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martedì 25 dicembre 2007

La magia di Banana Yoshimoto

Il tempo che niente può fermare non scorre solo per piangere sulle cose perdute ma anche per ottenere un'infinità di momenti bellissimi, uno dopo l'altro.
(Banana Yoshimoto, da Farfalla Nera, in Il corpo sa tutto)
Sono reduce dalla lettura di due belle raccolte di racconti brevi di Banana Yoshimoto o, rispettando l'uso nipponico di anteporre il cognome al nome, Yoshimoto Banana: Ricordi di un vicolo cieco e Il corpo sa tutto, entrambi editi in Italia da Feltrinelli. Pensiamo spesso ai giapponesi come a fanatici dell'ordine e della precisione, maniacali più che creativi, massificati e poco propensi ad emergere come individui. Al di là di questi luoghi comuni scordiamo che le industrie di tutto il mondo si sono conformate al "modello Toyota" del just in time e dell'autonomazione esploso negli anni '70. Proprio il gruppo Toyota, dopo aver superato nel corso del 2006 la General Motors, è diventato il più grande produttore di autoveicoli del mondo. Per non parlare dell'elettronica di consumo dominata da marchi come Sony, Nintendo, Sharp, Sanyo, Pioneer, NEC, Hitachy, Fujitsu ecc. Dunque un popolo industrioso e gran lavoratore, ma non per questo composto solo da uomini e donne robot. Un popolo dedito anche all'introspezione e alla ricerca interiore e spirituale: con molto da insegnare al riguardo come dimostra la diffusione nell'occidente della filosofia Zen che ha attecchito finanche nella psicoanalisi. Banana Yoshimoto è una sorta di rivincita sulla visione piatta che l'occidente tende ad avere del Sol Levante, mostrandoci che proprio l'attenzione ai dettagli e ai significati delle azioni esteriori e alle cose materiali è l'altra faccia di una pari attenzione rivolta all'interiorità e alla profondità dell'animo umano. Le due prospettive non sono in antitesi. Insomma, forse la qualità totale dell'industria giapponese non è poi così distante dalla ricerca del senso della vita che la filosofia Zen colloca nell'essere pienamente consapevoli di ogni nostra azione quotidiana. Con i suoi racconti ambientati in famiglia o al lavoro, che sembrano in procinto di cadere nella banalità e che invece ci trasportano verso l'assoluto, la Yoshimoto ci ricorda, con la forza dell'evidenza, l'importanza di restare centrati nelle semplici cose della vita, del saper cogliere l'attimo felice annidato nei tran tran quotidiani, che la monotonia è un attributo della materia non dell'anima.
(...) La felicità arriva all'improvviso, indipendentemente dalla situazione e dalle circostanze, tanto da sembrare spietata. In qualsiasi condizione e con chiunque ti trovi. Non puoi prevederla in nessun modo. E' impossibile crearsi la felicità da soli, secondo i propri desideri. Può arrivare un attimo dopo, oppure non arrivare, per quanto uno possa aspettare. E' imprevedibile come lo sono le onde e il tempo. I miracoli sono sempre in attesa, senza fare distinzione per nessuno. "(...) Nel mondo ognuno ha un suo abisso personale. Ci sono tante sofferenze al cui confronto la tua e la mia non sono niente, e se solo potessimo sperimentarle, ne saremmo sopraffatti e moriremmo sul colpo. Perché, comunque, viviamo in una condizione protetta e abbastanza felice. Ma in questo non c'è niente di cui vergognarsi."
(Banana Yoshimoto, dal racconto da cui è tratto il titolo di Ricordi di un vicolo cieco)
Nel vivere ci sono davvero tanti significati, e una quantità incredibile di scene, più numerose delle stelle, tante da non poterle ricordare a una a una, inonda il mio spirito, però mai più cercherò di attribuire alla vita dei significati, mai più cadrò in un errore così brutto e meschino.
(Banana Yoshimoto, da La cucina di papà, in Il corpo sa tutto)
Storie per lo più di giovani donne, scritte con profonda sensibilità femminile: studentesse, cameriere, impiegate, commercianti. persone semplici che s'innamorano, affrontano lutti, drammi familiari, incidenti, malattie, uscendone sempre in un modo o nell'altro vincenti, perché diventate consapevoli, perché nella loro esistenze normali, si cela sempre qualcosa di straordinario, proprio come in quelle di tutti noi. Scrive l'autrice nel Post Scriptum con cui chiosa Ricordi di un vicolo cieco:
Come Burroughs, che a proposito del suo romanzo "Checca" si chiese: "Perché dovevo fare una cronaca così precisa di quei ricordi estremamente dolorosi, spiacevoli, laceranti?" mentre scrivevo questa raccolta di racconti non potevo fare a meno di pensare: "Perché sto scrivendo di cose tristi, quelle che mi costano più fatica?". Sono tutte storie d'amore tristi e dolorose. Provando ad analizzarmi dall'esterno, si direbbe quasi che abbia tentato, quando il parto stava per avvicinarsi, di liquidare in fretta tutti i ricordi dolorosi del passato. Per questo, anche se niente di quanto ho scritto mi è accaduto in prima persona, stranamente è il libro più autobiografico tra quelli che ho pubblicato finora. Nel rileggerlo riaffiorano in me vividi i momenti più difficili della mia vita. Proprio per questa ragione è diventato per me un libro importante. (...) Forse anche i lettori di questo libro avranno pensato "Perché spendere dei soldi per leggere racconti così tristi?" ma poiché penso che questo struggimento (ammesso che, essendo in sintonia con me, lo abbiate provato) sia qualcosa di necessario, vi prego di perdonarmi. Stupidamente nel rileggere le bozze non potevo fare a meno di piangere, ma ho la sensazione che quelle lacrime abbiano fatto un po' sparire il dolore che avevo dentro. Mi auguro che possa accadere lo stesso anche a voi. Forse vi sembrerò ancora più sciocca, ma il racconto Ricordi di un vicolo cieco, che dà il titolo a questa raccolta, è, fra quanto ho scritto finora, quello che amo di più. Solo per aver potuto scrivere questo racconto, ringrazio di essere diventata scrittrice.
Proprio nelle parole che ho evidenziato sento racchiusa la magia della scrittura della Yoshimoto: anche quando racconta vicende tristi e dolorose ci lascia alla fine della lettura con un senso di pieno - come se anche noi avessimo superato un trauma o conseguito una rivincita insieme alla protagonista - e la promessa di una felicità che, pur non ancora colta, sembra proprio lì, a portata di mano.

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