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martedì 23 giugno 2009

La pesante eredità di Milton Friedman

Ringrazio l'amica Rosella per avermi inviato alcuni estratti dell'ultima opera di Naomi Klein, Shock Economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli, Milano 2007 (ed. originale: The Shock Doctrine, 2007).
Giusto in questi giorni mi era capitato di riflettere su come l'autoritarismo trovi terreno fertile per radicarsi in occasione di disastri naturali (o guerre o altre catastrofi umani): il brano che ho scelto è capitato, come sul dirsi, a fagiolo. Mutatis mutandis, confrontatelo (le evidenziature rosse che troverete sono mie) con le prime dichiarazioni del governo italiano rispetto a come ricostruire l'Aquila o anche solo semplicemente allo smantellamento del sistema scolastico pubblico promosso dalla riforma Gelmini.
Introduzione
Il fascino della tabula rasa. Tre decenni passati a cancellare e rifare il mondo
Ma la terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza. Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra. Allora Dio disse a Noé: "È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco io li distruggerò insieme con la terra". (Genesi 6, 11)
"Shock e sgomento" [Shock and Awe] sono azioni che generano paure, pericoli e distruzione incomprensibili per la popolazione, per elementi/settori specifici della società che pone la minaccia, o per i leader. La natura, sotto forma di tornado, uragani, terremoti, inondazioni, incendi incontrollati, carestie ed epidemie, può generare "Shock and Awe".
Shock and Awe: Achieving Rapid Dominance [Shock e sgomento. Come ottenere rapidamente il predominio], la dottrina militare per la guerra americana in Iraq.
Ho conosciuto Jamar Perry nel settembre 2005, al grande centro d'accoglienza gestito dalla Croce Rossa a Baton Rouge, Louisiana. Era in fila per la cena, distribuita con parsimonia da giovani e sorridenti adepti di Scientology. Ero appena stata fermata per aver parlato agli sfollati senza essere scortata da qualcuno dell'ufficio stampa, e ora stavo facendo del mio meglio per confondermi nella folla: una canadese bianca in un mare di afroamericani del Sud. Mi infilai nella coda per la cena, dietro Perry, e gli chiesi di parlarmi come se fossi una vecchia amica, cosa che lui fece di buon grado. Nato e cresciuto a New Orleans, era fuggito dalla città inondata una settimana prima. Dimostrava circa diciassette anni, ma mi disse di averne ventitre. Lui e la sua famiglia avevano atteso a lungo gli autobus per l'evacuazione; non vedendoli arrivare, si erano messi in marcia sotto il sole cocente. Infine si erano ritrovati lì, in un enorme centro congressi, un tempo teatro di convention farmaceutiche e "Carneficina nella Capitale: Il Meglio del Wrestling", ma che ora era invaso da duemila letti da campo e una folla di gente arrabbiata ed esausta, guardata a vista da nervosi soldati della Guardia nazionale appena tornati dall'Iraq.
La notizia che quel giorno stava facendo il giro del centro d'accoglienza era che Richard Baker, un importante membro repubblicano del Congresso nonché loro concittadino, aveva detto a un gruppo di lobbisti: "Siamo finalmente riusciti a ripulire il sistema delle case popolari a New Orleans. Noi non sapevamo come fare, ma Dio l'ha fatto per noi". Joseph Canizaro, uno dei più ricchi costruttori di New Orleans, aveva da poco espresso sentimenti analoghi: "Credo che abbiamo di fronte una tabula rasa da cui ripartire. E grazie a questa tabula rasa abbiamo grandi opportunità". Per tutta quella settimana l'Assemblea legislativa statale della Louisiana a Baton Rouge aveva brulicato di lobbisti aziendali intenti ad assicurarsi quelle grandi opportunità: meno tasse, meno regole, manodopera meno costosa e "una città più piccola e più sicura" - che in pratica valeva a dire radere al suolo le case popolari e sostituirle con condomini. A sentire tutti i discorsi su "nuovi inizi" e "tabula rasa", si rischiava di dimenticare il brodo tossico di macerie, rifiuti chimici e resti umani che distava solo qualche miglio di autostrada.
Jamar non riusciva a pensare ad altro. "A me non sembra davvero un modo per ripulire la città. Quel che vedo io è che nelle zone povere sono morte un sacco di persone. Persone che non avrebbero dovuto morire".
Parlava a voce bassa, ma un uomo più anziano in fila davanti a noi lo sentì e si voltò di scatto. "Ma cosa diavolo crede quella gente a Baton Rouge? Questa non è un'opportunità. È una stramaledetta tragedia. Sono ciechi?".
Una madre con due bambini intervenne: "No, non sono ciechi, sono cattivi. Ci vedono benissimo".
Tra coloro che videro opportunità nelle acque che sommersero New Orleans ci fu Milton Friedman, grande guru del movimento per il capitalismo sfrenato, nonché l'uomo cui dobbiamo la bibbia dell'economia globale contemporanea basata su un'estrema mobilità. Benché novantatreenne e piuttosto cagionevole di salute, "zio Miltie" - così lo chiamavano i suoi seguaci -trovò le energie per scrivere un editoriale per il "Wall Street Journal" tre mesi dopo la rottura degli argini. "La maggior parte delle scuole di New Orleans é in rovina", osservò Friedman, "come lo sono le case dei bambini che le frequentavano. Quei bambini ora sono sparsi per il Paese. Questa è una tragedia. Ma è anche un'opportunità per riformare radicalmente il sistema educativo".
L'idea di Friedman era che, invece di spendere parte dei miliardi di dollari destinati alla ricostruzione per ripristinare, migliorandolo, il preesistente sistema delle scuole pubbliche a New Orleans, il governo avrebbe dovuto fornire alle famiglie dei buoni spesa, da usare presso istituzioni private, molte delle quali a scopo di lucro, sovvenzionate dallo Stato. Era essenziale, scriveva Friedman, che questo mutamento epocale del sistema scolastico non fosse una misura provvisoria, d'emergenza, ma piuttosto "una riforma permanente".
Una rete di think tanks conservatori si gettò sulla proposta di Friedman e calò sulla città dopo l'uragano. L'amministrazione di George W. Bush appoggiò i loro piani con decine di milioni di dollari per convertire le scuole di New Orleans in "scuole charter", ovvero scuole pubbliche gestite da enti privati secondo le proprie regole. Le scuole charter sono fonte di profonde diseguaglianze negli Stati Uniti, e in particolare a New Orleans, dove vengono viste da molti genitori afroamericani come un modo di ribaltare le conquiste del movimento per i diritti civili, che garantiva a tutti i bambini lo stesso standard educativo. Per Milton Friedman, d'altro canto, l'intero concetto di sistema scolastico statale puzzava di socialismo. A suo parere, la funzione dello Stato era quella di "proteggere la nostra libertà sia dai nemici esterni sia dai nostri concittadini: mantenere la legalità e l'ordine, conferire forza operativa ai contratti privati, salvaguardare la competitività di mercato". In altre parole, garantire il servizio di polizia e l'esercito; ogni altra cosa, ivi compresa l'istruzione gratuita, costituiva un'indebita ingerenza nel mercato.
In stridente contrasto con la lentezza geologica nella riparazione degli argini e nel ripristino della rete elettrica, la vendita all'asta del sistema scolastico di New Orleans si svolse con rapidità e precisione militari. Nel giro di diciannove mesi, quando la maggior parte dei cittadini poveri era ancora in esilio, il sistema delle scuole pubbliche di New Orleans era stato quasi completamente rimpiazzato da scuole charter gestite da privati. Prima dell'uragano Katrina, il comitato dei direttori d'istituto gestiva 123 scuole pubbliche; ora solo quattro. Prima di quell'uragano, c'erano state sette scuole charter private in città; ora ce n'erano trentuno. Gli insegnanti di New Orleans erano stati rappresentati da un sindacato forte; ora il contratto sindacale era stato stracciato, e tutti i suoi 4.700 membri erano stati licenziati. Alcuni insegnanti, tra i più giovani, furono riassunti dalle scuole charter, con salari ridotti; ma tutti gli altri no.
New Orleans era adesso, secondo il "New York Times", "il principale laboratorio nazionale per l'uso su larga scala delle scuole charter", mentre l'American Enterprise Institute, un think tank friedmaniano, esclamava raggiante che "Katrina ha ottenuto in un giorno [...] ciò che i riformatori scolastici della Louisiana non erano riusciti a ottenere in anni di tentativi". Gli insegnanti delle scuole statali, intanto, mentre vedevano i soldi destinati alle vittime dell'inondazione impiegati per cancellare un sistema pubblico e sostituirlo con uno privato, chiamavano il progetto di Friedman "un esproprio educativo".
Definisco "capitalismo dei disastri" questi raid orchestrati contro la sfera pubblica in seguito a eventi catastrofici, legati a una visione dei disastri come splendide opportunità di mercato.
L'editoriale su New Orleans si rivelò l'ultimo suggerimento pubblicamente espresso da Friedman; meno di un anno dopo, il 16 novembre 2006, morì all'eta' di novantaquattro anni. Privatizzare il sistema scolastico di una città americana di media grandezza potrà sembrare un'impresa modesta per l'uomo osannato come il più influente economista dell'ultimo mezzo secolo, un uomo che contava tra i suoi discepoli parecchi presidenti degli Stati Uniti, primi ministri britannici, oligarchi russi, ministri delle finanze polacchi, dittatori del Terzo mondo, segretari del partito comunista cinese, direttori del Fondo monetario internazionale e gli ultimi tre direttori della Federal Reserve americana. Eppure, la sua determinazione a sfruttare la crisi di New Orleans per affermare una versione fondamentalista del capitalismo fu anche un commiato particolarmente appropriato per questo professore alto un metro e sessanta e pieno di energie, che all'apice della carriera si era descritto come "un predicatore all'antica che declama il sermone domenicale".
Per più di trent'anni, Friedman e i suoi potenti seguaci avevano perfezionato proprio questa strategia: attendere il verificarsi di una grande crisi o di un grande shock, quindi sfruttare le risorse dello Stato per ottenere un guadagno personale mentre gli abitanti sono ancora disorientati, e poi agire rapidamente per rendere "permanenti" le riforme. In uno dei suoi saggi più influenti, Friedman formulò la panacea tattica che costituisce il nucleo del capitalismo contemporaneo, e che io definisco "dottrina dello shock". Osservava che "soltanto una crisi - reale o percepita - produce vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano. Questa, io credo, è la nostra funzione principale: sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile". Alcune persone accumulano cibo in scatola e acqua in previsione di grandi disastri; i friedmaniani accumulano idee per il libero mercato. E quando la crisi colpisce - ne era convinto il professore dell'Università di Chicago - è fondamentale agire in fretta, imporre un mutamento rapido e irreversibile prima che la società tormentata dalla crisi torni a rifugiarsi nella "tirannia dello status quo". Friedman stimava che "una nuova amministrazione dispone di un periodo di sei-nove mesi in cui realizzare i principali cambiamenti; se non coglie l'opportunità di agire incisivamente in quel periodo, non avrà un'altra occasione del genere". Variazione sul tema del consiglio di Machiavelli per cui i danni andavano inflitti tutti assieme, questa si sarebbe dimostrata una delle eredità strategiche di Friedman più durature.
Friedman imparò a sfruttare uno shock o una crisi su larga scala verso la metà degli anni Settanta, quando fece da consigliere al dittatore cileno, il generale Augusto Pinochet. Non solo i cileni erano in stato di shock dopo il violento colpo di Stato di Pinochet, ma il Paese era anche traumatizzato da una grave iperinflazione. Friedman consigliò a Pinochet di imporre una trasformazione fulminea dell'economia: tagli fiscali, libero scambio, privatizzazione dei servizi, tagli alla spesa sociale e deregulation. Alla fine, anche i cileni videro le loro scuole pubbliche rimpiazzate da istituti privati sovvenzionati mediante buoni spesa. Era la più estrema trasformazione in senso capitalistico mai tentata sino ad allora, e divenne famosa come la "Rivoluzione della Scuola di Chicago", dato che molti degli economisti di Pinochet avevano studiato con Friedman presso quella università. Friedman predisse che la velocità, la subitaneità e la portata dei mutamenti economici avrebbero provocato reazioni psicologiche nell'opinione pubblica tali da "facilitare l'adattamento". Coniò un'espressione per indicare questa tattica dolorosa: "trattamento shock" economico. Negli anni che seguirono, ogni volta che i governi hanno imposto radicali programmi di libero mercato, il trattamento shock, o"shockterapia", è stato il metodo favorito.
Pinochet facilitò l'adattamento anche attraverso le sue personali shock terapie: quelle applicate nelle tante camere di tortura del regime, inflitte sui corpi agonizzanti di chi era considerato un potenziale ostacolo sulla strada della trasformazione capitalistica. Molti, in America Latina, vedevano un legame diretto tra gli shock economici che impoverivano milioni di persone e l'ampia diffusione della tortura che puniva le centinaia di migliaia di persone che credevano in un diverso tipo di società. Come disse lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano: "Come salvare detta disuguaglianza se non a colpi di tortura con l'elettricità?".
Esattamente trent'anni dopo che queste tre distinte forme di shock erano calate sul Cile, la stessa formula è riemersa, con molta più violenza, in Iraq. Prima è venuta la guerra, con lo scopo - secondo gli autori della dottrina militare Shock and Awe (Shock e sgomento) - di "controllare la volontà dell'avversario, le sue percezioni e il suo intelletto, e renderlo letteralmente incapace di agire o reagire". Poi è venuta la shockterapia economica, imposta, in un Paese ancora in fiamme, da L. Paul Bremer, il governatore dell'Iraq nominato dagli Stati Uniti: privatizzazione selvaggia, completa libertà di scambio, un'aliquota d'imposta unica al 15 per cento, un governo di proporzioni ridottissime. Il ministro iracheno del Commercio ad interim, Ali Abdul-Amir Allawi, disse all'epoca che i suoi connazionali erano "stufi di essere cavie per esperimenti. Ci sono già stati abbastanza shock al sistema, non ci serve questa shockterapia economica". Quando gli iracheni opposero resistenza, furono rastrellati e portati in prigioni dove avrebbero subito fisicamente e psicologicamente altri shock, decisamente meno metaforici.
Ho iniziato a studiare il fenomeno della dipendenza del libero mercato dal potere dello shock quattro anni fa, nei primi giorni di occupazione dell'Iraq. Dopo aver fatto la corrispondente da Baghdad, dove avevo raccontato dei falliti tentativi di Washington di far seguire alla dottrina Shock and Awe la shockterapia, sono andata in Sri Lanka, diversi mesi dopo il catastrofico tsunami del 2004, e lì ho assistito a un'altra versione della stessa manovra: gli investitori stranieri e i prestatori internazionali si erano uniti allo scopo di sfruttare l'atmosfera di panico per consegnare l'intero litorale a imprenditori che vi costruirono grandi villaggi turistici, impedendo a centinaia di migliaia di pescatori di ricostruire le loro case vicino al mare. "Con un crudele rovescio di fortuna, la natura ha offerto allo Sri Lanka un'opportunità unica, e da questa grande tragedia sorgerà un importante polo del turismo internazionale", annunciò il governo dello Sri Lanka. Quando poi l'uragano Katrina colpì New Orleans, e la pletora di politici conservatori, think tanks e imprenditori edili iniziarono a parlare di tabula rasa e fantastiche opportunità, fu chiaro che il metodo privilegiato per imporre gli obiettivi delle grandi imprese, adesso, era quello di usare i momenti di trauma collettivo per dedicarsi a misure radicali di ingegneria sociale ed economica.
La maggior parte dei sopravvissuti a un disastro devastante vuole ben altro che una tabula rasa: vogliono salvare il salvabile e iniziare a riparare ciò che non è stato distrutto, vogliono riaffermare il proprio legame con i luoghi in cui sono cresciuti. "Mentre ricostruisco la città mi sembra di ricostruire me stessa", diceva Cassandra Andrews, residente della Lower Ninth Ward, una delle zone più colpite di New Orleans, mentre spazzava via i detriti. Ma i fautori del capitalismo dei disastri non hanno interesse a restaurare ciò che era prima. In Iraq, nello Sri Lanka e a New Orleans, la "ricostruzione" iniziò portando a compimento il lavoro svolto dal disastro, spazzando via cioè quanto rimaneva della sfera pubblica, per poi rimpiazzarlo in tutta fretta con una specie di Nuova Gerusalemme aziendale: il tutto prima che le vittime del disastro naturale fossero in grado di coalizzarsi e reclamare ciò che spettava loro di diritto.
Mike Battles l'ha espresso nel modo migliore: "Per noi, la paura e il disordine offrivano promesse concrete". Il trentaquattrenne ex agente segreto della CIA parlava di come il caos nell'Iraq post-invasione avesse aiutato la sua sconosciuta agenzia di sicurezza privata, la Custer Battles, a ricevere circa cento milioni di dollari in contratti governativi. Le sue parole potrebbero fungere da slogan per il capitalismo contemporaneo: paura e disordine sono i catalizzatori per ogni nuovo balzo in avanti.
Quando ho iniziato questa ricerca sull'intersezione tra superprofitti e megadisastri, pensavo di essere di fronte a una mutazione fondamentale del modo in cui la spinta a "liberare" i mercati si faceva strada in tutto il mondo. Sono stata parte attiva del movimento no global che fece il suo debutto mondiale a Seattle nel 1999, e quindi ero abituata a vedere questo genere di politiche, imposte facendo pressioni ai summit dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), o come clausole dei prestiti del Fondo monetario internazionale (Fmi). Le tre richieste tipiche - privatizzazione, deregulation e sostanziosi tagli alla spesa sociale - erano di solito molto malviste dai cittadini; ma quando si firmavano gli accordi c'era almeno il pretesto di un'intesa tra i governi che gestivano i negoziati, oltre al consenso tra i presunti esperti. Ora, lo stesso programma ideologico veniva imposto con i mezzi più apertamente coercitivi: sotto un'occupazione militare straniera in seguito a un'invasione, o subito dopo un cataclisma naturale. L'11 settembre sembra aver concesso a Washington il via libera per smettere di chiedere ai Paesi se desiderano la versione americana di "economia di mercato e democrazia" e iniziare a imporla con la forza militare dello Shock and Awe.
Approfondendo la storia della diffusione su scala planetaria di questo modello di mercato, tuttavia, mi sono resa conto che l'idea di sfruttare crisi e disastri era stato fin dall'inizio il modus operandi del movimento promossa da Milton Friedman: il fondamentalismo capitalista ha sempre avuto bisogno dei disastri per imporsi. Certo, i disastri stessi erano sempre più grandi e scioccanti; ma ciò che stava accadendo in Iraq e a New Orleans non era un'invenzione nuova, post-11 settembre. Piuttosto questi esperimenti di sfruttamento delle crisi costituivano il culmine di tre decenni di stretta osservanza della dottrina dello shock.
Visti attraverso la lente di questa dottrina, gli ultimi trentacinque anni hanno un aspetto molto diverso. Alcune delle più drammatiche violazioni dei diritti umani nella nostra epoca, usualmente considerate semplici atti di sadismo compiuti da regimi antidemocratici, in realtà sono state commesse con l'intento deliberato di terrorizzare l'opinione pubblica allo scopo di preparare il terreno per l'introduzione di "riforme" radicali in senso liberista. In Argentina negli anni Settanta, la "sparizione" di trentamila persone - molte delle quali attivisti di sinistra - a opera della junta fu un passo essenziale per l'imposizione di politiche ispirate alla Scuola di Chicago, esattamente come il terrore era stato complice della stessa metamorfosi in Cile. In Cina nel 1989, lo shock del massacro di piazza Tienanmen, e gli arresti di decine di migliaia di persone che seguirono, permisero al partito comunista di trasformare gran parte del Paese in una tentacolare zona di libera esportazione, popolato da lavoratori troppo spaventati per rivendicare i loro diritti. In Russia nel 1993, Boris Eltsin decise di inviare carri armati per appiccare il fuoco agli edifici del Parlamento e di chiudere in carcere i leader dell'opposizione: fu questo aspianare la strada per la privatizzazione a prezzi di saldo che fece nascere i famigerati oligarchi di quel Paese.
La guerra delle Falkland nel 1982 servì a uno scopo simile per Margaret Thatcher in Gran Bretagna: il disordine e il fervore nazionalista scaturiti dalla guerra le consentirono di usare una straordinaria durezza per sconfiggere i minatori in sciopero e accendere la prima frenesia di privatizzazioni in una democrazia occidentale. L'attacco Nato a Belgrado nel 1999 creò le condizioni per repentine privatizzazioni nell'ex Jugoslavia: un obiettivo che risaliva a prima della guerra. Il fattore economico ovviamente non fu l'unica causa di queste guerre ma, in ciascuno di questi casi, un grande shock collettivo fu sfruttato per preparare il terreno alla shockterapia economica.
Gli episodi traumatici che hanno assolto questa funzione di indebolimento non sono sempre stati apertamente violenti. In America Latina e in Africa negli anni Ottanta, fu una crisi di indebitamento a obbligare i Paesi alla scelta tra "privatizzazione o morte", per usare le parole di un funzionario del Fmi. Messi in ginocchio dall'iperinflazione, e solitamente troppo indebitati per opporsi alle pretese che accompagnavano i prestiti stranieri, i governi accettarono un trattamento shock con la promessa che ciò li avrebbe salvati da un disastro ben peggiore. In Asia, fu la crisi finanziaria del 1997-98 - paragonabile, per gli effetti devastanti, alla Grande depressione - a trasformare, aprendo a forza i loro mercati, le cosiddette Tigri asiatiche in quella che il "New York Times" ha definito "la svendita per cessata attività più grande del mondo". Molti di questi Paesi erano democrazie, ma le radicali trasformazioni economiche non sono state imposte democraticamente. Al contrario: come Friedman aveva ben compreso, l'atmosfera generale di crisi forniva il necessario pretesto per ignorare i desideri espressi dagli elettori e consegnare il Paese a economisti "tecnocrati".
Naturalmente, ci sono stati casi in cui l'adozione di politiche liberiste ha avuto luogo in modo democratico: si sono visti politici vincere le elezioni con programmi intransigenti, e gli Stati Uniti di Ronald Reagan ne sono l'esempio migliore; un caso più recente è quello dell'elezione di Nicolas Sarkozy in Francia. In questi casi, tuttavia, i crociati del libero mercato hanno incontrato la pressione dell'opinione pubblica e sono stati obbligati a temperare e modificare i loro piani economici radicali, accettando cambiamenti parziali al posto di una conversione totale. Il punto cruciale è che il modello economico di Friedman può essere parzialmente imposto in una democrazia, ma per attuarlo in tutta la sua portata ideale sono richieste condizioni di natura autoritaria. Perché la shockterapia economica potesse essere applicata senza vincoli - come lo fu in Cile negli anni Settanta, in Cina negli Ottanta, in Russia nei Novanta e negli Stati Uniti dopo l'11 settembre 2001 - è sempre stato necessario un qualche ulteriore grosso trauma collettivo che sospenda temporaneamente o sopprima completamente le consuetudini democratiche.
Questa crociata ideologica ha visto la luce nei regimi autoritari del Sudamerica, e nei suoi più ampi territori di ultima conquista - Russia e Cina - coesiste ancora oggi, in tutta serenità e generando grandi profitti, con una leadership dal pugno di ferro.

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