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domenica 28 giugno 2009

Barabba o Nostradamus?

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"È fuor di dubbio che per la loro stessa natura i tormentoni giochino con strutture che si avvicinano all'archetipo. Anzi è forse questo il segreto dei tormentoni? Sono l'assoluto, ben mascherato nella quotidiana banalità di un motivetto da fischiettare."
......................................................................(Gino Castaldo)
Fabrizio Moro giura di avere scritto questa canzone cinque anni fa, a prova di ciò anche il fatto di averla cantata in concerto l'anno scorso. Se è così, oltre alla carriera di cantante, che già fa bene, potrebbe intraprendere pure quella di profeta! Fate attenzione al testo... "Risale a cinque anni fa. Era rimasto nel cassetto insieme ad altri quindici pezzi. È andato in stampa in tempi non sospetti, più di un mese fa. Anzi, la storia di Noemi mi ha penalizzato. Barabba doveva essere il singolo che anticipava l’album poi dopo tutto questo clamore ho dovuto rinunciare". "Il mio riferimento non è a Berlusconi ma al presidente del consiglio in quanto simbolo del potere, quindi anche a quello che lo ha preceduto e a quello che verrà dopo. E poi Silvio non si incazza mai, sono io che mi devo arrabbiare con lui. Pagherei per passare una serata con lui: io con la chitarra come Apicella e intonare Barabba insieme. Sono sicuro che si divertirebbe".
(Fabrizio Moro)
Barabba da il Segno di ogni cosa (2009) di Fabrizio Moro Non si può andare in giro in volo e mai con il metrò avere un bel conto in banca per rilassarsi un po' comprare dieci case sparse in tutto il mondo no, no non si può non si può mandare a quel paese chi non è cortese e andare a cena fuori più di una volta al mese e non badare a spese non si può, no a meno che tu non sia il presidente del consiglio o sua figlia o suo figlio il ministro degli interni o sua moglie e tutti i suoi fratelli l'allenatore della nazionale o meglio ancora il cardinale Barabba... Non si può avere le foto scandalistiche sui giornali le tette di tua moglie al vento proprio non si può portarsi a letto le ventenni quando hai settant'anni e fare i danni non si può fare colazione in camera ogni mattina e per curarsi bene avere una sola medicina di marca colombiana non si può, no a meno che tu non sia il presidente del consiglio o sua figlia o suo figlio il ministro degli interni o sua moglie e tutti i suoi fratelli l'allenatore della nazionale o meglio ancora il cardinale Barabba...
LINK: P.S. Conosco poco questo cantautore, ma in questo brano, di primo acchito, lo sento a metà strada tra Edoardo Bennato e Rino Gaetano, ed è un un bel complimento.

Quanto vale la vita di un uomo?

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Un accenno alla vicenda di Youssef Maged Al Molky, 47 anni. Il palestinese ritenuto tra i principali responsabili del sequestro della nave da crociera Achille Lauro, avvenuto nel 1985, e ieri sera espulso e rimpatriato a sorpresa con destinazione Siria, dove sarà passibile di pena di morte per quei reati (sequestro e uccisione del passeggero statunitense di origine ebraica, Leon Klinghofer) per i quali in Italia ha scontato interamente la pena di reclusione: 30 anni ridotti a 23 e 8 mesi per buona condotta. Inutili le opposizioni dei suoi avvocati. Caduti nel vuoto anche gli appelli della moglie italiana.
Ne parlava ieri sera il blog Haramlik ("Un’Italia sempre più immorale. E assassina.") e stamattina La Repubblica (qui in voce e qui con un articolo). A questa notizia deve essere dato giusto rilievo perché 1) è immorale che uno Stato che aborrisce la pena di morte estradi una persona in una nazione dove potrà essere giustiziato; 2) si tratta dell'ennesima assurda conseguenza della pessima legislazione e gestione dell'immigrazione che l'Italia si ritrova oggi ad avere. Uno Stato civile e di diritto come il nostro non dovrebbe far sì che nessuno tocchi Caino?

Carissimo Pinocchio

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Questa lettera circola da qualche giorno in rete...
Caro Presidente del consiglio, oppure essendo una giovane donna dovrei dire “Caro Papi”? Meglio in fondo iniziare con caro Silvio. Mi rivolgo a te come individuo, non come rappresentante pubblico né come seduttore ultra settantenne che, cosciente di ciò che è, recita un ruolo di potere un po’ perverso, dove non si capisce dove finisce l’atteggiamento paternale ed inizia qualcos’altro. È in fondo quello che succede nelle famiglie quando un adulto abusa di un minore no? Si inizia per dimostrare affetto e si finisce con una mano sul culo… Bene, tornando a noi caro Silvio vorrei dirti che sono una donna, che cerca di esserlo al meglio, manifestando nel suo privato e nella sua quotidianità le tante risorse che una donna ha. La creatività, la compassione, la forza, la bellezza, l’armonia, la sensitività… a volte non è facile essere donna sai? In questo mondo si lotta per manifestare ciò che si è, si lotta per una pari opportunità, si lotta per uno stipendio uguale a quello di un uomo, si lotta anche per non essere oggetti: per non consentire a ogni uomo che incontri di marchiarti come fanno i gatti con il loro territorio né di essere considerati cose da UTILIZZARE. Eh già, lo dica al suo avvocato, che sono le cose che si utilizzano, le persone caso mai si vivono… È un continuo slalom tra coraggio, battute a sfondo sessuale, sforzi, sguardi e a volte capita ancora che qualcuno si senta autorizzato a darti una pacca sul sedere in metropolitana solo perché ce l’hai rotondo. Io come donna, lo sto cercando di cambiare questo mondo, rispetto gli altri e cerco di insegnare a mia figlia a farlo. Il potere di una persona sull’altra deve fermarsi davanti a questo rispetto. E lei Signor Presidente di potere ne ha davvero tanto. E di rispetto? Soldi, sesso, forza e predominio la sua vicenda PRIVATA ma che è diventata molto PUBBLICA per il RUOLO di cui Lei è investito e per i LUOGHI dove si è consumata è la solita storia del misero potere umano. Quello per intenderci che comanda da millenni e guardiamo un po’ dove ha condotto il mondo. Ma è possibile che non ci siamo evoluti neanche un po’? Siamo ancora all’arcaico IUS PRIMAE NOCTIS ? Chi ha il potere ne abusi? Insomma Signor Silvio lei è davvero felice di questa involuzione? La donna velina è il risultato odierno di EVA? Vogliamo crescere o rimane nell’era del pisello e di tutti gli annessi e connessi che ci fanno sentire uomini? Io da donna le dico che non mi sento rappresentata da Lei... Ma una parte di me si chiede se l’immagine di sé che sta dando è davvero quella che vuole rimanga registrata negli annali del tempo... Ma non possiamo sognare un sogno più grande che uno stuolo di signorine pronte a compiacerci? Il compiacimento di se stesso non riesce con i suoi ultra settant’anni e i suoi successi a provarlo da sé? Chissà cosa direbbe la sua mamma… Con un sorriso, Cristina Egregio Presidente Silvio Berlusconi c/o Palazzo Grazioli Via del Plebiscito, 102 00186 ROMA

sabato 27 giugno 2009

4 : commenti
Torno con i miei giochi: ANEDDOTO E BRANO Chi si cela dietro questo anagramma? È molto famoso.

Accerchiamento

4 : commenti
I have a dream
che il G8 si trasformi in una "O" di Giotto che chiuda onorevolmente il cerchio della carriera politica di... be' potete immaginarlo! Metto insieme qualche segnale di ciò:
Insomma, un po' di indizi non fanno una prova... ma una speranza sì! (*) Sono particolarmente orgoglioso che la proposta sia partita anche dalla mia città, tra le proponenti c'è infatti la Prof. Angelica Mucchi Faina dell'Università di Perugia (con cui detti molti anni fa l'esame di Psicologia Sociale). P.S. Ho scelto la vignetta a lato per accompagnare il post perché mi sembra ben esemplificativa di come all'estero vedano guidata l'Italia.

venerdì 26 giugno 2009

Tornerà l'ora di scrivere poesie

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È tempo di fare il punto della rotta, ondivaga, di questo mio un po' trascurato blog.
Ultimamente ho parlato poco di poesia. Ho avuto meno voglia di scherzare. Ho riportato poche notizie e storie positive raccolte in rete, quelle che quanto più dan motivo di sperare in un futuro migliore (per tutto il pianeta), tanto più mi rendono felice. Insomma, ho messo da parte i temi che in due anni e mezzo hanno contraddistinto queste pagine. E ho parlato poco di me stesso. E non ho più fatto visita alle amiche e agli amici della blogosfera assiduamente come prima. C'è un motivo. Per quella che è la mia sensibilità e - se me lo concedete - intelligenza, percepisco come tanti un pericolo di emergenza democratica per l'Italia, e sento il dovere di contribuire per quel che posso a difendere i valori di libertà in cui credo. Non ho mai fatto mistero con nessuno di quali siano le mie inclinazioni politiche: sono di sinistra perché, per infinite ragioni, amo la solidarietà e la tolleranza e non mi piacciono il neoliberismo e il capitalismo selvaggio. Credo assolutamente nel valore del dialogo e nell'alternanza democratica tra forze politiche diverse, purché siano rappresentate da leader rispettosi delle regole della società civile, leader che non mirino a trarre vantaggi o profitti personali dalla loro posizione, leader che sappiano rinsaldare l'unità nazionale piuttosto che spaccarla. Fin troppe analisi sono state scritte, da persone ben più esperte di me, sui motivi per cui una fetta consistente dei nostri concittadini non si avveda della deriva liberticida a cui ci sta conducendo l'eccessiva concentrazione di potere (politico ed economico) nelle mani d'un unico tele-pervasivo leader. Con qualche analogia con quanto cominciò a succedere una novantina d'anni fa, se non che oggi i mezzi per il controllo di massa delle coscienze sono estremamente più raffinati e potenti. So bene che di fronte a questi discorsi molti elettori di Berlusconi e della Lega, si sentono offesi. Scusatemi, ammetto che i Napoleoni, grandi o piccoli che siano, non mi hanno mai affascinato e mai mi affascineranno. Son fatto così. Chi in coscienza avverte nella società che lo circonda un pericolo di autoritarismo e totalitarismo deve impegnarsi - nei limiti della non violenza e del confronto civile ovviamente - per difendere i valori costituzionali della repubblica in cui è nato e cresciuto. Si tratta di un imperativo morale a cui è impossibile sottrarsi. Ed è proprio quello che sto facendo, in questo blog e su facebook. Non solo, al di là delle 36 ore di lavoro settimanali, sento il bisogno di impegnarmi su questi temi fuori da internet e dentro la vita reale, in qualsivoglia modo possa mettere a frutto quel paio di talenti che ho. Tornerà l'ora di scrivere poesie. Ora son giorni più da pamphlet. :-)

giovedì 25 giugno 2009

Hai due mucche...

5 : commenti
Questa si che è didattica! Questo manualetto di sociologia politica circola nel web da un po': imperdibile! :-)
SOCIALISMO: Hai 2 mucche.
Il tuo vicino ti aiuta ad occupartene e tu dividi il latte con lui.
COMUNISMO:
Hai 2 mucche.
Il governo te le prende e ti fornisce il latte secondo i tuoi bisogni.
FASCISMO:
Hai 2 mucche.
Il governo te le prende e ti vende il latte.
NAZISMO:
Hai 2 mucche.
Il governo prende la vacca bianca ed uccide quella nera.
DITTATURA:
Hai 2 mucche.
La polizia te le confisca e ti fucila.
FEUDALESIMO:
Hai 2 mucche.
Il feudatario prende metà del latte e si tromba tua moglie.
DEMOCRAZIA:
Hai 2 mucche.
Si vota per decidere a chi spetta il latte.
DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA:
Hai 2 mucche.
Si vota per chi eleggerà la persona che deciderà a chi spetta il latte.
ANARCHIA:
Hai 2 mucche.
Lasci che si organizzino in autogestione.
CAPITALISMO:
Hai 2 mucche.
Ne vendi una per comprare un toro ed avere dei vitelli con cui iniziare un allevamento.
CAPITALISMO SELVAGGIO:
Hai 2 mucche.
Fai macellare la prima ed obblighi la seconda a produrre tanto latte come 4 mucche. Alla fine licenzi l'operaio che se ne occupava accusandolo di aver lasciato morire la vacca di sfinimento.
BERLUSCONISMO:
Hai 2 mucche.
Ne vendi 3 alla tua Società quotata in borsa, utilizzando lettere di credito aperte da tuo fratello sulla tua banca. Poi fai uno scambio delle lettere di credito, con una partecipazione in una Società soggetta ad offerta pubblica e nell'operazione guadagni 4 mucche beneficiando anche di un abbattimento fiscale per il possesso di 5 mucche. I diritti sulla produzione del latte di 6 mucche vengono trasferiti da un intermediario panamense sul conto di una Società con sede alle Isole Cayman, posseduta clandestinamente da un azionista che rivende alla tua Società i diritti sulla produzione del latte di 7 mucche.Nei libri contabili di questa Società figurano 8 ruminanti con l'opzione d'acquisto per un ulteriore animale. Nel frattempo hai abbattuto le 2 mucche perché sporcano e puzzano. Quando stanno per beccarti, diventi Presidente del Consiglio. P.S. La mente che ha concepito questo saggio "manualetto" è semplicemente geniale, cosa darei per conoscerla!

mercoledì 24 giugno 2009

Questo è un uomo!

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W Don Antonio Sciortino, che su Famiglia Cristiana scrive quello che i "servi" non hanno il coraggio di dire del loro "re". Santa Famiglia Cristiana! :-)
A chi non è delle mie stesse idee politiche domando: cosa c'è di sbagliato a desiderare per l'Italia un Presidente del Consiglio di cui poter essere fieri di fronte alle nostre coscienze, ai nostri figli e all'opinione pubblica delle nazioni estere?

Se questo è (sempre) un uomo...

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1994 "Le smentite a ripetizione rivelano solo che abbiamo una classe politica nuova che non ha ancora assimilato il fatto che un politico è un uomo pubblico in ogni momento della sua giornata e che deve comportarsi e parlare come tale. [...] Quattro anni fa, e cioè in tempi non sospetti, scrissi che la nomina di Giampaolo Sodano alla RAI nasceva dai salotti di GBR, la televisione di Anja Pieroni. Oggi penso che se noi avessimo raccontato di più la vita privata dei leader politici forse non saremmo arrivati a tangentopoli, forse li avremmo costretti a cambiare oppure ad andarsene. Non è stato un buon servizio per il paese il nostro fair play: abbiamo semplicemente peccato di ipocrisia. Di Anja Pieroni sapevamo tutto da sempre e non era solo un personaggio della vita intima di Craxi. La distinzione fra pubblico e privato è manichea: ripeto, un politico deve sapere che ogni aspetto della sua vita è pubblico. Se non accetta questa regola rinunci a fare il politico.
Augusto Minzolini
2009 "Accade che semplici ipotesi investigative e chiacchiericci si trasformino in notizie da prima pagina nella realtà virtuale dei media o per strumentalizzazioni politiche o per interessi economici. È avvenuto in passato, come ricorderete, quando si tentò di colpire il presidente del consiglio di allora strumentalizzando la foto che ritraeva un suo collaboratore in una situazione definita scabrosa. È accaduto più volte in queste settimane in cui è stata messa sotto i riflettori la vita privata del premier in nome di un improvviso moralismo: abbiamo visto addirittura celebri mangiapreti vestire i panni di novelli Savonarola. Queste strumentalizzazioni, questi processi mediatici, non hanno nulla a che vedere con l'informazione del servizio pubblico. Nella settimana in cui gli Stati Uniti hanno scelto le nuove regole per proteggere il risparmio nel mondo, mentre esplodeva il caso Iran, e alla vigilia del G8, sarebbe stato incomprensibile privilegiare polemiche sul gossip nazionale solo per scimmiottare qualche quotidiano o rotocalco. Questa è la linea editoriale del Tg1 che vi ho promesso, cari telespettatori, fin dal primo giorno. E che continuerò a garantirvi."
Augusto Minzolini
Egregio Direttore del TG1, visto che è così bravo a cambiare idea, ci faccia un piacere: cambi anche lavoro. Grazie.

martedì 23 giugno 2009

La pesante eredità di Milton Friedman

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Ringrazio l'amica Rosella per avermi inviato alcuni estratti dell'ultima opera di Naomi Klein, Shock Economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli, Milano 2007 (ed. originale: The Shock Doctrine, 2007).
Giusto in questi giorni mi era capitato di riflettere su come l'autoritarismo trovi terreno fertile per radicarsi in occasione di disastri naturali (o guerre o altre catastrofi umani): il brano che ho scelto è capitato, come sul dirsi, a fagiolo. Mutatis mutandis, confrontatelo (le evidenziature rosse che troverete sono mie) con le prime dichiarazioni del governo italiano rispetto a come ricostruire l'Aquila o anche solo semplicemente allo smantellamento del sistema scolastico pubblico promosso dalla riforma Gelmini.
Introduzione
Il fascino della tabula rasa. Tre decenni passati a cancellare e rifare il mondo
Ma la terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza. Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra. Allora Dio disse a Noé: "È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco io li distruggerò insieme con la terra". (Genesi 6, 11)
"Shock e sgomento" [Shock and Awe] sono azioni che generano paure, pericoli e distruzione incomprensibili per la popolazione, per elementi/settori specifici della società che pone la minaccia, o per i leader. La natura, sotto forma di tornado, uragani, terremoti, inondazioni, incendi incontrollati, carestie ed epidemie, può generare "Shock and Awe".
Shock and Awe: Achieving Rapid Dominance [Shock e sgomento. Come ottenere rapidamente il predominio], la dottrina militare per la guerra americana in Iraq.
Ho conosciuto Jamar Perry nel settembre 2005, al grande centro d'accoglienza gestito dalla Croce Rossa a Baton Rouge, Louisiana. Era in fila per la cena, distribuita con parsimonia da giovani e sorridenti adepti di Scientology. Ero appena stata fermata per aver parlato agli sfollati senza essere scortata da qualcuno dell'ufficio stampa, e ora stavo facendo del mio meglio per confondermi nella folla: una canadese bianca in un mare di afroamericani del Sud. Mi infilai nella coda per la cena, dietro Perry, e gli chiesi di parlarmi come se fossi una vecchia amica, cosa che lui fece di buon grado. Nato e cresciuto a New Orleans, era fuggito dalla città inondata una settimana prima. Dimostrava circa diciassette anni, ma mi disse di averne ventitre. Lui e la sua famiglia avevano atteso a lungo gli autobus per l'evacuazione; non vedendoli arrivare, si erano messi in marcia sotto il sole cocente. Infine si erano ritrovati lì, in un enorme centro congressi, un tempo teatro di convention farmaceutiche e "Carneficina nella Capitale: Il Meglio del Wrestling", ma che ora era invaso da duemila letti da campo e una folla di gente arrabbiata ed esausta, guardata a vista da nervosi soldati della Guardia nazionale appena tornati dall'Iraq.
La notizia che quel giorno stava facendo il giro del centro d'accoglienza era che Richard Baker, un importante membro repubblicano del Congresso nonché loro concittadino, aveva detto a un gruppo di lobbisti: "Siamo finalmente riusciti a ripulire il sistema delle case popolari a New Orleans. Noi non sapevamo come fare, ma Dio l'ha fatto per noi". Joseph Canizaro, uno dei più ricchi costruttori di New Orleans, aveva da poco espresso sentimenti analoghi: "Credo che abbiamo di fronte una tabula rasa da cui ripartire. E grazie a questa tabula rasa abbiamo grandi opportunità". Per tutta quella settimana l'Assemblea legislativa statale della Louisiana a Baton Rouge aveva brulicato di lobbisti aziendali intenti ad assicurarsi quelle grandi opportunità: meno tasse, meno regole, manodopera meno costosa e "una città più piccola e più sicura" - che in pratica valeva a dire radere al suolo le case popolari e sostituirle con condomini. A sentire tutti i discorsi su "nuovi inizi" e "tabula rasa", si rischiava di dimenticare il brodo tossico di macerie, rifiuti chimici e resti umani che distava solo qualche miglio di autostrada.
Jamar non riusciva a pensare ad altro. "A me non sembra davvero un modo per ripulire la città. Quel che vedo io è che nelle zone povere sono morte un sacco di persone. Persone che non avrebbero dovuto morire".
Parlava a voce bassa, ma un uomo più anziano in fila davanti a noi lo sentì e si voltò di scatto. "Ma cosa diavolo crede quella gente a Baton Rouge? Questa non è un'opportunità. È una stramaledetta tragedia. Sono ciechi?".
Una madre con due bambini intervenne: "No, non sono ciechi, sono cattivi. Ci vedono benissimo".
Tra coloro che videro opportunità nelle acque che sommersero New Orleans ci fu Milton Friedman, grande guru del movimento per il capitalismo sfrenato, nonché l'uomo cui dobbiamo la bibbia dell'economia globale contemporanea basata su un'estrema mobilità. Benché novantatreenne e piuttosto cagionevole di salute, "zio Miltie" - così lo chiamavano i suoi seguaci -trovò le energie per scrivere un editoriale per il "Wall Street Journal" tre mesi dopo la rottura degli argini. "La maggior parte delle scuole di New Orleans é in rovina", osservò Friedman, "come lo sono le case dei bambini che le frequentavano. Quei bambini ora sono sparsi per il Paese. Questa è una tragedia. Ma è anche un'opportunità per riformare radicalmente il sistema educativo".
L'idea di Friedman era che, invece di spendere parte dei miliardi di dollari destinati alla ricostruzione per ripristinare, migliorandolo, il preesistente sistema delle scuole pubbliche a New Orleans, il governo avrebbe dovuto fornire alle famiglie dei buoni spesa, da usare presso istituzioni private, molte delle quali a scopo di lucro, sovvenzionate dallo Stato. Era essenziale, scriveva Friedman, che questo mutamento epocale del sistema scolastico non fosse una misura provvisoria, d'emergenza, ma piuttosto "una riforma permanente".
Una rete di think tanks conservatori si gettò sulla proposta di Friedman e calò sulla città dopo l'uragano. L'amministrazione di George W. Bush appoggiò i loro piani con decine di milioni di dollari per convertire le scuole di New Orleans in "scuole charter", ovvero scuole pubbliche gestite da enti privati secondo le proprie regole. Le scuole charter sono fonte di profonde diseguaglianze negli Stati Uniti, e in particolare a New Orleans, dove vengono viste da molti genitori afroamericani come un modo di ribaltare le conquiste del movimento per i diritti civili, che garantiva a tutti i bambini lo stesso standard educativo. Per Milton Friedman, d'altro canto, l'intero concetto di sistema scolastico statale puzzava di socialismo. A suo parere, la funzione dello Stato era quella di "proteggere la nostra libertà sia dai nemici esterni sia dai nostri concittadini: mantenere la legalità e l'ordine, conferire forza operativa ai contratti privati, salvaguardare la competitività di mercato". In altre parole, garantire il servizio di polizia e l'esercito; ogni altra cosa, ivi compresa l'istruzione gratuita, costituiva un'indebita ingerenza nel mercato.
In stridente contrasto con la lentezza geologica nella riparazione degli argini e nel ripristino della rete elettrica, la vendita all'asta del sistema scolastico di New Orleans si svolse con rapidità e precisione militari. Nel giro di diciannove mesi, quando la maggior parte dei cittadini poveri era ancora in esilio, il sistema delle scuole pubbliche di New Orleans era stato quasi completamente rimpiazzato da scuole charter gestite da privati. Prima dell'uragano Katrina, il comitato dei direttori d'istituto gestiva 123 scuole pubbliche; ora solo quattro. Prima di quell'uragano, c'erano state sette scuole charter private in città; ora ce n'erano trentuno. Gli insegnanti di New Orleans erano stati rappresentati da un sindacato forte; ora il contratto sindacale era stato stracciato, e tutti i suoi 4.700 membri erano stati licenziati. Alcuni insegnanti, tra i più giovani, furono riassunti dalle scuole charter, con salari ridotti; ma tutti gli altri no.
New Orleans era adesso, secondo il "New York Times", "il principale laboratorio nazionale per l'uso su larga scala delle scuole charter", mentre l'American Enterprise Institute, un think tank friedmaniano, esclamava raggiante che "Katrina ha ottenuto in un giorno [...] ciò che i riformatori scolastici della Louisiana non erano riusciti a ottenere in anni di tentativi". Gli insegnanti delle scuole statali, intanto, mentre vedevano i soldi destinati alle vittime dell'inondazione impiegati per cancellare un sistema pubblico e sostituirlo con uno privato, chiamavano il progetto di Friedman "un esproprio educativo".
Definisco "capitalismo dei disastri" questi raid orchestrati contro la sfera pubblica in seguito a eventi catastrofici, legati a una visione dei disastri come splendide opportunità di mercato.
L'editoriale su New Orleans si rivelò l'ultimo suggerimento pubblicamente espresso da Friedman; meno di un anno dopo, il 16 novembre 2006, morì all'eta' di novantaquattro anni. Privatizzare il sistema scolastico di una città americana di media grandezza potrà sembrare un'impresa modesta per l'uomo osannato come il più influente economista dell'ultimo mezzo secolo, un uomo che contava tra i suoi discepoli parecchi presidenti degli Stati Uniti, primi ministri britannici, oligarchi russi, ministri delle finanze polacchi, dittatori del Terzo mondo, segretari del partito comunista cinese, direttori del Fondo monetario internazionale e gli ultimi tre direttori della Federal Reserve americana. Eppure, la sua determinazione a sfruttare la crisi di New Orleans per affermare una versione fondamentalista del capitalismo fu anche un commiato particolarmente appropriato per questo professore alto un metro e sessanta e pieno di energie, che all'apice della carriera si era descritto come "un predicatore all'antica che declama il sermone domenicale".
Per più di trent'anni, Friedman e i suoi potenti seguaci avevano perfezionato proprio questa strategia: attendere il verificarsi di una grande crisi o di un grande shock, quindi sfruttare le risorse dello Stato per ottenere un guadagno personale mentre gli abitanti sono ancora disorientati, e poi agire rapidamente per rendere "permanenti" le riforme. In uno dei suoi saggi più influenti, Friedman formulò la panacea tattica che costituisce il nucleo del capitalismo contemporaneo, e che io definisco "dottrina dello shock". Osservava che "soltanto una crisi - reale o percepita - produce vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano. Questa, io credo, è la nostra funzione principale: sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile". Alcune persone accumulano cibo in scatola e acqua in previsione di grandi disastri; i friedmaniani accumulano idee per il libero mercato. E quando la crisi colpisce - ne era convinto il professore dell'Università di Chicago - è fondamentale agire in fretta, imporre un mutamento rapido e irreversibile prima che la società tormentata dalla crisi torni a rifugiarsi nella "tirannia dello status quo". Friedman stimava che "una nuova amministrazione dispone di un periodo di sei-nove mesi in cui realizzare i principali cambiamenti; se non coglie l'opportunità di agire incisivamente in quel periodo, non avrà un'altra occasione del genere". Variazione sul tema del consiglio di Machiavelli per cui i danni andavano inflitti tutti assieme, questa si sarebbe dimostrata una delle eredità strategiche di Friedman più durature.
Friedman imparò a sfruttare uno shock o una crisi su larga scala verso la metà degli anni Settanta, quando fece da consigliere al dittatore cileno, il generale Augusto Pinochet. Non solo i cileni erano in stato di shock dopo il violento colpo di Stato di Pinochet, ma il Paese era anche traumatizzato da una grave iperinflazione. Friedman consigliò a Pinochet di imporre una trasformazione fulminea dell'economia: tagli fiscali, libero scambio, privatizzazione dei servizi, tagli alla spesa sociale e deregulation. Alla fine, anche i cileni videro le loro scuole pubbliche rimpiazzate da istituti privati sovvenzionati mediante buoni spesa. Era la più estrema trasformazione in senso capitalistico mai tentata sino ad allora, e divenne famosa come la "Rivoluzione della Scuola di Chicago", dato che molti degli economisti di Pinochet avevano studiato con Friedman presso quella università. Friedman predisse che la velocità, la subitaneità e la portata dei mutamenti economici avrebbero provocato reazioni psicologiche nell'opinione pubblica tali da "facilitare l'adattamento". Coniò un'espressione per indicare questa tattica dolorosa: "trattamento shock" economico. Negli anni che seguirono, ogni volta che i governi hanno imposto radicali programmi di libero mercato, il trattamento shock, o"shockterapia", è stato il metodo favorito.
Pinochet facilitò l'adattamento anche attraverso le sue personali shock terapie: quelle applicate nelle tante camere di tortura del regime, inflitte sui corpi agonizzanti di chi era considerato un potenziale ostacolo sulla strada della trasformazione capitalistica. Molti, in America Latina, vedevano un legame diretto tra gli shock economici che impoverivano milioni di persone e l'ampia diffusione della tortura che puniva le centinaia di migliaia di persone che credevano in un diverso tipo di società. Come disse lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano: "Come salvare detta disuguaglianza se non a colpi di tortura con l'elettricità?".
Esattamente trent'anni dopo che queste tre distinte forme di shock erano calate sul Cile, la stessa formula è riemersa, con molta più violenza, in Iraq. Prima è venuta la guerra, con lo scopo - secondo gli autori della dottrina militare Shock and Awe (Shock e sgomento) - di "controllare la volontà dell'avversario, le sue percezioni e il suo intelletto, e renderlo letteralmente incapace di agire o reagire". Poi è venuta la shockterapia economica, imposta, in un Paese ancora in fiamme, da L. Paul Bremer, il governatore dell'Iraq nominato dagli Stati Uniti: privatizzazione selvaggia, completa libertà di scambio, un'aliquota d'imposta unica al 15 per cento, un governo di proporzioni ridottissime. Il ministro iracheno del Commercio ad interim, Ali Abdul-Amir Allawi, disse all'epoca che i suoi connazionali erano "stufi di essere cavie per esperimenti. Ci sono già stati abbastanza shock al sistema, non ci serve questa shockterapia economica". Quando gli iracheni opposero resistenza, furono rastrellati e portati in prigioni dove avrebbero subito fisicamente e psicologicamente altri shock, decisamente meno metaforici.
Ho iniziato a studiare il fenomeno della dipendenza del libero mercato dal potere dello shock quattro anni fa, nei primi giorni di occupazione dell'Iraq. Dopo aver fatto la corrispondente da Baghdad, dove avevo raccontato dei falliti tentativi di Washington di far seguire alla dottrina Shock and Awe la shockterapia, sono andata in Sri Lanka, diversi mesi dopo il catastrofico tsunami del 2004, e lì ho assistito a un'altra versione della stessa manovra: gli investitori stranieri e i prestatori internazionali si erano uniti allo scopo di sfruttare l'atmosfera di panico per consegnare l'intero litorale a imprenditori che vi costruirono grandi villaggi turistici, impedendo a centinaia di migliaia di pescatori di ricostruire le loro case vicino al mare. "Con un crudele rovescio di fortuna, la natura ha offerto allo Sri Lanka un'opportunità unica, e da questa grande tragedia sorgerà un importante polo del turismo internazionale", annunciò il governo dello Sri Lanka. Quando poi l'uragano Katrina colpì New Orleans, e la pletora di politici conservatori, think tanks e imprenditori edili iniziarono a parlare di tabula rasa e fantastiche opportunità, fu chiaro che il metodo privilegiato per imporre gli obiettivi delle grandi imprese, adesso, era quello di usare i momenti di trauma collettivo per dedicarsi a misure radicali di ingegneria sociale ed economica.
La maggior parte dei sopravvissuti a un disastro devastante vuole ben altro che una tabula rasa: vogliono salvare il salvabile e iniziare a riparare ciò che non è stato distrutto, vogliono riaffermare il proprio legame con i luoghi in cui sono cresciuti. "Mentre ricostruisco la città mi sembra di ricostruire me stessa", diceva Cassandra Andrews, residente della Lower Ninth Ward, una delle zone più colpite di New Orleans, mentre spazzava via i detriti. Ma i fautori del capitalismo dei disastri non hanno interesse a restaurare ciò che era prima. In Iraq, nello Sri Lanka e a New Orleans, la "ricostruzione" iniziò portando a compimento il lavoro svolto dal disastro, spazzando via cioè quanto rimaneva della sfera pubblica, per poi rimpiazzarlo in tutta fretta con una specie di Nuova Gerusalemme aziendale: il tutto prima che le vittime del disastro naturale fossero in grado di coalizzarsi e reclamare ciò che spettava loro di diritto.
Mike Battles l'ha espresso nel modo migliore: "Per noi, la paura e il disordine offrivano promesse concrete". Il trentaquattrenne ex agente segreto della CIA parlava di come il caos nell'Iraq post-invasione avesse aiutato la sua sconosciuta agenzia di sicurezza privata, la Custer Battles, a ricevere circa cento milioni di dollari in contratti governativi. Le sue parole potrebbero fungere da slogan per il capitalismo contemporaneo: paura e disordine sono i catalizzatori per ogni nuovo balzo in avanti.
Quando ho iniziato questa ricerca sull'intersezione tra superprofitti e megadisastri, pensavo di essere di fronte a una mutazione fondamentale del modo in cui la spinta a "liberare" i mercati si faceva strada in tutto il mondo. Sono stata parte attiva del movimento no global che fece il suo debutto mondiale a Seattle nel 1999, e quindi ero abituata a vedere questo genere di politiche, imposte facendo pressioni ai summit dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), o come clausole dei prestiti del Fondo monetario internazionale (Fmi). Le tre richieste tipiche - privatizzazione, deregulation e sostanziosi tagli alla spesa sociale - erano di solito molto malviste dai cittadini; ma quando si firmavano gli accordi c'era almeno il pretesto di un'intesa tra i governi che gestivano i negoziati, oltre al consenso tra i presunti esperti. Ora, lo stesso programma ideologico veniva imposto con i mezzi più apertamente coercitivi: sotto un'occupazione militare straniera in seguito a un'invasione, o subito dopo un cataclisma naturale. L'11 settembre sembra aver concesso a Washington il via libera per smettere di chiedere ai Paesi se desiderano la versione americana di "economia di mercato e democrazia" e iniziare a imporla con la forza militare dello Shock and Awe.
Approfondendo la storia della diffusione su scala planetaria di questo modello di mercato, tuttavia, mi sono resa conto che l'idea di sfruttare crisi e disastri era stato fin dall'inizio il modus operandi del movimento promossa da Milton Friedman: il fondamentalismo capitalista ha sempre avuto bisogno dei disastri per imporsi. Certo, i disastri stessi erano sempre più grandi e scioccanti; ma ciò che stava accadendo in Iraq e a New Orleans non era un'invenzione nuova, post-11 settembre. Piuttosto questi esperimenti di sfruttamento delle crisi costituivano il culmine di tre decenni di stretta osservanza della dottrina dello shock.
Visti attraverso la lente di questa dottrina, gli ultimi trentacinque anni hanno un aspetto molto diverso. Alcune delle più drammatiche violazioni dei diritti umani nella nostra epoca, usualmente considerate semplici atti di sadismo compiuti da regimi antidemocratici, in realtà sono state commesse con l'intento deliberato di terrorizzare l'opinione pubblica allo scopo di preparare il terreno per l'introduzione di "riforme" radicali in senso liberista. In Argentina negli anni Settanta, la "sparizione" di trentamila persone - molte delle quali attivisti di sinistra - a opera della junta fu un passo essenziale per l'imposizione di politiche ispirate alla Scuola di Chicago, esattamente come il terrore era stato complice della stessa metamorfosi in Cile. In Cina nel 1989, lo shock del massacro di piazza Tienanmen, e gli arresti di decine di migliaia di persone che seguirono, permisero al partito comunista di trasformare gran parte del Paese in una tentacolare zona di libera esportazione, popolato da lavoratori troppo spaventati per rivendicare i loro diritti. In Russia nel 1993, Boris Eltsin decise di inviare carri armati per appiccare il fuoco agli edifici del Parlamento e di chiudere in carcere i leader dell'opposizione: fu questo aspianare la strada per la privatizzazione a prezzi di saldo che fece nascere i famigerati oligarchi di quel Paese.
La guerra delle Falkland nel 1982 servì a uno scopo simile per Margaret Thatcher in Gran Bretagna: il disordine e il fervore nazionalista scaturiti dalla guerra le consentirono di usare una straordinaria durezza per sconfiggere i minatori in sciopero e accendere la prima frenesia di privatizzazioni in una democrazia occidentale. L'attacco Nato a Belgrado nel 1999 creò le condizioni per repentine privatizzazioni nell'ex Jugoslavia: un obiettivo che risaliva a prima della guerra. Il fattore economico ovviamente non fu l'unica causa di queste guerre ma, in ciascuno di questi casi, un grande shock collettivo fu sfruttato per preparare il terreno alla shockterapia economica.
Gli episodi traumatici che hanno assolto questa funzione di indebolimento non sono sempre stati apertamente violenti. In America Latina e in Africa negli anni Ottanta, fu una crisi di indebitamento a obbligare i Paesi alla scelta tra "privatizzazione o morte", per usare le parole di un funzionario del Fmi. Messi in ginocchio dall'iperinflazione, e solitamente troppo indebitati per opporsi alle pretese che accompagnavano i prestiti stranieri, i governi accettarono un trattamento shock con la promessa che ciò li avrebbe salvati da un disastro ben peggiore. In Asia, fu la crisi finanziaria del 1997-98 - paragonabile, per gli effetti devastanti, alla Grande depressione - a trasformare, aprendo a forza i loro mercati, le cosiddette Tigri asiatiche in quella che il "New York Times" ha definito "la svendita per cessata attività più grande del mondo". Molti di questi Paesi erano democrazie, ma le radicali trasformazioni economiche non sono state imposte democraticamente. Al contrario: come Friedman aveva ben compreso, l'atmosfera generale di crisi forniva il necessario pretesto per ignorare i desideri espressi dagli elettori e consegnare il Paese a economisti "tecnocrati".
Naturalmente, ci sono stati casi in cui l'adozione di politiche liberiste ha avuto luogo in modo democratico: si sono visti politici vincere le elezioni con programmi intransigenti, e gli Stati Uniti di Ronald Reagan ne sono l'esempio migliore; un caso più recente è quello dell'elezione di Nicolas Sarkozy in Francia. In questi casi, tuttavia, i crociati del libero mercato hanno incontrato la pressione dell'opinione pubblica e sono stati obbligati a temperare e modificare i loro piani economici radicali, accettando cambiamenti parziali al posto di una conversione totale. Il punto cruciale è che il modello economico di Friedman può essere parzialmente imposto in una democrazia, ma per attuarlo in tutta la sua portata ideale sono richieste condizioni di natura autoritaria. Perché la shockterapia economica potesse essere applicata senza vincoli - come lo fu in Cile negli anni Settanta, in Cina negli Ottanta, in Russia nei Novanta e negli Stati Uniti dopo l'11 settembre 2001 - è sempre stato necessario un qualche ulteriore grosso trauma collettivo che sospenda temporaneamente o sopprima completamente le consuetudini democratiche.
Questa crociata ideologica ha visto la luce nei regimi autoritari del Sudamerica, e nei suoi più ampi territori di ultima conquista - Russia e Cina - coesiste ancora oggi, in tutta serenità e generando grandi profitti, con una leadership dal pugno di ferro.

Niente di giovane dietro una droga

2 : commenti
Troppo carina questa canzone! È del 2005 ma l'ho scoperto solo poco fa grazie all'amica Caterpillar di Sviaggi. Il suo autore si chiama Gionata e vive a Lugano. Ragazzi dategli retta: l'unica droga che vale è la felicità che si distilla dalla vita, non quella che si brucia con le sostanze. Ecco il testo della canzone "Niente di giovane dietro una droga", dall'album Si può essere un'alba (2005). Non c'è niente di giovane, dietro una droga. Proprio niente di giovane, dietro una droga. Presìdi medici e chimici, dietro una droga. Uomini a corto di scrupoli, dietro una droga. Consigli d'amministrazione, dietro una droga. Ma proprio niente di giovane, niente di giovane. Divento d'oppio dal ridere, quando canticchi di legalizzare e non lo vedi che di fatto è già tutto legale, non lo vedi che di fatto è già tutto legale. Non c'è niente di giovane, dietro una droga. Ci sono imperi e nazioni, dietro una droga. Nessuna libertà, dietro una droga. Il problemino è che la tua gioventù non la stai bruciando tu. Divento d'oppio dal ridere, quando t'illudi di trasgredire e non t'accorgi che di fatto è già tutto normale. Non t'accorgi che di fatto è già tutto normale. Non t'accorgi che di fatto è già tutto normale. Non t'accorgi che di fatto è già tutto normale. Sono il bacchettone. Gonfiami di fischi. Vengo a darti ragione. La droga è distribuita molto meglio dei dischi. Si può scopare alla grande, anche senza una droga. Si può suonare da Dio, anche senza una droga. E si può fare la pace, anche senza una droga. E si può essere un'alba, anche senza una droga. ALTRI LINK

lunedì 22 giugno 2009

Noi "poveri comunisti"

10 : commenti
Ai tempi di mani pulite, l'estrema linea di difesa che Bettino Craxi, pace all'anima sua, cavalcò contro la marea di riscontri giudiziali che lo inchiodavano alle proprie respnsabilità fu quella del “siamo tutti ladri: chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Oggi il centrodestra, in stato di confusione mentale rispetto allo scandalo che sta travolgendo la moralità del suo paladino dall'armatura sempre più appannata, alza in maniera simile lo scudo del “siamo tutti puttanieri”: questo in soldoni è l'irrecepibile invito rivoltoci da Luigi Santambrogio nel suo editoriale su Libero (qui).
Ma c'è di peggio. Sandro Bondi sul Giornale (qui) accusa Repubblica (qui la replica) e Corriere della Sera di essere “pericoli per la democrazia” e di vendere ai loro lettori una falsa visione della realtà. Sic et simpliciter il bue che dice cornuto all'asino. Almeno i sofisti, quando volevano dimostrare bianco il nero e nero il bianco, sapevano argomentare in maniera vincente. In modo assai più sottile Francesco Cossiga, esternando pubblicamente sul Corriere della Sera (qui) una lettera tête-à-tête indirizzata a Silvio Berlusconi, gioca a fare il cardinale Richelieu che consiglia Luigi XIII. Un gioiellino retorico ben confezionato che elenco le vigenti prassi di governo. Macchiavellico! Quasi un contrappasso per un Presidente del Consiglio che ultimamente ha aggiunto alla sua corona il titolo di “re dell'ossimoro”: ad esempio l'ossimoro del buon capofamiglia che si concede un harem di giovani e avvenenti "scappatelle"! E potremmo pure riderci su, se "il cavaliere" fosse il personaggio di una “commedia all'italiana” piuttosto che rappresentare per definizione l'Italia nel mondo. Insomma in ogni registro, inconsapevolmente o consapevolmente, viene messa in scena attrono a noi l'arroganza di quel particolare tipo di elite che si ritiene al di là delle leggi e delle regole valide per i comuni mortali. Cosa sono morale, valori e civiltà per chi appartiene o ambisce appartenere a questa oligarchia? Solo una bandierina da lasciare sventolare al “popolo bue” o da issare a mo' di stendardo quando serve raccogliere il voto cattolico. E no, basta! Non siamo tutti come qualcuno vorrebbe dipingerci: non siamo tutti ladri, puttanieri, bugiardi, malati di deliri d'onnipotenza, non miriamo tutti ad aggirare le regole della democrazia e la legge in generale! Ci siamo pure noi, che non dimentichiamo di essere nati in una nazione libera, orgogliosamente risorta dalle ceneri di una delle pagine più cupe della storia: il fascismo e la guerra mondiale, e poi civile, in cui esso ci trascinò. Per questo ci sdegniamo di vedere nuovamente al potere la vanagloria del “me ne frego”. Se questo significa essere "poveri comunisti" ne siamo fieri, anche perché, come ho scritto qualche giorno fa, sempre meglio essere "poveri comunisti" che ricchi megalomani! La realtà è che la maggior parte degli italiani possiede ancora un senso morale, nonostante le continue evidenti manipolazioni massmediatiche dei giornali, telegiornali e programmi TV vari, pianificate proprio per estirparci coscienza e consapevolezza. Noi "poveri comunisti" crediamo ancora nella forza della verità, dell'uguaglianza, della libertà, e auguriamo a tutti i nostri concittadini un'Italia monda dell'ipocrisia, dell'amoralità e dello squallore oggi imperanti. Ma quanti desiderano una Italia fatta di ladri e puttanieri siano coerenti: augurino ai propri figli e nipoti di diventare lenoni ammanicati con la "reggia" e alle proprie figlie e nipoti più belle di diventare le escort da tre zeri a notte che scaldano il letto di chi comanda.

domenica 21 giugno 2009

Un appello da sottoscrivere per un'Italia ancora libera

2 : commenti

I giornali hanno il dovere di informare. I cittadini hanno il diritto di sapere.
Firma l'appello di Repubblica
P.S. Già raccolte oltre 230.000 adesioni al 21/06/09, aggiungi anche la tua.

Sorprese di Parigi

1 : commenti
Giovedì notte sono tornato dalla mia otto giorni a Parigi (e Disneyland) con mia figlia. Ho fatto molte foto, ne scelgo solo tre, rigorosamente in bianco e nero. Le prime due sono due scorci non-fashion ma estremamente metropolitani dei Champs-Élysées (ci tengo a precisare che il famoso buoulevard non appartiene alla mia personale lista dei luoghi "magici" della capitale d'oltralpe). Ai motivi di questa mia "avversione" potrei dedicare un intero post... La terza foto è una 'prospettiva lunga' della Senna, il Pont des Arts in primo piano, i raggi del sole contro. L'ho scattata qualche ora prima del tramonto dalla punta ovest dell'Ile de la Cité, angolo che, lungi da moralismi, non corrisponde più al quadretto romantico e pittoresco dei miei ricordi di 20 e 15 anni fa: è diventato una sorta di 'festival della birra' dei ragazzi in visita a Parigi. Oggi la sbronza sembra non aver più nulla di trasgressivo, piuttosto un modo per sentirsi a-la-page, riempire il tempo... e un vuoto. C'è anche una quarta foto. Documenta un incontro fortunato ai Champs-Élysées: guardate un po' chi c'è accanto ad Arianna! Peccato solo avergli tagliato un piede, eh sì, qui si vede il "fotografo della domenica" all'opera.
P.S. A proposito, ecco le altre foto che mi è capitato di fare ad Ari insieme a dei "personaggi famosi":
Vedete come sono fatto: a farmi fotografare io insieme a loro manco ci ho pensato, penso sempre solo ad Arianna!! :-)

sabato 20 giugno 2009

10 anni e 3 mesi fa...

6 : commenti
Preparavo un esame e mia figlia (8 mesi) studiava insieme a me! Che bel ricordo... restituitomi per caso da questa foto ritrovata. Buffo poi rivedermi con capelli e occhiali, che in realtà mettevo solo a casa, preferendo in ogni occasione le lenti a contatto. La vista, dopo l'intervento fatto 7 anni fa, l'ho completamente recuperata (mi mancavano più di 7 diottrie). I capelli invece li ho persi del tutto! :-)

Meglio "poveri comunisti" che ricchi megalomani!

3 : commenti
 
Sono arrivato di corsa, perché il Consiglio si è prolungato oltre al previsto. Abbiamo anche la contestazione... evviva! Così almeno tutti voi (rivolgendosi ai suoi sostenitori) potete capire la differenza fondamentale che c'è tra noi e loro (indicando i contestatori). Noi non andremmo mai, mai siamo andati, a disturbare l'incontro tra qualcuno dei loro capi, dei loro leader, e i loro elettori. Perché noi siamo uomini e donne democratici e di libertà! Si sono messi a strumentalizzare la paura, la speranza, il dolore, i morti, vergogna! Non avete dignità! Non sapete cos'è la nobiltà d'animo! Non sapete cos'è la democrazia! Non sapete cos'è la libertà! Siete ancora, ed oggi come sempre, dei poveri comunisti!
(Silvio Berlusconi - Cinisello Balsamo, 19/06/09)

Che aggiungere? In questo video si osserva una civile e composta contestazione (N.B. a voglia che Prodi, Veltroni ecc. sono stati contestati dai sostenitori del centrodestra, altro che mai!) a cui un Presidente del Consiglio reagisce in modo assolutamente indecoroso inappropriato al ruolo: stavolta, più che scatenato, da ricovero.

venerdì 19 giugno 2009

Roma, 20/06/09: Una serata per l'Abruzzo

1 : commenti
LUNA NUOVA: SOLIDARIETÀ PER LA RINASCITA DELLA MUSICA. UNA SERATA PER L'ABRUZZO Segnalo molto volentieri, per chi è di Roma e dintorni, che domani si terrà nella capitale, alle ore 21 presso la Cavea Corviale, la manifestazione organizzata dall’Ass. Luna Nuova per raccogliere fondi da destinare alla ricostruzione del Conservatorio Alfredo Casella dell’Aquila (nella foto). La serata vedrà protagonisti molti artisti: Direzione artistica: Antonio Infantino Proiezione di "L'essenziale è invisibile agli occhi", cortometraggio (10 minuti) realizzato dall’Accademia dell’Immagine dell’Aquila sul tema è quello della ricostruzione, raccontata attraverso una delle tante storie che accomunano le persone colpite dal sisma. Una giovane donna e suo padre, anziano e cieco, devono recuperare alcuni oggetti nella loro casa distrutta dal terremoto, accompagnati dai vigili del fuoco. Questo diventa il pretesto per raccontare all'anziano che non vede cosa accade intorno, attraverso le parole che ascolta egli percepisce una realtà che, seppure mutata, conserva in sé la voglia di andare avanti, attraverso i gesti quotidiani di tante persone che tentano di riprendere, in condizioni differenti, la strada della propria vita, laddove ha rischiato di interrompersi. Proiezione del filmato realizzato in occasione della 53ma biennale da Antonio Infantino. La serata sarà documentata in un video realizzato dalla STEMO s.r.l, che sarà messo, successivamente, in vendita destinando il ricavato al conservatorio A. Casella. Presenta e coordina: Fabio Campagna. Interverrà l'on. Giovanni Lolli. ALTRI LINK:

Lo scontro tra due rappresentazioni della realtà

4 : commenti
Diciamolo una volta per tutte. La credibilità di Silvio Berlusconi come capo di governo non è più questione di politica ma di psicologia. Infatti, senza addentrarci in questioni filosofiche e scomodare i noumeni di Platone e Kant, è un dato assodato delle scienze attuali che quella che si ritiene realtà oggettiva è solo una rappresentazione sociale condivisa. TUTTI gli Italiani sono chiamati a scegliere non da che parte stare ma a quale rappresentazione della realtà credere... i posteri giudicheranno chi oggi è più lungimirante.
Questa antitesi può essere bene esemplificata dal confronto tra lo spericolato paragone storico Berlusconi-Catilina, proposto davvero "coraggiosamente" da Deborah Bergamini sul Corriere della Sera di ieri (qui), e la replica di Adriano Prosperi su La Repubblica di oggi. CATILINA, MARX E IL CAVALIERE, di Adriano Prosperi "QUOUSQUE tandem"... Fino a quando abuserai della nostra pazienza? La celebre frase di Cicerone ha garantito l'immortalità scolastica di Catilina offrendo una veste classica a ogni nostra impazienza. Ma che c'entra Catilina con la pazienza degli italiani? Moltissimo, almeno secondo quello che scrive l'onorevole Deborah Bergamini in una appassionata lettera al direttore del "Corriere della sera". L'onorevole, rimuginando una sua impazienza politica, ha avuto un'idea luminosa: Catilina come Berlusconi. Catilina era, secondo lei, un uomo "coraggioso e di parola", dotato di "profondo senso della "Patria" anche se un po' anticonformista. Fu, lei scrive, calunniato e demonizzato dai poteri forti" che gli scatenarono contro il più grande avvocato dell'epoca, Cicerone, e lo fecero a pezzi con calunnie, lettere anonime, brogli elettorali. Una tragedia. Proprio quella che rivive oggi in Italia: qui c'è un "uomo che sta trasformando l'ltalia", un nuovo Catilina. I suoi nemici, "potentati senza patria, politici mediocri e polverosi intellettuali" chiusi a riccio in procure politicizzate e redazioni di giornali, ostacolano il grande uomo. Proprio come accadde a Catilina. Ora, ognuno ha il diritto di usare la storia per dirci che cosa pensa e che cosa vuole. Purché sia chiaro che cosa vuol dire non staremo a scuotere per lui quella polvere dai libri . Ma il modello ha da essere somigliante. Catilina era sì un "uomo vizioso portatore del nuovo", secondo la descrizione che ne fornì Sallustio, uno storico non privo di simpatia per il personaggio. E fin qui ci siamo. Ma era anche un aristocratico spiantato, carico di debiti, che si era "messo a capo di una massa di diseredati" , come si legge nella recente solida opera storica di uno specialista (Emanuele Narducci, Cicerone. La parola e la politica, ed. Laterza). Proiettare il profilo sociale dello spiantato Catilina su quello del Cavalier Berlusconi sembra quanto meno di malaugurio per un uomo che figura molto in alto nella statistica dei maggiori patrimoni del mondo. Catilina fu più volte battuto alle elezioni: e anche questo non corrisponde del tutto. Il due volte battuto Berlusconi (da Prodi) non sembra in crisi di voti e regge saldamente in pugno una maggioranza di quelle che una volta si definivano bulgare. Non come quel Catilina carico di debiti che tentò la via della sollevazione violenta mettendo insieme gente di ogni risma, veri e propri briganti insieme a un mondo popolare - plebe urbana, soldati e contadini poveri attirati dalla sua promessa di cancellazione dei debiti e di distribuzione delle terre - quelle dello Stato. Il gioco può finire qui. Giudicherà il ministro Gelmini se l'onorevole ammiratrice di Catilina ha bisogno di esami di riparazione. Anche perché in una incauta esibizione di cultura l'onorevole azzera tutto il suo patetico e drammatico disegno: scrive che il tragico della storia "fugge davanti alla farsa in cui si trasforma" . Questo è puro Karl Marx, proprio lui, il comunista. Comunque sulla farsa siamo calorosamente d'accordo: farsa oscena, degna della comicità plautina, quella che siamo costretti a vivere. E ci sia consentita un'ultima osservazione polverosamente professorale: la definizione di Catilina - e di Berlusconi - come "rivoluzionario conservatore" è una citazione rivelatrice, più di quell'involontario Marx. Ci riporta a quel quel movimento tedesco di violenza critica della tradizione liberal-democratica che si definì della "Rivoluzione conservatrice" e confluì in gran parte nel nazismo. Naturalmente il sistema democratico e liberale consente anche all'onorevole deputata, come a tutti i fascisti di ritorno, la libertà di opinione. Senza garanzie di reciprocità. Come disse una volte Vittorio Foa all'on. Pisanò in un dibattito televisivo: "Se vinceva lei io sarei ancora in prigione. Avendo vinto io, lei è senatore della Repubblica e parla qui con me". Ancora, il grado di frattura sociale del popolo italiano emerge benissimo da questa lettera di un lettore a Corrado Augias, che ho trovato su La Repubblica di oggi. SAREI UN PERFETTO BERLUSCONIANO Egr. Dr Augias, ho un problema esistenziale, forse potrà aiutarmi. Sono un imprenditore di Varese di 43 anni, quindi non ho fatto il famoso '68. Anni fa ho avuto dei guai fiscali e grazie alle leggi berlusconiane in pratica non mi è successo niente; infine vivo nella zona più leghista d'Italia. Insomma dovrei essere un tipico elettore della Lega oppure un berlusconiano «interessato». Invece sto male perché non riesco a capire come nel XXI secolo, in una democrazia solida, si possano votare persone con una cultura e una statura politica di livello così mediocre. Se mi sforzo riesco a trovare una motivazione in quel mix tra folclore e ignoranza nelle valli lombardo-venete, oppure l'opportunismo di alcuni e la paura del diverso di altri. Ma nemmeno questo spiega i milioni di voti a Berlusconi. Milioni, capisce? Come li giustifica? Ignoranza? Opportunismo? Paura? Scarse informazioni sul passato del nostro tycoon? Ho il curriculum del perfetto berlusconiano, perché non riesco a votarlo mentre milioni di miei concittadini lo fanno?
Franco Frattini
In realtà alla domanda del signor Frattini si è tentato più volte di rispondere. Si sono provati nell'esercizio sociologi, psicologi di massa, interpreti dei flussi d'opinione, scrittori. Posso provare a riassumere i vari argomenti scalettandoli secondo la mia opinione. Al primo posto metterei le insufficienti informazioni. I nostri connazionali che conoscono, hanno cioè letto o udito, le cose cui il signor Frattini accenna, sono pochissimi. Pochi i giornali che le hanno scritte, pochissimi o nessuno i Telegiornali che ne hanno parlato. Intere categorie di italiani (anziani, istruzione medio-bassa, residenti in provincia) non hanno mai sentito parlare della Banca Rasini né sanno, per venire all'oggi, su quali prove l'avvocato inglese Milis è stato condannato. Secondo: da molto tempo il paese è sottoposto ad un lavaggio del cervello televisivo, ore al giorno per anni e anni, le cui conseguenze non sono state ancora pienamente valutate. Questo fattore, sommato al precedente e alle scarse letture, dà già buona parte del risultato totale. Terzo: l'indiscutibile abilità dell'uomo, la sua furbizia istintiva che gli consente di intercettare i flussi profondi del sentimento nazionale. Non a caso qualcuno lo ha definito 'l'Arcitaliano'. Quarto: la sua capacità di far risaltare le promesse nascondendo la povertà dei risultati, rinviando sempre ad un imprecisato futuro la vera soluzione dei problemi. Morale: se il paese avesse un'informazione più libera, il gioco sarebbe molto più difficile. Concludo linkando la "discesa in campo", finalmente senza se e senza ma di Avvenire, il giornale dei vescovi, a firma di Gianfranco Marcelli.
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