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sabato 27 ottobre 2007

Le vedove di Vrindavan

Inserisco un articolo di Alessandra Muglia, dal Corriere della Sera del 20 agosto scorso, che ha per fonte un rapporto ONU. Fornisce dati recenti su Vrindavan e si occupa della condizione della vedova indiana, ovvero il tema toccato dalla mostra fotografica di Tamara Farnetani per la quale ho scritto le didascalie (liriche) delle foto e che - ormai posso sbilanciarmi - verrà inaugurata l'8 marzo 2008 a Perugia, si replicherà poco dopo ad Assisi e Spoleto, e poi spero riusciremo a portare in altre città d'Italia.


India, la città delle vedove rifugio delle ripudiate senza diritti né famiglia
Le più coraggiose vi arrivano da sole, sognando di raggiungere moksha, il paradiso, dove saranno liberate dal ciclo della morte e della reincarnazione. Ma la maggior parte viene accompagnata, o meglio «scaricata» a sua insaputa, dalla famiglia del marito, ormai defunto. Con lui del resto hanno perso tutto, persino il cognome da sposate: diventano dasi, discepole di Krishna, così come vuole la religione indù. Eppure a portare a Vrindavan migliaia di donne ogni anno non è tanto la fede, ma la disperazione.
Questa cittadina dell'Uttar Pradesh, 150 chilometri a sud-est di Nuova Delhi, da 500 anni è un rifugio per le donne spogliate di tutto che qui vivono, se va bene, di elemosine e offerte, cantando per ore negli ashram, comunità consacrate a Krishna.
Proprio in questo luogo il «dio dell'amore» fece una promessa: «Fortunato chi muore qui perché rinascerà libero dai peccati». Non ultimo quello di sopravvivere al proprio marito. Un lungo purgatorio in terra, un viaggio senza ritorno verso l'oblio: a casa non arriverà neanche la notizia della loro morte.
Vrindavan, una città santa quasi tutta per loro: su 56 mila anime, quasi 15 mila sono vedove. Un abitante su quattro. Cinquemila in più rispetto a dieci anni fa. Nell'India che ha bruciato gli Stati Uniti con il suo primo presidente donna, questo retaggio non soltanto resiste ma cresce di anno in anno. A lanciare l'allarme è il rapporto del Fondo di sviluppo dell'ONU per le donne e Guild of Service, organizzazione umanitaria laica indiana.
Rifiutate dalle famiglie d'origine, diventate un peso per quella del marito, praticamente impossibilitate a risposarsi, le vedove si ritrovano a vagare come fantasmi tra i templi per guadagnarsi da vivere: tre rupie (6 centesimi di euro) e una ciotola di riso per 4 ore di canti e preghiere al giorno. È anche per questo che Vrindavan è segnalata dalle guide: le donne avvolte nei loro sari bianchi, che mendicano nelle strade polverose e cantano «hare Krishna» nei 5 mila templi della città, sono diventate senza volerlo delle attrazioni.
Molte sono giovanissime, andate in sposa da bambine a uomini più vecchi con il culto (diffuso) delle vergini: una bocca da sfamare in meno in casa. A Vrindavan 2 su 5 sono convolate a nozze prima dei 12 anni e quasi una su tre è rimasta vedova prima dei 24. Del resto si stima che nel Subcontinente 1 indiana su 4 convoli a nozze prima dei 18 anni previsti dalla legge e che quasi 1 su 5 prenda marito sotto i 10. Rimaste sole, un tempo le bruciavano sulla stessa pira dell'uomo. Ora, almeno, vivono. Rifugiate negli ashram. Dove però soprattutto se giovani vengono sfruttate sessualmente da chi dovrebbe proteggerle.
Ad accomunare le vedove di Vrindavan è anche la provenienza: l'80% arriva dal Bengala Occidentale, dove la legge indù che esclude le vedove dalla spartizione dell'eredità non è in vigore. Per questo le famiglie le allontanano, temono che possano accampare diritti sulle proprietà. E loro si lasciano portare via, ignare del fatto che se restassero a casa godrebbero di un sussidio più alto che in qualsiasi altro Stato indiano, l'equivalente di 10 euro al mese.
«Il governo ha fallito nel controllare il fenomeno » accusa la curatrice dell'indagine, Usha Rai, sul Times of India. Spiega al Corriere Mohini Giri, cognata dell'ex presidente indiano V.V. Giri e presidente di Guild of Service, che a Vrindavan gestisce due case alloggio (120 vedove in una, 500 nell'altra): «In India ci sono oltre 40 milioni di vedove ma soltanto il 3% di loro percepisce la pensione, il 25% a Vrindavan: abbandonate, sole, spesso analfabete, non conoscono i loro diritti e sono comunque indifese contro i funzionari corrotti che dovrebbero distribuire i soldi. La situazione sta cambiando, ma molto lentamente» riferisce Giri, 66 anni, di cui 40 dedicati all'emancipazione femminile, anche come presidente della Commissione nazionale. Un lavoro duro in una società dove la donna è considerata un costo (a partire dalla dote), le signore hanno un'identità soltanto se «figlie di» o mogli e vengono costrette ad abortire se incinte di bambine (5 milioni di casi all'anno), e dove il 90% dei neonati abbandonati è femmina.
«In India le donne istruite — un'esigua élite — hanno persino più chance che in Occidente, ma per le altre c'è ancora molto da fare» spiega Giri. «Nelle nostre case-alloggio aiutiamo le vedove a prendere coscienza dei propri diritti e a imparare un mestiere». Savita Ma è stata una loro ospite: rimasta vedova a 13 anni, dopo qualche tempo passato a mendicare e cantare nei templi, ha fatto un corso da infermiera e oggi che di anni ne ha 16 gestisce un ostello per donne. Un cambiamento che si riflette anche nel look: via il sari bianco-fantasma, rimpiazzato da quello rosa o azzurro. Come dire: la vita ha ripreso colore.

Questo articolo mi ha richiamato alla memoria un libro, In India di William Dalrhymple, pubblicato nella Biblioteca Universale Rizzoli che lessi qualche mese fa. Si tratta di una raccolta di reportage di un giornalista inglese, profondo conoscitore e viaggiatore dell'India, che - al di là delle opinioni personali dell'autore - riesce a dare un efficace spaccato del molteplice caleidoscopio di punti di vista da cui può essere osservata l'india. Il capitolo intitolato La città delle vedove inizia così:
L'OCCHIO DELLA FEDE PUO' vedere cose che sfuggono al non credente. Alla maggior parte dei visitatori secolari Vrindavan può sembrare soltanto una città-bazar sottosviluppata dell'India settentrionale, con le sue strade polverose affollate di mendicanti, mucche, biciclette, risciò. Ma per il pio pellegrino è il luogo in cui risiede Krishna e quindi - in quel senso almeno - è un paradiso in terra immerso nel profumo dei tamarindi e degli alberi di arjuna.
E si conclude così:

"Questa non è vita" disse un'anziana donna che mi apparve davanti uscendo dall'ombra e chiedendomi una rupia. "Siamo tutte morte il giorno in cui morirono i nostri mariti. Come si può descrivere il nostro dolore? I nostri cuori sono divorati dalla pena. Ora aspettiamo il giorno in cui tutto questo finirà."


La mia amica Tamara ha passato diverse settimane a Vrindavan (e proprio in questi giorni si trova nuovamente lì), a scattare fotografie e a parlare, grazie all'aiuto di un interprete hindi, con le donne che incontrava: è emerso un panorama estremamente variegato e difficilmente generalizzabile. Accanto a donne cacciate di casa, alle vedove bambine, a quelle giovani che si prostituiscono (sarebbe il tema del film Water, sicuramente più romanzesco che antropologico) ce ne sono altre che continuano ad avere rapporti con la famiglia e sono li per libera scelta.

La cultura indù, le caste, l'accettazione del dharma (i principi che guidano la vita) e del karma (la legge metafisica di causa ed effetto) sono temi estremamente delicati da affrontare. Gli occidentali hanno in genere dell'India l'idea di un luogo spirituale e misticheggiante, in realtà oggi anche una cultura laica, atea e protesa alla rivoluzione sociale si è molto diffusa accanto a quella permeata di religione e tradizione ed entrambe le visioni cercano d'imporsi sull'altra. Si tratta di una nazione in cui la maggioranza della popolazione vive in condizioni di indigenza e precarietà, questo è innegabile ma non tout court conseguenza dell'induismo, in cui coesistono visioni più conservatrici e retrograde (che spesso hanno colluso con i coloni inglesi) e altre più illuminate né più né meno che in tutte le religioni. Riporto il pensiero di Ester Gallo, antropologa che ha insegnato nell'università di Perugia e attualmente in quella del Sussex, Inghilterra (e che collabora alla mostra delle foto di Tamara):


Le donne indiane sono oggi, come in passato, protagoniste della tradizione e del cambiamento. La comprensione del ruolo complesso che esse rivestono nell’India contemporanea ci richiede di mettere in discussione i nostri valori e il nostro punto di vista. Questo significa abbandonare l’idea di un’India “tipica”, esotica e affascinante per guardare agli effetti prodotti dal colonialismo e della globalizzazione. Le vedove di Vrindavan sono il simbolo di un paese in profonda trasformazione e le loro storie testimoniano la diversità delle esperienze, famiglie in mutamento, situazioni di precarietà ma anche scelte consapevoli e un ruolo attivo nella società a cui appartengono.


Come ho già detto, l'argomento è vasto è complesso. Ed è naturale che le storie di vita che s'intrecciano a Vrindavan siano passibili di differenti interpretazioni, ognuna valida rispetto a presupposti e principi che ne sono a monte.

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