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venerdì 4 aprile 2008

Un articolo su Vrindavan da dada.net

Piegai le vecchie spalle sotto il pianto
poggiando pesi antichi sulla schiena,
un passo dopo l'altro fino a quando
imbiancherà l'asfalto dei pensieri.

Google Alert mi ha segnalato un articolo di Alessandra Loffredo pubblicato il 03/04/2008 su dada.net. Considerato che verte sul tema della mostra Donne di Vrindavan di cui parlo spesso su questo blog (necessariamente perché assorbe gran parte del mio tempo ormai) mi è sembrato doveroso riportarlo (con tutti i link che contiene). La foto accanto, riproduce uno dei pannelli della mostra con fotografia di Tamara Farnetani e parole del sottoscritto.

La città delle vedove


Ancora oggi sono migliaia le vedove che mendicano a Vrindavan, o che si guadagnano nei templi una scarsa razione di riso a cambio di ore di canti devozionali.
I pellegrini che tornano da Mathura, nell' Uttar Pradesh, difficilmente rinunciano a una visita alla città di Vrindavan, poco oltre sempre sulle rive del fiume Yamuna, perché questo luogo riporta la mente alle amatissime avventure mitologiche del dio Krishna e le sue pastorelle, come narrato per esempio nel Gita Govinda. Le strette vie di questo centro di pellegrinaggio sono sempre affollate da mucche, venditori di lassi, mendicanti, questuanti e soprattuto da vedove indù vestite di bianco. "Radhaaaa..." La tipica forma di richiamo in uso a Vrindavan potrebbe far pensare, erroneamente, che queste donne siano l'orgoglio di una terra compassionevole, dove abbondano i templi dedicati a Krishna e a Radha, appunto, la sua pastorella-amante favorita e simbolo dell'anima del fedele.
In realtà, migliaia di vedove conducono una vita miserabile nei Dharmashalas - ricoveri per pellegrini - e nei caravanserragli di Vrindavan, completamente dipendenti dal buon cuore dei loro proprietari. Le più povere, quelle che non possono permettersi nemmeno di alloggiare in quei luoghi, in genere terminano i loro giorni ammucchiate ai bordi delle strade, o in squallidi rifugi proporzionati dallo Stato. La maggioranza di loro, emarginate dal sistema sociale, sono giunte qui dal West Bengala svariate decadi fa, dando alla città l'orribile soprannome di Città delle vedove.
Sciamano da ogni angolo della città la mattina e la sera verso e dagli innumerevoli bhajan ashrams, per cantare canti devozionali senza sosta durante tutto il giorno, a cambio di circa 3 rupie e una magra porzione di cibo, in nome, in suffragio o per conto di ricchi devoti lontani, o in alternativa affollano le strade nei dintorni dei templi per mendicare. Probabilmente mentre ripetono incessantemente il nome di Dio, queste donne senza più nome pensano costantemente a come far tacere la loro fame e la loro stanchezza. Ci si rivolge a loro rispettosamente come Mai, madre, ma queste donne sono le più sofferenti vittime dell'ingiustizia e dell'incuria sociale. Pochissime tra loro sanno dire da quando conducono questa vita, divenuta per tutte un tutt'uno con la loro memoria stessa. Forse arriverà il giorno fortunato nel quale un generoso benefattore regalerà loro dolci, yoghurt e pooris, o un nuovo sari bianco, una coperta e altre cose utili: nient'altro da sognare o da aspettare. Per dormire al coperto devono affittare un posto in un ricovero, se possono permetterselo, oppure arrotolarsi la sera nei dintorni dei templi o al di fuori, sulle verande, degli stessi Dharmashalas che rifiutano loro l'accoglienza. Quelle troppo vecchie per cantare o colpite da malattia grave dipendono in toto dalla carità dei bhajan ashrams. E forse parte delle donazioni raccolte dai questuanti in loro nome per le strade di Vrindavan giungerà loro davvero.
Ma nonostante l'enormità del problema, il governo dell'Uttar Pradesh quello del West Bengala hanno ancora pensato a come risolvere la questione. Quello dell'Uttar Pradesh ha offerto aiuto semplicemente provvedendo a qualche ricovero altamente inadeguato, e quello del West Bengala sta ancora decidendo tra un progetto di prevenzione per la migrazione di queste donne emarginate e la costituzione di case-famiglia dove raggrupparle quando le famiglie di origine le allontanano. Perché sono pochissime coloro che scelgono quella strada di propria spontanea volontà, e quando si tratta di una ricerca spirituale personale, si tratta comunque di una scelta temporanea. Ma il numero di vedove che giungono a Vrindavan continua a aumentare: sono circa 6.000.
Secondo il censimento del 1991, il numero delle vedove in India raggiungeva la cifra record di circa 33 milioni di donne, pari all'allora 8 % della popolazione femminile indiana. In una società patriarcale come quella indiana, una volta che una donna perde il marito, perde anche il suo stato sociale ed economico e si trova a dover fronteggiare una immensa pressione sociale e psicologica; viene costretta a continuare a vivere a casa dei suoi suoceri o a ritirarsi in centri religiosi. L'idea che una vedova si risposi continua ad essere del tutto estranea e fortemente osteggiata in buona parte del Paese e ancora più assurda appare alla maggioranza quella che una vedova abbia diritto ad ereditare una parte dei beni del marito.
Liberarsi della vedova, allontanandola verso un forzoso viaggio spirituale senza ritorno a Mathura-Vrindavan, è un'antichissima consuetudine della zona indiana orientale, di tradizione Vishnuita, e incoraggiata spesso dalla promessa - non sempre poi mantenuta - di venire accompagnate da costante supporto economico. Diversi studi sono stati eseguiti col fine di comprendere l'origine dell'emarginazione e della conseguente emigrazione su larga scala verso questa località delle vedove bengalesi e uno tra i più recenti di questi, eseguito dalla National Commission for Women, riporta: " La consuetudine della residenza presso la famiglia del marito e quella dell'eredità per via patrilineare, sono tra le cause principali della povertà e dell'emarginazione delle vedove indiane. L'eredità patrilineare di fatto priva le donne dell'eredità dei beni del proprio padre mentre i diritti sui beni del proprio marito, provenienti da quelli della sua famiglia, vengono spesso violati. Una moglie indiana diventa proprietà della famiglia acquisita e una volta che il marito viene a mancare, sono questi, suoceri e parenti del defunto, che di fatto decidono cosa darle e come trattarla. Poiché il matrimonio prevede in pratica la rottura di tutti i legami stretti con la propria famiglia d'origine, una vedova indiana non si sente nemmeno libera di tornare dai suoi genitori."
Kokila, ottant'anni, nemmeno si ricorda quando arrivò a Vrindavan, ma sa che non ha più avuto contatti con la sua famiglia da allora e sopravvive cantando Bhajan e chiedendo l'elemosina. Parbati, originaria del Nepal, venne abbandonata dal marito poco dopo il matrimonio: aveva 11 anni. Da allora, pur continuando ad esibire gli ornamenti da donna sposata, sopravvive come possono farlo qui le vedove. Kashi venne messa alle strette dal suo unico figlio, una volta morto il marito: le lasciò un angolino della casa dove dormire ma nient'altro, doveva arrangiarsi da sola per tutto il resto, e allora venne a vivere e sfamarsi qui.
Vivere sole, non avere nessuno che le protegga ha reso queste donne vulnerabili ed è certificato il fatto che soffrano spesso del peggiore tra gli sfruttamenti: chiamate anche Sevadasis, le vedove, soprattutto quelle relativamente più giovani e appetibili, devono servire in qualunque forma richiesta dai proprietari dei bhajan ashrams e dei Dharmashalas, in genere sacerdoti o generosi benefattori. E i servizi includono anche il sesso, per quanto una domanda diretta e specifica a questo proposito non otterà mai una chiara risposta. "Se confessassero di subire lo sfruttamento sessuale, diventerebbero delle fuoricasta anche per il loro stesso gruppo, perdendo così quegli esigui aiuti che tra loro ottengono" dichiara un funzionario presso un Ashram statale. Il comportamento dei governi rimane però del tutto inadeguato. "La cosa necessaria è promuovere un cambio profondo di atteggiamento, in modo da ottenere per queste donne la normale possibilità di condurre una vita dignitosa in casa propria, anche nella vedovanza, e non essere più obbligate dalla pressione familiare e sociale a emigrare per vivere una vita infima a Vrindavan o a Varanasi" commenta la sociologa Ranjana Kumari, direttrice del Centre for Social Research di New Delhi. La misura dell'ostracismo che queste donne hanno sofferto nei loro luoghi di origine, è data dal fatto che nessuna tra le intervistate ha manifestato su richiesta il desiderio di tornarvi, e di essere reinserite nel contesto sociale di provenienza, dichiarando tutte di preferire l'anonimato acquisito nella loro vita da vedove a Vrindavan.

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