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domenica 30 maggio 2010

"Il potere, se esiste, non esiste..."


Prendiamo un leader che s'aggrappa di continuo a sondaggi di cui non cita la fonte.
E che afferma che in Italia chiunque può criticarlo, e poi si fa in quattro per epurare dalla TV (lo hanno preso in castagna quelle stesse intercettazioni che ora cerca di vietare per legge) i Santoro, Travaglio, Fazio, Dandini ecc. di turno.
E che guida una nazione affermando di non avere avere alcun potere decisionale.
E che per amena lettura ha i Diari di Mussolini; li cita per far vedere che anche questo dittatore non aveva nessun potere (toccherà riscrivere la storia, forse anche la marcia su Roma e tutto il Ventennio e l'entrata in guerra a fianco di Hitler sono state allucinazioni collettive!).
E che dice che il potere vero lo hanno i suoi ministri (l'equivalente dei gerarchi per Mussolini), salvo venire platealmente sconfessato pochi giorni dopo proprio da uno di loro, anzi uno dei più fedeli.
Be se siete Italiani c'è una possibilità su due che questo grande uomo lo abbiate già votato e che continuerete pure a farlo. Contenti noi...


Dice il neo-duce, ridendo lui stesso sotto i baffi per quanto la stia sparando grossa (vedasi il video):
«Sono in una posizione fortunata perché pur avendo preso una manovra di sacrificio, il sondaggio di questi giorni mi porta ancora sopra il 60% di apprezzamento degli Italiani. Ma io come Primo Ministro non ho mai avuto la sensazione di essere al potere. Come imprenditore, una volta, avendo 56.000 collaboratori, qualche volta avevo la sensazione di potere decidere e quindi di avere potere. Oggi invece, in una vera democrazia, sono al servizio di tutti e tutti mi possono criticare e magari anche insultare. Vorrei dirvi soltanto che chi è in questa posizione, di potere vero non ce ce ha veramente nulla... non ha nulla di potere vero. Vi cito... e oso citarvi una frase di colui che era ritenuto un dittatore - un grande e potente dittatore - cioè Benito Mussolini. Nei suoi diari ho letto recentemente questa frase:
"Dicono che ho potere. Non è vero. Forse ce l'hanno i gerarchi, ma non lo so. Io so che posso soltanto ordinare al mio cavallo di andare a destra e di andare a sinistra e di questo devo essere contento."
Quindi il potere - se esiste - non esiste addosso a coloro che regolano le sorti dei governi che regolano i vari Paesi.»
(Silvio Berlusconi in conferenza stampa al vertice OCSE di Parigi - 27/05/10)


Dice pochi giorni dopo un "gerarca", il Ministro alla Cultura, all'indomani dei tagli di Tremonti contenuti nella manovra firmata da Silvio Berlusconi:
«Avrei voluto che la decisione sugli enti a carattere culturale fosse stata presa insieme, il Ministero dei beni culturali non doveva essere esautorato. Io sono in totale sintonia con Tremonti sulle motivazioni che muovono la manovra, per le difficoltà in cui si muove il paese e la necessità di tagli coraggiosi. Molti degli enti che figurano in quell'elenco vanno soppressi, ma alcuni come il Centro sperimentale di cinematografia, la Triennale di Milano, il Vittoriale, non possono in nessun modo essere considerati lussi. Avrei voluto decidere insieme: il ministero non doveva essere esautorato. Ora mi metterò al lavoro con i miei collaboratori per capire quali di quegli enti sono eccellenze e quali sono inutili. Ma la scelta va fatta insieme».


Ora traete voi le vostre conclusioni. Chi è che ci sta governando in Italia?
Forse ha ragione Berlusconi: non c'è nessuno al timone della nave.
E la nave va...

Le lattine di coca cola della Deepwater Horizon

Anche l'operazione top kill è fallita. La potenza più avanzata dell'occidente dimostra d'essere inerme di fronte a un incidente che, pur prodotto dall'apparato economico-industriale civile, suona più pernicioso di un attacco armato militare. Dopo l'11 settembre gli USA hanno dichiarato una III guerra mondiale contro il terrorismo islamico, invaso e occupato Afghanistan e Irak, trascinato nella paura/psicosi del terrorismo l'intera umanità. Cosa faranno dopo che la BP ha aperto una Chernobyl idrocarburica a ridosso delle coste americane senza riuscire ad arginarla? A chi dovrebbero dichiarar guerra gli Stati Uniti se non a se stessi e al loro insensato modello di sviluppo?
Intanto al mondo intero - al suo ecosistema marino in particolare - accade qualcosa di spaventoso. Torno a parlare di numeri, perché ancora una volta ho l'impressione che qualcuno stia giocando a far ballare le cifre, al fine non di rendere ben consapevole l'opinione pubblica di quel che succede. Per esempio, il Corriere della sera del 27 maggio scorso riporta quanto segue: 


43 MILIONI DI LITRI - Intanto si comincia a fare i conti dei danni. Secondo le stime preliminari del governo Usa sono usciti dalla falla tra i 12 e i 19mila barili al giorno (corrispondenti a 2-3 milioni di litri), per un totale al 17 maggio di 270mila barili di petrolio, pari a quasi 43 milioni di litri. La Bp ha sempre dichiarato che la perdita era di 5mila barili al giorno. Un disastro che dunque supera quello della Exxon Valdez nel 1989 in Alaska: allora la perdita totale fu di 40,9 milioni di litri. (articolo completo). 


Facciamo un po' di conti: 


1 barile = 158,99 litri 
12.000 barili al giorno = 1.907.848 litri 
19.000 barili al giorno = 3.020.759 litri 


Stime perdita petrolio dal 22 aprile al 17 maggio (26 giorni) 


stima minima = 49.604.036 litri 
stima massima = 78.539.724 litri 
stima media = 64.071.880 litri


Stime perdita petrolio dal 22 aprile al 30 maggio (39 giorni) 
stima minima = 74.406.054 litri 
stima massima = 117.809.586 litri 
stima media = 96.107.820 litri 


Si noti bene che, pur fornendo la stima giornaliera minima e massima, le agenzie di stampa forniscono la stima della perdita totale minima, invece che una media tra la stima minima e massima come sarebbe corretto. In base alla stima minima la soglia psicologica della quantità di greggio perso dalla Exxon Valdez sarebbe stata infranta verso il 12 maggio, in base alla stima media 3 o 4 giorni prima, in base alla stima massima una settimana prima, già verso il 5 maggio. Per onor di cronaca, dobbiamo riportare anche le stime che riporta Greenpeace (qui), pari a una Exxon Waldez ogni settimana (oltre 36.000 barili al giorno!), quindi a 152.000.000 litri al 17 maggio e a 228.000.000 litri (quasi 6 volte la Exxon Valdez!) al 30 maggio. Ed esistono stime ancora peggiori. Quelle date dalla radio statunitense NPR (vedasi qui), formulate da esperti in base all'analisi delle immagini della perdita diffuse dalla BP: in media 70.000 barili al giorno! Equivalenti a a 289.000.000 litri al 17 maggio e a 434.000.000 litri (oltre 10 volte la Exxon Valdez!) al 30 maggio. Vorrei far notare che, essendo la superficie degli oceani pari a 360.700.000 kmq (il 70% della superficie totale del pianeta), se in questo momento per ogni chilometro quadrato di acque marine galleggiasse un po' del petrolio fuoriuscito dal buco di trivellazione della BP nel Golfo del Messico, esso sarebbe pari in volume a
  • 2/3 di una lattina di coca cola*, in base alla stima minima ufficiale
  • l'equivalente esatto di 1 lattina di coca cola, in base alla stima massima ufficiale
  • 2 lattine di Coca Cola, in base alla stima fornita da Greenpeace
  • 4 lattine di Coca Cola, in base alla stima fornita da NPR
* prendo a unità di misura uno dei simboli per antonomasia del modello economico americano del dopoguerra.


Ipotesi non troppo fantascientifiche: se queste centinaia di milioni di litri di oro nero, come sembra sempre meno improbabile, entreranno nel circuito delle correnti marine atlantiche, l'impatto del disastro diventerà globale.
È la nemesi della ricerca del profitto "ad ogni costo". Tutto questo è accaduto - non dimentichiamolo - perché di fronte dell'esaurimento dei giacimenti e all'aumento del prezzo del greggio, le compagne petrolifere vanno a trivellare dove prima sarebbe stato antieconomico, spingendosi oltre i limiti di sicurezza che la tecnologia può assicurare. Ecco perché non c'è alcun dubbio che il disastro della Deepwater Horizon è il punto di arresto e non ritorno dell'economia del petrolio, come Chernobyl lo fu per quella dell'atomo sporco (anche se in Italia si finge che non sia così). Se non si sceglierà subito di abbandonare il modello di sviluppo centrato sugli idrocarburi (l'industria automobilistica per esempio è già pronta), presto potremmo non avere più sotto ai piedi un pianeta in grado di ospitare un qualsivoglia tipo di sviluppo. Speriamo dunque che si trovi una soluzione quanto prima alla emorragia nera nel Golfo del Messico e, ancora di più, che questa durissima lezione basti ai leader delle nazioni e delle multinazionali ad aprire gli occhi.

sabato 29 maggio 2010

I conti del disastro (II)

Come ormai viene riportato da ogni fonte giornalistica, se Dio vuole e se le prossime 48 ore non riserveranno sorprese, la British Petroleum sta davvero portando a compimento la sua "mission impossible", ai limiti della tecnologia attuale: mettere un "tappo" alla perdita di petrolio nel Golfo del Messico.
Un mese fa scrivevo a proposito della marea nera che minacciava le coste della Lousiana: da questa ennesima tragedia ambientale, spero almeno che finalmente nasca tra i petrolieri, e soprattutto tra i governi, la volontà di riconvertirsi e puntare tutto, da subito, su idrogeno e altre fonti sostenibili. Unico lato "positivo", ma proprio a cercare il bicchiere mezzo pieno a tutti i costi, in una siffatta catastrofe. Il giorno dopo, facevo un po' di conti sull'entità del disastro, che ancora stentava a essere bene inquadrata dalle fonti di informazioni, evidenziando che in base alle stime ufficiali (5.000 barili di petrolio al giorno pari a quasi 800.000 litri) e ai circa 3 mesi di tempo allora preventivati dalla BP per bloccare la perdita, alla fine l'inquinamento di greggio (1 milioni di litri) sarebbe stato quasi quasi due volte quello provocato dalla Exxon Valdez nel 1989 (quasi 41 milioni di litri). Da allora la stima di 800.000 litri/giorno è stata più volte messa in discussione. E non potrebbe essere altrimenti visto che già da un pezzo è stato annunciato il superamento del triste record della Exxon Valdez. Come riporta oggi Repubblica.it (qui) la stima corretta dovrebbe oscillare addirittura tra i 2 e 3 milioni di litri al giorno. Moltiplicandola per 37 giorni, dal momento dell'inabissamento della Deepwater Horizon a ieri e confidando che la perdita sia definitivamente bloccata, la quantità di petrolio disperso nel Golfo del Messico va da un minimo di 74 milioni a un massimo di 111 milioni di litri, compresi sia gli idrocarburi leggeri a galla sia gli idrocarburi pesanti rimasti, ahimè, sui fondali. Spesso le cifre non trasmettono immediatamente il senso di cosa esse rappresentino, vanno trasformate in immagini concrete. 100 milioni di litri corrispondo a
  • un serbatoio di 10x10 metri di base e 1 km di altezza
  • un velo di 1 centesimo di millimetro di spessore, che ricopre mortalmente una superficie pari a 10.000 kmq, più grande dell'Umbria (8.456 kmq), più grande delle Marche (9.366 kmq), pressoché pari alla Basilicata (9.995 kmq)
Auguriamoci che tutto ciò sia sufficiente affinché l'umanità scelga in un futuro immediato di adottare fonti e vettori di energia esclusivamente rinnovabili e non inquinanti. Ché non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire, e non vogliamo che Madre Terra urli ancora più forte. P.S. del 30 maggio 2010. Purtroppo mi tocca aggiornare questo post, perché in base ad altre stime la massa di greggio fuoriuscita nell'oceano ad oggi potrebbe essere 2 volte (per Greenpeace) o persino 4 volte (per NPR) i 100.000.000 litri. Per capirci, se l'ordine di grandezza in questione fosse sul serio pari a 400.000.000 di litri, le immagini che avevo suggerito andrebbero modificate così:
  • un serbatoio di 20x20 metri di base e 1 km di altezza
  • un velo di 1 centesimo di millimetro di spessore, che ricopre mortalmente una superficie pari a 40.000 kmq, pari quasi a quella di Basilicata, Puglia e Calabria messe insieme (44.441 kmq)
E la cosa peggiore è che si parla ormai apertamente di fallimento dell'operazione top kill... vedasi anche il mio ultimo post: Le lattine di Coca Cola della Deepwater Horizon.

venerdì 28 maggio 2010

La rabbia degli statali

...ma da sempre tu sei quella che paga di più se vuoi volare ti tirano giù e se comincia la caccia alla streghe la strega sei tu.
(Edoardo Bennato)

Quale è la percentuale dei "fannulloni" nel pubblico impiego? Visto che la "guerra ai fannulloni" è stata la principale occupazione del ministro Brunetta, un non addetto ai lavori potrebbe immaginare che sono la maggioranza. La realtà è che come pochi decilitri di petrolio bastano per inquinare uno specchio di mare pari a un campo di calcio, così basta una minoranza di lavativi per screditare un'intera categoria. Per esempio, un'amica che come me lavora nel comparto pubblico, mi ha raccontato di un'altra professionista con la sua stessa laurea, che chiamerò Fannullonella, in servizio nella medesima struttura. Bene, la mia amica ha ormai constatato senza ombra di dubbio che Fannullonella viene stipendiata 3500 € al mese per non fare assolutamente nulla, salvo marcare ingresso e uscita. Ovviamente, sia all'amica sia a me, sempre sommersi di lavoro in cambio di 1500 € al mese, basterebbe il pensiero che Fannullonella fosse pagata quanto noi a farci venire un diavolo per capello, figuriamo così! E quello che non comprendiamo e perché i superiori di Fannullonella non prendano provvedimenti. C'è poi il problema della competenza tecnica e delle qualità umane di chi ricopre incarichi di una certa delicatezza. Proprio oggi parlavo con una psicologa di un insegnate sotto indagine a Perugia per gravi azioni commesse contro gli alunni (notizia di oggi in cronaca locale), e lei ha preso la palla al balzo per raccontare che pochi giorni fa un preside le ha detto: "Gli insegnanti problematici non li metto mai tutti nella stessa sezione". Sarà anche una battuta, ma la dice lunga sulla brutta aria che tira nella scuola da un po' d'anni. Quel che è certo è che non si deve fare di tutta l'erba un fascio. In mezzo ai lavoratori di un ministero romano o di un grande ente, può ancora esserci qualche pecora nera imboscata tra i vicoli morti della burocrazia. Ma è molto meno facile che questo accada in un ente pubblico locale come un Comune, i cui dipendenti hanno quotidianamente di fronte cittadini che esigono servizi, o amministratori che chiedono conto dell'avanzamento di mille progetti. Ecco perché un dipendente pubblico coscienzioso rischia l'ulcera ogni qualvolta s'imbatte in un nuovo proclama del ministro Brunetta sulla “guerra ai fannulloni”. Personalmente non gli rimprovero l'intento, quello lo condivido, ma la tattica: non mi pare molto intelligente gettare il napalm su un campo di grano per eliminare le erbacce! Così la maggioranza degli statali, cioè quelli che fanno il loro dovere (e spesso più), sta vivendo il new-deal brunettiano. Non lo dico per difesa di categoria, ma per esperienza diretta, compresa quella di cittadino utente di altri dipendenti pubblici: gli impiegati e i funzionari ligi al loro dovere sono tantissimi, i “fannulloni” sono l'eccezione. A dirla tutta, se finora la nave Stato non è affondata è proprio in virtù dei sacrifici di chi al suo interno si fa in quattro per farla camminare, inventandosi ogni giorno come tamponare carenze di budget, di personale e di mezzi strumentali, in condizioni di lavoro che nel settore privato sarebbero inconcepibili e avrebbero portato al fallimento aziendale.

Brunetta come ha pensato di porre rimedio a tutto ciò? Francamente non si capisce. Ha trasformato i congedi per malattia in quasi-arresti-domiciliari. Ha fatto sì che in un comune composto da 40 dipendenti in gamba, trenta (il 75%) beneficino di tutto il fondo incentivi-produttività e dieci (il 25%) siano in ogni caso “puniti” escludendoli a priori. Queste, in soldoni, alcune delle “innovazioni” previste dalla riforma Brunetta del pubblico impiego. Ho premesso tutto ciò per far comprendere quanto i dipendenti pubblici fossero già esasperati prima, e quanto, con la manovra anti-crisi del governo che va ad abbattersi soprattutto su di loro, siano inferociti adesso. Tanto più che sorge il sospetto che si tratti di un intervento programmato da tempo, procrastinato a dopo le elezioni, spacciato adesso come conseguenza della crisi greca. E a questo punto la pregressa campagna di denigrazione, stigmatizzazione e mortificazione dei dipendenti pubblici fa buon gioco, ché inventarsi un nemico a partire dal minimo casus belli, è sempre stato uno dei trucchi preferiti dai governanti per distrarre l'attenzione dei cittadini dai veri problemi. Del resto, quando tira vento di crisi e recessione e il gettito fiscale si riduce, pochi governi resistono alla tentazione di rompere il salvadanaio del pubblico impiego, piuttosto che pensare, per esempio, a una riforma dell'imposizione fiscale, con aliquote progressive in base al reddito. Pretendere che in tempi di crisi i dipendenti pubblici italiani - già tra i meno remunerati d'Europa, già tassati e tartassati alla fonte - accettino di buon grado di farsi agnelli sacrificali, non è un invito al buon senso, è una sorta di ricatto sociale. Chiederlo proprio a loro che tirano la carretta della pubblica amministrazione e garantiscono servizi pubblici vitali, è manifestazione di quella stessa miopia che taglia i finanziamenti a Scuola, Università e Ricerca, cioè proprio ai settori da cui dipende il futuro di una nazione. Nessuno penserebbe di escludere qualche cilindro al motore di una vecchia auto per farla andare più veloce, eppure questo è l'avventuroso esperimento a cui sta venendo sottoposto l'apparato statale. Ci penseranno poi i nostri figli a sostituire tutto il motore, ci penseranno loro a risolvere il rebus di come smaltire le scorie delle centrali nucleari ecc. Dalla scuola all'atomo: contesti diversi, ma strategie simili, accomunate dalla logica del navigare a stretta vista. Se un radar c'è, si fa finta che non ci sia. È ben significativo di questo ambaradan, l'intervista fatta a Giovanni Favorin (CISL-FP) da Nuccio Natoli (su La Nazione del 24 maggio 2010) 

LA RABBIA DEGLI STATALI 
«Sprechi clientelari, presenteremo i conti» 

«SIAMO STUFI di pagare per tutti, di essere chiamati fannulloni, di fare da capro espiatorio dei peccati che sono di altri. Stiano attenti, stavolta reagiremo». Giovanni Faverin, segretario dei dipendenti pubblici Cisl, più che alla difesa pensa all'attacco. --

mercoledì 26 maggio 2010

Piccoli blog crescono:
prima eravamo nessuno, adesso siamo Net1

Dalla notte scorsa Ventidue passi d'amore e dintorni fa ufficialmente parte del circuito Net1 (News di informazione libera e indipendente), donde il banner animato qui in alto a destra. Proprio in questi brutti tempi di minacciose proposte di legge "bavaglio", ho scoperto per caso questo portale molto ben curato, su cui ogni piccolo blog/sito può segnalare-linkare propri contenuti scelti, attenendosi a poche semplici regole.
Innanzitutto va superato il vaglio di una redazione, che valuta a monte le richieste di registrazione degli autori su Net1News e successivamente modera gli invii, bloccando quelli che contengono materiale fazioso, troppo personale, offensivo, volgare ecc. A ogni contributo l'autore deve assegnare un tag-argomento e un tag-geografico (Regione di provenienza); in caso di notizie non a carattere locale due tag-argomento. Inoltre è vietato il copia-incolla dei contenuti dai blog/siti di provenienza. L'autore deve creare ex novo un richiamo al suo post originario e farlo secondo criteri giornalistici: un titolo ad effetto e una breve sintesi, sì da invogliare a leggere il pezzo completo. L'impaginazione dei richiami all'interno delle pagine di Net1News è dinamica. La visibilità concessa deriva esclusivamente dal gradimento dei lettori: tanto più un link sarà cliccato e aperto, tanto più il suo richiamo sarà evidenziato su Net1News . Per meglio chiarire tutto ciò riporto integralmente le regole principali a cui ci si deve attenere:
  1. Il richiamo deve essere un riassunto dell'articolo a cui il richiamo rimanda e NON DEVE ESSERE UN COPIA/INCOLLA. La lunghezza minima è di 75 parole. I richiami vanno scritti in maniera semplice con frasi brevi senza refusi o errori. È importantissimo rileggere i richiami prima di dare l'ok alla pubblicazione.
  2. I titoli devono essere inediti, incisivi, esaustivi e non troppo lunghi (massimo 50 caratteri).
  3. Mettere 2 tag a notizia, non di più e non di meno. Possibilmente, uno regionale e uno di argomento. Per selezionarne due di argomento, tenere premuto Ctrl (Cmd o Mela per Mac).
  4. È obbligatorio postare almeno una foto per ogni articolo (grandezza minima 300x300 pixel). È possibile caricare anche uno o più video inserendo il link diretto. Usare foto libere da copyright (suggerimenti su: http://www.masternewmedia.org/it/2005/04/05/immagini_gratis_per_articoli_online.htm). Eventualmente è possibile citare la fonte a fine testo.
  5. Il link all'articolo originale deve essere diretto alla pagina del vostro sito e non all'home page del sito stesso.
  6. Se c'è un riferimento locale, iniziamo il testo con il nome della città o della regione in tutto maiuscolo. Ed esempio PADOVA - E a seguire il testo del richiamo.
  7. Nei titoli e nei testi non usare mai il TUTTO MAIUSCOLO e non mettere mai il punto alla fine del titolo.
  8. Punteggiatura ammessa: due punti, virgola, punto interrogativo (non alla fine del titolo) e puntini sospensivi (non alla fine del titolo). Non usare le cifre a inizio titolo. I numeri vanno espressi in lettere da zero a nove, in numeri da 10 all'infinito.
  9. Le sigle vanno messe con l'iniziale maiuscola e il resto minuscolo (esempio: Usa e non USA, Adiconsum e non ADICONSUM).
  10. Ogni sito può caricare fino a un massimo di 10 richiami al giorno. I richiami saranno moderati.
Passate parola: Net1News!

Augusto Minzolini: nomen onem!

Nomen omen in latino significa "il destino è nel nome". Ma come già spiegai tempo fa, il destino non è solo nel nome, è pure in qualche suo anagramma. Pare che nessuno della redazione del TG1 si sia accorto che proprio nelle lettere che compongono nome e cognome del loro direttore si cela il miglior modo di apostrofarlo ogniqualvolta ne combina una delle sue.
Facciamo un passo indietro. Gli indici d'ascolto del TG della prima rete crollano, ma Minzolini non ne vuole sapere di scendere dalla sua poltrona. A parere di molti, continua imperterrito a rendere il TG1 un docile strumento di propaganda. E si comporta all'interno della redazione come un piccolo dittatore. Epura chi lo ostacola o porta alle dimissioni (come ha da poco fatto la brava Maria Luisa Busi) chi sente la rotta data al TG1 in contrasto con la deontologia giornalistica. Cari giornalisti e care giornaliste che ancora lavorate al TG1, siete voi in primis a dover difendere l'onorabilità del vostro ruolo e della vostra funzione. Non siate caporali che si vendono per la pagnotta, siate uomini e donne con gli attributi. Prendete quelle sue 16 lettere, A-U-G-U-S-T-O-M-I-N-Z-O-L-I-N-I, anagrammatele come vedete qui sotto e ditegli in faccia:

"Giù tu! Il nazismo no!"
È nel suo stesso nome, è questo il bello.

Segnalo a questo punto un altro "definitivo" anagramma di Augusto Minzolini, che non è mio (purtroppo) ma è di uno dei figli del mitico Piero Bartezzaghi, non so però se trattasi di Alessandro (redattore della Settimana Enigmistica, anche lui come il padre) o Stefano (ludolinguista e collaboratore de La Repubblica):

Tg Uno: simulazioni
Semplicemente micidiale.


E se questo "gioco" vi è piaciuto, vi suggerisco di dare un'occhiata, già che ci siete, anche ad alcuni degli anagrammi che trovai per Giovanni Allevi, il noto pianista.

martedì 25 maggio 2010

Quando Vrindavan era ad Assisi


Me l'hanno detto oggi: dopo due anni è stata appena caricata su youtube una intervista realizzata ad Assisi quando alla Pinacoteca Comunale era esposta la mostra fotografica Donne di Vrindavan (5-13 aprile 2008), con le immagini di Tamara Farnetani e le liriche e l'organizzazione del sottoscritto. Di solito in simili occasioni sono timidissimo, invece a rivedermi per la prima volta in questo video, pare che quel giorno fossi abbastanza disinvolto e a mio agio. Era tutto rigorosamente improvvisato e il merito del buon ritmo dell'intervista va a Corrado Attili di TEF Channel, impeccabile nel proporci le domande. Se avete la pazienza di vedervi tutto il filmato, fino a 3 minuti e 40 parla Tamara, poi proseguo io per altri 3 minuti e 40.

venerdì 21 maggio 2010

Resti la Busi e vada via "Scodinzolini"

Brava Maria Luisa Busi a portare l'attenzione sul diritto dei telespettatori a una informazione libera da condizionamenti, in particolare se fatta dalla TV pubblica. Però mi si stringe il cuore a vedere tutti i giornalisti che si oppongono alla TV di regime far le valige, mentre direttori "mononeuronici" come Augusto Minzolini restano attaccati alle loro poltrone. Riporto il testo integrale (o almeno il più completo che sono riuscito a trovare) della lettera di dimissioni, dove la conduttrice espone per filo e per segno i motivi dell'addio.

AL Dott. Augusto MINZOLINI 
Al CDR p.c. Dott. Paolo GARIMBERTI 
p.c. Prof. Mauro MASI 
p.c. Dott. Luciano FLUSSI 


Caro direttore, ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell'edizione delle 20 del TG1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori. Come ha detto il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: "la più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell'ascolto tradizionale". Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perché è un grande giornale. È stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l'informazione del TG1 è un'informazione parziale e di parte. Dov'è il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d'Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perché negli asili nido non c'è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l'onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell'Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord est che si tolgono la vita perché falliti? Dov'è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell'Italia esiste. Ma il tg1 l'ha eliminata. Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel TG1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale. L'Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un'informazione di parte - un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull'inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo - e l'infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale. Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell'affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. È lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori. I fatti dell'Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. È quello che accade quando si privilegia la comunicazione all'informazione, la propaganda alla verifica. Ho fatto dell'onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente. Pertanto: 1) Respingo l'accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente - ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI - le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c'è più alcuno spazio per la dialettica democratica al TG1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo. 2) Respingo l'accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo. 3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l'intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all'azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di «danneggiare il giornale per cui lavoro», con le mie dichiarazioni sui dati d'ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni. Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: "Il tg1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche". Posso dirti che l'unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto. Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama - anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta - hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata definita 'tosa ciacolante - ragazza chiacchierona - cronista senza cronaca, editorialista senza editorialì e via di questo passo. Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20. Thomas Bernhard in Antichi Maestri scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno. Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del TG1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere. 


Roma, 20 maggio 2010
Maria Luisa Busi

Un Ego pieno di... talenti "inutili"!

Ieri mattina Adriano, un giornalista e scrittore (*) con cui ogni tanto scambio quattro chiacchiere, mi ha confidato che a ottobre uscirà un suo nuovo libro. Dopo una bocciatura di Longanesi e il silenzio di un altro paio di grossi editori, il manoscritto è stato accettato dalla OGE Edizioni, acronimo di Opera Graphiaria Electa. Non conosceva questa casa editrice milanese (la dritta è arrivata da un agente letterario), perciò è stato lieto di scoprire che oltre ad avere un buon catalogo, una buona distribuzione (per esempio nelle librerie IperCoop) e un buon editing, offre anche delle buone condizioni contrattuali.
Mentre questo amico scrittore, che conosce tantissimi editori, non aveva presente la OGE, ho avuto subito la netta sensazione di avere già visto in libreria quel bel marchietto con la e dentro la g/o. Non per nulla pubblicizzai un libro della OGE qui sul blog un anno fa. E osservando il logo mi è venuto spontaneo dire ad Adriano: "È proprio bello. E poi funziona perché leggendolo al contrario diventa: Ego." "Ma dai - mi ha risposto sorpreso, - non ci avevo proprio pensato". Ecco, se fossi pagato per tutti i talenti "inutili" come questo che ho, sarei straricco!

(*) Ideatore del premio letterario internazionale Fenice Europa, quest'anno alla XIV Edizione.

giovedì 20 maggio 2010

L'amore è poesia

Un amore che nasce inonda il mondo di poesia, un amore che dura irriga di poesia la vita quotidiana, la fine di un amore ci rigetta nella prosa.

mercoledì 19 maggio 2010

La famiglia si allarga



Laudato sii, 
o mio Signore,
per tutte le creature.


Lo scorso weekend ho notato un insolito andirivieni di piccioni sul davanzale della finestra della stanza di mia figlia. Lì per lì non vi ho attribuito importanza. Poi mi sono accorto che si trattava di una coppia e che ogni volta che comparivano portavano nel becco un ago di pino. Allora mi sono avvicinato al vetro, ho abbassato lo sguardo e ho scoperto un nido a buon punto di costruzione.


A quanto pare lo spazio tra la zanzariera abbassata e l'anta della persiana chiusa, era sembrato a quei due columbidi confortevole e riparato quanto basta per piantarci le tende. Anche se probabilmente non erano per nulla consci di essere tanto vicini a degli umani. Arianna, manco a dirlo, è stata contentissima di ritrovarsi un nido sotto la finestra della cameretta!

Per un istante ho valutato l'idea di far sloggiare i pennuti per ragioni d'igiene e pulizia: no, non avrei mai avuto cuore di farlo. Perciò ho accettato di affittargli il davanzale, e senza alcuna pigione.


Ho solo chiesto loro, in cambio dell'ospitalità, di potere scattare qualche foto per documentare l'arrivo dei piccoli, e di concederci un po' di fiducia e amicizia, del resto mia figlia e io abbiamo per cognome "Passerini"!

Superato l'iniziale disappunto per la privacy violata, i due volatili sembrano dominare sempre più la paura e la diffidenza e avere capito che non abbiamo intenzioni ostili. Seppure un po' col cuore in gola, stanno abituandosi alla nostra presenza e alla nostra curiosità. Riusciamo ad avvicinarci a pochi centimetri e persino ad aprire la finestra e scattare fotografie senza che volino via.



Lunedì mi sono accorto del primo uovo!

Da quel momento i due piccioni si alternano nella cova e capita raramente di vederli entrambi nello stesso momento.

Questo pomeriggio, ancora una sorpresa: un secondo uovo. Ho letto su internet che le nidiate dei piccioni sono composte per l'appunto da due uova e che queste si schiudono dopo una ventina di giorni. Poi lo svezzamento richiede un altro mesetto. Il lieto evento perciò è previsto all'inizio di giugno e l'involo per l'inizio di luglio.

Sarà un piacere raccontare l'evolversi di questa bella storia sul blog. A presto.