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domenica 30 settembre 2007

Quando l'aglio dà i numeri... o alla testa!

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Ho iniziato da 6 giorni la cura tibetana a base di aglio di cui ho parlato qualche post fa. Per ora non sto incontrando problemi "sociali" dovuti all'overdose di aglio: il latte funziona veramente bene nel neutralizzarne gli effluvi!
E ho deciso che dall'undicesimo giorno prenderò 26 gocce (per 3 volte al giorno) invece che 25... differenza del tutto insignificante a livello di principio attivo. Però mi piacciono le suggestioni numerologiche e quella legata al numero 6 che ho scoperto nella ricetta tibetana mi affascina! Il 1° e il 10° giorno prescrive 1 + 2 + 3 = 6 gocce il 2° e il 9° giorno 4 + 5 + 6 = 15 gocce (1 + 5 = 6) il 3° e l'8° giorno 7 + 8 + 9 = 24 gocce (2 + 4 = 6) il 4° e il 7° giorno 10 + 11 + 12 = 33 gocce (3 + 3 = 6) il 5° e il 6° giorno 13 + 14 + 15 = 42 gocce (4 + 2 = 6) dal 10° giorno in poi prescriverebbe 25 + 25 + 25 gocce... ma a me suona decisamente meglio 26 + 26 + 26 = 78 gocce (7 + 8 = 15 e 1 + 5 = 6) P.S. Uno dei tanti anagrammi del mio nome e cognome è sei pere in Islanda... :-)

Pro (e contro) la new age

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Ho difeso in mille discussioni il "movimento" new age, sia dagli scettici "devoti" alla scienza, sia dagli apologeti delle tradizioni esoteriche pure. I primi rifiutano la new age come un coacervo d'irrazionalità. I secondi le rimproverano la banalizzazione di concetti complessi o persino l'avere reso accessibili, potenzialmente a tutti, dottrine riservate a pochi iniziati... un vero oltraggio per i "grandi sacerdoti" delle scuole misteriche! Di fronte ai primi, la posizione in cui mi colloco si può sintetizzare con quanto dice Saint-Exupery per bocca del suo Petit Prince "l'essenziale è invisibile agli occhi": spesso anche agli occhi della scienza, sempre più sofisticati, ma tuttora in difficoltà a esaminare lo Spirito con la stessa disinvoltura con cui sezionano la materia. Do però ragione a chi attacca quella parte di new age che piuttosto che cercare le Vie dell'apertura del cuore tende a scimmiottare la scienza mutuandone l'apoditticità e imitandone con esiti spesso ridicoli il linguaggio: una new age commerciale diventata business e mestiere per tanti sedicenti operatori spirituali. Ai secondi dico che la banalizzazione in cui spesso la new age cade è un rischio implicito nella divulgazione e che la "democratizzazione" delle conoscenze segrete è diventata - e lo sarà sempre di più - necessaria e urgente per restituire a tante persone un senso della vita, nuovi valori (dati dalla riscoperta della sapienza antica) e certezze costruite con spirito critico. Altra cosa per me importante (per discernere la new age "buona" da quella "cattiva") è che lo scopo della Conoscenza non può essere il potere (su chi non ha Conoscenza) bensì la felicità, quella nostra e quella collettiva... e qua il discorso sarebbe molto ma molto lungo! Insomma la new age è un grande calderone in cui galleggiano ottimi alimenti quanto junky-food (il cibo-spazzatura da fast food), però tirando le somme credo che a questo martoriatissimo mondo abbia fatto più bene che male. In questo senso difendo la new age. Quello che però mi trova concorde con entrambe le posizioni critiche è l'insofferenza per un certo "atteggiamento new age" proprio di chi, sentendosi appartenere a questo o quel filone della nuova era, spesso predica bene e razzola male, dimostrando d'essere molto più umano (inteso qui come contraltare del divino) e meno "illuminato" di quanto si dipinga. Insomma mi è capitato davvero tante volte di ascoltare o leggere la testimonianza del "mi-rigiro-la-frittata-come-mi-pare" di turno che ritiene di essersi illuminato e di avere ormai acquisito una sorta di "radar" che lo mette al sicuro da prendere fischi per fiaschi! Naturalmente luccicano anche dei veri fuochi, persino delle stelle, ma molto più numerosi sono gli specchietti per allodole, sedicenti nuovi Maestri, seducenti pseudo-guru ecc. Che l'uomo sia fatto ad immagine e somiglianza di Dio e che dunque sia Dio in potenza, è un assunto che condivido, che ciò stia succedendo realmente a milioni di persone a forza di "salti quantici" che si succedono con la frequenza dei reality in TV è un altro discorso... chi vivrà vedrà.

sabato 29 settembre 2007

Dedicato a Lorenzo e Francesca

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Post scriptum del 5 ottobre 2007: ho scritto le parole qui sotto, almeno 24 ore prima che la notizia esplodesse sui media (stranamente l'ho letta in anticipo su un giornale locale). Immaginavo che sarebbero potuto nascere strumentalizzazioni politiche: tipo il commento del vignettista Vauro che ho appena ascoltato. Ribadisco, sono stato obiettore di coscienza e lo resterò a vita, ma trovo disumano sentire ragionamenti (davvero terra terra) tipo "non mi mancherà" o "se l'è cercato"... proprio tra due giorni sotto casa mia passerà la marcia della pace il cui obiettivo è superare le divisioni senza enfatizzare le differenze! Sostituisco anche una mia vecchia foto a quella di Lorenza e Francesca che avevo messo prima, ormai "saturata" dai media.
Stamattina, mentre sfogliavo distrattamente un quotidiano sorseggiando un cappuccino, l'occhio mi è caduto su un articolo di cronaca il cui contenuto era più o meno quello del redazionale trovato nel pomeriggio su repubblica.it e inserito in questo post. Mi riferisco all'agente del SISMI rapito in Afghanistan e mortalmente ferito qualche giorno fa durante il blitz per liberare lui e il suo commilitone.
Leggendo del matrimonio celebrato tra Lorenzo, con un piede già in Cielo, e la compagna Francesca che rimane in Terra a crescere tre figli, mi sono commosso fino a ritrovarmi gli occhi umidi. Fuori di ogni retorica l'ho vissuto come un trionfo dell'amore.
Sono stato obiettore di coscienza, sono un pacifista, ma rispetto la decisione di chi sceglie una carriera militare, tanto più se in questa ha realizzato e compiuto il suo destino, un destino che per la compagna e i figli rimasti soli ha un sapore certamente amaro.
Afghanistan, l'agente ferito si è sposato. Nozze strazianti in "articulo mortis".
ROMA - Per lui non ci sono più speranze, ma prima di morire, Francesca ha voluto esaudire un sogno che le aveva confidato da tempo. Nella stanza del reparto di rianimazione del Celio, a Roma, l'agente del Sismi in coma irreversibile dopo le ferite riportare durante la liberazione in Afghanistan, è stato unito in matrimonio con la sua compagna Francesca. Quel "sì" che non ha potuto pronunciare giovedì sera, Lorenzo D'Auria l'aveva dichiarato più volte alla sua amata e non ne aveva fatto segreto neppure a suo padre: "Da tempo volevano sposarsi - ha confermato Mario D'Auria - ma gli impegni militari gli avevano sempre fatto rimandare la data". Lorenzo e Francesca hanno già tre figli, l'ultimo ha appena due mesi. "E' stato un grande gesto d'amore", ha detto ancora il padre del paracadutista ferito. "E poi è stata anche una scelta giusta, perché ha sancito che la compagnia di mio figlio potrà avere la pensione come vedova di un militare morto in servizio". Lorenzo è tenuto in vita solo dal respiratore artificiale ma è stato possibile comunque sposarlo perché il diritto canonico prevede per "urgenza di morte del coniuge" e quando il moribondo avesse già manifestato il desiderio di convolare a nozze, un'unione in articulo mortis che ha gli stessi valori civili e religiosi di qualsiasi altro sposalizio.
(29 settembre 2007)
Mi sono chiesto per un po' in quale categoria del blog collocare questo post e alla fine ho optato per storie per l'anima, non per un ragionamento, semplicemente perché questa storia mi ha toccato nell'anima. Il destino di Lorenzo e Francesca era costruire un legame insieme, testimoniato e fiorito nei loro figli: nemmeno la morte ha potuto negarglielo.

giovedì 27 settembre 2007

Tutto è bene quel che finisce bene!

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Evviva! Dopo 70 giorni di estromissione da internet sono riuscito a tornare: finalmente da oggi ho di nuovo l'ADSL a casa. Ho dovuto mettere di mezzo finanche l'avvocato della Federconsumatori per risolvere la kafkiana questione sorta tra il vecchio operatore (che mi ha lasciato a piedi senza ADSL nonostante un abbonamento flat) ed il nuovo operatore verso cui alla fine sono letteralmente fuggito (operatore che però non trovava verso di ottenere l'uso della linea dal precedente operatore ex monopolista... tanto per far capire chi era!). Tra l'altro, raccontando ad amici e conoscenti questa vicenda, ho scoperto che disservizi del genere capitano molto più frequentemente di quel che immaginavo. Va be', quel che conta è che tutto sia finito bene e che adesso potrò tornare a postare su questo blog con maggiore regolarità. A parte qualche lettura (come il fantastico L'arte della gioia di Goliarda Sapienza su cui sono riuscito, funambolicamente, a dedicare un post due settimane fa), in questi 70 giorni di black out digitale non sono stato con le mani in mano e il mio tempo libero si è riempito ben benino. La palazzina (dei primi del '900) dove abito con altre 6 famiglie ha bisogno di qualche lavoretto di manutenzione: tetto, muri perimetrali, piazzali, contatori dell'acqua ecc. In mancanza di un condominio alla fine la briga di chiedere preventivi, preparare prospetti, raccogliere firme e soldi, me la son presa io. E tra poco partono i primi lavori... Avevo accennato poco meno di cinque mesi fa, in coda a un post venato di melanconia, a un progetto che avevo da poco intrapreso riguardante le vedove che vivono nella città di Vrindavan (India). Ho finito proprio questi giorni i testi per la mostra fotografica che sarà dedicata a questo tema: verrà inaugurata a Perugia a marzo in occasione della festa della donna e sarà allestita in uno spazio espositivo davvero coi fiocchi. La fotografa e io speriamo di riuscire a portare la mostra in giro per l'Italia per quanto sarà possibile, ovvero secondo gli sponsor che riusciremmo a cooptare. Nei prossimi mesi ne parlerò in dettaglio. Ho impostato anche un nuovo progetto, che ha poco a che fare con la letteratura e semmai più con la psicologia: riguarda un particolare tipo di anagrammi! Anche di questo argomento avrò modo di parlare con calma in futuro. Last but not least, è ricominciata la scuola per mia figlia. Mi sembra ieri che iniziava la prima elementare (scuola primaria) e adesso è già in quarta. E quando finiscono le vacanze dei figli un po' finiscono anche quelle di noi genitori! Be' sì, mestiere faticoso quello del papà, ma davvero appagante: sono sempre più emozionato a vedere Arianna crescere... si avvicina sempre più alla pubertà! Sì, il tempo vola davvero, anche se il 2007 per me è stato un anno più calmo del 2006! L'anno scorso mi ero spaventato per quanto quei dodici mesi si fossero consumati rapidamente! E' stato un sollievo nel 2007 percepire la mia vita ritornare a scorrere a ritmi più umani... Un abbraccio a tutti e a presto, stavolta sul serio!

giovedì 20 settembre 2007

Ricetta Tibetana

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Alla fine degli anni '90, non ricordo bene in quale occasione, in ufficio mi arrivò tra le mani la fotocopia del dattiloscritto di una “ricetta tibetana” a base di un estratto d'aglio. La portai a casa, la misi da parte... e la dimenticai. Mi è rispuntata fuori riordinando alcune carte proprio quest'estate - ritengo non per caso - e tra pochi giorni comincerò a sperimentarla di persona. Ho cercato su internet per verificare quanto fosse conosciuta e ho scoperto che ne circolano anche altre versioni (a dimostrazione di quanto il passa-parola sia stato attivo) differenti solo per piccoli particolari.
RICETTA TIBETANA
Questa antica ricetta cinese è stata ritrovata nel 1971 da una commissione UNESCO nelle rovine di un convento tibetano. La ricetta è stata tradotta in ogni lingua del mondo per avvicinarla alla medicina dei nostri giorni.
INDICAZIONI
La ricetta è indicata per tutto l'organismo in genere: tiene elastiche le vene e le libera dal colesterolo, previene l'infarto, l'ictus cerebrale e il cancro, mantiene il cuore in salute, migliora la vista ed elimina il mal di testa.
PREPARAZIONE
Sbucciare, lavare e schiacciare 350 g di aglio, metterlo in un recipiente di vetro in 300 g di alcool puro a 95 gradi, chiudere ermeticamente e lasciare riposare per 10 giorni in una stanza fresca. Passato questo tempo, l'undicesimo giorno si filtra (in una garza o altro) il composto spremendo bene l'aglio. 3 giorni dopo si può cominciare la cura.
INDICAZIONI E DOSI
Si prende con 50 ml (¼ di bicchiere) di latte a temperatura ambiente a gocce secondo la seguente posologia:
1° giorno: 1 goccia a colazione, 2 a pranzo, 3 a cena.
2° giorno: 4 gocce a colazione, 5 a pranzo, 6 a cena.
Si continua così ad aumentare di una goccia la dose ogni assunzione fino ad arrivare al 5° giorno con 13 gocce a colazione, 14 a pranzo, 15 a cena.
A questo punto si riparte da 15 gocce e si decresce la dose, sempre di una goccia alla volta.
6° giorno: 15 gocce a colazione, 14 a pranzo, 13 a cena fino ad arrivare al 10° giorno con 3 gocce a colazione, 2 a pranzo, 1 a cena.
Dopo di che si continua prendendo 25 gocce 3 volte al giorno finché si è finito tutto il preparato.(suggerisco una piccola variazione: 26 gocce 3 volte al dì)
Si consiglia di ripetere la cura dopo 5 anni.
Non abbiate paura dell'odore dell'aglio! Preparato in alcool e latte l'aglio è molto buono, e preso durante il pasto non lascia un gusto cattivo.
In altre versioni, che ho letto su internet, si indica di tagliuzzare finemente l'aglio e (in questo caso) di utilizzare solo 200g di alcool. A me sembra più che adeguato schiacciare l'aglio in un mortaio (senza ricorrere a lame) considerato che resta a macerare in alcool per 10 giorni. E ho verificato che 300g d'alcool è la dose perfetta per ricoprire tutto l'aglio pestato messo dentro un un barattolo di vetro. C'è poi chi propone di riporre il preparato in frigorifero durante i 10 giorni di riposo, però mi pare più sensato riporlo in un luogo naturalmente fresco.
L'aglio da sempre è noto e utilizzato per le sue virtù medicinali e non solo quelle (si pensi all'uso contro i fantomatici vampiri!). Per quel che riguarda l'origine della ricetta ritrovata nel monastero tibetano, qualcuno la vuole scritta (con geroglifici) su una lastra d’acciaio, altri su una tavoletta di argilla. C'è chi ne attribuisce l'origine ai Sumeri, da cui sarebbe passata agli Egizi e da questi ai Tibetani. Chi suggerisce che i Sumeri a loro volta l'avessero appresa da qualche altra più antiche civiltà perduta.

martedì 18 settembre 2007

Fiocchi rosa e fiocchi celesti

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Riporto questo articolo (preso da repubblica.it circa un mese fa) solo per poterlo commentare a modo mio... be' non ho potuto trattenermi. Riguarda i risultati di una ricerca pubblicata su Current Biology secondo la quale le preferenze cromatiche dei due sessi sarebbero influenzate dal fatto che, sin dall'alba dell'umanità, le giornate limpide (cielo azzurro) favorivano la caccia per gli uomini mentre le donne raccoglievano i frutti maturi (buccia rossa)!
Ragazze in rosa
ragazzi in blu, il colore è scritto
nei nostri geni.
(di ELENA DUSI)
ROMA - Non è un caso che sia rosa, il fiocco scelto per salutare la nascita di una bambina. Le donne scelgono infatti d'istinto questo colore, anche se chiamarlo rosa puro e semplice non sarebbe del tutto preciso. Il colore preferito da ragazze e signore è un sofisticato violetto-lilla-lavanda. Si parte dal blu, in assoluto il colore più amato dal genere umano. Da qui, una biologa inglese dell'università di Newcastle ha identificato con la massima precisione la tonalità preferita dalle donne, che contiene una decisa pennellata di rosa.
La spiegazione affonda le radici nella nostra storia antica, secondo la professoressa Anya Hurlbert, autrice della ricerca appena pubblicata dalla rivista Current Biology. "L'evoluzione potrebbe aver condotto le donne ad amare i colori legati al rosa e al rosso, che segnalano che un frutto è maturo e pronto da cogliere. Anche un uomo dalle guance colorite è probabilmente in buona salute". Si candida dunque a essere un valido padre. "La cultura - prosegue Hurlbert - non ha fatto altro che sfruttare questa inclinazione naturale" prosegue la ricercatrice. Ed è lungo questo percorso che il genere femminile è passato dalle mele rosse ai fiocchi rosa.
Lo studio inglese ha coinvolto 171 inglesi fra 20 e 26 anni, messi davanti a un computer e chiamati a scegliere in tutta fretta fra due rettangoli di colore diverso che comparivano sullo schermo. Per evitare che le scelte fossero influenzate dalla cultura o da un retaggio dell'infanzia, lo studio è stato ripetuto anche su 37 cinesi di etnia Han immigrati da poco in Gran Bretagna. In entrambe le categorie, rispetto al blu di base, le donne hanno dimostrato di apprezzare una tonalità più tendente al rosa, mentre per gli uomini non guasta mai un'aggiunta di verde. "Tornando indietro alle nostre giornate trascorse nella savana - spiega ancora Hurlbert - possiamo ben giustificare la preferenza maschile per il colore legato alle belle giornate adatte alla caccia e alle fonti d'acqua fresche e pulite".
L'occhio umano è strutturato per cogliere prima di tutto il blu, il rosso e il verde. I fotorecettori della retina incaricati di distinguere le differenti tonalità si chiamano coni. Quelli specializzati nel percepire il rosso sono i due terzi e si trovano al centro della retina. La vista del sangue è decisiva per far scattare la sensazione del pericolo, ed è importante che questo tipo di segnale arrivi molto velocemente al cervello. In periferia si trovano i coni specializzati nel blu (appena il 2 per cento del totale), che in genere dipinge il mare e il cielo, molto spesso relegati alle estremità periferia del campo visivo.
"Questa composizione della retina era nota da tempo – spiega Hurlbert – ma non ci aspettavamo una distinzione così netta fra le preferenze degli uomini e quella delle donne. Eppure, anche con un test al computer semplice come il nostro, abbiamo avuto risultati sorprendenti". La tappa successiva degli studi di Newcastle riguarderà i bambini e servirà a capire se le preferenze di uomini e donne sono innate (in questo caso i bambini dovrebbero dare gli stessi risultati degli adulti) o acquisite dall'ambiente che ci circonda. Ma sul futuro della ricerca inglese pesa l'editoriale del quotidiano inglese The Guardian, che ieri scriveva: "L'umanità non ha nulla da guadagnare da una scienza che indaga il colore preferito delle ragazze".
Ricapitoliamo, questa ricerca “scientifica” dimostra che le ragazze sono più attratte da un colore vicino al rosa e i ragazzi da un colore vicino celeste... solo questo basterebbe a candidarla all'Ig Nobel e ben ha fatto l'editoriale del The Guardian a stroncarla! Ma è la spiegazione addotta per tale propensione cromatica a essere tutto men che scientifica: è infatti costruita sulle pie e indimostrabili supposizioni della ricercatrice... un vero atto di fede!
Personalmente trovo più ragionevole la tradizionale (e ignota ai più) spiegazione di matrice esoterica: la consuetudine di associare il fiocco celeste ai maschietti e quello rosa alle femminucce non è conseguenza di un mero condizionamento biologico, ma la risposta a un vero e profondo bisogno fisico e psichico di rosa o azzurro a seconda del sesso.
I simboli sono molto potenti e si radicano a vari livelli nella cultura, nel mito e nell'inconscio collettivo e finiscono col determinare anche il nostro comportamento istintuale (e sociale). La polarità maschile-femminile si specifica in svariate antitesi tra queste quella Marte-Venere. La simbologia di Marte ha notoriamente a che fare con la guerra, l'aggressività, il colore rosso del sangue e del pianeta stesso. Al principio “attivo” della aggressività maschile (dal latino “ad gredior”, andare verso) si contrappone il principio “ricettivo” femminile, associato alla pace, al ricevere, accogliere, mediare. La Dea Venere nasce dalla spuma del mare blu. La Vergine Maria viene raffigurata in drappi azzurri. Non stupitevi perciò che in molte rappresentazioni esoteriche (come il segno zodiacale dei Gemelli dipinta da Johfra qui sopra) l'uomo sta nel rosa e la donna nell'azzurro.
E allora perché il senso comune associa ai bambini l'azzurro chiaro (celeste) e alle bambine un rosso chiaro (rosa)? Proprio perché d'istinto il sesso maschile compensa il suo eccesso di yang nutrendo di azzurro la propria parte femminile, mentre il sesso femminile compensa il suo eccesso yin nutrendo di rosso la sua parte maschile.
E ora se volete farvi due risate alla spalle della scienza (quelle più ottusa) andate a curiosare in questi link sul Premio Ig Nobel:
Su questo post di qualche mese fa trovate invece un link per il ciclo dei segni zodiacali di Johfra.

giovedì 13 settembre 2007

Un volpino salva un areoplano

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Sembrerebbe la classica “leggenda metropolitana”, invece l'articolo che segue (di Valerio di Marzio da www.repubblica.it) riporta un fatto realmente accaduto!
Fiumicino, sfiorata la tragedia: un volpino salva un aeroplano
Nessuno si era reso conto del guasto che poteva avere conseguenze gravissime.
ROMA 10/08/07 - Se non fosse stato per il suo involontario aiuto, il volo 116Y1della Blue Air, che da Fiumicino era in partenza per Bucarest, non sarebbe forse mai arrivato a destinazione. Stiamo parlando di un cane, che ieri pomeriggio ha "segnalato" al comandante, proprio mentre l'aereo stava accingendosi a rullare, che il vano bagagli era aperto. Se il volo fosse decollato così, la stiva aperta avrebbe impedito una corretta pressurizzazione, causando grossi problemi (fino al rischio di precipitare) al 737 che ospitava 140 persone.
Il cane, un volpino di due anni, era stato "stivato" insieme agli altri bagagli nella vano dell'aereo su cui viaggiava il suo padrone il signor Stoica Ionut, romeno. Secondo una prima ricostruzione, inizialmente il cane era stato messo in una gabbia non conforme, la cui chiusura era affidata al nastro adesivo, per essere portato come bagaglio a mano. Ma visto che la compagnia non ammette animali a bordo, il volpino era stato successivamente trasferito nel vano bagagli.
Qui, durante la fase detta "taxi", in cui l'aereo lascia il parcheggio esi avvia verso la pista, il cane ha rosicchiato lo scotch ed è uscito dal vano bagagli, che era stato lasciato aperto. L'animale, una volta a terra,si è messo a correre dietro l'aereo sul quale c'era il padrone. Proprio il signor Ionut, guardando dal finestrino mentre il velivolo si muoveva, ha visto il suo cane e ha avvisato lo steward che, a sua volta, ha spiegatola cosa al comandante che ha fermato in tempo l'aereo.
A quanto pare, nessuno si era accorto della grave dimenticanza per cui il portellone del vano bagagli era rimasto aperto: né il responsabile delle operazioni sottobordo dell'handler, la Flightcare, che avrebbe dovuto verificarne la chiusura; né il comandante dell'aereo, che avrebbe dovuto effettuare un "check" prima di iniziare le procedure di partenza. Insomma, se il padrone non avesse visto dal finestrino il cane che correva dietro l'aereo, il volo sarebbe decollato.
In questa storia a lieto fine si sommano tre circostanze, una più improbabile dell'altra: 1) un aereo di linea parte con un portello del vano bagagli aperto (fatto altamente pericoloso) senza che nessuno se ne avveda, né a terra né in cabina; 2) un cane che si trova nel vano bagagli apre la sua gabbia, esce dal portello lasciato aperto e corre accanto all'aereo; 3) a bordo il padrone, che evidentemente siede pure vicino a un finestrino, vede il suo cane fuori!
Insomma, davvero una gran bella fortuna per passeggeri ed equipaggio di quel volo, oppure... oppure non è solo fortuna!
Penso spesso a quanto frequentemente durante le nostre giornate mettiamo a rischio la nostra incolumità e la stessa vita, con quanta noncuranza e spensieratezza facciamo azioni potenzialmente pericolose come banalmente guidare l'automobile. Naturalmente di incidenti tragici ne accadono tanti e a tante persone, eppure mi sembrano sempre meno - estremamente meno - di quanto sarebbe lecito aspettarsi soppesando con obiettività i rischi in cui veniamo coinvolti. Per questo motivo tutte le volte che mi capita di sbagliare strada, o dimenticare qualcosa e tornare indietro, non me la prendo con me stesso, ma ringrazio Dio con tutto il cuore: magari sono stato appena salvato da qualche incidente!
So che un tale atteggiamento può essere giudicato “romantico”, ingenuo, fideistico... però credo fortemente che accanto a noi esistano entità - molti le chiamano angeli custodi - che ci guidano e proteggono, salvandoci tante di quelle volte che nemmeno immaginiamo. E quando sembrano non farlo, ché a qualcuno accade qualcosa di grave (o mortale) è proprio perché quella data esperienza serve alla sua anima (oppure ciò che doveva fare è concluso ed è atteso Là donde è giunto).
Chissà, forse quel volpino è un angelo, o c'era un angelo a guidarlo con un guinzaglio di luce!

martedì 11 settembre 2007

La Festa bella di Spelonga

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Spelonga (1000m), frazione di Arquata del Tronto è un piccolo paese poggiato sulle falde dei boscosi Monti della Laga, in provincia di Ascoli Piceno. Le sue case si affacciano sulla Valle del Tronto, dove l'antica Via Salaria corre insieme al fiume, e sono dominate dalla cima più alta della catena dei Sibillini, il Monte Vettore (2478m), posto sull'altro lato della valle. Mi ha colpito scoprire, curiosando nel sito dedicato a Spelonga (http://www.spelonga.it/), come il toponimo Laga sia la traccia del ricordo di un antico lago di epoca preistorica che il fiume Tronto aveva formato prima di spianarsi del tutto la strada verso l'Adriatico. Altra curiosità: Spelonga ebbe una certa notorietà nel 1968 quando Pietro Germi vi girò, con Adriano Celentano per protagonista, il film Serafino che gli appassionati del “molleggiato” certo ricorderanno (qui uno spezzone). Ma se sto parlando di Spelonga non è per le bellezze naturali della zona magica in cui si trova – lì dove i confini di Umbria, Marche, Abruzzo, Lazio si sfiorano – né per fare aneddotica, ma per omaggio alla Festa bella che vi si celebra ogni tre anni ed a cui ho avuto la fortuna di essere accompagnato poche settimane fa.
L'immagine qui sopra riguarda la battaglia di Lepanto (1571) da cui la festa stessa prende origine. Cosa c'entra la sanguinosa battaglia navale tra cristiani e musulmani donde derivarono gli assetti geopolitici del Mediterraneo e dell'Europa tuttora vigenti? C'entra perché a quell'epico scontro parteciparono - si tramanda - anche 150 Spelongani, più o meno un terzo degli abitanti che il paese contava allora (e a cui si è nuovamente contratto ai nostri giorni). I sopravvissuti vittoriosi riportarono per trofeo una bandiera saracena catturata da una nave nemica che da allora è conservata nella chiesa del paese. La partecipazione di una comunità montana ad un conflitto navale non è cosa di tutti i giorni e sulle ragioni di questa anomalia sono state fatte varie supposizioni: contatti frequenti con le città costiere per approvvigionarsi durante le carestie, contatti dovuti alla fornitura di legname per la costruzione delle galee, contesto bellico in cui già erano avvenuti numerosi scontri navali per cui le città di mare non riuscivano più a fornirne marinai a sufficienza ecc. Fatto sta che l'evento è rimasto vivissimo nella memoria dei discendenti. Dimostrazione ne è la grandiosità della Festa bella la cui celebrazione, misto di religiosità cristiana e pre-cristiana, è scandita da una serie di tappe da inizio a fine agosto. All'inizio del mese un centinaio di uomini di ogni età (a ricordo dei 150 eroi di Lepanto) salutano le loro famiglie e salgono sul monte. Affronteranno un lungo e impervio tragitto e torneranno al paese passati tre giorni, dopo aver abbattuto, spogliato dei rami e portato giù con loro, a forza di braccia, un fusto d'albero lungo una trentina di metri e pesante diverse decine di quintali. Nelle domeniche successive il tronco viene preparato a mo' di albero maestro di nave e quindi issato in verticale a suon di muscoli, corde e scale, infilandolo in una buca scavata al centro della piazza di Spelonga. Infine attorno all'albero si costruisce una galea, simile a quelle che parteciparono alla battaglia, che diventa il cuore della Festa bella. Naturalmente tutti questi eventi sono accompagnati da festeggiamenti vari, sfilate in costume, concerti, certamen poetici (in queste terre si perpetua la tradizione delle ottave improvvisate), convivialità, banchetti ecc. Ho assistito all'alzata del lungo e pesante tronco al centro della piazza, un'operazione per nulla semplice che richiede circa un'ora, e ho rivissuto sensazioni che avevo provato (mutatis mutandis ovviamente) solo in occasione della Corsa dei Ceri di Gubbio (PG). A livello simbolico l'analogia sta nella partecipazione fisica e vigorosa degli uomini della comunità, uniti dallo sforzo di drizzare e tenere ritti oggetti di valenza indubbiamente fallica. Cosa che rapportata in particolare al coinvolgimento dei giovani sa tanto di rito d'iniziazione solare, dove il fallo ligneo viene dato alla Madre Terra come a volerla fecondare, come a elevare una grande antenna che unisce Cielo e Terra, per captare le energie celesti e collegarle a quelle telluriche. Allo stesso modo, similmente a tante altre rievocazioni storiche, palii, competizioni, vissute in maniera passionale e viscerale dalla cittadinanza, mi ha sorpreso ed emozionato la partecipazione, il coinvolgimento, il tifo con cui si incitano le persone impegnate chi a puntellare con lunghe scale a pioli, chi ad adattare e richiudere la buca mano a mano che l'albero sale, chi a tirare con le corde dai balconi, dalle finestre, e persino dai tetti. Be', se vi ho invogliato a vedere coi vostri occhi dovrete pazientare fino alla prossima Festa bella, ad agosto 2010... ma vale la pena aspettare!

lunedì 10 settembre 2007

L'arte della gioia di Goliarda Sapienza

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L'arte della gioia è un libro speciale: il capolavoro di Goliarda Sapienza (Catania, 1924 – Roma, 1996) e probabilmente della letteratura italiana del '900. Pubblicato postumo nel 2000 è diventato in breve un autentico caso letterario e si annuncia, meritatamente, come un successo clamoroso. Il romanzo, raccontando la vita di Modesta, sua indimenticabile protagonista, ripercorre anche la storia d'Italia del '900 (non a caso l'autrice ha voluto che Mody nascesse il 1 gennaio 1900) e lo fa offrendone una visione forse troppo moderna rispetto alla coscienza media del XX secolo, se è vero che il manoscritto fu rifiutato e snobbato per 20 anni e solo con l'arrivo del XXI secolo è venuto alle stampe ed ha raccolto il giusto riconoscimento di critica e pubblico.

Lascio in calce il link a Wikipedia per conoscere i dati essenziali della vita di Goliarda Sapienza e i link a tre recensioni che ho selezionato in rete.

Da parte mia posso ribadire che L'arte della gioia mi ha emozionato e sorpreso: non immaginavo che qualcuno potesse avere scritto un'opera talmente spiazzante, ricca, appassionante, proprio qui in Italia, proprio negli anni in cui ero un bambino (Goliarda Sapienza ha scritto il romanzo dal '67 al '76).

L'arte della gioia comincia con questo attacco folgorante:
"Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com'è: non mi va di fare supposizioni o d'inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente."
Dopo di che l'autrice, con una scrittura veramente assoluta, trascina il lettore a scoprire la storia avventurosa di una donna che non si accontenta di recitare il ruolo assegnatole dalla sua nascita ma che decide, sin da bambina, di sceglierselo da sé, utilizzando le proprie risorse interiori e tutto ciò che il destino le porta, in gioia e in sofferenza, non sfidando bensì andando oltre le regole, le convenzioni, le convinzioni di seconda mano a cui le persone “normali” si piegano o adattano.
Modesta è un personaggio che vive intensamente, senza fuggire le prove e le sfide che le si presentano, cercando continuamente un equilibrio tra emozioni, corpo e pensiero e dimostrando in definitiva di essere riuscita a trovarlo.

Il ritmo narrativo è serrato, ogni capitolo è un cammeo che aggiunge particolari e dettagli ad una costruzione la cui prospettiva via via si alza, coglie nuovi orizzonti, si fa epica. I romanzi sono più d'uno, incastonati uno dentro l'altro: il racconto dell'esistenza di Modesta, l'epopea di una casata siciliana, la storia d'Italia attraverso le lotte politiche che insanguinano il '900. Ma è tutto il mondo e in particolare l'Europa a respirare dentro L'arte della gioia: il processo di emancipazione della donna, la diffusione del pensiero socialista e comunista, la rivoluzione culturale guidata dalla psicanalisi, la liberazione sessuale ecc.
Il ritmo rallenta solamente in corrispondenza della parte che percorre il ventennio fascista – penso non sia un caso – per ripartire nuovamente con l'arresto della protagonista, il suo invio al confino e la seconda guerra mondiale, e decollare ancora per altri voli tutt'altro che pindarici, dalla guerra di liberazione, alla ricostruzione, fino agli anni '60.

Che tutto questo ben di Dio risulti anche una lettura piacevole, avvincente e coerente è il segno del genio, della bravura e del grande cuore di Goliarda Sapienza.

giovedì 6 settembre 2007

Tempi da scoiattolo!

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Cari amici o internauti di passaggio, rieccomi qui, pur se quella simpaticona di una Telecom Italia continua a mettere tutti i bastoni tra le ruote possibili per non farmi riavere l'ADSL a casa. Scopro in questo momento girando le pagine del calendario che domani son 50 giorni esatti da quando ho perso l'accesso ad internet... e la blog-astinenza è diventata insostenibile! Mi è successo tante volte in questo periodo, di fronte a qualche episodio o riflessione, di pensare “ne parlerò nel blog” e ora mi sono ovviamente dimenticato gran parte degli spunti che avevo avuto. Il fatto è che la comunicazione da blogger mi piace proprio per la sua intrinseca immediatezza ed estemporaneità: scrivere qualcosa e metterlo da parte per pubblicarlo dopo un mese non mi viene naturale.
Giunti ormai in vista dell'autunno mi concedo allora un compromesso: sto scrivendo a casa e pubblicherò questo post domani da altrove. E così continuerò a fare con i prossimi quattro post a seguire.
Il primo lo dedicherò doverosamente a uno dei romanzi più belli che ho letto in vita mia e che mi ha colorato e sottolineato a colpi d'evidenziatore l'estate del 2007: L'arte della gioia, capolavoro postumo e inarrivabile di Goliarda Sapienza. Come è capitato a me (mi ha prestato il libro una cara amica intimandomi “devi leggerlo”!), voglio ora contribuire io stesso a far conoscere quest'opera eccezionale e assoluta, pure se il caso letterario è già bello che scoppiato un paio d'anni fa. Se volessi trovare termini di paragone nel corpus della letteratura italiana, andrei a scomodare mutatis mutandis opere come la Divina Commedia e I promessi sposi... mi sbilancio eccome, ma non credo di esagerare. È un libro da leggere!
Nel secondo post mi occuperò della Festa Bella che ogni tre anni si celebra a Spelonga, paesino in provincia di Ascoli Piceno, a cavallo dei Monti sibillini e dei Monti della Laga, praticamente nel punto dove Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo confinano insieme. Nell'unica piazza del paese durante il mese di agosto si rievoca (a 1000 m sul livello del mare) niente po' po' di meno che l'epica battaglia di Lepanto del 1571... e la cosa ha un senso! Una festa da vedere e da vivere, anche se la prossima Festa Bella sarà nel 2010!
Ho infine messo da parte un paio di articoli, di quelli che magari passano inosservati, che mi hanno colpito: uno su un cagnolino-angelo-custode che ha salvato un areo da un probabile incidente in volo; l'altro sulla propensione ai colori in base al sesso, utile soprattutto a dimostrare – a parer mio – quanto la scienza a volte proceda senza bussola come un cieco che brancola nel buio.
E dopo aver rotto il ghiaccio incollando quanto scritto iersera, nei cinque minuti che mi restano a disposizione digito al volo questa postilla sulle bizzarrie meteo dei giorni nostri per segnalare che a Perugia stamane il termometro segnava 8 gradi: di solito ai primi di settembre si fa il bagno al mare, quest'anno vien voglia di un bel bagno caldo a casa ed accendere il camino!
Sarà mica che lo scoiattolo Vigorsol (ritengo un mutante nato dalle parti di Chernobyl) ci ha messo lo zampino, o meglio lo zamp-ano? E grazie all'impagabile motore di ricerca delle immagini di Google associo qui sopra uno scoiattolo pertinente al tema, non impertinente come quello dello spot!
Anche il cielo stamattina era strano, per non dire inquietante: un fermo immagine di increspature immote, un velo di cartapecora, grigia e traslucida dietro cui un sole raffreddato, afono, privo di frecce, illuminava a fatica, quanto una luna piena... ridatemi un cielo sereno!
Ci risentiamo non prima dell'inizio della prossima settimana, salvo mi arrivi miracolosamente internet di qui ad allora.
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