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sabato 21 aprile 2007

I colori della foresta

Trascrivo questa fiaba da Amazzonia - la foresta delle meraviglie , un bel volume - prodotto dalla organizzazione non governativa Alisei nell'ambito del progetto di educazione allo sviluppo "Senza Confini" - avuto tramite l'Associazione CIDIS di Perugia.
Un tempo la foresta non era proprio così come si presenta ai giorni nostri. In verde degli alberi e delle piante non c'era, così come non c'erano i colori degli uccelli, il marrone dei tronche degli alberi, e così via. Insomma, il paesaggio era tutto senza colori, molto monotono e noioso. Fu per questo motivo che un giorno, tutti gli animali della foresta si riunirono e decisero che qualcosa doveva cambiare. La foresta doveva essere dipinta. Tutti erano d'accordo, la questione era dove trovare tutti i colori necessari. "Nessun problema...", disse il falco, "so io dove trovarli. Volerò verso il cielo più alto, busserò alla dimora del dio delle foreste e dei boschi e gli chiederò in prestito tavolozze di mille e mille colori." Volò il falco e volò, giorno e notte, senza tregua e alla fine tutti i colori dell'arcobaleno, dei cieli e delle profondità delle acque erano a disposizione degli animali della foresta. Ma, come in tutte le storie, qualcosa doveva per forza andare storto. Infatti il pappagallo, l'uccello più vanitoso tra gli altri uccelli, impiccione e curioso, si offrì per custodire, fintanto che non venissero usate, le tavolozze regalate dal dio delle foreste e dei boschi. E fu proprio per la sua natura non tanto affidabile, che il pappagallo ne combinò una delle sue. prese ognuno dei tanti colori disponibili e si dipinse tutto il corpo. Si guardò in uno specchio d'acqua e si ritenne molto soddisfatto: in effetti il suo aspetto era di molto migliorato, si poteva dire che era diventato un gran bell'animale. Voleva pitturarsi anche il becco e le zampe, ma non fece in tempo perché gli altri animali si accorsero di quello che aveva fatto e si arrabbiarono molto con lui. Erano talmente furenti perché aveva sciupato in quel modo i colori, che lo volevano picchiare selvaggiamente. Peccato, pensò il pappagallo, non aveva terminato l'opera ma era lo stesso, il becco poteva tranquillamente restare del colore che era, tanto era bello anche così. Solo che adesso molti colori erano andati perduti, soltanto per colpa della sua vanità. Intervenne allora il formichiere, un animale, al contrario del pappagallo, coscienzioso e responsabile, che placò gli animi di tutti e riportò la calma nella foresta. Prese tutti i colori rimasti, che erano ancora abbastanza, e decise di custodirli nella sua casa, così che nessuno potesse usarli a sproposito. Da quel giorno tutti gli animali, ad eccezione del pappagallo, che preferì rimanere nascosto per paura di essere malmenato, anche perché si sentiva profondamente ferito nell'orgoglio, lavorarono in armonia a colorare la foresta e i risultato fu magnifico, tanto che lo stesso dio delle foreste e dei boschi si complimentò con loro, principalmente col formichiere che aveva coordinato tutta l'impresa e diretto i lavori. Non vi dico l'invidia del pappagallo per gli elogi ricevuti dal formichiere dal dio delle foreste e la rabbia per essere stato escluso dalla festa organizzata per celebrare lo sfavillio dei nuovi colori. Non pensava ad altro che a vendicarsi. Devo premettere a questo punto che a quel tempo il pappagallo aveva un becco dritto e giallo bellissimo, ed il formichiere non aveva l'aspetto che ha adesso, il suo naso non aveva le dimensioni di un grosso bastone, insomma, anche il formichiere era proprio bellino. Comunque il pappagallo non medito molto a lungo sulla vendetta da perpetrare ai danni del malcapitato formichiere, perché l'idea di come fare gli venne subito in testa, fulminante. Un giorno nel quale la calma era tornata nella foresta - perché ognuno degli animali - terminati i lavori di pittura, era tornato alle sue normali occupazioni - il pappagallo si recò nella casa del formichiere recandogli in dono una bottiglia dal collo stretto stretto, sul fondo della quale era depositato un liquido strano, dal colore verde intenso. A dire del pappagallo il liquido aveva un gusto meraviglioso e dei poteri magici inauditi. Se bevuto in un solo sorso, il portentoso liquido avrebbe dotato il fortunato bevitore di straordinari e benevoli poteri, prima di tutto quello di diventare un provetto suonatore. E il fatto che il formichiere era un vero appassionato di musica, ma assolutamente negato nel distinguere una nota dall'altra, il suono di un flauto da quello di un tamburo, fu decisivo per convincerlo a bere la strana bevanda. L'unica indicazione indispensabile da seguire però, suggerì il pappagallo, era quella di bere aspirando il liquido, inserendo la bocca direttamente all'interno della bottiglia. Dall'avere sentito il suggerimento del pappagallo, all'avere inserito tutta la faccia all'interno della bottiglia non passò neppure un secondo: il formichiere si trovò incastrato, nel fine collo della bottiglia. La vendetta del pappagallo era compiuta. Prese a correre e a volare per tutta la foresta chiacchierando come era suo costume usuale ai quattro venti della malasorte del formichiere, costretto a vivere da ora in poi con il naso dentro al lungo collo di una bottiglia. Parlava e raccontava e descriveva l'ultimo episodio di colui che era ormai destinato a diventare lo zimbello della foresta, l'unico animale a cui piace bere in maniera del tutto originale e, soprattutto, pericolosa per la sua salute. L'unico che non rideva affatto era il falco, amico carissimo del formichiere, che prese e se ne partì ancora una volta alla volta del cielo, alla corte del dio delle foreste e dei boschi. Il dio non si fece pregare neanche questa volta ed accorse in aiuto del povero animale. Tutti gli animali più forti furono impiegati per aiutare il dio, intento con grandi sforzi a togliere dall'impiccio il formichiere. Tirarono e spinsero, spinsero e tirarono, finalmente la bottiglia fu strappata dal naso del formichiere e volò dritta dritta in faccia o, meglio, in becco al pappagallo che con una piroetta cadde svenuto. Fu proprio da quel giorno che il formichiere acquistò l'aspetto con il quale lo conosciamo oggi, cioè col suo caratteristico lungo nasone, mentre il pappagallo dovette tenersi il becco ricurvo, piegato dalla gran botta ricevuta. Non solo. Infatti, per punizione del dio delle foreste, non fu più capace di trasformare il pensiero in parola, come era solito fare. Gli fu permesso soltanto di ripetere le parole che sentiva pronunciare.

1 : commenti:

Anonimo ha detto...

bella versione!!

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