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martedì 30 settembre 2008

Sulla compagnia e sulla solitudine

Ho cominciato a leggere Le cose della vita, dello psicoanalista argentino Luis Chiozza (Città Aperta Edizioni, 2005) che qui ha Perugia è ben noto tra gli addetti ai lavori, essendosi sviluppata in loco una scuola di specializzazione in psicoterapia psicoanalitica (riconosciuta dal Ministero dell'Università e Ricerca dal 2002) secondo il suo pensiero. Dalle prime pagine del libro ho catturato questo brano che evidenzia efficacemente cosa significhi star bene con se stessi.
In compagna e solo Uno può essere fisicamente solo e sentirsi comunque in compagna. Di solito è così quando uno è in pace con se stesso, cioè in pace con le persone con le quali uno ha costruito la propria storia. Il bambino che gioca ai giardinetti si sente in compagnia della madre che lo guarda da una panchina, a diversi metri di distanza. Come diceva un vecchio spagnolo, amico di mio padre, va bene stare solo, ma se "si va d'accordo". "Andare d'accordo" con se stesso è avere nell'anima quello sguardo di sorridente beneplacito il cui compiacimento è la base essenziale di ogni compagnia. Ed è pure vero che uno può sentirsi solo anche se sta con qualcuno o, peggio ancora, quando è circondato dalla gente. Benedetto Croce diceva - da quanto riporta Ortega y Gasset - che uno "pesante", un "seccatore", è colui che ci priva della solitudine senza farci compagnia. Non è lo stesso "stare solo" come Robinson Crusoe o "sentirsi solo" in mezzo ad una folla. Dalla psicoanalisi abbiamo appreso che quando ci sentiamo soli ci sentiamo sempre abbandonati da qualcuno e che questo qualcuno non è uno qualsiasi, né può essere rappresentato da uno qualsiasi: è qualcuno che nella nostra vita ha assunto un significato importante, qualcuno a cui - consciamente o inconsciamente - "dedichiamo" la nostra vita o, in altre parole, il giudice nel cui tribunale si trova il fascicolo del nostro processo, in attesa della sentenza.

1 commento:

  1. Interessante. Mi sa che lo leggerò anch'io questo libro.
    Ma... mi sono tornate in mente in maniera spontanea le parole di Myriam del libro di cui parli nel post precedente e cioè quando lei ad un certo punto scrive:

    'Un pensiero che non mi concee tregua: cos'è avvenuto realmente in quel primo momento? E se non avessi sorriso in quel modo? E se non mi fossi stretta nelle braccia?
    Pensare che ho affascinato qualcuno in questo modo, senza fare alcuno sforzo.
    Quel che gli ho dato, quel che gli ha parlato da dentro di me, quel che l'ha rigenerato, senza che io potessi saperlo, questa cosa che è dentro di me...
    Lo so che esiete. Esisteva già prima di quello sguardo. Esiste ora, anche se non c'è nessuno che la guarda. E' la parte buona di me. E' impossibile distrugerla e, grazie a lei, neanch'io posso essere distrutta.
    Se solo potessi darla a me stessa.
    Farla sgorgare.
    '

    Forse uno non si sente solo quando, scoperto il proprio valore, lo custodisce in un luogo sicuro per potervi attingere 'compagnia' nei momenti in cui si sente abbandonato da quel qualcuno che nella nostra vita ha assunto un significato importante. E' una possibilità, no?
    Ciao!
    Amina

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