompiani. Ho sentito ieri alla radio che il verso originale della poesia da cui è tratto il titolo è
Nel passato quelli che ami non muoiono Poche parole per evocare tanto: sanno molto più di rassicurazione che di consolazione. Sì, bisogna vivere nel presente. E svolacchiare un po' nel futuro. Ma ogni tanto vale la pena di fare una passeggiata anche nel proprio passato. Nei luoghi dove gli amori appassiti sono ancora in fiore, e chi ha ingannato è ancora fedele, e chi abbiamo tradito si fida ancora di noi. Quando lo faccio, ne torno più sereno.

giovedì 18 settembre 2008

Cose "ovvie" sull'amore

Mi ricollego ai commenti lasciati l'altro ieri sul post intitolato "sulla propria pelle": l'ultimo spot televisivo della BMW è decisamente simpatico, ma - non vorrei essere stato frainteso - la metafora di quel bivio non ha riscontro nella realtà. Ridiamone senza lasciamocene fuorviare. Come dire che finché si scherza si scherza! Uno potrebbe benissimo scegliere "una nuova avventura" e scoprire poi di avere trovato un grande amore; viceversa imboccare la strada che suppone porti a un "grande amore" e in seguito scoprire sconsolato - riprendendo il titolo di un noto film con Troisi - che quello che credeva amore era soltanto un calesse (manco una fiammante BMW!). Non solo, come ho detto ieri a un'amica è ovvio, le "segnalazioni stradali amorose" esistono solo negli spot e un grande amore lo riconosci solo quando è nato, mentre se cerchi d'afferrarlo prima fugge, anche questo è ovvio... possiamo vivere solo attaccati alla nostra ombra (questa non è l'isola di Peter Pan!) e nell'ombra sta pure il fatto di non potere sapere mai a priori un bel nulla. È la croce e delizia della vita.

mercoledì 17 settembre 2008

Specchi oppure porte aperte?

Mentre pedalavo, questo pomeriggio, d'improvviso m'è tornata in mente una riflessione - meglio ancora una immagine - che m'era venuta in mente qualche giorno fa (mi pare che stessi guidando l'auto) e che avevo completamente dimenticato. Com'era sprofondata nell'oblio è riemersa, e allora la scrivo prima di dimenticarla ancora! Da almeno 20 anni la mia metafora preferita di due persone che si amano è quella di due specchi rivolti l'uno contro l'altro. Non ho idea di dove l'abbia letta o ascoltata la prima volta. Di certo in tutti questi anni l'ho ritrovata in tanti brani e vista utilizzata come me da molte altre persone. Sì, nell'amore ci si fa specchio l'uno dell'altro, per questo non c'è nulla come l'amore capace di fare cambiare ed evolvere le persone: è la pietra filosofale dell'anima, il gnosi se auton (conosci te stesso) per eccellenza. Ti scopro. E specchiandomi in te comprendo meglio me. Be' la nuova immagine che ho avuto è questa. Due porte chiuse. Una di fronte all'altra. Ci si innamora: le due porte si aprono svelando alla vista un intero universo. Lì ci sono laghi dove specchiarsi, prati dove rotolarsi, mari dove nuotare, cieli sotto cui correre o riposare, raggi di sole per farsi scaldare. Un partner dentro il mondo dell'altro... in realtà il mondo è sempre lo stesso, sono le porte a essere diverse e offrire differenti punti d'accesso. Ti apri. E vedendo in te l'universo comprendo che io, te, l'universo, siamo un'unica onda. Sono solo metafore, d'accordo. Solo accordi di parole. Però la realtà - la realtà che percepiamo - è plasmata dai nostri paradigmi cognitivi. Perciò cambiare metafora significa percepire le cose in maniera diversa. Lo specchio non fa passare la luce, la riflette. La porta (aperta) mette in comunicazione. Sono solo metafore, ma possono cambiare tutto. Buonanotte e sogni d'oro. P.S. Ho contrassegnato questo post con l'argomento Egitto, perché in qualche modo so che questo cambio di prospettiva nasce anche da quel viaggio che ho fatto da poco nella terra delle piramidi. Quando si fa qualcosa di diverso dal solito, emotivamente coinvolgente, le ricadute si manifestano a lungo, anche a distanza di settimane o mesi... a me almeno succede così. A proposito, l'immagine in alto è il particolare di un bassorilievo che ho fotografato in un tempio dell'Alto Egitto, credo quello di Karnak.

Basta davvero poco per star bene

Sì, basta davvero poco. Sole invitante, pomeriggio libero, figlia a casa della madre, schiena ormai praticamente a posto: s'imponeva un bel giretto in bicicletta! Ho fatto giusto una ventina di chilometri, salendo dalla Valle del Tevere fino a Brufa, riscendendo verso Ospedalicchio e di nuovo su a Collestrada e giù a Ponte San Giovanni, infine una puntatina a Balanzano per fare una sorpresa a mia figlia (infatti è stata tanto contenta) e di nuovo a casa: il tutto in circa un'ora. Davvero niente male considerata la condizione fisica (tragica) da cui partivo appena un mese fa. Da ieri poi ho cominciato ad andare in piscina due ore a settimana e ho intenzione di continuare senz'altro fino alla prossima estate. E sono sicuro che tra poco mi sentirò di ricominciare a praticare pure un po' di yoga (i miei adorati Cinque Tibetani, così evito pure i problemi di schiena come è sempre stato durante i periodi in cui gli eseguivo regolarmente). Dopo l'incidente al ginocchio di due anni fa, proprio alle soglie del 41esimo anno d'età, mi ero davvero lasciato andare troppo ed era tempo di reagire (non che sia sovrappeso, al limite giusto un paio di chili, ma voglio riconquistare un buon tono muscolare).
Aggiungo che già da qualche settimana finalmente mi bastano di nuovo 6 ore di sonno per sentirmi riposato e pronto ad affrontare una giornata. Sarà che Urano inizia a far sentire l'energia del suo archetipo nel mio segno (il Cancro)... ben venga allora, io mi sento pronto a sostenerne e sfruttare il sovraccarico. Intanto vado a prepararmi una gustosa cenetta, slurp: scongelo la zuppa di pesce! Buon appetito a tutti... P.S. Dulcis in fundo, dopo la bonaccia estiva i venti preautunnali stanno portando nuovi navigatori sul blog... e a me piace aprire nuovi dialoghi tramite i commenti.

martedì 16 settembre 2008

Sulla propria pelle

Errori d'amore. Ecco i più grandi che mi vengono in mente (su quelli piccoli sorvoliamo).
1. Dopo 11 anni di matrimonio essere sempre innamorato di tua moglie senza capire che non t'ama più (e nemmeno che sta per darti il "benservito"). 2. Innamorarti di nuovo, troppo in fretta, della prima che s'innamora di te... per paura della solitudine e per rincuorare il tuo amor proprio. 3. Innamorarti come un bambino di una "un po' pazza". Fare follie per lei e poi capire, troppo tardi, che era soltanto molto molto furba. 4. Vivere una storia di grande passione con una donna affascinante che sta lasciando il marito, scoprire di amarla davvero e poi - amaramente - che lei non si separa più.
Un bel poker di 2 di picche!
Insomma, se amare somigliasse a piantare chiodi per appendere dei bei quadri, sarei quello che finisce immancabilmente col darsi la proverbiale martellata sulle dita!
Però è rincuorante accorgersi di riuscire ancora a riderci su. E non aver cominciato a indossare guanti di maglia d'acciaio! :-) P.S. Il disegno l'ho fatto 21 anni fa... un deja-vu!

lunedì 15 settembre 2008

Ho incontrato una Winx in Egitto

Oggi Arianna è tornata a scuola. E siamo già alla V elementare, glub: come vola il tempo! Quella nella foto invece è la nuova "amichetta" di mia figlia, conosciuta durante il viaggio in Egitto: Janna, bellezza d'origine russa che vive in Italia ormai da una decina d'anni (altro esempio di persona straniera che parla l'italiano meglio di molti italiani). Arianna l'ha ribattezzata Bloom, come la Winx dai capelli rossi a cui in effetti Janna assomiglia parecchio. Se fosse stata un po' più minuta - diciamo ridotta in scala del 10-15% - penso che me ne sarei innamorato follemente! Ma dopo il matrimonio con la mia ex moglie, parecchio più alta di me, ho giurato a me stesso "mai più" e m'infatuo solo di donne alte come Kylie Minogue! :-)
LEGENDA DEL PHOTO-BOOK
  1. Janna fotografa la "stazione dei calessi" di fronte al tempio di Luxor.
  2. Durante il giro dell'isola Elefantina ad Assuan
  3. Arianna e Janna, odalische (animazione sulla motonave Lady Sophia durante la crociera sul Nilo).
  4. All'aeroporto del Cairo prima del rientro.
  5. Janna-Bloom in costume da Winx!
P.S. Questo post è dedicato all'amico Arzach! ;-)

domenica 14 settembre 2008

Simmetrie Celsius

Assuan, 6 settembre: massima di 51° C. Perugia, 14 settembre: minima di 15° C. Et voilà, in poco più d'una settimana mi sono beccato un'escursione di trentasei gradi: temperature palindrome e speculari da 51° C a 15° C!

Gente di Luxor

Fatte da un calesse che saltellava come un terremoto: da ciò deriva la composizione delle foto un po' opinabile... ma figuratevi prima che le ritagliassi!

Il Pianista di Roman Polansky

Non ho ancora visto Il Pianista, film che è valso al regista Roman Polanski la Palma d'oro al festival di Cannes del 2002 e ad Adrien Brody l'Oscar 2003 per il miglior attore protagonista. Ma lo farò. Per deciderlo m'è bastato imbattermi ieri mattina, per caso, in questo sequenza.
Frederic Chopin, ballata n. 1 in Sol minore, op. 2.

Quando due amanti restano solo amici

"Lo vedi. Quando due amanti restano solo amici, capita che guardandosi negli occhi provino imbarazzo e pudore. Quasi si vergognassero. D'essersi visti nudi e baciati e amati mille volte. Come se il ricordo della loro passione sapesse d'incesto.
Bisogna accettarlo e ricominciare a vivere avanti piuttosto che restare a sognare indietro."

Da un sms che ho inviato oggi.

sabato 13 settembre 2008

Insights from Egypt (I)

Parliamo anche di cose più serie. Introspettive.
Ma prima, due foto del deserto a occidente del Nilo, prese dal pullman durante il trasferimento da Abu Simbel ad Assuan. Ho tentato qualche inquadratura "artistica" con i tralicci della luce, unico elemento umano presente ad di la della striscia d'asfalto, ma i risultati non mi hanno convinto. Meglio questo semplice immagine (che pare raffigurare la superficie di Marte) o i cavi tesi tra un traliccio e l'altro nella seconda foto, come lunghissime aspettative sospese nel vuoto. Il deserto mi sembra il tema giusto per introdurre questo post, poiché quello egiziano è la terra promessa dell'archeologia del III millennio. Mi pare sia stato lo stesso Zaki Hawass - il direttore degli scavi della piana di Giza e della necropoli di Saqqara - a valutare ad oggi scoperto nemmeno il 30% delle vestigia della civiltà dei faraoni (e forse pure di altre più antiche, aggiungo io). La maggior parte dei templi che ho visitato in Alto Egitto sono stati disseppelliti dalla sabbia nel corso del XIX e XX secolo, ugualmente tantissimi altri nonché interi complessi urbani aspettano di essere riportati alla luce, col bonus dato dalla perfetta conservazione dei reperti in un clima talmente secco. Deserto allora come metafora di ciò che copre e custodisce un segreto. Come promessa di ricchezze e tesori nascosti sottoterra quanto nelle profondità dell'inconscio.
Andare in Egitto insieme a mia figlia è stato fantastico: spero diverrà un ricordo indimenticabile per lei quanto lo è già per me. Far venire pure mia madre è stata una sfida, di cui vado fiero. In definitiva sono orgoglioso di essere riuscito a portare entrambe in vacanza laggiù, di avere offerto ad Arianna il suo primo vero grande viaggio e a mia madre l'esaudimento di un sogno antico... sostenendone la spesa! Quest'ultimo particolare è rilevante: infatti sono partito con ragionevoli aspettative di qualche buon insight, una sorta di auto-analisi a cui era bene attribuire un valore anche economico quale stimolo a non perdere l'occasione. Da dove comincio? Da qui per esempio: l'ultimo giorno di permanenza in Egitto, ho teso a mia madre una "domanda trabocchetto"... avrei dovuto fargliela molti anni fa. "Tu come te lo spieghi che verso i 14 anni, mi sono spaventato a scoprire che mi capitava di stare decine di secondi senza pensare a nulla?" "..." "Voglio dire... c'è stato un momento in cui mi sono chiesto se stavo diventando pazzo: credevo che trovarsi a non pensare a nulla, far vuoto mentale dentro di sé, fosse il segno di qualcosa che non funzionava nel mio cervello. Secondo te perché avevo ipotizzato questo? Chi poteva avermi messo in testa una simile idea?" "Be', potrebbero essere stati dei mini-aneurismi... delle brevi assenze... anche a me succedeva..." "No aspetta, non ci siamo, stiamo parlando di due cose diverse. Le patologie qui non c'entrano. Riuscire a stare per un po' senza pensare non è pericoloso, solo allora lo credevo. Crescendo ho scoperto che esisteva la meditazione, che i mistici si svuotano del loro ego per fare spazio a Dio, che le emozioni che proviamo sono più vere dei pensieri che costruiamo..." "E chi te le ha dette queste cose? Un medico...?" "I medici non c'entrano niente! Ho letto libri di filosofia orientale, di psicologia... ho calmato la mente col training autogeno... ho conosciuto persone che mi hanno tranquillizzato... infine ho iniziato a praticare la meditazione, altre tecniche, yoga, qi-gong... Ma tu, spiegami, riesci mai a stare qualche minuto o almeno qualche secondo senza pensare, senza avere la vocina interiore che parla, parla, parla? Sei tu che mi avevi messo in testa che non si può stare senza pensare, perché tu lo credi: 'cogito ergo sum', sempre e comunque!" "Forse dovresti farti vedere da uno specialista... fare qualche analisi... non devi sottovalu..." "È inutile, non riesco a farmi capire. Sono anni che ci provo... che provo a farti leggere libri per aiutarti a capire..." "Come quello che mi hai regalato con i pensieri del Dalai Lama, certo. Leggo spesso quelle massime, alcune sono molto belle altre proprio non le capisco... ma io ci penso spesso a cosa significhino..." "Devi capirle col cuore... con la mente non ci puoi arrivare..." Questo più o meno il senso del dialogo. Mi serve ad anticipare quanto abbia cercato, da quando ero adolescente, una strada di vita diversa da quella percorsa e proposta da mia madre (della Vergine). Scrivere sul blog mi aiuterà a collegare tra loro i vari insight su chi sono, dove sono, dove vado e perché, riportati indietro dall'Egitto. Accenno che mio padre (della Bilancia) possiede una funzione mentale ancora più pervasiva e razionale di quella di mia madre, con la differenza che almeno lei continua a coltivare degli interessi (e ha continuato a votare per la sinistra), lui s'è appiattito a trascorrere le giornate sempre più risucchiato dalla demenzialità delle trasmissioni televisive (e infatti è diventato il classico elettore "medio" di Forza Italia!). Cogito ergo sum? No grazie. Come motto preferisco vivo et amo ergo sum.
(segue)
P.S. Auguro buon sabato a tutti. Se il tempo regge oggi pomeriggio accompagno un'amica alle terme di Rapolano: la schiena è quasi tornata a posto e un po' d'acqua sulfurea mi farà star meglio prima. A domani.